L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 24 settembre 2022

Con le armi nucleari sullo sfondo, gli Stati Uniti continuano ad esportare soprattutto in Euroimbecilandia inflazione e recessione, poi verranno a raccattare i bocconi più ghiotti. La Bce non ha armi, non può contrastare il dollaro con una politica monetaria unica valida per diciannove paesi con interessi contrastanti

SPY FINANZA/ La trappola perfetta per l’economia europea
Pubblicazione: 23.09.2022 - Mauro Bottarelli
L’Europa sta per affrontare un periodo economicamente molto difficile. Le scelte della Fed la lasciano senza difese contro la recessione

Christine Lagarde, presidente della Bce (LaPresse)

Mercoledì l’attenzione del mondo è stata catalizzata da due eventi: il discorso di Vladimir Putin con conseguenti analisi da Dottor Stranamore e la decisione della Fed sui tassi. C’è stata una terza notizia, in realtà. Passata totalmente sotto silenzio. Deutsche Bank, istituto il cui centro studi appare storicamente più affidabile e lesto di quello di Confindustria nel leggere la realtà, ha operato la revisione ufficiale delle proprie previsioni rispetto al Pil dell’eurozona per il 2023. E com’è andata? Si prezza una leggera recessione, da cui però si uscirà ovviamente di slancio grazie al geniale piano di Ursula Von der Leyen di tassazione dei giganti energetici? Non proprio. L’istituto tedesco prevedeva per l’anno prossimo un tasso di crescita al -0,3% per la zona euro. Bene, da mercoledì siamo al -2,2%. E signori, tutto questo alla luce unicamente di una prezzatura dell’impatto che la crisi energetica avrà sulle economie europee nel terzo e quarto trimestre di quest’anno.

Voi siete certi di quale sarà il destino economico dell’Italia, ad esempio? Ve lo chiedo perché, a parte quel campione mondiale di spargimento ottimismo su pista del ministro Cingolani, nessun in realtà sa davvero quale sia il nostro profilo energetico. Possiamo davvero contare sul 5% di elettricità finora garantitoci dal nucleare francese? Davvero l’Algeria terrà fede all’accordo per l’aumento delle forniture? A novembre, gli Usa ricominceranno a inviare strutturalmente LNG oppure, casualmente, all’hub texano della Freeport succederà ancora qualcosa?

A oggi, realisticamente, possiamo contare solo sul Tap, sulla certezza di rapporti con la Russia al minimo storico e sugli stoccaggi pieni. I quali, però, in quanto tali dovrebbero operare come riserve e non come bacino di drenaggio per l’erogazione ordinaria. Attenzione, quindi: al primo, minimo intervento sulle scorte, il prezzo volerà alle stelle. E lo stesso vale per gli stoccaggi tedeschi. Ad Amsterdam hanno i binocoli puntati. Anzi, i telescopi. Anzi, i radar. L’ultimo trimestre del 2022 e l’intero 2023 saranno un incubo per la nostra economia. Sul mercato lo sanno tutti.

Ovviamente, la politica ha tutto l’interesse a puntare con fermezza il dito verso l’allarme nucleare della Russia, piuttosto che lasciare le opinioni pubbliche dare un’occhiata alla Luna del disastro macro imminente. Soprattutto ora. Da lunedì, invece, vedrete che qualcosa cambierà. Partiranno i distinguo. Magari anche qualche sconfessione delle promesse e delle dichiarazioni da campagna elettorale. È tutto scritto.

Vi faccio un esempio, per una volta non direttamente correlato a dinamiche economiche. Io non mi ritengo una mente sopraffina, penso di essere assolutamente nella media. Quindi, questo significa che non occorre Pico della Mirandola per capire cosa stia per accadere, quale sia la narrativa in preparazione: un’offensiva social-mediatica e da show business senza precedenti. Quanto pensate che ci vorrà prima che Netflix metta in cantiere un bel film sulla Berkeley russa: ovvero, la storia di giovani studenti e lavoratori della Federazione che oppongono al terrore putiniano la loro diserzione e renitenza all’arruolamento? Protestando nelle strade, nei campus o scappando a gambe levate, pagando fino a 10.000 euro per un biglietto di sola andata per l’Armenia o la Turchia. State certi che è già in lavorazione: l’Ucraina è il nuovo Vietnam, questa volta a parti in causa invertite. Sarà la Russia a pagare il conto alla voglia di pace e libertà dei giovani. E già gli hashtag si sprecheranno.

