L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 21 ottobre 2022

E dato che trattasi di un’inflazione artificiale - creata nel laboratorio espansivo tanto monetario quanto fiscale del post-pandemia - va combattuta creando una recessione artificiale. È questa l’idea che sembra prendere piede soprattutto negli Stati Uniti. Anzi, dalla Federal Reserve, la banca centrale della prima economia al mondo. E dietro a tutto questo c'è sempre l'unica strategia che veramente conta: mantenere l'egemonia del dollaro per consentire agli Stati Uniti di vivere bene in cambio di un pezzetto di carta verde

La Fed ha deciso di suicidare l’economia Usa?
Ecco perché nel laboratorio delle banche centrali si lavora per creare subito una recessione
di Senio Carletti
21 Ottobre, 2022


Una lotta contro il tempo. Le banche centrali sono chiamate a contrastare l’inflazione affinché non contagi tutti i settori della filiera economica, tanto meno i salari. E dato che trattasi di un’inflazione artificiale - creata nel laboratorio espansivo tanto monetario quanto fiscale del post-pandemia - va combattuta creando una recessione artificiale. È questa l’idea che sembra prendere piede soprattutto negli Stati Uniti. Anzi, dalla Federal Reserve, la banca centrale della prima economia al mondo.

“I prezzi continuano a crescere e restano elevati, mentre l’attività economica si espande in modo modesto”. È l’ultima fotografia sullo stato della prima economia al mondo scattata dalla Fed nel Beige Book, il rapporto che farà da base alle prossime decisioni di politica monetaria della riunione dell’1 e 2 novembre.

Il problema ovviamente riguarda le principali banche centrali a livello globale, con poche eccezioni. E tra Fed e Bce, ancora più complesso è il lavoro della seconda, dato che dalle parti dell’Eurozona c’è da fare i conti con un’economia più debole. Il dilemma di Francoforte è se convenga o meno, a questo punto, accelerare una crisi, cercando di gestirne gli effetti, che arriverebbe comunque nei prossimi mesi con ripercussioni probabilmente più pesanti. Ovvero, la via che sembra essere stata scelta dalla Fed.

Quello che è invece possibile affermare con certezza è che, dopo due anni di allentamento quantitativo, le banche centrali hanno iniziato a restringere i propri bilanci e la liquidità sembra essere svanita nel giro di pochi mesi, rivelando acute vulnerabilità del sistema finanziario. È ormai chiaro che la normalizzazione della politica monetaria sarà difficile e irta di rischi.

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