L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 settembre 2022

Il sionismo ebraico è una cloaca

La prigione più grande del mondo
di Carlo Formenti
5 settembre 2022


L'editore Fazi pubblica un libro che fin dal titolo – La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati - lascia intuire l’opinione dell’autore in merito alla politica israeliana nei confronti del popolo palestinese. Ove non bastasse il titolo la dedica dissipa ogni dubbio: “Ai bambini palestinesi, uccisi, feriti e traumatizzati dal vivere nella più grande prigione del mondo”. Opera di un intellettuale comunista pregiudizialmente ostile nei confronti di Israele, di un esponente della destra antisemita, di un simpatizzante di Hamas o di un pacifista “a senso unico”? No, a firmare il libro è Ilan Pappé, autorevole storico israeliano (docente all’Università di Exeter, in Inghilterra) già autore di diversi bestseller fra i quali Palestina e Israele: che fare? ( con Noam Chomsky).

Pappé è una mosca rara in un Paese dove le uniche forze che denunciano la politica israeliana nei Territori Occupati come ingiusta, crudele, per non dire criminale, sono il piccolo Partito Comunista, qualche minuscolo movimento anti sionista e quella esigua minoranza di intellettuali “illuminati” di cui lo stesso Pappé è un esponente. Tuttavia il suo lavoro non è una perorazione ideologica né una predica morale (o peggio moralistica), bensì una rigorosa esposizione di fatti storici corredata da un’ampia documentazione (verbali di riunioni di governo, memorie dei protagonisti, cronache nazionali e internazionali, sentenze di tribunali militari e civili, testi di legge, decreti, regolamenti emanati dalle autorità di occupazione, dichiarazioni di leader di partito, ecc.). Una mole di materiali talmente ingente che chi non abbia seguito con particolare attenzione gli eventi del conflitto palestinese dalla Guerra dei sei giorni (1967) a oggi rischia di perdercisi dentro (parlando di attenzione, non mi riferisco tanto all'attività militante dei movimenti filo palestinesi quanto a un costante impegno di documentazione sulla realtà dei fatti).

Ecco perché, per raccontare il libro e metterne in luce gli elementi più rilevanti, organizzerò l’esposizione per capitoletti tematici.

Israele non voleva la guerra e si è limitata a reagire alle minacce dei Paesi arabi? Falso

Le fonti citate da Pappé non sono univoche, al punto da non concedere margini di ambiguità: nessuna delle guerre contro gli arabi intraprese da Israele dal 1948 a oggi è nata dalla necessità di fronteggiare le provocazioni e le minacce di un nemico deciso a cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica. La verità è che si è trattato piuttosto di un lucido disegno strategico, premeditato e perseguito con spietata determinazione.


Dopo la pulizia etnica del 48 - realizzata attraverso intimidazioni, assedi ai villaggi palestinesi, bombardamenti , espulsioni forzate delle popolazioni locali (imbottendo di tritolo le macerie per impedirne il ritorno) – l’élite politico militare israeliana si è messa in attesa dell’occasione storica favorevole per mettere le mani sulla Cisgiordania. Attesa che si è prolungata oltre il 56, l’anno del fallito tentativo di rovesciare Nasser con l'appoggio di Francia e Inghilterra. Non a caso, argomenta Pappé, l dibattito su come gestire le zone arabe occupate era ancora in corso nel 63, allorché fu condotta un'esercitazione in cui vennero simulati i primi giorni della presa del potere. In effetti, aggiunge, i documenti confermano che già allora erano state definite le regole di comportamento finalizzate a incoraggiare i collaboratori e punire i resistenti; confermano inoltre che l’eventuale occupazione di nuovi territori non fu mai concepita come un fatto transitorio, e infatti gli eventi storici successivi hanno confermato che per Israele la sovranità assoluta su Gaza e Cisgiordania non è negoziabile. Per tacere dei media, i quali non hanno mai fatto mistero sull’esistenza di un progetto “imperiale”, invocando a gran voce la creazione del Grande Israele.

