L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 agosto 2022

ma la progettualità covid, L'EMERGENZA, viene sconfitta dalla guerra igiene del mondo, catalizzatore, acceleratore sociale ne vedremo delle belle basta aspettare settembre, il mese non è lontano e qualcuno/molti dovrà/dovranno correre per ripararsi dai forconi. È scritto, ci sono i segnali, un fiume in piena si sta preparando e il caldo un altro acceleratore, di solito individuale, questa volta sociale perchè si è voluto furbescamente portare al voto milioni di persone, istantaneamente, dopo la tremenda afa, focalizzando tematiche che si accendono/accenderanno come fiammiferi, come stoppia sotto la calura. ATTENTI! La pentola bolle e accumula energia, due anni e mezzo sono tanti, scoppierà e tutto/i travolgerà! La guerra igiene del mondo elimina barriere mentali e fisiche e non sarà tutto come prima

Imparare da questi anni
di Paolo Bartolini
3 agosto 2022

Perché insistere a “ragionare” su quanto accaduto dal marzo 2020 ad oggi, perché tornare sul Covid-19, sulla gestione controversa e a tratti autoritaria del fenomeno, su strumenti dannosi e discriminanti come il famigerato Green Pass? Il motivo, per quanto mi riguarda, è presto detto: perché gli eventi recenti sollevano, tra mille altre, la questione decisiva dell’uso della ragione in situazioni complesse. Un tema che incrocia, evidentemente, la crisi contemporanea della democrazia e l’esigenza di non arrendersi al peggio.

In condizioni di emergenza bisogna agire, certo, a questo servono le istituzioni. Ma ciò significa eliminare ogni possibilità di dibattito, ogni prospettiva sgradita, ogni confronto critico? La razionalità, in Occidente, segue un progressivo scollamento dalle sue origini filosofiche, o forse una dissociazione patologica iscritta proprio nel suo DNA. A forza di astrarre, universalizzare e tentare di dominare il molteplice mediante la formattazione dei viventi (umani e non umani), la ragione si è tramutata in razionalità strumentale, calcolante e industriale (come dice giustamente l’amico Lelio Demichelis).

Una razionalità unidimensionale, violenta, appiattita su criteri di funzionamento e di accumulazione quantitativa. Questo è l’approdo di un lungo tragitto storico che ha condotto all'odierna globalizzazione neoliberale. Gli effetti sono nuove e realissime emergenze: sanitaria, ecologica, sociale, democratica, geopolitica… Sbaglia, e di grosso, chi cerca di negare la “pandemia” rubricandola a finta scusa per instaurare laboratori di controllo sociale a cielo aperto. La posta in gioco è molto più sottile e rende parziali e pericolose tanto le letture complottiste degli eventi quanto quelle conformiste e filogovernative a prescindere.

Le emergenze sono reali, hanno già attraversato la soglia e sono qui con noi, per restare. Ma come affrontarle, e quale diagnosi effettuare sulle loro concause, diviene il fulcro di un ragionamento collettivo ancora da fare. Se c’è stato un laboratorio per sperimentare soluzioni autoritarie sulla pelle delle persone (e in Italia è difficile negarlo), esso è stato costruito per spostare l’attenzione dai problemi reali e per scaricare le tensioni verso il basso, producendo polarizzazioni e divisioni funzionali solo al potere.

Il Problema da negare, l’elefante nella stanza, è l’insostenibilità del tecno-capitalismo e, sul piano geopolitico, la crisi inarrestabile di egemonia degli USA. Questo Giano bifronte ci sta precipitando nel baratro, inutile girarci attorno.

Il pilota automatico del sistema non può tollerare – sul versante sanitario – un rafforzamento massiccio della sanità pubblica, un rilancio della medicina territoriale, l’uso accorto di vaccini prodotti con tecnologie più rodate secondo fasce di età e di rischio, la ricerca e adozione di cure appropriate per evitare l’ospedalizzazione, ma soprattutto non può ammettere esitazioni e rallentamenti, dunque alcun dibattito intorno ai dati scientifici a disposizione. Sul piano ecologico, invece, gli equilibri di morte attuali non sono conciliabili con alcuna decrescita guidata, con l’abbandono delle energie fossili, con una riconversione profonda dell’economia, con la riduzione progressiva del consumo di suolo e di risorse, con la difesa a oltranza dei beni comuni. E così via.

Il nodo profondo della questione, in definitiva, lo formulerei così: come utilizziamo la ragione comune quando gli effetti disastrosi di un sistema letale si rivelano e minacciano le vite degli umani e degli ecosistemi? L’urgenza del momento, ma ancor più la necessità per i ceti dominanti di rendere impossibile una riconfigurazione della società contemporanea, hanno inibito qualunque “sospensione del giudizio”, qualunque meditazione sul “che fare?”, preferendo operare sul versante repressivo. Puntare tutto su dei vaccini prodotti con tecnologie avanzate ma non necessariamente sicure (garantendo profitti giganteschi alle multinazionali farmaceutiche e dispensandole da conseguenze relative agli eventuali effetti avversi prodotti dai nuovi sieri), colpevolizzare il dissenso, dar vita a un dispositivo inutile come il lasciapassare verde (imposto mentendo pubblicamente, cioè facendo credere che solo i non vaccinati fossero contagiosi), moltiplicare norme confuse e capillari finalizzate a disciplinare la popolazione senza riuscire, fra l’altro, ad arrestare i contagi: tutto questo e molto altro testimonia il tentativo di cancellare la ragione umana come esercizio pubblico, dialettico e armonizzante. Eseguire e obbedire, invece di partecipare, interrogare, fare proposte. Ecco spiegato il rimando, filosoficamente inaccettabile, a una Scienza con la “s” maiuscola che dovrebbe abolire ogni scetticismo, offrendo a tutte/i una verità indiscutibile. Dobbiamo allora riscoprire una ragione plurale, aperta, rigorosa e insieme capace di non sovrapporre la logica delle procedure astratte alla vita complessa degli esseri umani (e degli ecosistemi con cui evolviamo in accoppiamento strutturale).