Ora vi invito a un semplice esercizio di conti della serva: i riservisti arruolabili sono 300.000, mentre in Russia l’ultimo censimento compiuto (2020) parlava di una popolazione di 144,1 milioni di persone. Così, tanto per mettere la questione in prospettiva. Altra prospettiva: se il Cremlino avesse già deciso di utilizzare l’atomica tattica, si preoccuperebbe di racimolare carne da cannone con lo strascico a rischio di ribellioni di massa con la coscrizione obbligatoria dei riservisti? Se decido di optare per il non ritorno nucleare, a cosa mi servono i fanti ottocenteschi sul campo? Ma il meglio di sé i media lo hanno raggiunto con le narrazioni stile notte prima del lockdown dei presunti assalti agli aeroporti russi e al prezzo dei biglietti volato alle stelle.

Dunque, se nel secondo caso trattasi di pura speculazione dovuta a tour operator da mettere in galera, occorre però porre tutto in prospettiva. Ovvero, sia i prezzi alle stelle che i posti in aereo introvabili. E quale prospettiva? Semplice, le sanzioni. Da Mosca e per Mosca volano solo Aeroflot e compagnie interne collegate, la Air Serbia e Turkish Airlines! Capite da soli che ci vuole ben poco a paralizzare le prenotazioni per giorni, se l’offerta è pressoché zero e la domanda sale di colpo. E non servono tutti i 300.000 richiamabili e le loro famiglie per mandare in tilt i sistemi, ne bastano molti meno.

Eppure, vi invito a rivedere le edizioni del tg di mercoledì sera e i titoli dei giornali e dei siti di ieri. Non a caso, salvo la stampa finanziaria, tutti hanno relegato la decisione della Fed di alzare i tassi di altri 75 punti base alle brevi di economia. Fino al giorno prima, pareva che i destini del mondo intero fossero legati a quella scelta. E in parte lo erano. Anzi, lo sono. Ricorderete come nel mio articolo di due giorni fa, io avessi invitato tutti a prestare attenzione alle conseguenze in tempo reale delle scelte di politica monetaria della Fed sul comparto immobiliare.

Bene, poche ore prima della conferenza stampa di Jerome Powell, l’indice real estate europeo è brevemente sceso al minimo da dieci anni, toccando intraday il -4,6%. Insomma, il contagio immobiliare già si fa sentire anche in Europa. La stessa che a detta di Deutsche Bank già oggi vede il proprio Pil per il 2023 in area -2,2%. La differenza è che l’America parte con due vantaggi. Primo, è lei a scatenare la crisi. Quindi sa come parare e limitare il colpo. Secondo, le bolle immobiliari negli Usa sono cicliche e paradossalmente sane a livello di riequilibrio degli eccessi nelle valutazioni. Mentre le bolle create dall’espansione criminale del bilancio Bce stanno mettendo i brividi a molti livelli di VaR dei libri dei principali istituti di credito esposti attraverso i mutui e i prestiti al comparto. Unite questo alla prospettiva certa di recessione nel 2023 e avrete ciò che descrivevo l’altro giorno: la rates trap per l’Europa, la trappola dei tassi, la certificazione di una Banca centrale costretta a fare a meno della leva monetaria per contrastare la recessione, poiché solo all’inizio di un ciclo di rialzi reso necessario da un’inflazione che in agosto ancora non ha conosciuto il picco. Mentre la Fed ha messo il punto. Anzi, la terminal rate, come scritto nel comunicato. Raggiunto il 4,6% di tasso benchmark, la missione può ritenersi compiuta. Dal livello attuale, 3,25%, servono altri 75 punti a novembre (a ottobre non c’è Fomc) e 50 punti al meeting del 13-14 dicembre.

Detto fatto, quando l’Europa sarà travolta dalla crisi, la Fed potrà fermarsi. O addirittura abbozzare un taglio per sostenere l’economia. Ma mi raccomando, preoccupatevi dell’atomica russa.

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