L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 5 agosto 2022

Stati Uniti nel caos completo

Un altro fallimento di Biden in Medio Oriente ci consegna alla stagflazione
La visita del presidente Joe Biden non ha sortito gli effetti sperati, Prezzo del petrolio destinato a restare alto, stagflazione più vicina.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 05 Agosto 2022 alle ore 06:42


Forse non c’è stata negli ultimi decenni alcuna amministrazione americana ad avere inanellato un fallimento dietro l’altro, specie in politica estera. A meno di un anno dalla rovinosa ritirata delle truppe americane dall’Afghanistan, l’economia mondiale è sull’orlo della stagflazione. E l’ultimo flop del presidente Joe Biden rischia di aggravare lo scenario. A luglio, l’inquilino della Casa Bianca aveva preso il volo per Riad, dove ha incontrato gli esponenti della potente famiglia reale nel tentativo di convincerli ad aumentare la produzione di petrolio. Premessa: per mesi il principe Mohammed bin Salman si era anche solo rifiutato di rispondergli al telefono. Il regno è fortemente irritato con l’amministrazione Biden per averlo definito “uno stato paria” a seguito del brutale omicidio di Jamal Khashoggi all’ambasciata saudita in Turchia.

Biden umiliato dai sauditi

Mercoledì si è avuta la conferma che l’incontro tra Biden e i sovrani sauditi non abbia portato buone nuove. L’OPEC+ ha deciso di aumentare l’offerta di petrolio di appena 100.000 barili al giorno a partire dal mese di settembre. Mai il cartello guidato dall’Arabia Saudita aveva annunciato un incremento così ridicolo. Le attese erano per un +300.000 barili al giorno.

Il segnale che è arrivato dall’OPEC+ è piuttosto chiaro: i principali paesi esportatori di petrolio se ne stanno infischiando del rischio stagflazione nell’Occidente. Essi hanno la necessità di risollevare le rispettive finanze statali dopo anni di politiche di austerità fiscale per compensare le minori entrate dal petrolio. Va anche detto che i sauditi estrarranno qualcosa come 11 milioni di barili al giorno, quasi un record nella sua storia. Non a caso, nel secondo trimestre la sua economia è cresciuta di quasi il 12% su base annua.
Ma non dimentichiamo anche che ormai l’OPEC+ comprende la Russia di Vladimir Putin, per cui sul piano geopolitico appare incline a condividerne le posizioni.

Il Brent mercoledì accelerava sopra i 100 dollari dopo l’annuncio. La situazione è incandescente, con la Russia che ha chiuso i rubinetti del gas all’Europa, non consentendole di accumulare riserve in vista dell’inverno. Peraltro, le sue truppe avanzano nel Donbass, conquistando territorio ucraino. Allo stesso tempo, la Cina è andata su tutte le furie sulla visita di Nancy Pelosi a Taiwan e minaccia “serie ripercussioni” ai danni dell’America, nonché una risposta militare contro l’isola.

Il mondo verso la stagflazione

Ci sono tutti gli ingredienti per una perfetta stagflazione: mondo in subbuglio, petrolio e gas che rincarano, catene di produzione che saltano, tendenziale chiusura dei mercati sul piano commerciale ed economia in rallentamento, già in recessione negli USA. L’aspetto più grave è che i sauditi abbiano alzato il dito medio agli americani dopo la visita di Biden, quasi a voler umiliare il loro massimo rappresentante, cioè l’uomo più potente del mondo.

In Asia, c’è un blocco di paesi che sta ignorando le sanzioni contro la Russia, il quale al contrario sta integrandosi con essa. Parliamo di Cina, India e l’Arabia Saudita, oltre che naturalmente la stessa Russia. Se fino a pochi giorni fa aleggiava ancora la flebile speranza che Pechino avrebbe indotto l’alleato russo a più miti consigli sull’Ucraina, dovendo salvaguardare la propria sfera di relazioni commerciali con l’Occidente, dopo l'”incidente” di Taiwan quella porta sembra essersi chiusa.

Se in un qualche modo l’isola dovesse accusare tensioni tali da non riuscire ad esportare le proprie merci, si arresterebbe la produzione di beni come elettronica di consumo, elettrodomestici e auto in tutto il mondo. Essa produce la quasi totalità dei chip di gamma alta esistenti. La carenza dei mesi scorsi è stata dovuta in buona parte proprio al blocco della produzione a Taiwan dopo un focolaio di Covid in uno dei suoi stabilimenti.
E l’ultima cosa di cui il mondo oggi avrebbe bisogno sarebbe il fermo della produzione di svariati prodotti di largo consumo e durevoli, la cui carenza spingerebbe ancora più in alto l’inflazione e farebbe sprofondare il PIL. La stagflazione, appunto.

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