L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 agosto 2022

L'Infame, il VOSTRO Mario Draghi ha annusata l'aria e si è dimesso pur avendo la fiducia della maggioranza del Parlamento ma è pronto a rientrare se il Quirinale diventa certo. A questo individuo dell'Italia non gliene frega niente

DRAGHI/ E quella tempesta perfetta che racconta un’altra crisi di governo
Pubblicazione: 07.08.2022 - Marco Zacchera
Nell’ultima conferenza stampa Draghi ha parlato di “previsioni preoccupanti per il futuro”. Confermando alcune ipotesi che circolavano

Mario Draghi (LaPresse)

Chissà se Mario Draghi è un buon giocatore di poker, certamente ha “passato la mano” al momento migliore e lo ha indirettamente confermato anche durante la sua conferenza stampa pre-ferragostiana, pur gestita con l’aplomb del giocatore consumato.

Tra sorrisi, inchini e strette di mano ha illustrato il suo“decreto aiuti bis” che tra bonus, benefit e sconti vari tocca un po’ tutti, in una girandola di cifre da far girar la testa, ma che – in buona sostanza – distribuisce a pioggia somme relativamente modeste, utili soprattutto per tenere tranquilla la gente e scavallare il 25 settembre.

Alle domande pericolose Draghi non ha risposto e – per esempio – all'obiezione che l’inflazione è dovuta soprattutto al caro energia pur con la presenza di scandalosi iper-profitti per le imprese petrolifere ha confermato che questa è una vergogna sociale inammissibile, ma sorvolando sul fatto che il suo governo (e quello europeo) non si sono certo distinti per interventi di particolare severità nei confronti delle multinazionali energetiche, anzi. D’altronde la sola Eni nel primo semestre 2022 ha registrato un utile apri a quasi metà dell’intero “decreto bis”.

L’aspetto più importante dell’incontro è stato però lo sguardo al futuro. Draghi non ha voluto schierarsi né tifare su chi saranno i suoi successori – augurando a tutti con un po’ di ironia ed un salomonico ecumenismo solo una buona campagna elettorale – ma non sono mancati i suoi accenni preoccupati all’autunno (“previsioni preoccupanti per il futuro”), a quel futuro prossimo venturo che potrebbe configurarsi per l’Italia come l’imminente tempesta perfetta, oggi scenario scuro come il cielo prima di un temporale d’agosto.

Sarà una combinazione, ma Moody’s è subito scattata come un falco assegnando un outlook negativo all’Italia, l’Istat ha ammesso un aumento a doppia cifra dei costi degli alimentari (ma non erano al 6% solo due mesi fa?), l’indice industriale a giugno ha segnato il secondo ribasso consecutivo dopo quello di maggio, i tassi Bce sono in rapido aumento. Tutto a confermare quello che da queste colonne diciamo da tempo: non è stato solo Conte a frantumare il governo Draghi, ma è stato lo stesso premier che – annusata l’aria – ci ha messo del suo per non bruciarsi le dita.

Chiamato da Mattarella a tamponare la situazione nel pieno della pandemia diciotto mesi fa, Draghi ha messo tutto il peso del suo charme a livello europeo per ottenere i fondi del Pnrr (o almeno la loro promessa) ma sa benissimo che sarà ben difficile per l’Italia mantenere gli impegni e quindi che in quel momento gli converrà essere altrove, mantenendo intatta la sua credibilità personale, come i campioni che vengono richiamati in panchina a pochi minuti dal termine di una gara ormai vittoriosa per raccogliere l’ovazione della folla.

Se ci si riflette con attenzione il governo Draghi non ha infatti varato alcuna riforma sostanziale, ha tamponato bene la gestione corrente godendo di una pax sociale grazie alla sinistra di governo e godendo di tassi bassi a livello finanziario, ma il premier sa benissimo che un patto di unità nazionale può durare nel breve tempo, non certo per una legislatura.

Occorreva quindi passare alla svelta il cerino acceso ad altri e che le new entry vadano da sole a sbattere alla prima occasione incartandosi in una crisi da cui, chiunque governerà, rischia di venirne disastrato.

Anche perché Draghi ha toccato con mano l’infantilismo delle liti tra partiti tanto che, anche volendo, “Governare gli italiani non è difficile, è inutile” aforisma assegnato prima a Giolitti e poi a Mussolini, ma sempre d’attualità.

Difficile mantenere le regole e limiti di bilancio soprattutto in clima pre-elettorale, quando tutti i partner di governo cercano disperatamente visibilità sia contro gli avversari che – soprattutto – nei confronti degli alleati attuali o potenziali.

Scelta tecnicamente e tempestivamente perfetta, insomma, con Draghi che raccoglie applausi e ne esce al tempo giusto conquistando perfino l’aureola del martire, “vittima” di una congiura di palazzo.

Difficile pensare che Mattarella non lo premierà a medio termine con un seggio a vita al Senato che, peraltro, sarebbe pure meritato.

Intendiamoci: Draghi il posto lo avrebbe voluto al Quirinale, ma a questo mondo bisogna pur accontentarsi e l’occasione – magari – prima o poi arriverà.

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