L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 2 settembre 2022

Gli italiani, popolo di risparmiatori, per proteggersi sono costretti a investire all'estero

I risparmi degli italiani doppiano il debito pubblico, ma vanno all’estero
Il debito pubblico nel nostro Paese è molto alto, ma i risparmi degli italiani lo doppiano. Vediamo numeri e tendenze.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 30 Agosto 2022 alle ore 06:58


Italiani popolo di santi, poeti, navigatori … e risparmiatori. Che siamo un popolo di formiche, lo sappiamo da diversi decenni a questa parte. Grazie a questa nostra propensione, che affonda spesso le radici nella cultura contadina del Bel Paese che fu, deteniamo una percentuale invidiabile di famiglie con case di proprietà. Quello che non ci saremmo aspettati è forse che i risparmi degli italiani siano aumentati del 50% tra il 2011 e il 2021. In valore assoluto, +1.700 miliardi di euro, arrivando a 5.256 miliardi alla fine dello scorso anno. E sapete a quanto corrisponde questa cifra? Al doppio del debito pubblico al 31 dicembre passato. Non è un modo per indorare la pillola, sia chiaro. I conti dello stato sono pessimi, non ci sono dubbi. Né possiamo con faciloneria pensare che questi possano essere risanati attingendo all’elevata ricchezza delle famiglie.

Risparmi degli italiani, composizione

Il discorso è un altro: se guardiamo l’Italia come un sistema, otteniamo che essa sia molto più solida e sostenibile sul piano finanziario di paesi che ci guardano dall’alto in basso. Il Nord Europa, ad esempio, ha bassi debiti pubblici, ma elevati indebitamenti privati. E ciò non dovrebbe passare inosservato, perché la crisi finanziaria del 2008 ci ha insegnato che quando il settore privato scricchiola sotto il peso dei debiti, i governi finiscono per mettere mano al portafogli. D’altra parte è innegabile che gli alti risparmi degli italiani siano stati accumulati nei decenni grazie proprio all’elevata spesa pubblica in deficit (sussidi, impiego pubblico, pensioni anticipate e generose, evasione fiscale, ecc.).

Tornando ai numeri, alla fine del 2021 possedevamo 1.629 miliardi di euro tra conti correnti e depositi vincolati, 1.251 miliardi in investimenti azionari, 1.213 miliardi in polizze assicurative, 771 miliardi in fondi comuni, 233 miliardi in obbligazioni e, infine, 157 miliardi tra altri conti attivi e prestiti.

Meno BTp e più fondi stranieri

Ci sono un paio di numeri che meritano la nostra attenzione più di altri. Il primo riguarda gli investimenti in titoli di stato: quasi 122 miliardi di euro, il 2,32% dei risparmi degli italiani complessivamente impiegati. Un decennio prima, la percentuale si attestava al 5,22%. In altre parole, investiamo molto meno nel debito pubblico italiano, vuoi per i minori rendimenti degli ultimi anni, per l’accresciuto rischio sovrano percepito e vuoi anche per la crescente diversificazione dei portafogli. Sta di fatto che se investissimo in BTp alle stesse percentuali del 2011, ne avremmo qualcosa come oltre 150 miliardi di euro in più nei bilanci familiari, oltre il 5% aggiuntivo dello stock di debito.

Altro dato: i fondi comuni, passati da 235,75 a 771,06 miliardi. Un boom del 227%, che ha riguardato essenzialmente i fondi di diritto estero. Questi sono esplosi da 89,5 a 536 miliardi, registrando un eclatante +498,7%. Invece, i fondi di diritto italiano sono passati da 146,2 a 235 miliardi, segnando +60,7%. Non vogliamo tanto interrogarci sul perché i risparmi degli italiani abbiano preso perlopiù la via dell’estero. Avranno pesato certamente la scarsa evoluzione finanziaria del mercato italiano, con un’offerta relativamente bassa, nonché le pallide prospettive di crescita dell’Italia. Pensiamo, però, che questo dato abbia contribuito negativamente alla performance del debito pubblico italiano sui mercati finanziari.

Non è un mistero che a detenere i titoli di stato siano principalmente gli operatori dello stesso paese. Poiché gli italiani hanno puntato più sulla finanza straniera per mettere a frutto i loro risparmi, solo una parte marginale di tale flusso di denaro è risultata investita in BTp. Più probabile, infatti, che abbia maggiore fiducia nel debito pubblico domestico un fondo italiano che non straniero. E i fondi d’investimento sono determinanti per dirigere i flussi di denaro sui mercati. Come un cane che si morde la coda, il dirottamento dei risparmi degli italiani oltre confine ha contribuito a peggiorare sia le prospettive di crescita nazionali, sia le condizioni del debito pubblico.
Per contro, se gli italiani avessero investito maggiormente in patria, verosimilmente avrebbero registrato una crescita dei loro risparmi nettamente inferiore.

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