L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 31 agosto 2022

La guerra igiene del mondo spazza via il superfluo insieme alle illazioni

Sei mesi di sanzioni a Putin: l’economia russa non crollerà
di Francesco Lenzi
26 agosto 2022

Un bilancio: L’inflazione è alta, ma stabile da mesi, il Pil calerà del 4-6%, il rublo sta bene e la valuta estera entra più di prima

La caduta di Draghi, le elezioni in arrivo e il confronto sempre più acceso tra Cina e Stati Uniti stanno facendo sparire dai radar quel che accade in Ucraina: si fa presto ad assuefarsi alle notizie. La guerra sul campo, che sembra ormai diventata di posizione, offre pochi spunti e anche l’andamento dell’economia russa ha perso le prime pagine dei giornali.

Abbiamo passato i primi mesi dell’invasione aspettando da un giorno all’altro l’imminente e fragoroso collasso dell’economia di Vladimir Putin sotto i colpi inferti dalle sanzioni. Il collasso però, dopo sei mesi di guerra, non è avvenuto e probabilmente non avverrà, mentre i costi imposti all’Europa via prezzi energetici sono assai maggiori di quelli inizialmente prospettati ai cittadini del Vecchio continente.

L’OBIETTIVO delle sanzioni, come detto in maniera nemmeno troppo velata da Joe Biden, era provocare una crisi economica di una portata tale da determinare un cambio politico in Russia: colpendo non solo le persone più vicine a Putin, ma anche le disponibilità estere delle principali banche russe e addirittura della banca centrale, si voleva minare la fiducia nel rublo, provocando una fuga di capitali tale che, distruggendo il valore della moneta russa, avrebbe portato l’economia all’iperinflazione. Nelle prime settimane di sanzioni il percorso sembrava quello: in pochi giorni il dollaro si è rivalutato oltre il 100% sul rublo, i prezzi all’import sono esplosi e l’inflazione ha iniziato a muoversi a un ritmo superiore al 2% a settimana, cioè in prospettiva ad oltre il 200% annuo.

Le contromosse del governo e della banca centrale russa sono state quelle classiche per tamponare le fughe di capitale: rialzo dei tassi, imposizione di limiti al prelievo e al trasferimento dei depositi in valuta estera, conversione forzosa in rubli degli incassi delle esportazioni. Questo però – come insegna l’esperienza fatta con le crisi dei Paesi emergenti – non basta se l’economia non riesce a far affluire più capitali di quelli che defluiscono, cioè se non si esporta più di quanto si importa. La Russia in quest’ottica partiva da un punto di forza: negli ultimi anni aveva sempre avuto un saldo attivo negli scambi commerciali. Le sanzioni avrebbero dovuto bloccare le disponibilità russe di valuta estera e ridurre i nuovi afflussi. L’effetto è stato invece opposto: volendo togliere dal mercato le quantità di materie prime esportate dalla Russia – e non esistendo capacità produttiva che le sostituisse – i prezzi sono aumentati, compensando più che proporzionalmente il calo delle quantità.

ANCHE L’EMBARGO all’esportazione di vari prodotti verso la Russia ha limitato i deflussi valutari per il pagamento dell’import: forse si poteva limitarlo alla tecnologia che serve a Putin per la guerra, perché restano dubbi sull’efficacia di vietare l’export di salumi e formaggi o dell’abbigliamento… Nel complesso sono perciò aumentate le esportazioni e si sono ridotte le importazioni: e così Mosca nel primo semestre 2022 ha registrato un surplus di partite correnti di quasi 140 miliardi di dollari, già superiore rispetto a quello del 2021 e 4 volte quello del 2020. Circa la metà dei 300 miliardi di riserve valutarie che si dice siano stati congelati con le sanzioni, sono di fatto tornati nella disponibilità russa col saldo estero di soli sei mesi. Il trend non è cambiato. Un documento del governo russo pubblicato mercoledì da Reuters prevede che, nonostante le sanzioni, l’export energetico totale nel 2022 arrivi a 337,5 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto al 2021. Una fonte indipendente come l’agenzia internazionale dell’energia ha calcolato in 40 miliardi il solo export petrolifero di giugno e luglio, su livelli simili a quelli di un anno prima.

