L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 31 agosto 2022

Le regole internazionale degli Stati Uniti e della serva Australia, intervento militare per rovesciare il governo delle Isole Salomone sulla scia dell’adozione da parte della piccola Nazione di un patto di sicurezza con la Cina


Perché l’egemonia degli Stati Uniti è incompatibile con un ‘ordine internazionale basato su regole’

Un cattivo argomento per invadere le Isole Salomone riflette il conflitto tra il dominio dell'America e i suoi presunti valori liberali. Il 'mito necessario' della benevolenza americana è stato un'emorragia di credibilità, e l'ipocrisia nel cuore dell'ordine internazionale liberale non è un mezzo per la sua perpetuazione, ma piuttosto per la sua costante rovina

30 AGOSTO 2022 16:00

Non mancano le cattive idee che circolano nel discorso sulla politica estera degli Stati Uniti. A volte, tuttavia, un argomento particolarmente povero può essere utile nella misura in cui rivela qualcosa di degno di nota sui presupposti e l’ideologia che lo hanno prodotto.

Con un articolo su ‘The National Interest‘ intitolato ‘Don’t Rule Out Intervention in the Solomon Islands(‘Non escludere l’intervento nelle Isole Salomone‘), Julian Spencer-Churchill fornisce un esempio del genere. Il pezzo -che sostiene che Australia e Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione l’intervento militare per rovesciare il governo delle Isole Salomone sulla scia dell’adozione da parte della piccola Nazione di un patto di sicurezza con la Cina – presenta un ingegnoso mix di minaccia inflazione, a titolo definitivo errore di fatto e rigurgiti della teoria di base delle relazioni internazionali, e non vale particolarmente la pena impegnarsi in sé e per sé.
Tuttavia, l’argomentazione di Spencer-Churchill è utile in quanto fa emergere alcune importanti contraddizioni nella strategia dell’egemonia liberale che guida la politica estera degli Stati Uniti e nell’‘ordine internazionale basato sulle regole‘ che presumibilmente sostiene.

Il pezzo inizia con una breve recita delle origini e dell’importanza dell’autodeterminazione e della sovranità statale per il sistema internazionale. A ciò segue immediatamente la pretesa da parte della‘coalizione delle democrazie‘ del diritto di violare questi principi più o meno a proprio piacimento. Questa coalizione, scrive Spencer-Churchill, ha«giustificazioni legalmente e moralmente valide per l’intervento in un Paese straniero» in primo luogo, «quando c’è una grave minaccia alla sicurezza che emerge all’interno della sua sfera di influenza» e in secondo luogo, «perché le democrazie liberali hanno un comprensione delle aspirazioni della popolazione mondiale per uno stato di diritto basato sui diritti umani e una prosperità basata sull’innovazione per i Paesi a reddito medio». Le politiche delle democrazie liberali, afferma, «si stanno muovendo nella direzione più ampia della storia». La citazione di quest’ultima affermazione è un collegamento a un breve riassunto della ‘Fine della storia‘ di Francis Fukuyama.

La prima affermazione ha una notevole somiglianza con le giustificazioni della Russia della sua guerra aggressiva in corso contro l’Ucraina. Tali affermazioni di «terribili minacce alla sicurezza» possono essere sostenute da grandi potenze con poche prove e senza necessità di ratifica da parte di terzi e, come dimostra Spencer-Churchill, è facile creare una grave minaccia per la sicurezza dagli sviluppi che pongono nessun pericolo significativo.
La seconda affermazione è ancora più sorprendente. In sostanza, Spencer-Churchill sostiene che tutte le persone desiderano evidentemente il capitalismo democratico liberale, e quindi le democrazie capitaliste come gli Stati Uniti hanno il diritto di consegnare loro questo sistema con la forza, che sia richiesto o meno.

Questa ultima affermazione, ovviamente, non è una novità. Ha contribuito a ‘vendere‘ numerosi interventi militari statunitensi dalla seconda guerra mondiale, e di per sé è solo un perfezionamento delle ‘missioni civilizzatrici‘ dei precedenti imperialismi europei. Eppure, in un anno in cui gli Stati Uniti hanno radunato l’opposizione globale all’invasione russa dell’Ucraina in nome del mantenimento dell’ordine internazionale basato sulle regole, della sovranità statale e dell’autodeterminazione, l’assurdità delle affermazioni di Spencer-Churchill viene mostrata in netto rilievo.

