L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 settembre 2022

La narrazione covid ci ha catapultati con immediatezza dall'era dei diritti a quella delle concessioni, ma questa obbligatorietà drammatica ha nel medesimo tempo attivato per caso e necessità il bisogno di capire di andare a verificare fatti controversi e illogici. Inizialmente per pochi, via via con il passare del tempo in molti. Si è creata una massa critica difficile da smontare o convincere, anzi diventata magnete via via sempre più forte per i dubbiosi, per chi ci si è scontrato in prima persone, per amici, conoscenti, parenti, per una passa parola che è sfuggito alla propaganda ufficiale alla censura dei social

Il grande ircocervo e la mutazione genetica dello Stato
di Guido Cappelli
12 settembre 2022


In principio è stata l’emergenza. Emergenza percettiva, interiore e interiorizzata, emergenza come Weltanschauung, come profezia che si autoavvera saldando il percepito col reale.

L’emergenza è legata all’Eccezione, e l’attesa della catastrofe offre il campo – logico e psicologico, cioè politico – ai salvatori, ai messia, agli illuminati da qualche ragione superiore e qualche tecnica salvifica. Ne sono apparsi a bizzeffe, in questo tempo bisognoso di promesse: i più risibili sono quelli dell’astensione rivoluzionaria, ma questa è un’altra storia su cui prima o poi dovremo tornare.

Intanto, gli ingredienti della distopia sono belli e serviti. Bastava un nulla, l’annuncio di un pericolo, qualche immagine convenientemente manipolata, un po’ di ammuina mediatica, la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’ossessione securitaria che ha invaso la nostra opulenza ormai da mezzo secolo – proprio in concomitanza, guarda caso, con l’esplosione del consumismo compulsivo di massa, con l’illusione di un benessere per default, di una felicità in servizio permanente effettivo.

E così, eccezione dopo eccezione, uno shock dopo l’altro, il cittadino medio sembra aver dimenticato i fondamenti elementari della convivenza democratica, per lasciarsi condurre a precipizio dai nuovi conducatores, siano il truce super Mario, l’esaltata britannica, il transumanista francese o qualche altro umanoide formato alla scuola di zio Klaus (Schwab).

Non sappiamo che cosa ci sia esattamente in fondo al precipizio, ma nella discesa abbiamo già incontrato alcuni “amici” di cui difficilmente ci libereremo nei prossimi secoli, a meno di uno scatto deciso e collettivo che non si sa se sia all'orizzonte.

Il Passaporto digitale è ormai alle porte, con il suo infernale meccanismo di crediti sociali in versione occidentale (o credevate che punire i comportamenti fosse solo prerogativa cinese?). Il più grande dispositivo di disciplinamento della storia umana è ormai in funzione.

Il meccanismo è infatti legato alla possibilità stessa di accedere alla vita sociale, la partecipazione alla quale passa ad essere regolata da una serie di prescrizioni comportamentali legata in ultima istanza a un algoritmo. La famigerata “società aperta” di Popper si rivela ora per quello che era: un progetto di distruzione sistematica delle democrazie, sostituite da una “società-club” ad ammissione, per cui chi soddisfa determinati requisiti (oggi il “vaccino”, domani un qualsiasi comportamento) può partecipare alla festa, proprio come in un club.

Un sistema, dunque, di tipo autorizzatorio, che sancisce il passaggio (definitivo?) dall’era dei diritti a quella delle concessioni. Per questo ho parlato spesso di struttura neofeudale, di ritorno alla dipendenza personale, di annichilimento di secoli di sforzi sulla via delle dignità e dell’uguaglianza fra esseri umani. È questa la posta in gioco, non dimentichiamolo mai.

Sono i risultati di un processo che è iniziato con la colonizzazione della sfera pubblica da parte di quella privata, con la resa dello Stato come garante equità legale, ridotto a un attore tra tanti, obbligato a confrontarsi con colossi privati chiamati beffardamente stakeholder, cioè “portatori di interessi” – e io, vecchio ingenuo costituzionalista, che credevo che gli interessi privati fossero sottomessi alla regolazione arbitrale perequativa dello Stato!

Sì, perché il pensiero politico occidentale sa bene, dalla notte dei tempi, che i poteri privati sono pericolosi, sono nemici della giustizia distributiva. Per questo la rivoluzione neoliberista iniziatasi quarant’anni fa ha mirato, con successo, alla distruzione dello Stato.

