L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 agosto 2022

Mai fidarsi degli Stati Uniti. Prima creano l'inflazione, poi la combattono esportandola nel mondo e creando Recessione. Un capolavoro di ingegneria monetaria

Così il T-bond USA è tornato al 3%, fermando l’oro
Il T-bond a 10 anni degli USA è tornato ad offrire un rendimento del 3%, risalito così ai massimi da un mese e schiantando l'oro.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 23 Agosto 2022 alle ore 06:29


I rendimenti obbligazionari sono tornati a salire da Ferragosto. Ieri, il T-bond americano a 10 anni offriva nuovamente il 3% dopo un mese. Solamente agli inizi di agosto, risultava sceso sotto il 2,60%. In Italia, spread sul tratto decennale in area 230 punti e BTp a 10 anni al 3,55%. Per capire di cosa stiamo parlando, dovremmo guardare alle aspettative del mercato con riferimento il livello dei tassi d’interesse negli USA. A settembre, la Federal Reserve sarà certamente chiamata ancora una volta ad alzare il costo del denaro. E’ fuori dubbio che accada, l’incertezza resta sul quanto. E se fino a qualche seduta fa, il mercato scontava un rialzo dei tassi nell’ordine del mezzo punto percentuale, adesso prospetta un +0,75%, così come negli ultimi due board di giugno e luglio.

Rialzo tassi FED colpisce T-bond e oro

Se le aspettative si rivelassero corrette, tra poche settimane i tassi FED salirebbero dal 2,50% al 3,25%. Proprio questa prospettiva sta innalzando i rendimenti dei T-bond, rafforzando il dollaro e trascinando al ribasso tutto il mercato obbligazionario nel resto del mondo. Un male per l’oro, che prima di Ferragosto era risalito sopra 1.800 dollari l’oncia, mentre ieri si attestava a 1.730 dollari, vale a dire ai minimi da quasi un mese.

Un T-bond a 10 anni al 3% si mostra molto appetibile per i capitali, i quali trovano poco sensato optare per un asset senza cedola come il metallo. E dire che le aspettative d’inflazione stiano “surriscaldandosi” dopo mesi di “raffreddamento”. Stando al “breakeven” a 5 anni negli USA, risultavano ieri al 2,73%, un quarto di punto percentuale sopra i livelli di inizio luglio.

Si allarga la divergenza monetaria

Chi acquistasse oggi un T-bond a 5 anni al 3,10%, si porterebbe a casa un rendimento lordo reale di quasi lo 0,40%.
Tanto basta per far affluire capitali negli USA. Del resto, l’Eurozona si mostra ancora molto meno generosa. Il Bund a 5 anni offre poco più dell’1%, la metà del target d’inflazione fissato dalla BCE per il medio termine. Bisogna venire in Italia per trovare rendimenti appetibili, ma da noi il problema è dato dal rischio sovrano percepito.

In generale, dinnanzi a tassi d’inflazione fuori controllo le banche centrali non possono affievolire la rispettiva retorica a favore della stretta monetaria. Tutto questo spinge in alto i rendimenti sovrani e corporate, specie per i T-bond. E’ più credibile, in effetti, che la FED riesca a portare avanti il suo programma restrittivo, compresa la riduzione del bilancio, che non la BCE. Quest’ultima è alle prese con lo spettro di una grave recessione dell’economia nell’Eurozona, provocata dalla crisi energetica. E’ questa accresciuta divergenza monetaria che ha portato ieri il cambio euro-dollaro sotto la parità.

Nessun commento:

Posta un commento