L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 27 settembre 2022

Carneficina globale. La FED esporta recessione e la sterlina è la prima vittima, con una Truss al comando era scritto. La NATO deve decidere a breve se vuole combattere la guerra in Ucraina e non solo

SPY FINANZA/ Il redde rationem si avvicina (dopo decenni di Qe)
Pubblicazione: 27.09.2022 - Mauro Bottarelli
Venerdì scorso il mercato ha preso atto che di fronte a sé c’è la global carnage. Ovvero, il redde rationem di un decennio di Qe sconsiderato

(LaPresse)

La politica non è il mio pane, quindi lascio che siano altri – ben più preparati e acuti di me sull’argomento – a commentare i risultati del voto. Ciò che mi interessa, è mettervi in guardia sul fronte dei mercati: non credete a una sola parola di quanto vi diranno rispetto alla loro reazione di fronte alla vittoria inequivocabile di Fratelli d’Italia. Nella notte fra domenica e lunedì, quando tutte le televisioni erano impegnate in maratone e analisi, la sterlina britannica precipitava al suo minimo storico sul dollaro. Qualcosa come 1,0350, frutto di un flash crash da 500 pips che si può riassumere con questa immagine e una formula ormai divenuta normalità e prassi fra i traders: global carnage. Carneficina globale.


Insomma, i brillanti risultati del Brexit ora si stanno palesando. È bastato che il nuovo Governo britannico reagisse alla crisi energetica con una politica stupidamente e ideologicamente thatcheriana di drastico taglio delle tasse per ridurre la valuta di Sua Maestà a una moneta emergente. Esattamente il destino che si preconizzava per il rublo. Cosa ci aspetta? Di tutto. E chiaramente la colpa sarà di Giorgia Meloni e della sua intenzione di bandire la 194. Preparatevi, è scritto. Com’è scritto che il Quirinale metterà tali e tanti paletti condizionali all’approdo di della leader di Fratelli d’Italia a palazzo Chigi da lasciare fin da ora aperta la possibilità di un Draghi-bis in incognito.

Entro il 16 ottobre, l’Europa attende la bozza del nostro Def, il documento di programmazione economico-finanziaria. Entro quella data il nuovo Governo non sarà nemmeno insediato: chi la scriverà, a vostro modo di vedere? L’attuale e uscente. Di fatto, il primo anno di lavoro del centrodestra sarà sotto ipoteca. E dettatura del Mef draghiano. Volete un esempio. Domenica, a urne aperte, Reuters rendeva noto come Intel avesse scelto la località veronese di Vigasio per aprire la sua fabbrica-chiave di microchip in Europa. Oltre 5.000 posti di lavoro fra diretti e indotto, 4,5 miliardi di investimenti e operatività fra il 2025 e il 2027. Con una clausola, la quale ovviamente ricadrà come un’ipoteca sul prossimo Governo: il 40% dell’investimento sarà coperto dallo Stato italiano. Capitalismo al suo meglio. Ma anche chiara impronta di politica estera, stante la strategicità del comparto in questione. Non a caso, la Cina ieri ha invitato il nuovo esecutivo italiano a operare sulla base di una politica pragmatica.

Ma c’è di peggio. Guardate questo grafico, ci mostra come venerdì 23 settembre siano state scambiate opzioni put – ribassiste, ovvero strumenti di copertura dal rischio – per un controvalore di 9,6 miliardi di dollari, qualcosa come oltre 33 milioni di contratti freneticamente in movimento. Si tratta del record assoluto da quando vengono tracciate le serie storiche. Ecco il momento spartiacque, altro che il voto di domenica. Venerdì 23 settembre il mercato ha preso atto che di fronte a sé c’è la global carnage. Ovvero, il redde rationem di un decennio di Qe sconsiderato che la Fed ha scientemente trattato come nitroglicerina con cui si gioca a palla avvelenata: alzando i tassi a quella velocità e con quella draconiana volontà di sabotare gli equilibri, Jerome Powell ha assicurato agli Usa una recessione a tempo di record.


