L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 26 settembre 2022

Dove vogliono andare gli Stati Uniti in Ucraina? Quando si fermeranno? La distruzione di Euroimbecilandia già ce l'hanno in mano, è questo il solo ed unico obbiettivo? Si va bene vogliono le risorse russe ma hanno la forza per ottenerle? La Federazione Russa è un boccone troppo grande e la sconfitta che appare all'orizzonte sarà umiliante, sapranno digerirla?

La crisi ucraina e quella europea
di Marco Pondrelli
19 settembre 2022

La settimana passata ha visto importanti novità arrivare dall’Ucraina. Vi è stata un’avanzata dell’esercito di Kiev che ha portato molti ultras, anche nostrani, ad esultare. Secondo questa versione la caduta della Russia è oramai vicina.

La realtà è però diversa, se è innegabile l’arretramento russo la spiegazione sulle motivazioni è più articolata. Il generale Bertolini in una recente intervista pur evidenziando quello che a suo avviso è un errore dell’esercito russo, che ha sguarnito il fronte orientale convinto che l’offensiva sarebbe arrivata da sud, diceva anche ‘non credo però che quanto accaduto possa cambiare nei fondamentali l’andamento della guerra’ e ‘non credo che da un punto di vista militare questa controffensiva possa portare a una sconfitta di Mosca’. Secondo il generale in pensione pur potendo contare sull’aiuto occidentale se l’Ucraina dal 2014 non è riuscita a riconquistare le Repubbliche popolari, difficilmente ci riuscirà adesso. Conclude quindi Bertolini ‘più che una controffensiva, abbiamo una penetrazione abbastanza importante che non ha avuto grandi risultati e ha provocato molte perdite da parte ucraina1‘.

Simili sono le considerazioni del generale Fabio Mini i cui articoli sono spesso ospitati su questo sito, il suo ragionamento parte dal dato di fatto che quella ucraina è divenuta una guerra statica, di logoramento, intervistato da Alessandro Bianchi per l’antidiplomatico ha affermato che ‘queste manovre di arretramento e riposizionamento sono classiche specialmente quando si vuole sbloccare una situazione di stallo’, la vera domanda a cui nessuno è in grado di dare risposta è dove saranno ridislocate le truppe russe e per fare cosa. Inoltre il 14 settembre su ‘il fatto quotidiano’ Mini ha scritto che ‘le truppe ucraine rientrate in quei territori corrono ora più rischi di prima, il vuoto può essere un tranello. Lo sanno bene, gli ucraini, e per questo i carri armati che avanzano sono preceduti e intervallati da macchine di civili in presunto rientro degli sfollati, ma in realtà destinati a fare da scudo’.

Queste analisi riducono la rilevanza dell’avanzata ucraina, la quale però se da un punto di vista militare sembra pesare poco sui reali rapporti di forza, per la popolazione civile rappresenta un grave pericolo. Alcuni giorni fa abbiamo pubblicato un articolo che raccontava la demoralizzazione e la confusione che regna nell’esercito ucraino (e che l’avanzata di questi giorni non ha cancellato), in esso era riportata l’affermazione di un soldato secondo il quale ‘l’80% dei civili che sono rimasti nel Donbas sostengono la Russia’, per quei civili la rappresaglia è già iniziata, a partire dagli insegnanti che si erano ‘permessi’ di fare il loro lavoro. La stampa nostrana come sempre volterà la testa dall’altra parte vedendo solo quello che vuole vedere, continuando ad accusare Putin di tutti i mali, financo, come suggeriva Marco Travaglio pochi giorni fa in un editoriale, della separazione fra Totti e la Blasi, censurando però i crimini ucraini.

Di fronte a questo quadro quali scenari si prospettano? In Russia stanno crescendo le voce critiche rispetto alla conduzione della guerra ma non perché chiedono a Putin il ritiro, vogliono invece un’escalation. Dichiarare la guerra non è solo una questione semantica, fino a che la Russia si limita ad un’operazione militare speciale non ricorre alla mobilitazione di massa, alla legge marziale e continua, come qualcuno ha notato, a combattere con un braccio legato dietro alla schiena, dichiarare la guerra vuole dire piegare la produzione economica e la vita del Paese agli scopi militari. Il rischio di una escalation è reale e l’Occidente rischia di rimanerci impantanato. L’offensiva ucraina è stata possibile grazie al sostegno statunitense, se arrivasse una risposta militare russa dura e decisa essa potrebbe colpire anche coloro che a tutti gli effetti Mosca considera cobelligeranti.

Questo è lo scenario peggiore, ve ne è però un altro molto diverso. La domanda che oggi in molti si pongono è dove vuole arrivare l’Ucraina, sgombrato il campo dalle smargiassate di Zelensky occorre capire le reali intenzioni di Kiev. Quella che propagandisticamente può essere presentata come una grande vittoria potrebbe anche aiutare ad isolare le parti più oltranziste e sedersi al tavolo delle trattative. È ovvio che questo secondo scenario non può prescindere dalla volontà dei reali decisori, ovverosia gli Stati Uniti d’America.

Lo scenario che sembra aprirsi è foriero di gravi pericoli che toccano da vicino i paesi europei, Italia inclusa. Stiamo andando verso un autunno molto duro, su ‘il sole 24 ore’ del 15 settembre Adriana Cerretelli ha scritto ‘questa volta si gioca davvero con il fuoco: proteste sociali, desertificazione industriale, recessione sono dietro l’angolo’, a una crisi produttiva se ne potrebbe accompagnare una finanziaria che peggiorerebbe enormemente la prima. È sempre il quotidiano di Confindustria ha ricordare la pericolosità della cosiddetta ‘margin call’ che ha ‘assunto dimensioni spaventose: almeno 1.500 miliardi di euro a livello europeo calcola Equinor’: un’altra potenziale Lehman Brothers. Di fronte a questa crisi scrive Adriana Cerretelli ‘in novembre saremo costretti a convocare un vertice europeo straordinario per nazionalizzare in tutta l’Unione produzione e distribuzione di energia’; premesso che la nazionalizzazione ci troverà sempre d’accordo è il caso di capire, parafrasando quello che disse Gianni Agnelli prima della crisi degli anni ’90, che oggi il problema non è il costo dell’energia ma l’energia stessa.

A differenza di quello che qualche sbadato politico disse l’Italia non dovrà scegliere fra i condizionatori e la pace ma aspettare per capire se nel suo futuro ci sarà la recessione o una guerra mondiale. Servirebbe ora come non mai un sussulto della politica, come abbiamo scritto nel nostro appello al centro della campagna elettorale deve esserci il no alla guerra, perché è necessario cogliere il collegamento fra la lotta all’imperialismo statunitense e la lotta di classe. Più che inseguire fantomatici finanziamenti russi (mentre quelli sauditi o americani vanno bene?) di questo si dovrebbe parlare.

Note:

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