Viviamo ora il culmine di questo processo, che ha finito per infiltrare, colonizzare le istituzioni statali, sia sul piano decisionale che su quello delle garanzie, mutandone in essenza la natura. In questo la figura “filantropo”, che sostituisce quella dello statista, è emblematica: non più diritti, ma graziose elargizioni (naturalmente condizionate) di un “signore buono”.

Qual è dunque, di che natura è il Potere che abbiamo davanti, se questo non è più propriamente quello dello Stato moderno?

Dissoltosi il meccanismo di relazione tra partiti e società, questi si sono assimilati a “comitati d’affari”, poli d’interessi legati alle ben note lobby, cioè strutture organizzate di potere (privato), a loro volta coordinate da vere e proprie istituzioni come per l’appunto il World Economic Forum. Ne è venuto fuori una sorta di monstrum che non è più Stato (fondato sul pubblico) ma non è neanche il Privato come siamo abituati a intenderlo, perché in esso l’iniziativa individuale come la intendeva il capitalismo classico è fortemente limitata dalle gigantesche corporazioni che dominano tutti i mercati.

Lo dovremo chiamare Stato postmoderno: la smaterializzazione della sovranità politica conduce dritto a lui, l’ombra dello Stato moderno, liquefattasi nel pentolone dei poteri privati globali, cosmopoliti, essenzialmente apatridi e intrisi di ideologia transumanista.

Lo Stato postmoderno ha mantenuto del suo predecessore gli apparati di controllo e repressivi, potenziandoli all’inverosimile, al servizio esclusivo degli interessi che lo occupano e lo condizionano; è questo il motivo di fondo che spiega l’espansione ipertrofica della “protezione-controllo”: in assenza di patto costituzionale, di limiti all’arbitrio dei “grandi” (come Machiavelli li chiamava crudamente), l’individuo non può più essere cittadino, ma solo corpo da controllare e dirigere.

La metafora dominante è qui quella dell’individuo-bambino, incapace di orientarsi e autoregolarsi senza la protezione del “filantropo”, degli “esperti”, dei “tecnici” in qualsiasi campo della vita umana: da quello medico a quello del comportamento pubblico e privato, anzi intimo – se è vero che l’ideologia gender, uno dei supporti ideologici di questo dispositivo, pretende di regolare gli impulsi più intimi dell’individuo.

Il potere si è concentrato a tal punto in mano a queste entità nuove, miste, gigantesche, che ne sta risultando pregiudicata la stessa impresa privata normale, di medie e anche grandi dimensioni, inglobata e dominata dai giganti che tarpano ogni creatività, ogni iniziativa personale, seppellendola sotto la grigia normalità dell’algoritmo. Questo privato ipertrofico e onnivoro non solo compete col pubblico, ma lo condiziona, lo determina, e d’altra parte soffoca la libera iniziativa, la libera impresa, perché (da Uber ad Amazon a Glovo, ma il discorso si può estendere a molteplici altri settori) è fatto per fagocitare ogni spunto individuale, annullando di fatto la stessa libertà di impresa.

Parliamo di un Privato smisurato, le cui dimensioni e connessioni alterano la natura stessa del concetto di privato sottraendolo alla dimensione individuale. Enormi conglomerati tra loro variamente collegati, che abbracciano i media, la finanza, l’edilizia, la farmaceutica: pensiamo ad AGFA (Apple Google Facebook Amazon), o a conglomerati finanziari come Black Rock. Senza contare i meccanismi di coordinamento, che ci sono e funzionano, primo fra tutti il WEF di Schwab, del quale basta analizzare il direttivo per costatare che ci sono tutti, dalla logistica ai media, dall’informazione al big pharma, alla finanza, all’edilizia, al business del cibo e dell’acqua.

Si staglia, dietro l’emergenza indotta creata coltivata, un Governo mondiale, tanto più letale per le democrazie costituzionali quanto più informale, sfuggente, proteiforme, in certa misura anche nei metodi di governo caotico, nella vocazione all’anarchia bellica, al “cupio dissolvi”, naturalmente degli altri, delle masse, degli straccioni (in cui, non illuderti, entri anche tu piccolo borghese), del troppi che infestano questo pianeta su cui tu sei, appunto, di troppo: non più cittadino e nemmeno persona, ma ammasso biologico che inquina, che sporca, che lascia una fottuta carbon footprint. Qui la parola-chiave, onnipresente nei documenti istituzionali, tanto vaga quanto minacciosa, è “sostenibilità”.

