L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 settembre 2022

E' giusto pagare di più il gas perché Mosca è brutta e cattiva solo l'Occidente ha il diritto di invadere e bombardare umanamente

Gas, chi incassa 80 miliardi: lo scandalo che può far saltare la Ue


Claudia Osmetti 06 settembre 2022a

Gas, chi incassa 80 miliardi: lo scandalo che può far saltare la Ue

In Norvegia il freddo è meno freddo che qui. O almeno lo sarà il prossimo inverno, ché noi già ci prepariamo ad abbassare di qualche grado i caloriferi di casa, tra bollette rincarate che sono un salasso e una crisi energetica senza precedenti, ma loro, a Oslo, a Bergen o a Stavanger, le mani se le sfregano in un altro senso. I norvegesi, infatti, sono sulla buona strada per registrate un'esportazione record di gas nei mesi a venire: è che c'è anche chi ci guadagna dalle conseguenze della guerra in Ucraina. Le sanzioni contro Mosca, lo stop al Nord Stream, il prezzo del gas ad Amsterdam che oscilla e va sempre più su, modello razzo lunare: ma per quei Paesi che lo estraggono, che lo producono, è tutta un'altra storia. A sentire Frode Leversund, che è l'ad della Gassco, società statale norvegese che gestisce qualcosa come 7.800 km di tubazioni e, in tempi normali, cioè in tempi "di magra", ne riesce a trasportare cento miliardi di metri cubi verso l'Europa, sarà un autunno eccezionale. E pure qualcosa di più perché «la Norvegia è pronta a garantire ingenti quantità di gas anche nei prossimi anni». A chi? A noi. Ai cittadini, alle imprese, alle ditte del Vecchio continente che una volta detto addio (più o meno a ragione) ai rubinetti del Cremlino, un modo per riempire i condotti lo devono trovare.

DOVE LO PORTANO
La Refinitiv Eikon, azienda che monitora e analizza le informazioni finanziarie, stima che la Norvegia sia già diventata il maggior fornitore di gas d'Europa, superando l'indotto russo persino prima della chiusura del gasdotto Nord Stream 1 di una settimana fa. E fanno affari d'oro, col pandemonio ucraino, alla Gassco: «Quest' estate», chiarisce Leversund, «abbiamo consegnato ciò che di solito consegniamo nei mesi invernali». In numeri, vuol dire che le forniture di gas norvegese, e solo nel 2022, sono già aumentate dell'equivalente di 60 terawattora, 4,97 miliardi (miliardi) di metri cubi. Soldi sonanti. Gran Bretagna, Germania, Belgio e Francia: ecco dove arrivano, fisicamente, i condotti della Gassco. Tra qualche giorno, poi, scatterà la manutenzione programmata che ridurrà inevitabilmente la loro capacità, ma niente paura (dice ancora Leversund): il sistema «sarà pronto» per affrontare l'inverno entro il primo ottobre.

Chiariamoci, le sanzioni a Putin sono sacrosante e lo sono su diversi piani: anzitutto perché è inaccettabile che un Paese ne invada un altro e non subisca conseguenze, poi perché alle bombe è meglio rispondere con misure economiche (che funzionano, mica vero non hanno effetti), quantomeno nell'ottica di evitare un conflitto planetario. Però, e in un certo senso è persino inevitabile, a cambiare gli equilibri energetici finisce che qualcuno ci rimette e qualcuno che ne trae profitto. La Equinor è un'altra azienda statale norvegese: fino a qualche anno fa si chiamava Statoil e si occupa di petrolio: il copione è lo stesso che per la Gassco.

CHE MARGINI
Il margine operativo della Equinor, cioè, nella prima metà del 2022, è ammontato a 36,125 milioni (sempre milioni) di dollari, era circa un terzo (10,5 milioni) nello stesso periodo dell'anno scorso e le proiezioni degli esperti parlano di un possibile incasso extra di addirittura 80 miliardi entro dicembre. Tanto per dire. Come se non bastasse, Jonas Gahr Store, il premier del Paese nordico, è uno che non va per il sottile: ieri ha deciso che la compagnia statale carbonifera prolungherà la produzione nell'ultima miniera rimasta attiva, nell'arcipelago delle Svalbard, fino a metà 2025, con lo scopo di garantire le forniture ai produttori di acciaio europei durante la guerra. Doveva chiudere i battenti nel 2023, Store, nel piano di contenimento per le misure climatiche, ma il carbone norvegese sopravviverà ancora tre anni. Con buona pace degli ecologisti artici.

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