E qui arriva il punto da che da sempre vi dico dirimente: ancora due Fomc e la Federal Reserve sarà pronta non solo a fermarsi al benchmark del 4,5% di costo del denaro. ma, addirittura, a dar vita a un primo taglio emergenziale a inizio 2023. L’alibi? La necessità di rispondere con politiche straordinarie e non ortodosse alla global carnage. E la Bce? La Bce non potrà. Perché ha cominciato solo ora il ciclo di normalizzazione e l’inflazione veleggia verso la doppia cifra. Contestualmente, la crisi energetica è tutto tranne che risolta. Anzi. Olaf Scholz lo scorso fine settimana ha sfruttato la visita in Arabia Saudita per chiudere un contratto di fornitura con gli Emirati Arabi Uniti, in attesa di formalizzare quella per il gas LNG con il Qatar. Ma in entrambe i casi, nulla di risolutivo sul breve periodo: nel primo caso si parla di fine 2023, nel secondo addirittura del 2025. Insomma, nel frattempo Berlino dovrà continuare a svenarsi per nazionalizzare utilities e comprare gas naturale dalla Norvegia. O dagli Usa, quando in Texas decideranno che l’hub della Freeport può finalmente far ripartire l’export. Ovvero, dopo il mid-term di inizio novembre.

Sullo sfondo, un mondo finanziario che è un’enorme margin call in attesa solo di un evento catalizzatore che la faccia innescare. Dopo di che, l’effetto cascata del Niagara sarà garantito. Chi farà detonare il prossimo crash? Forse la sterlina? O forse il credit default swap fuori controllo di Credit Suisse, la quale intende spacchettare in tre l’investment bank e riesumare la bad bank nella speranza di occultare sotto il tappeto tre anni di scandali e perdite? O forse ancora l’elefante nella stanza del debito cinese, il quale per ora attende silente, ma potrebbe cominciare a barrire e dimenarsi impazzito attorno al 16 ottobre, data del Congresso del Pcc? In vista del quale, stranamente, cominciano a circola fake news rispetto a golpe interni contro Xi Jinping.

E vogliamo parlare dell’Iran? Guarda caso, quando a Vienna – con grande scorno per Usa e Israele – si stava raggiungendo un accordo sul nucleare di Teheran, esplode il casus belli social-mediatico della rivolta femminile. Infine, la Russia. Sarà forse Mosca il grande detonatore? Attenzione, perché per quanto possiamo essere così miopi di ritenerci l’ombelico d’Europa, quanto accaduto lo scorso weekend non conta nulla per il mercato rispetto a quanto accadrà da oggi. Il vero e unico voto che interessa chi investe è infatti quello dei referendum per l’annessione alla Russia dei quattro territori contesi dell’Ucraina, per quanto la propaganda Nato e del G7 giochi alla delegittimazione preventiva. Perché parlando all’Onu, Serghei Lavrov è stato chiaro: in caso di vittoria dell’annessione, quelle aree godranno dal minuto successivo all’approvazione della protezione totale del Cremlino. Tradotto, ogni singolo missile, bomba o proiettile sparato dall’esercito di Kiev potrebbe innescare la reazione prevista dalla dottrina bellica di Mosca. Nucleare inclusa. E la Nato non potrà più chiamarsi fuori dal conflitto, perché Lavrov è stato chiaro anche al riguardo: se dopo il voto proseguiranno le forniture di armamenti, il coinvolgimento nel conflitto dei Paesi responsabili diverrà diretto.

Non fidatevi di chi parla di referendum farsa che nessuno riconoscerà. Perché non è certo la legittimazione occidentale o della perennemente ondivaga Turchia che interessa al mercato, il quale già prezza il loro pollice verso: tutto dipende da Cina e India. Cina soprattutto, stante il capitolo Taiwan che potrebbe vedere nei referendum russi in Ucraina un precedente da sfruttare. Se Pechino non condannerà l’esito del voto e non lo disconoscerà ufficialmente, scegliendo la gattopardesca via del silenzio assenso, tutta la retorica di questi giorni rispetto a una Russia isolata e abbandonata anche dagli alleati asiatici crollerà. Di colpo. Esattamente come la sterlina l’altra notte. E si aprirà di fronte ai nostri occhi uno scenario geopolitico nuovo, figlio legittimo della maieutica feroce, schumpeteriana e ineluttabile del global carnage.

E signori, la vittoria di Fratelli d’Italia su questo scenario pesa quanto una piuma. Forse meno. Sta per crollare tutto, l’equilibrio ormai è totalmente compromesso. Basta una mossa azzardata, una sola. O la stupidità di sottovalutare quanto sta per accadere oggi in quei quattro territori apparentemente dimenticati da Dio e dall’uomo.

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