Uno strano “comunismo degli ultraricchi”, un’economia pianificata (almeno nelle loro intenzioni) dall’alto, anzi dall’altissimo, su base transnazionale e antinazionale: dalla logistica alla comunicazione, passando naturalmente per la speculazione immobiliare, l’energia, il cibo. Tutto dominato dall’alta finanza, che determina i modi di intervento e i prezzi delle risorse, dal cibo all’energia: in pratica, e in modo speculare ai crediti sociali che preparano a livello di vita individuale, anche l’accesso alle risorse da parte degli stessi Stati è divenuto un sistema di tipo autorizzatorio: una concessione condizionata, come il Pnrr.

Le istituzioni alternative a quelle costituzionali sono già emerse: non altro è il proliferare dei tribunali arbitrali privati, degli accordi di “libero commercio”, dei contratti privatistici segreti con le grandi imprese informatiche e soprattutto farmaceutiche, ma anche dell’appalto privato delle carceri o di interi spazi pubblici. Malgrado le giaculatorie di una “sinistra” ridotta a mascotte del globalismo tecnocratico (ah, i danni dell’illuminismo grezzo!), il “conflitto di interessi” (che è conflitto solo ai nostri occhi “costituzionali”, mentre ormai configura una struttura funzionale al reset postmoderno) diviene la norma di questo post-capitalismo globale: gli stessi attori dominano finanza, logistica, telematica e medicina.

Dunque non più Stato moderno, che presuppone una rappresentanza pubblica, un concetto di cittadinanza e un sistema di diritti, ma Stato postmoderno, o Non-Stato, entità tecnocratica a conduzione ultraoligopolistica, autolegittimata dalla propria (presunta) superiorità tecnologica: la legittimità non proviene più dal consenso popolare ma dalla (pretesa) efficacia tecnica delle decisione della nuova classe dominante espressa da queste potenze private infiltrate negli Stati e che usano gli Stati come strumenti.

Eccolo l’ircocervo: mostro che viene direttamente dalla notte del mito, metà cervo metà caprone, né carne né pesce, corpaccione tecnificato al servizio del più (pre)potente. La sua ideologia è molle, debole, indeterminata, liquida come l’individuo indifeso e nevrotico che vogliono produrre; non è totalitarismo classico, è piuttosto vicina a quella che un politologo profetico che scriveva dall’occhio del ciclone, Sheldon Wolin, ha chiamato “totalitarismo invertito”, e chi vi scrive “totalitarismo del bene”.

Dietro la sua apparente vaghezza, se non vacuità, dietro il suo feroce buonismo, s’indovina l’aspirazione luciferina a plasmare l’uomo, decostruirlo, manipolarlo.. per dominarlo meglio e per sempre.

Perché oltre l’uomo c’è la bestia o la divinità: ciò che è trans-umano, oltre-umano, per difetto o per eccesso. Dietro il vago buonismo, dunque, la durezza adamantina e spietata del totalitarismo, durissima nei suoi caposaldi, basati (solo in apparenza paradossalmente) sulla congiunzione di individualismo estremo (i gruppi, i sottogruppi, le identità…) e il comunitarismo rozzo della farlocca “protezione dei fragili”, della colpevolizzante traccia ecologica, insomma di una nuova etichetta tendente a porre l’individuo in una posizione di continua mancanza, di permanente timore, di costante imbarazzo, in una parola: di sudditanza.

Questo transumanesimo che prende il peggio del liberismo e del comunismo e li fonde nel “totalitarismo invertito”, vuole l’uomo ridotto a oggetto di governance, un oggetto fra tanti, incapace di autodeterminarsi al di là delle futili beghe sessuali, fragile e smemorato, in un disperato pirandelliano “rinascere ogni giorno nuovo e diverso”, in una perpetua fuga in avanti, sradicato, manipolabile ad infinitum: proprio come in quello spot pubblicitario promosso dal Foro di Davos: “You will own nothing and be happy”.

È questa la forma e la formula del nuovo potere, dello Stato postmoderno che non è più Stato, ma ircocervo, il mostro meticcio che esite e non esiste, a seconda della volontà del mangiafuoco di turno. Questo, al di là dei piccoli cambi di governi e capi di stato, è il mostro a cui dobbiamo far fronte con le semplici armi della tradizione e dell’humanitas.
Guido Cappelli è docente di Letteratura italiana presso l’ Università degli Studi di Napoli L’Orientale

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