Nella formulazione di Spencer-Churchill, gli Stati Uniti e i loro alleati fungono da garanti di un ordine internazionale basato su regole, ma godono anche della licenza di violare queste regole in ampie circostanze di propria determinazione. Sebbene non sia spesso esposto in modo così schietto, questo è in gran parte il modo in cui la politica estera americana ha operato per oltre sette decenni. Gli Stati Uniti indicano un ordine liberale come giustificazione e risultato del loro potere militare predominante e dell’influenza globale, e invocheranno quell’ordine di fronte agli abusi di altre parti, ma non accetteranno restrizioni alla propria libertà d’azione.

Lo dimostra bene l’abituale rifiuto da parte di Washington dei trattati internazionali prodotti dal sistema delle Nazioni Unite (la cui creazione, ovviamente, è stata guidata dagli stessi USA). Gli Stati Uniti eserciteranno comunque questi trattati contro il comportamento di altre Nazioni, come fanno con le rivendicazioni marittime della Cina e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che gli Stati Uniti non hanno né firmato né ratificato.

Quando i fautori dell’egemonia liberale riconoscono questa tensione, alcuni sostengono che sia necessaria, anche benefica, per il progetto di costruire un ordine mondiale stabile e liberale. Il sistema internazionale è anarchico e abbondano attori peggiori degli Stati Uniti, pronti a colmare qualsiasi vuoto di potere lasciato vacante da Washington o dai suoi stretti alleati. Un tale ordine ha bisogno di uno Stato potente che lo applichi e talvolta può essere necessario piegare o addirittura infrangere le regole a difesa di principi superiori.

In un recente articolo per ‘The Atlantic‘, il giornalista Tom McTague ha fatto un caso del genere, esaminando «l’idea che convince i leader statunitensi che non opprimono mai, si limitano a liberare, e che i loro interventi non possono mai essere una minaccia per le potenze vicine, perché l’America non è imperialista». McTague riconosce che questo -l’idea che gli Stati Uniti siano guidati da valori universali e agiscano nell’interesse universale- è un’‘illusione‘ che «si trova al centro dei più costosi errori di calcolo della politica estera» degli Stati Uniti. Eppure, McTague afferma che questa illusione è necessaria per sostenere l’impegno dell’America a sostenere l’ordine globale e tenere a bada poteri più maligni.

Non importa che alcuni degli interventi eroici citati da McTague -come la guerra di Corea- fossero in realtà debacle piene di atrocità che non potevano essere presentate in modo credibile come difese della democrazia nel momento in cui hanno avuto luogo, anche il suo caso più ampio non è convincente. Al di fuori degli Stati Uniti e dell’Europa, quello che chiama il ‘mito necessario‘ della benevolenza americana è stato un’emorragia di credibilità e l’ipocrisia nel cuore dell’ordine internazionale liberale non è un mezzo per la sua perpetuazione, ma piuttosto per la sua costante rovina.

Decenni di interventi illegali in Medio Oriente, Asia, Africa e America Latina hanno lasciato le Nazioni del Sud del mondo profondamente e giustamente scettiche nei confronti degli Stati Uniti come sostenitori del diritto internazionale. Anche i giovani americani rifiutano sempre più l’eccezionalismo statunitense e il dominio militare globale.

Man mano che il potere relativo dell’America diminuisce, e ci muoviamo verso un sistema internazionale sempre più multipolare, le contraddizioni inerenti alla versione di Washington dell’ordine liberale diventeranno ancora più difficili da ignorare. Gli Stati Uniti che devono affrontare sfide sempre maggiori al loro potere probabilmente si rivolgeranno a mezzi sempre più coercitivi per difendere quel potere, rendendo sempre più logoro il loro aspetto‘liberale‘.

È chiaro che, andando avanti, il lodevole obiettivo di creare un ordine globale basato sul diritto internazionale e su regole di condotta reciprocamente accettabili è incompatibile con l’egemonia degli Stati Uniti o, se è per questo, l’ipotetica egemonia di qualsiasi altra potenza. Qualsiasi Stato che possieda una preponderanza di potere, come gli Stati Uniti, rifiuterà le restrizioni esterne su quel potere. Qualsiasi ‘ordine basato su regole’ proposto da un egemone, sarà esercitato al servizio dell’egemonia, non il contrario.

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