L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 agosto 2022

L'unico provvedimento intelligente basato sui crediti d'imposta (creazione di moneta sussidiaria come a sua volta erano le cambiali) il VOSTRO maledetto Mario Draghi, i suo governo pieno di servi e partiti pronti a leccare con Parlamento imbambolato, ha cercato di affossarlo del tutto. Tutti in prigione e buttare via le chiavi

PIL +1%/ E i conti sul superbonus che qualcuno non ha saputo fare
Pubblicazione: 01.08.2022 Ultimo aggiornamento: 06:39 - Sergio Luciano
A sorpresa il Pi italiano accelera a +1% nel secondo trimestre. Gli interventi prociclici non piacciono all’Ue, ma se fatti bene servono

LaPresse

Con pudore sospetto, il ministero dell’Economia ha ammesso, l’altro giorno, nel suo comunicato ufficiale, che l’impennata inattesa del nostro Pil – che ha tra l’altro determinato un calo dello spread a 218 punti, nonostante le dimissioni del governo Draghi – è da ricondurre anche “a corposi interventi realizzati con la Legge di bilancio 2022” e ai “numerosi decreti emessi dal Governo”.

Non si fa esplicita menzione dell’unico intervento davvero corposo, ossia il superbonus del 110% che tanto scandalo aveva destato da quelle parti per l’inflessibile rigorismo del ministro Franco, fedelissimo declinatore del pensiero draghiano; ma evidentemente qualcosa di utile si combina nel finanziare investimenti semidurevoli; se poi l’amministrazione pubblica – enti centrali ed enti locali in complice gara di incapacità – è talmente brocca da farsi frodare dai soliti ignoti, e i 35mila dipendenti dell’Agenzia delle Entrate sono troppo impegnati a perseguitare chi paga già molte tasse per spremergliene di più anziché scovare chi non le paga o chi le elude, la colpa forse non è del 110%.

Che poi, sia chiaro: farsi i lavori in casa recuperando tutta la spesa è una pacchia, e siamo d’accordo. Però, facciamo due conti. Se il signor Rossi spende 100mila euro che lo Stato gli restituisce, di riffa o di raffa, attraverso le banche che scontano in anticipo il credito d’imposta riconosciuto ai fornitori, cosa significa? Che i fornitori non pagano le tasse, d’accordo; ma con quei soldi pagano stipendi e comprano beni e servizi da terzi, i quali (stipendiati e subfornitori) invece le tasse sui loro stipendi e sulle fatture emesse e incassate le pagheranno eccome; dunque il ciclo virtuoso-vizioso del denaro fiscale, che uscito dalla tasca del cittadino vi rientra perché i fornitori vengono pagati dallo Stato sotto forma di minori imposte, riprende in buona parte vigore a valle del primo sconto, perché una volta scontati i crediti d’imposta ai fornitori di primo livello, il denaro così prodotto, nei passaggi inferiori torna ad essere oggetto di prelievo…

La sensazione è che questo genere di interventi prociclici non piacciano a chi progetta la politica economica con l’approccio ortodosso dell’“ordoliberismo” tedesco di sempre. In realtà i fatti dimostrano che tutte le volte in cui la leva fiscale è usata intelligentemente per sciogliere le briglie all’economia, determina ritorni importanti, che sul lungo termine superano i costi iniziali. Peccato che la contabilità europea – dettata dai tedeschi dell’altro ieri, perché quelli di ieri hanno permesso il “Quantitative easing” e quelli di oggi saranno tra poco loro a chiedere quattrini all’Europa – questi calcoli non li sappia fare e per esempio non contempli il valore della maggior Iva incassata dalle accresciute vendite di auto elettriche agevolate in un momento in cui il mercato le auto o le compra elettriche (o almeno ibride) o non le compra proprio.

Attenzione, però: sarebbe sbagliato ricondurre l’impennata inattesa del Pil unicamente ai provvedimenti del governo di sostegno all’economia in genere o al superbonus in particolare. Un po’ come alle Olimpiadi di Pechino, lo squadrone Italia stupisce sempre e performa meglio di tutti nelle situazioni di difficoltà estrema, dove alla forza del metodo e dell’ordine – che connota le società di altri grandi Paesi industrializzati, appunto la Germania o la stessa Cina nel suo guado verso il pieno benessere – si contrappone in misura e maniera vincente la creatività e la foga con cui la media impresa italiana si applica alla produzione, senza guardare orari, né sabati né domeniche e facendo tripli e doppi turni per inseguire la domanda quando c’è e soddisfarla.

Va segnalata a questo riguarda la proposta di Carlo Cottarelli per una detassazione totale dei premi temporanei di produzione che le imprese volessero dare ai loro dipendenti in chiave compensativa del carovita, senza quindi compromettere i dogmi sindacali sui tetti agli straordinari ma semplicemente dimezzando il costo in capo agli imprenditori che vogliano e possano aiutare con questa misura le loro maestranze in una fase di ristrettezze. Sarebbe una cosa buona e giusta. E probabilmente non verrà fatta, forse perché non è abbastanza rigorosa.

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