Negli anni immediatamente precedenti alla Guerra dei sei giorni si lavorò a preparare l’opinione pubblica interna e internazionale all’imminente conflitto agitando lo spettro del “radicalismo” arabo (il regime di Nasser in Egitto e quello del Baath in Siria), minaccia con la quale si mirava a ottenere l'appoggio occidentale –in particolare americano - presentandola come una sorta di comunismo in salsa araba. Ecco perché, nel 67, non era pronto alla guerra solo l'esercito: era pronto anche l'apparato burocratico deputato a gestire le conquiste. Quanto alla narrazione sulla necessità di sferrare un attacco preventivo per neutralizzare le forze di un nemico che si preparava ad annientare Israele, si tratta di una “bufala” paragonabile al presunto attacco vietnamita alle navi americane nel Golfo del Tonchino e alle “prove” sulle armi di distruzione di massa in mano irachena. La verità, sostiene Pappé, è che le élite israeliane erano consapevoli dell'inferiorità militare araba, e che Siria ed Egitto ne erano altrettanto consapevoli, né si sarebbero mai sognati di attaccare per primi.

Il sionismo: una matrice ideologica condivisa da destre e sinistre

Per capire in che misura gli aspetti più discutibili della politica israeliana nei confronti del popolo palestinese siano l’esito logico dell’ideologia sionista, argomenta Pappé, occorre risalire allo spirito della “colonizzazione messianica” fra fine Ottocento e primo Novecento. È la visione di un ritorno ai tempi (e ai luoghi) biblici a rappresentare il fondamento del sionismo. Nato come ricerca di un rifugio sicuro contro l'antisemitismo e di un territorio che desse forma di nazione all'ebraismo, il sionismo non sarebbe andato incontro alle attuali degenerazioni se, per realizzare le sue legittime aspirazioni, non avesse scelto un territorio già abitato, il che lo ha inevitabilmente trasformato in un progetto colonialista (per inciso: in America e in Australia analoghi progetti hanno implicato lo sterminio sistematico delle popolazioni autoctone).

Realizzare il progetto significava ottenere il controllo sulla maggior parte della Palestina storica e ridurre drasticamente il numero dei palestinesi che ivi vivevano; l’obiettivo era insomma l‘edificazione di uno Stato ebraico “puro” dal punto di vista etnico-religioso, il desiderio (da alcuni nascosto, da altri dichiarato) era che nell'antica terra di Israele vi fossero solo ebrei. Di qui la pulizia etnica del 1948 resa possibile: 1) dalla decisione britannica di abbandonare i territori che governava da 30 anni; 2) dall'impatto dell'Olocausto sull'opinione pubblica occidentale; 3) dal marasma politico nel mondo arabo palestinese. Cogliendo l'opportunità una leadership sionista fortemente determinata espulse larga parte della popolazione nativa distruggendone i villaggi e le città, tanto che, in tempi brevissimi, l'80% della Palestina sotto mandato britannico era diventata lo Stato ebraico di Israele.

Passando alle decisioni draconiane sulla gestione dei Territori Occupati assunte dal governo che guidava il Paese durante la guerra del 67, Pappé sottolinea come esso comprendesse tutte le correnti ideologiche: laburisti, liberali laici, religiosi e ultra religiosi, rappresentando dunque il più ampio consenso sionista possibile. Sulla durezza di tali decisioni torneremo più avanti, ciò che importa sottolineare in primo luogo è l’assenza di differenze sostanziali fra destra e sinistra. Un’unità di intenti sancita dal fatto che nemmeno l’alternanza fra Laburisti (che governarono fino al 1977) e destre (il Likud dominò il decennio successivo, dal 77 all’87), produsse alcun cambiamento sostanziale se non nella “narrazione”: i Laburisti furono abili nell’ingannare il mondo sulle intenzioni di pace di Israele (Shimon Peres vi riuscì tanto bene da essere premiato con il Nobel) ma non cambiarono una virgola della strategia adottata nel 67; quanto al Likud, l’unica vera novità consistette nell’allacciare legami sempre più stretti con il movimento dei coloni (Gush Emunim). Nel decennio in questione gli ultra ortodossi vennero autorizzati a formare enclave teocratiche dotate di regole e procedure giuridiche diverse da quelle in vigore in Israele. Il fondamentalismo ebraico venne di fatto autorizzato a svolgere un ruolo di “militarizzazione” dei coloni, fino a creare squadre di vigilantes che eseguivano spedizioni punitive tollerate dallo Stato (su 48 omicidi ad opera dei coloni violenti che agivano in bande organizzate, segnala Pappé, solo un colpevole venne incriminato e processato).

