L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 21 settembre 2022

Bisogna aver paura degli Stati Uniti, possono arrivare i colpi di coda di un impero che sta collassando. Pensavamo che i tempi sarebbero stati lontani e c'è ne saremmo accorti. Invece siamo nel pieno del vortice e diventa difficile capirlo

mondo
20 settembre 2022


Il titolo della nostra nota è ripreso da un articolo di Andrew Corbley pubblicato su Antiwar che inizia così: “Negli ultimi 50 giorni, l’esecutivo e il Congresso di Washington hanno fatto più di quanto si è fatto negli ultimi 50 anni per convincere la Cina che la politica imperiale americana è semplicemente implacabile e deve essere affrontata con la forza”.

“Questo non vuol dire che sia scontato che la Repubblica popolare cinese invada il vicino oltre lo Stretto di Taiwan, ma vuol dire che se gli strateghi di Washington si riunissero per stilare un elenco su come facilitare tale invasione, a oggi avrebbero probabilmente sparato tutti i proiettili”.

Il riferimento è alle recenti dichiarazioni e iniziative incendiarie dell’amministrazione americana. Anzitutto la visita della Pelosi a Taiwan, che ha alimentato le pulsioni separatiste di alcune forze dell’isola, viaggio sul quale avevano espresso contrarietà il Pentagono e la Casa Bianca, che però ha dichiarato di non poter far nulla per impedirla, a motivo della separazione dei poteri.

L’ambiguità pericolosa di Washington

Una passività criticata da Corbley, secondo il quale tale posizione “è dubbia, dubbi accresciuti dal fatto che [Biden] ha successivamente spinto rapidamente e silenziosamente per la vendita di armi per 1,1 miliardi di dollari a Taiwan”.

Non solo, “l’ambiguità dimostrata nell’occasione dall’amministrazione Biden […] ha aperto le porte a una sfilata di legislatori che hanno seguito le orme della Pelosi, senza che nessuno di loro dichiarasse uno scopo significativo che motivasse le visite”.

Così veniamo alle recenti dichiarazioni di Biden, che ha nuovamente dichiarato che l’America è pronta a scendere in campo a fianco di Taiwan in caso di un’invasione “senza precedenti” da parte di Pechino.

Parole che suscitano anche una certa ilarità, dal momento che, come annota Corbley, non ci sono “precedenti”, così che più che limitare il campo delle possibilità di un intervento americano, lo ampliano: qualsiasi iniziativa militare di Pechino, reale o percepita che sia, farebbe scattare una risposta.

Così che appare corretta l’interpretazione che Corbley ha dato a quel discorso, cioè che con quelle parole Biden “ha ricordato ancora una volta a Pechino che lui e il Congresso stavano trasformando Taipei in un protettorato degli Stati Uniti.

Come successo in passato, l’amministrazione Usa ha successivamente chiarito le parole del presidente. Ma, come annota Corbley, tale chiarimento ha solo aggiunto altre ambiguità.

“Il presidente lo ha già detto, anche a Tokyo all’inizio di quest’anno [che l’America sarebbe intervenuta, ndr]”, ha detto il portavoce della Casa Bianca. “Ha anche chiarito che la nostra politica riguardo la questione di Taiwan non è mutata”.

Parole che Corbley ha commenta così: “Piuttosto che dire ‘il presidente si è espresso male, la nostra politica su Taiwan non è cambiata’, il portavoce non ha dato nessuna rassicurazione sul fatto che la politica ufficiale dell’era Carter, fondata sull’ambiguità strategica nei confronti di Taiwan, non era affatto ridotta a brandelli né in toto né in parte”.

La follia del Taiwan Policy Act

Tale ambiguità, prosegue il cronista, toccherebbe l’apice se il Congresso approvasse il Taiwan Policy Act portato all’attenzione del Senato dalla commissione per gli Affari esteri, dal momento che esso dispone: “6,5 miliardi di dollari per nuove armi e addestramento, una speciale ‘fornitura di guerra’ di 500 milioni di dollari all’anno e la designazione di Taiwan come principale alleato ufficiale non NATO, lo stesso status del Giappone”.

Non solo, si prevede che Taiwan sia riconosciuto come un “paese con un proprio governo, conferendogli uno status internazionale, riconoscendogli un’araldica militare e consentendogli di aprire una propria ambasciata ufficiale”. Un atto che secondo il Consigliere per la Sicurezza nazionale Sullivan contiene elementi accettabili e altri “preoccupanti”. Ancora ambiguità sul tema.

Sembra così che la Casa Bianca abbia mutato profondamente il significato di ambiguità strategica che finora ha preservato la pace con la Cina, con gli Usa che non riconoscevano l’indipendenza di Taiwan e Pechino obbligata a non intervenire.

Invece, scrive Corbley, ora l’amministrazione Biden dà all’ambiguità strategica un’interpretazione letterale, cioè agire secondo “una strategia ammantata di ambiguità”.

“La storia recente delle operazioni militari statunitensi – aggiunge – suggerisce che tale ambiguità non nasce solo per ingannare Pechino, ma è il risultato della tendenza irrefrenabile delle autorità statunitensi, le quali agiscono nel mondo attraverso la combinazione di oniriche aspirazioni wilsoniane e inconciliabili condizioni politiche e geopolitiche del mondo reale, con obiettivi militari”.

Un’ambiguità che ha prodotto frutti perversi in Afghanistan, dove l’ideale di assicurare Bin Laden alla giustizia è poi mutato in una guerra al terrore, così pure in Libia e altrove.

Ripetere lo scenario ucraino

E si sta replicando lo scenario ucraino. Poco prima della guerra, infatti, gli Stati Uniti avevano accettato l’invito dei russi a dialogare sull’Ucraina, ma mai prendendo sul serio le preoccupazioni dell’interlocutore, nulla importando che l’adesione di Kiev alla Nato, non esclusa da Washington, fosse una linea rossa.

Non solo, anche l’invio diuturno di armi a Taiwan rispecchia le dinamiche ucraine, dal momento che il massivo armamento Nato a ridosso delle coste cinesi non può non suscitare preoccupazione a Pechino.

Riportiamo quanto si legge in proposito sul sito del Ron Paul Institute: “Un gruppo bipartisan di guerrafondai del Congresso sta spingendo per fornire un pacchetto di assistenza militare multimiliardario a Taiwan. La norma includerà una nuova formula che designerà Taiwan di fatto come ‘importante alleato non NATO’. Evidentemente il modello ucraino viene applicato a Taiwan: combattere la Cina continentale fino all’ultimo taiwanese”.

Ma Taiwan non è l’Ucraina. Pechino, nel caso di un atto di forza, potrebbe limitarsi a un blocco navale dell’isola, cioè quanto accaduto a seguito della visita della Pelosi, con le prolungate esercitazioni navali della flotta cinese al largo di Taipei.

Uno scenario ipotizzato dallo stesso Corbley, che, citando un giornale taiwanese, spiega come l’isola non possa resistere a un blocco. Così che se davvero Washington vorrà agire, non potrà farlo come in Ucraina, lanciando il sasso e nascondendo la mano, ma dovrà mandare la sua flotta a forzare il blocco… scenario da terza guerra mondiale.

“Mentre l’amministrazione Biden continua a cambiare la politica di Taiwan, la Cina deve affrontare un nemico sempre più pericoloso: un ambiguo impero americano determinato ad agire”, conclude Corbley.

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