Come risponderemo alle prossime emergenze? Quali saranno tali e quali, invece, potrebbero essere questioni di normale amministrazione all’interno di una società finalmente liberata da privatizzazioni selvagge e pulsioni mercatiste onnipervasive?

Oggi, in questa torrida estate segnata da una frettolosa campagna elettorale, non è ancora chiaro a tutti che gli effetti tossici della gestione ambigua e feroce della sindemia Covid-19 continuano a lasciare tracce, a scavare nell’inconscio sociale, a dividere le persone. Non è in gioco, qui, solo il tema della libertà di scelta nelle cure, ma qualcosa che è decisamente più “a monte”: la possibilità/capacità di riflettere su quanto sappiamo oggi della salute psicofisica e spirituale, e dei fattori disgreganti che producono malattia e disagio. Come cogliere l’opportunità di un’inversione di tendenza rispetto alla follia tecno-capitalista, senza un ripensamento intorno alle condizioni trascendentali del pensiero?

Gli estremi del complottismo paranoico e del conformismo ubbidiente rappresentano, ai miei occhi, due modi simmetrici e complementari di paralizzare l’impiego di quella che voglio definire come una “ragione non totalitaria”. Una ragione che non è fredda, distaccata, ma sa restare lucida dandosi nell’articolazione tra pensiero critico e senso comune (come lascia intendere Miguel Benasayag nel suo recente Il ritorno dall’esilio).1

Del resto il centro nevralgico di questa mia riflessione può essere rintracciato nel compito che ci attende: ordinare, tra ragione e passione, il caos che ci avvolge e compenetra, esito concreto della civiltà dell’accumulazione economica giunta al limite delle sue capacità di autoriproduzione.

A sinistra, dove spesso non si comprende la portata velenosa di uno strumento come il green pass, dovrebbe nascere qualche dubbio: siamo proprio sicuri che il rigetto di un dispositivo siffatto esprima irrazionalismo e indifferenza, e non sia invece un sintomo salutare di una ragione incarnata nelle storie dei singoli, che vuole dire la sua, che non accetta finte soluzioni a problemi reali? Come tollerare l’assenza di una democrazia cognitiva nel terzo millennio, ora che le crisi molteplici indotte dal sistema ci affidano a una comunanza planetaria di destino, quindi a decisioni delicate che coinvolgono ciascuno di noi? Dobbiamo per forza morire schiacciati dal populismo delle élite, da scelte calate dall’alto e senza contraddittorio?

Se vogliamo trovare una terza via tra globalismo dell’ingiustizia sociale/climatica e sovranismi di corto respiro, dobbiamo articolare proposte politiche capaci di tenere insieme ragione e immaginazione, libertà, cura e responsabilità. Nulla che – se pensiamo nuovamente alla sanità – debba sfociare in obblighi vaccinali immotivati, ricatti inconcludenti, feroci contrapposizioni giocate a colpi di insulti sui social. Nella parola “sindemia” – secondo la quale un agente patogeno danneggia soprattutto quegli organismi situati in condizioni di penuria, mancanza di accesso adeguato ai servizi sanitari e alle cure, soggezione a razzismo e discriminazione, esposizione a inquinamento dell’aria e non solo…– vi è un buon seme di partenza per sviluppare un pensiero ecologico che rifiuti soluzioni semplicistiche (e spesso brutali) a problemi complessi.

Se il pilota automatico neoliberale funge da attrattore gravitazionale per i comportamenti sconclusionati e irrazionali dei ceti dominanti, pronti ad approfittare di ogni emergenza per intensificare il controllo su lavoratori e cittadini in genere, sta a noi rivendicare il diritto inalienabile all’uso della ragione. Cosa che regolarmente dovremmo esigere anche per la guerra in Ucraina, ben oltre qualsiasi umanesimo di principio, in nome piuttosto di un processo continuo di umanizzazione. Interrompere le sanzioni boomerang alla Russia, rilanciare negoziati e trattative per un accordo possibile, smettere di sacrificare gli ucraini e noi europei agli interessi dei produttori d’armi e degli Stati Uniti d’America, uscire gradualmente da logiche di potenza che non vedono sullo scacchiere internazionali attori buoni e attori cattivi, ma funzioni di un gioco spietato che si alternano per mantenere in piedi i privilegi di pochi contro la vita di molti.

Abitare al crocevia tra cuore e ragione, accendere il dialogo dove si erigono grige barricate, individuare i veri avversari e smettere di totalizzare quello che è aperto e che non può essere mai “concluso”. In fondo si tratta di ripensare e praticare la democrazia al termine della notte. Né più, né meno. Non perdiamo, dunque, l’occasione di interrogare quanto è successo in questi anni e impariamo anche a chiedere scusa, perché una razionalità che non riflette sulla propria deriva diventa il braccio armato delle peggiori mostruosità.

Note

1 M. Benasayag, B.Cany (2021), Il ritorno dall’esilio. Ripensare il senso comune, Vita&Pensiero, Milano 2022.

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