Il bastone e la carota. La prigione più grande del mondo

Veniamo alle sfide che hanno indotto Israele a creare quella che Pappé definisce la più grande prigione mai esistita (inizialmente un milione e mezzo di “detenuti”, saliti poi a 4 milioni) e ai metodi con cui è stata ed è tuttora gestita. Di fatto, si scelse di estendere l'autorità militare, già imposta alla minoranza palestinese entro Israele, agli abitanti della Cisgiordania e di Gaza, e a tale scopo si trasse ispirazione dai regolamenti mandatari di emergenza emessi dagli inglesi, che gli stessi capi sionisti avevano definito nazisti. Basti citare la direttiva 109 ( che consentiva al governatore militare di espellere la popolazione), la 110 ( che gli dava il diritto di convocare qualunque cittadino in una stazione di polizia) e la famigerata 111 (che autorizzava l'arresto amministrativo a tempo indeterminato senza motivazioni né processo). Anche il sistema di reclutamento dei collaboratori venne copiato da quello usato dal governo coloniale britannico in Egitto e in India.

La contraddizione di fondo che rese necessario ricorrere a questa spietata soluzione era il fatto che i territori acquisiti nel 67 potevano essere annessi de facto ma non de iure, e ciò per due motivi: 1) il diritto internazionale li considerava territori occupati, al contrario di quelli acquisiti nel 48, che erano stati riconosciuti come parte integrante dello Stato di Israele; 2) i palestinesi non potevano essere espulsi ma nemmeno integrati come cittadini con pari diritti, perché il loro numero e la loro crescita demografica avrebbero messo in pericolo la maggioranza ebraica. La concomitanza di tre obiettivi contraddittori - conservare i territori, non espellerne gli abitanti ma non concedere loro la cittadinanza - era destinata a produrre una realtà disumana, vale a dire una prigione che non veniva imposta a singoli individui bensì a una intera società. A gestire questa mega prigione è stata chiamata una quantità enorme di personale (“la burocrazia del male”, la chiama Pappé) incaricata di amministrare quasi cinque milioni di “carcerati” rinchiusi in quelli che prima erano i loro territori.

Per svolgere il compito i carcerieri hanno fatto ricorso alla politica del bastone e della carota, premiando chi accettava le regole imposte dall’occupante e punendo chi si opponeva. L’arma strategica per fiaccare le velleità di resistenza è stata l’insediamento di un numero crescente di coloni ebrei. Il luogo in cui tale strategia è stata applicata in modo esemplare è stato Gerusalemme Est e aree adiacenti. La Grande Gerusalemme che è divenuta la nuova capitale di Israele è nata a suon di furti di terreni palestinesi perpetrati dallo Stato, di espropri senza risarcimento, di demolizioni di case e villaggi e di costruzione di nuovi quartieri riservati agli ebrei sulle rovine. Già nel 68, scrive Pappé, solo il 14% dell’aera di Gerusalemme Est apparteneva ai palestinesi, che solo un anno prima ne erano invece gli esclusivi proprietari.

Nel resto dei Territori Occupati l’insediamento dei coloni ebraici si è ispirato alla “strategia del cuneo”, finalizzata a impedire la continuità spaziale e l'integrità geografica delle aree occupate dai palestinesi. Funziona così: si colonizza una località lontana, dopodiché si rivendica come esclusivamente ebraica l'area che si frappone fra Israele e il nuovo insediamento (ivi comprese le strade che vi conducono). In questo modo si crea continuità territoriale tra gli insediamenti ebraici e discontinuità fra villaggi e le città palestinesi che diventano enclave isolate le une dalle altre e “incistate” in un continuum sempre più esteso di territori annessi a Israele.

Detto che il bastone è sempre quello del 48 - demolizione di abitazioni, arresti di massa senza processo, coprifuoco, irruzioni violente nelle case ecc. - qual è la carota? La risposta rinvia all’uso dell’economia come strumento di pacificazione. Il reclutamento di forza lavoro palestinese a basso costo, presentata come una “ricompensa” per buona condotta (in barba al fatto che i lavoratori palestinesi non sono pagati come quelli ebrei, né tantomeno godono dei loro diritti e delle loro tutele), ha creato una situazione di relativa prosperità fino all’esplosione delle due Intifada. Una situazione che non ha tuttavia consentito lo sviluppo di un’economia palestinese autonoma, visto che fra Israele e i Territori esistono solo due flussi: quello di merci israeliane in entrata e quello di mano d'opera in uscita, per cui l’unica altra fonte di risorse sono gli aiuti internazionali. Questo bastò a ottenere la collaborazione di una minoranza di palestinesi benestanti (sindaci, commercianti, avvocati ecc.) almeno finché collaborare non ha significato rischiare la pelle.

