L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 ottobre 2022

Draghi è letteralmente scappato perchè aveva concorso alla GUERRA FINANZIARIA che gli Stati Uniti stanno facendo ad Euroimbecilandia, da qui la continua fornitura di armi all'Ucraina. Ed in Euroimbecilandia, come sempre, le lotte intestine sono all'ordine del giorno, invece di fare fronte comune contro gli Stati Uniti

SPY FINANZA/ La polveriera pronta a esplodere (anche) in Italia
Pubblicazione: 13.10.2022 - Mauro Bottarelli
Mentre in Italia ci si prepara ad addossare al nuovo Governo colpe che non ha, in Europa comincia a cambiare il clima nei confronti degli Stati Uniti

Palazzo Chigi (LaPresse)

Dunque, l’inflazione non è transitoria, come invece vi avevano raccontato quelli bravi con tanti master. Anzi. Ieri Handelsblatt, la versione tedesca e credibile del Sole24Ore, rendeva note le aspettative non ancora ufficiali della Bundesbank rispetto alla dinamica media dei prezzi attesa per il 2023: +7%. Vogliamo parlare del caro-energia? Se non vi fosse bastata l’ammissione dell’ad di Eni rispetto alla durezza di condizioni che dobbiamo attenderci dall’inverno 2023-2034, in caso non piovessero dal cielo rigassificatori a tempo di record, ecco che ieri il Fmi ha certificato per Italia e Germania una recessione da incubo, rispettivamente a -0,2% e -0,3% come dato annuo. Un taglio dello 0,9% per il nostro Paese rispetto alle stime di luglio e dell’1,1% per Berlino. E tranquilli, perché quelle stime sono destinate a un’ulteriore, drastica revisione al ribasso entro poche settimane.

In compenso, però, la Germania ha già schierato un arsenale anti-crisi da 200 miliardi per tamponare gli effetti più nefasti, immediati e diretti del caro-bollette. Noi, nulla. Perché signori, ora che la fine ufficiale si avvicina, ora che è stata scattata la fotografia dell’addio dopo l’ultimo Consiglio dei ministri, diciamoci la verità: il Governo Draghi, a livello strutturale, non ha portato a casa nulla. La famosa moral suasion in ambito europeo si è tradotta in un fallimento epocale, certificato dalle parole di fuoco che il Premier uscente a riservato a Ursula von der Leyen e ai Paesi nordici dopo il nulla di fatto del vertice informale di Praga. D’altronde, bisogna sapersi scegliere gli alleati in Europa. Ricordate?

Direte voi, almeno avrà messo in sicurezza i conti pubblici. Balle, il debito pubblico è appena salito al nuovo record assoluto con il dato di luglio. Lo spread è sotto controllo, però. Grazie al reinvestimento della Bce e non certo al Governo. Ma attenzione, perché il trappolone è pronto. Meglio che Giorgia Meloni rinforzi da subito le trincee con sacchetti di sabbia supplementari: la strategia è scaricare lo tsunami recessivo in arrivo e certificato dal Fmi sulle spalle del Governo di centrodestra. La retorica sarà quella patetica alla Calenda: hanno distrutto in due mesi lo straordinario lavoro fatto dal governo dei Migliori. Balle 2.0, questi ultimi hanno fatto solo disastri.

Ma ecco che dalle pagine di Repubblica già affiorano i primi rivoli di veleno destinato ai pozzi del nuovo esecutivo: l’economista della London School of Economist, Lucrezia Reichlin, ci dice che la frenata sarà forte, le previsioni di palazzo Chigi per il 2023 irrealistiche e che non bisogna aumentare lo stock di debito. Ma non doveva essere tutto una passeggiata di salute, visto che l’Italia poteva contare sul +6,6% di Pil generato dai Migliori attraverso le scatole cinesi del Superbonus? Com’è che di colpo la situazione macro è divenuta drammatica e sul medio periodo, come sostiene da mesi il sottoscritto con il suo umile diploma di liceo scientifico?

In compenso, c’è almeno un lato positivo: se davvero Giancarlo Giorgetti andrà all’Economia, finalmente avremo qualcuno di competente al Mef. E non un passacarte della Commissione Ue. Perché il ministro leghista ha un grande lato positivo nel suo curriculum: in quanto bocconiano, conosce a menadito certi processi e dinamiche della finanza. Bagaglio fondamentale coi tempi che corrono. Ma si trova meglio per predisposizione personale e impostazione professionale con i bilanci delle PMI. Forse, quindi, certi grandi imprenditori bravissimi a fare soldi con i soldi dello Stato vedranno finire la pacchia. Lo spero, almeno. Altrimenti ammetto che la delusione sarà davvero molta.

