L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 settembre 2022

e con la democrazia del voto l'hanno sfangata per altri cinque anni. La legalità del potere annichilisce chi non vuol pensare

LA NATURA HA ORRORE DEL VOTO
Le elezioni si sono concluse, la farsa continua

By Accattone Il Censore On 27 Settembre 2022 5,340

Di Accattone il Censore per Comedonchisciotte.org

Già dalla metà del secolo scorso, le elezioni si tengono in un Paese occupato e tutto si è svolto secondo un copione risaputo, senza neppure i manifesti per le strade, tra il silenzio e la tristezza di una dittatura sudamericana.

La mechata pulzella della Garbatella, che ama le consonanti doppie forse più della bandiera, assurge infine al ruolo cui l’ha preparata per anni un’accorta regia d’oltreoceano, che le ha cucito addosso la parte di finta oppositrice del sistema, dopo Grillo e Salvini.

“Finalmente una donna”, anche da noi, come sempre più spesso nel cosiddetto “occidente”. A tal proposito, Ida Magli, antropologa femminista, sosteneva che la donna non può mai incarnare l’autorità e il potere, prerogative da sempre maschili; laddove ciò succeda è lo stesso ruolo rappresentato che ne risulta esautorato. Lettura quanto mai esatta del momento attuale: sempre più donne “leader”, che non comandano nulla, ma prendono soltanto ordini da suggeritori dietro le quinte.

L’astensione ufficiale supera il 36 per cento. Una cifra bassa, considerando il valore dell’offerta politica (e le facce: perché non si studia più Lombroso?); tuttavia, probabilmente sottostimata, per evitare l’effetto psicologico di numeri più realistici: ogni dato offerto dalla comunicazione di regime è, infatti, utilizzato per manipolare il pubblico-bersaglio. Il caso covid docet: le cifre non mentono, ma i mentitori usano cifre. E gli imbecilli, spesso dotati di laurea, non solo le prendono per vere, ma si comportano di conseguenza e ci costruiscono sopra ipotesi e teoremi.

Dopo “Il piccolo chimico”, dedicato ai pargoli, spopola “Il piccolo politico”, purtroppo tra chi ha tra i quaranta e i sessant’anni. Si gioca con sedicenti “network televisivi” composti da una sola persona, con ascolti da emittenti di quartiere, supponenti e millantate capacità oratorie da predica domenicale e due irrinunciabili virtù italiche: cialtroneria e improvvisazione. Per partecipare, non occorre alcuna conoscenza di comunicazione, al punto di scambiare una marginale presenza su internet per un radicamento nel Paese reale e di riuscire ambigui persino su argomenti dirimenti come l’obbligo vaccinale.

Tra i partecipanti al gioco, ci si crogiola nell’autodefinirsi “intellettuali”: va a spiegare loro che Benedetto Croce aveva 75000 libri e taluni di questi soggetti quasi altrettante difficoltà con la lingua italiana. Leo Longanesi diceva di alcuni pittori che “dipingevano in dialetto”, questi guitti pensano in dialetto, purtroppo con l’ambizione di farlo sui massimi sistemi.

In quasi tre anni di farsa pandemica, nella situazione più favorevole possibile, non sono riusciti a organizzare uno straccio di movimento politico degno di questo nome e nemmeno ad unirsi, con i brillanti risultati che vediamo sotto i nostri occhi e dopo aver vantato “sondaggi riservati” che li proiettavano “in doppia cifra”. In effetti, certi prefissi telefonici ne hanno addirittura tre. Miglioreranno? Non credo: l’incompetenza non si supera, si perfeziona.

Con tali premesse, in Parlamento avrebbero addirittura potuto fare peggio degli attuali occupanti. Per fortuna, prima di darcene la prova, sono scomparsi non come meteore -queste ultime, almeno si vedono- ma fuochi fatui di un Paese in decomposizione; o, forse, semplice meteorismo.

E, mentre attendevamo il “tramonto dell’euro” -che Bagnai in modo acuto profetizzava come imminente nel 2012- abbiamo assistito a quello di Borghi, dello stesso Bagnai e della Lega, il partito in cui militano entrambi. La famosa “strategia” di cui blateravano i suddetti, ha condotto dal 34 e rotti per cento delle ultime elezioni europee all’ 8 delle politiche attuali, in soli tre anni; qualora esistesse – cosa di cui dubito – tale strategia andrebbe insegnata a chi vuol fare politica, almeno per non ripeterla.

Il reddito di cittadinanza, viceversa, funziona in modo egregio: ha creato una fedele clientela (che cresce inesorabilmente nel tempo di pari passo con la povertà e la disoccupazione) e ha abituato le masse ad allontanarsi definitivamente dal lavoro, prefigurando la società dei prossimi tempi. Magari, truccando qualche dato reddituale, per i più fortunati ci scapperà pure un abbonamento a Sky o a Netflix e la possibilità di allietare il razionamento di cibo con l’ultima serie alla moda. Quando si è già pochissimo, guai ad essere da meno.

Negli sciagurati anni che ci lasciamo alle spalle, qualunque forza politica antagonistica, minimamente seria e capace, avrebbe avuto buon gioco a ad organizzare campagne coordinate di disobbedienza civile. L’effetto di proselitismo e di radicamento sarebbe stato rapido e inarrestabile.

Allo stesso modo, enorme è lo spazio di manovra per un movimento pacifista che provasse a mettere in campo azioni sinergiche con i paesi neutrali, non schierati con gli Stati Uniti, né con la Russia, piuttosto che dividerci fra opposte tifoserie come prevede la sceneggiatura.

Invece si litiga nel pollaio, per capire quale galletto diventerà il capo di sé stesso.

Il quoziente intellettivo arretra da decenni nel mondo. Da noi il fenomeno è più marcato. Siamo nelle condizioni migliori per goderci lo spettacolo a reti unificate che ci hanno apparecchiato in anteprima: quello della guerra e del grande reset, stranamente speculari.

Ma sono fiducioso: anche senza i partitini, l’Italia andrà indietro lo stesso.

Di Accattone il Censore per Comedonchisciotte.org

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