Le due Intifada

Basandosi sulla relativa prosperità dei Territori di cui si è appena detto, la propaganda israeliana attribuisce lo scoppio della prima Intifada all’azione sobillatrice dei “terroristi” , sottacendo i motivi di scontento della popolazione (confinamento in aree sovrappopolate, negazione dei più elementari diritti umani e civili, sfruttamento della forza lavoro, ecc.). La famosa provocazione di Sharon (la passeggiata alla Spianata delle Moschee) fu solo un pretesto occasionale che fece esplodere la rabbia popolare. Rabbia che, sottolinea Pappé, si espresse inizialmente con metodi pacifici: scioperi, boicottaggio delle merci israeliane, rifiuto di pagare le tasse, nella peggiore delle ipotesi lancio di pietre, manifestazioni cui l’esercito reagì con inusitata violenza provocando numerosi morti e feriti (nei primi due anni quasi 30000 bambini, un terzo dei quali sotto i dieci anni, dovettero ricorrere a cure mediche per le ferite subite), mentre le reazioni internazionali non andarono al di là di blande critiche a quello che fu eufemisticamente definito un “uso eccessivo della forza”. Questa ferocia fu il carburante che alimentò il radicalismo di Hamas, e gli attacchi di Hamas furono a loro volta il pretesto per l’ulteriore inasprimento della repressione che, fra i tanti aspetti odiosi, aggiunse la negazione della libertà di movimento e di iniziativa privata: si iniziò infatti a richiedere permessi per ogni cosa lavorare, studiare, edificare, commerciare (permessi concessi o negati a totale arbitrio dei burocrati).

Veniamo alla seconda Intifada, esplosa dopo gli “accordi di pace” di Oslo (1993). Pappé smonta la narrazione mediatica (non solo israeliana) che a quei tempi si fondò su due mistificazioni: la prima era che si trattasse di un autentico tentativo di pacificazione; la seconda che sia stato deliberatamente fatto naufragare da Arafat. Quanto alla prima menzogna: la proposta israeliana consisteva nella creazione di un mini stato palestinese demilitarizzato con capitale Abu Dis (un villaggio vicino a Gerusalemme), al quale sarebbe stata sottratta larga parte della Cisgiordania, che non avrebbe goduto del diritto di condurre politiche economiche ed estere indipendenti e che avrebbe dovuto rinunciare a rivendicare il diritto al ritorno degli esuli del 48. Spacciata come la soluzione “dei due Stati”, questa farsa prevedeva che Israele avrebbe deciso unilateralmente sia quanto territorio concedere sia quanto sarebbe dovuto accadere nel territorio in questione.

Quanto al presunto sabotaggio di Arafat: la verità, sostiene Pappé, è che certe clausole fissate dal negoziato, a partire da quella secondo cui le autorità palestinesi avrebbero dovuto gestire la sicurezza dei Territori, garantendo che non ospitassero attività di resistenza, erano impossibili da rispettare. Questa capitolazione, e la complicità dei Paesi arabi che la accettarono, fece infuriare la popolazione palestinese che considerò l’accordo come “il tradimento di Oslo”, rafforzò l’egemonia di Hamas e fece ripartire la protesta in forme assai meno pacifiche della prima Intifada, per cui la reazione israeliana fu ancora più violenta: non operazioni di polizia bensì una vera e propria guerra: invece di dare la caccia ai terroristi si iniziò a usare armi pesanti (carri armati e cannoni) contro la popolazione civile, adottando il principio della punizione collettiva applicato dalle rappresaglie naziste dopo gli attacchi partigiani. In particolare, dopo che Hamas ha assunto il controllo di Gaza, la striscia viene ripetutamente attaccata come una nazione nemica, attraverso operazioni militari in grande stile di terra, cielo e mare che provocarono pesantissime perdite fra i civili. Le ultime pagine del libro sono una cronistoria di questa guerra strisciante che si trascina dagli anni Novanta a oggi (l’edizione originale è del 2017).