IL RISULTATO è che l’afflusso di valuta ha dato efficacia alle contromosse della banca centrale di Elvira Nabiullina e permesso l’apprezzamento del rublo che, dopo l’avvio del sistema di pagamento del gas in rubli, ha raggiunto un valore superiore a quello che aveva prima dell’invasione in Ucraina. Il rischio di una spirale iper-inflattiva sembra insomma evitato: la fiammata di marzo non è ancora stata interamente assorbita, ma il trend è ora impostato al ribasso, con prezzi stabili negli ultimi 3 mesi. La banca centrale vede l’inflazione intorno al 13% a fine anno e tra il 5 e il 7% nel prossimo.

Anche il calo del Prodotto interno lordo – inizialmente stimato a due cifre (Jp Morgan lo dava addirittura a -35% nel secondo trimestre del 2022) pare avviato su valori più contenuti. Nel primo trimestre del 2022 il Pil è cresciuto un po’ a sorpresa del 3,5%, mentre nel secondo è diminuito del 4%, iniziando una fase di contrazione che durerà almeno un anno. A pesare è l’attività manifatturiera, la più colpita dalle sanzioni, in calo da quattro mesi consecutivi: la produzione di automobili è scesa dell’80%, quella di frigoriferi e lavatrici del 60%, quella di computer e semiconduttori del 40%.

Fino a quando non verranno ricostituite catene di fornitura in grado di sostituire gli approvvigionamenti occidentali una gran parte dell’industria se la passerà male o molto male.

L’ULTIMO BOLLETTINO presentato da Nabiullina descrive però una situazione che in altri comparti (come quello estrattivo e quello agricolo) è meno preoccupante delle attese e dovrebbe limitare la profondità del crollo: il calo del Pil dovrebbe attestarsi tra 4 e 6% nel 2022 (la precedente stima era -10%). Secondo la banca centrale russa il prossimo trimestre dovrebbe essere il peggiore (fino a -7%), poi dovrebbe iniziare un periodo di aggiustamento. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al rialzo la sua stima portandola a -6% (contro il -8% di aprile).

Nonostante la crisi economica, peraltro, la disoccupazione rimane su livelli storicamente bassi. Le attese sono per un trasferimento di manodopera tra settori e aziende via via che il processo di aggiustamento andrà avanti: alcune imprese dovranno chiudere perché non più in grado di produrre sotto sanzioni, altre invece potrebbero aumentare l’occupazione, trovando nuovi fornitori e sbocchi di mercato.

Proprio dalla ricerca di approvvigionamenti alternativi dipende la velocità con cui l’economia russa supererà la crisi. Dal sondaggio di giugno presso le imprese, circa il 50% aveva trovato nuovi fornitori (contro il 33% di aprile) e soltanto il 3% riteneva impossibile sostituire quelli occidentali. Anche i dati sulle importazioni danno i primi segni di stabilizzazione: a giugno l’import dalla Cina è cresciuto del 15% su maggio e del 2% nel primo semestre rispetto al 2021; quello dall’India, pur rimanendo sotto i valori pre-invasione, negli ultimi tre mesi è salito a doppia cifra; a giugno Mosca ha importato dalla Turchia al livello massimo dell’ultimo anno, facendo sospettare che il Paese di Erdogan stia facendo da ponte per le imprese europee che continuano a fornire i clienti russi.

Questo processo di aggiustamento procede anche dal lato delle esportazioni. Vengono create nuove rotte per servire nuovi clienti, clienti che magari rivendono poi a noi occidentali il petrolio russo. Il caso dell’Arabia Saudita, che ha raddoppiato l’import da Mosca per liberare spazio all'esportazione, è probabilmente solo la punta dell’iceberg delle triangolazioni commerciali in atto per aggirare le sanzioni: operazioni grazie alle quali il petrolio russo sul mercato non è mai mancato, ma che hanno segmentato i prezzi, facendo crescere quello acquistato in occidente, soprattutto in Europa.

RIASSUMENDO: col passare del tempo il costo delle sanzioni per l’economia russa si sta facendo sentire, ma non nella proporzione prevista da molti all'inizio. Il blocco delle forniture continua a lasciare a secco le industrie russe, ma i suoi effetti dipendono da come si comporteranno i Paesi che non hanno imposto sanzioni: la Russia è un mercato di 140 milioni di persone lasciato libero da quasi tutte le imprese occidentali…

Da il fatto quotidiano 22 agosto 2022

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