Attenzione, però. Perché il redde rationem che sta consumandosi sotto i nostri occhi è di quelli epocali. E in quanto tale, decisamente a rischio di mistificazione. La Germania ci ha appena sottoposti a un bello stress test. Perché non pensiate che Bloomberg abbia rilanciato lo scoop dell’ok di Olaf Scholz a emissioni di debito comune per finanziare i fondi contro il caro-bollette, solo perché ha indagato a fondo: ha ricevuto un’imbeccata. Necessaria a Berlino per vedere l’effetto che faceva. E l’effetto in questione è stato quello del nostro spread sceso del 7% intraday in tre ore di contrattazioni. Salvo perdere slancio solo il giorno dopo, quando Reuters riceveva da fonte anonima del Governo tedesco un’imbeccata in senso opposto: nessun via libera di Berlino a un nuovo fondo Sure. Il messaggio, tutto insito in quel movimento del nostro differenziale sul Bund, è stato chiarissimo. Quantomeno per chi ha voluto coglierlo.

Ricorderete poi l’entrata a gamba tesa della misconosciuta ministra francese sulla vigilanza che Parigi porrà in essere rispetto ai diritti fondamentali in Italia. Accidenti, la sinistra ci ha intinto il pane per giorni, dando vita a un minuetto con il bilancino fra finta indignazione da orgoglio patrio e malcelata soddisfazione per l’ennesimo assist d’Oltralpe. Ecco, guardate cosa riportava AFP nella giornata di martedì: il Governo francese è talmente attento alla tutela dei diritti nei Paesi confinanti da dimenticarsi quelli in patria. Nella fattispecie, quello di sciopero. Perché quando si minaccia l’intervento con la forza per far terminare i blocchi nelle raffinerie, diciamo che non si ha molto a cuore le legittime rivendicazioni salariali di chi ci lavora in quegli stabilimenti di Total e soci e che chiede adeguamenti salariali all’inflazione.

Ma come vi ho mostrato l’altro giorno, la situazione sta precipitando: una stazione di servizio su 3 a livello nazionale comincia a essere a secco di carburanti, le file aumentano. La rabbia pure. E l’arrivo dei Gilet gialli 2.0 è solo questione di giorni, se le raffinerie continueranno a protestare. Anche perché in Francia i sindacati sono tali, la concertazione la lasciano volentieri ai politici. Infatti la Cgt ha immediatamente risposto alla minaccia del Governo con un appello a tutti i lavoratori, affinché diano vita ad azioni di supporto per i dipendenti del settore energetico e garantiscano in questo modo un’estensione e un’amplificazione della lotta. E da quelle parti, la Cgt non scherza. Ciò che dice, lo fa. Infatti, il Governo minaccia di far intervenire la forza pubblica, sfondare i picchetti e liberare gli stabilimenti. Passo successivo dei democratici transalpini? Far venire dalle ex colonie d’Oltremare mano d’opera? Arruolare schiere di crumiri fra i supporter di Macron? E il problema è che con 26 centrali nucleari su 56 ferme per manutenzione, i problemi paiono solo all’inizio. Ma anche per noi, stante la quantità di elettricità che compriamo da EdF. Certo, è solo il 9% del totale. Ma in tempi di razionamenti, equivale a sopravvivere o morire.

Sta per esplodere la polveriera. Inutile negarlo. E quello striscione alla manifestazione della Cgil diceva tutto, soprattutto rivolto implicitamente al Pd e alla sua posizione da falco atlantista: We love Gazprom – Yankees go home. Roba da anni Settanta, inutile negarlo. Ma molto allineata a livello di messaggio implicito di un’esasperazione crescente a quello decisamente brusco e irrituale inviato da un persona colta ed elegante come il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire: Gli Usa non possono vendere ai propri alleati il gas a un prezzo che è quattro volte superiore a quanto pagato dalle loro industrie. Si chiama dumping. Si chiama corda che si spezza. Si chiama solidarietà atlantica che a breve potrebbe lasciare spazio al liberi tutti della sopravvivenza energetica. Con tanti saluti a Zelensky.

Insomma, gli operai Cgil sono stati meno eleganti e più ideologici. Ma il concetto è lo stesso. E quello striscione così d’antan era retto da persone in tuta blu, forti del diploma di terza media e probabilmente con le unghie non in ordine a causa del lavoro in fabbrica. Esattamente quella base che Enrico Letta e soci millantano di voler rappresentare e che, per tutta risposta, ha trasformato Emilia-Romagna e Toscana in nuovi feudi di Fratelli d’Italia. Oggi, in compenso, di fronte all’Ambasciata russa sarà tutto un fiorire di giacche in tweed e velluto. Ripeto, la polveriera sta esplodendo. E chi fino a ieri parlava di unità nazionale per il bene del Paese, già oggi lavora perché il botto da attribuire al centrodestra sia il più fragoroso possibile.

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