L’impotenza dell’opinione pubblica interna e internazionale

Si è detto dell’estrema debolezza delle forze di opposizione israeliane, sovrastate dall’ideologia sionista condivisa da tutti i grandi partiti, di destra e sinistra, laici e religiosi, silenziate da un sistema informativo unanimemente schierato a favore del progetto della Grande Israele, e minoritarie anche nei campi della cultura accademica e letteraria. Pressoché nulle le reazioni occidentali: nella prima fase del processo – la pulizia etnica del 48 - l'Europa doveva espiare i crimini commessi sul suo territorio contro gli ebrei per poter approdare alla pace e alla riconciliazione, per cui accettò senza battere ciglio la colonizzazione ebraica proprio nel momento storico in cui la comunità internazionale bollava il colonialismo come un odioso retaggio del passato. Dal 67 in poi, l’appoggio incondizionato dell’Occidente a Israele divenne un tassello fondamentale della Guerra fredda, in quanto lo Stato ebraico fungeva da avamposto nella lotta contro i regimi dell’area alleati con Mosca e, caduta l’Urss, contro i Paesi arabi che insistevano a opporsi all’egemonia occidentale (da Johnson in poi, nessun presidente americano ha rifiutato di fornire agli israeliani gli armamenti più avanzati). Prima di concludere segnalo che ho trascurato, per motivi di spazio, uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Pappé, vale a dire l’accurata analisi dei dispositivi giuridici con cui Israele ha legittimato anche le azioni più efferate del proprio esercito (e delle bande di coloni ultra ortodossi). Mi limito a ricordare ciò che l’autore annota in merito al coinvolgimento della Corte Suprema: chiamata a svolgere un ruolo di garanzia, si è limitata a legittimare gli atti compiuti dalle autorità militari nei Territori, coprendoli con il manto della legalità.

Qualche considerazione a margine

In due occasioni (mi riferisco al giudizio sulle regole mandatarie inglesi emesso dagli stessi sionisti che le hanno a loro volta adottate, e al metodo della punizione collettiva che colpisce un’intera comunità invece del colpevole) ho usato l’aggettivo nazista. Preciso che nel libro di Pappé, che pure è una delle più dure denunce dei crimini israeliani che mi sia capitato di leggere, questo accostamento (“proibito” non solo dalla sensibilità ebraica per la memoria dell’Olocausto, ma anche dalla correttezza politica che vige nei Paesi occidentali) non viene mai proposto. Mi tocca quindi rispondere alla domanda se e in che misura il sottoscritto lo ritenga giustificato.

L’elenco dei fatti che potrebbero indurmi a sfidare l’accusa di antisemitismo che colpirebbe immediatamente chiunque osasse tanto (in effetti oggi si rischia tale accusa per molto meno) è lungo: pulizia etnica (anche se qui è in gioco la purezza religiosa più che etnica: gli ebrei di origine africana, per esempio, non sono discriminati); violenza contro la popolazione civile (uomini, donne, vecchi e bambini); violazione dei più elementari diritti civili ed umani; sfruttamento intensivo del lavoro; violazione del diritto internazionale, ecc. Manca tuttavia un fattore essenziale: non è stato messo in atto uno sterminio sistematico del popolo palestinese. Ciò detto, sono assai meno sicuro che si possa respingere l’accusa di genocidio, se si applicano i criteri di colui che ha coniato il termine, il giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin, il quale parlava di “distruzione di una nazione o di un gruppo etnico”, non intendendo solo l’annientamento fisico, bensì pratiche quali la soppressione delle istituzioni di autogoverno, la distruzione della struttura sociale, la privazione dei mezzi di sussistenza, la distruzione dei luoghi di culto, l’umiliazione e la degradazione morale. Come si vede è lecito nutrire più di un dubbio.

Lo scopo di questa breve appendice, tuttavia, non è puntare ulteriormente il dito contro le responsabilità dello Stato israeliano, bensì smascherare l’insopportabile ipocrisia della propaganda occidentale: per i crimini commessi durante la guerra nella ex Jugoslavia (innescata dagli interessi geopolitici europei, tedeschi in primis) è stato processato Milosevic; sui presunti crimini cinesi contro i popoli tibetano e uiguro i media occidentali versano ogni giorno fiumi di inchiostro; infine, dall’inizio della guerra in Ucraina, stiamo vivendo la più forsennata campagna antirussa dai tempi della Rivoluzione d’ottobre. In merito all’ultimo punto faccio notare che, a prescindere dalla legittimità dell’intervento militare nel Dombass (che visto da Mosca potrebbe essere giustificato, con argomenti più solidi di quelli accampati da Israele nel 1967, come una mossa preventiva per evitare l’accerchiamento da parte della NATO) la Russia ha invaso aree abitate da minoranze russofone che erano oggetto di pulizia etnica da parte delle milizie parafasciste di Kiev e non, come nel caso delle guerre israeliane, aree abitate da secoli da un popolo che non aveva aggredito né minacciato nessuno. Ammesso che ciò non basti a evocare i fantasmi del nazismo né a parlare di genocidio, nessuno può negare che si tratti di azioni aggressive di natura colonialista, né che l’Occidente le abbia assolte applicando il metodo dei due pesi e delle due misure, un atteggiamento dettato dal più cinico interesse geopolitico e nel quale principi e valori non hanno peso alcuno.

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