L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 agosto 2022

Siamo in stagflazione ma non bisogna dirlo. Recessione+inflazione

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Ecco cosa significa per tutti noi che l’America è in recessione
Vediamo qual è il significato per noi del fatto che l'economia americana sia già entrata nella recessione "tecnica"
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 01 Agosto 2022 alle ore 06:23



Mercoledì scorso, la Federal Reserve alzava i tassi d’interesse di un altro 0,75% al 2,50%. Il governatore Jerome Powell allontanava lo spettro della recessione per l’economia americana per concentrarsi sulla battaglia contro l’inflazione, salita al 9,1% a giugno. Il giorno seguente, i dati sul PIL USA confermano: è recessione tecnica! Calo trimestre su trimestre dello 0,9% dopo il -1,6% accusato nel primo trimestre. Formalmente, quando l’economia si contrae congiunturalmente per due trimestri consecutivi, è recessione. Una bella botta per gli americani, pur non del tutto inattesa. I segnali di rallentamento vi erano già da mesi, ma forse nessuno si aspettava tra gli analisti che si sarebbe verificata una recessione della prima economia mondiale a distanza di appena due anni dalla precedente provocata dalla pandemia.

Cosa dicono i dati? I consumi privati, che incidono per quasi il 70% del PIL USA, sono diminuiti dell’1% nel secondo trimestre dell’anno. Gli investimenti nel comparto immobiliare hanno segnato un pesante -14%. Nel frattempo, sono venuti meno anche gli stimoli fiscali legati alla pandemia, cioè si è ridotta la spesa pubblica. I redditi reali sono diminuiti di circa mezzo punto percentuale a causa dell’inflazione. Ed ecco che si è giunti alla recessione.

Cosa significa per l’economia mondiale? In primis, che la Federal Reserve non sarà verosimilmente capace di portare a compimento la stretta monetaria contro l’inflazione. Scordatevi tassi USA al 4% o più. Sarà un successo se arriveranno al 3,50%. Gli stessi investitori adesso intravedono il 3,50% entro l’anno, quando fino a pochi giorni prima supponevano il 3,75%. E già dalla prossima primavera ripartirebbe la stagione dei tagli.

L’impatto della recessione sull’Area Euro

Il cambio euro-dollaro da un po’ di sedute è tornato a respirare, pur restando nei paraggi vicino alla parità. In effetti, la BCE dovrebbe aumentare i tassi dello 0,50% anche a settembre, data l’accelerazione dell’inflazione all’8,9% a luglio nell’Eurozona. Ma siamo così sicuri che la stretta nel Vecchio Continente procederà spedita? Anche la Germania sarebbe sull’orlo della recessione, mentre lo spettro della crisi energetica in autunno “surriscalda” da un lato le aspettative d’inflazione, ma dall’altro fa temere il peggio per l’economia nell’area.

Per essere chiari, le banche centrali tenteranno ancora in estate di reagire all’inflazione alle stelle alzando i tassi. Dopodiché prospetteranno una pausa per verificare le condizioni dell’economia. Una mano di aiuto – sperano – gliela daranno le materie prime, i cui prezzi si “sgonfieranno” proprio per effetto delle avvisaglie di crisi. Negli USA, le aspettative d’inflazione misurate dallo spread tra Treasury e TIPS a 5 anni stanno assestandosi da settimane sotto il 2,70%. Restano superiori al target FED del 2%, ma in forte calo dal 3,60% sfiorato a maggio.

Attenzione al mercato immobiliare. Il mix tra esplosione dei prezzi e rialzo dei tassi dei mutui sta rendendo sempre meno facile per le famiglie acquistare casa. Ciò rischia di provocare l’implosione. E gli USA, memori del disastro mondiale provocato nel 2008 proprio dal crac dei mutui subprime, vorranno evitare che ciò si ripeta. Dunque, freno alla corsa dei prezzi sì, ma tassi elevati rischiano di azzerare la domanda e allo stesso tempo di contrarre gli investimenti al punto da impattare negativamente persino sull’offerta. La stretta monetaria globale, iniziata da poco, sembra già quasi segnata.


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