L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 ottobre 2022

È inutile che ci prendiamo per i fondelli: l’Europa è morta

SPY FINANZA/ Per salvare l’Europa servirà una crisi in Italia
Pubblicazione: 11.10.2022 - Mauro Bottarelli
Quanto avvenuto domenica segnala la morte ufficiale dell’Ue. Per salvare il carrozzone oggi serve il sacrifico dell’Italia

Il presidente Francese Emmanuel Macron con il cancelliere tedesco Olaf Scholz (LaPresse)

È inutile che ci prendiamo per i fondelli: l’Europa è morta. Ufficialmente. Dopo una lunga agonia e un pietoso periodo di accanimento terapeutico, ora c’è anche la data del decesso: 9 ottobre 2022. Inutile disporre l’autopsia: si seppellisca il cadavere, prima che appesti l’aria. E ognuno per sé. Perché quanto mostrato da questa immagine appare fin troppo chiaro: persino i tedeschi sono diventati un popolo comprabile politicamente con i sussidi. E, soprattutto, la Germania non è più la locomotiva ma un carro bestiame economico.


Nel tardo pomeriggio del 9 ottobre, questi erano i risultati pressoché certi del voto in Bassa Sassonia: vittoria per la Spd del Cancelliere, un tonfo al minimo da 60 anni per la Cdu, un ottimo risultato per i Verdi, ma, soprattutto, un balzo in doppia cifra della destra nazionalista ed euroscettica di Alternative fur Deutschland. E appare inutile, appunto, prendersi in giro: il dato che conta è che da quelle urne è uscita una maggioranza rosso-blu, inusuale e composita, la cui ragione sociale può essere sintetizzata in uno slogan: meglio fare da soli. Perché se AfD da sempre martella Bruxelles e la Bce, tacciati di politiche unicamente a favore dei Paesi indebitati del Sud, la Spd ha potuto contare su quel risultato unicamente come risposta popolare al mega-fondo da 200 miliardi per tamponare i costi del caro-bollette per imprese e famiglie. Di fatto, la decisione di Berlino di far saltare lo stucchevole e inutile tavolo di trattative europeo sul price cap e farsi forte di una ratio debito/Pil che le consente la riattivazione del vecchio veicolo di sostegno varato in tempo di pandemia.

Non a caso, al vertice informale di Praga è stato proprio l’oltranzismo tedesco a generare l’ennesimo rinvio al 20 ottobre, facendo saltare del tutto i nervi a Mario Draghi, durissimo nei confronti di Ursula von der Leyen e dei Paesi nordici, ritenuti responsabili della prossima recessione. Insomma, la situazione è tale da non permettere ulteriori rinvii sul fronte energetico. Oltretutto, partendo da un presupposto: Berlino deve fare i conti – sotto tutti i punti di vista – con quanto avvenuto a Nord Stream. E a un rapporto sottobanco con Gazprom che da più parti viene descritto come quanto mai attivo nelle ultime settimane. Tanto da aver fatto innervosire e non poco il Dipartimento di Stato. Insomma, in Bassa Sassonia ha vinto chi promette una Germania che pensa e agisce per sé.

E vogliamo parlare della Francia, la stessa che minaccia di vigilare con attenzione sul rispetto dei diritti fondamentali da parte del prossimo Governo italiano? Bene, da dove partire. Da qui, ovvero dalla vera ragione che ha spinto l’oscura ministra d’Oltralpe a ergersi a vigilantes dei nostri vizi.



Da settimane in Francia i sindacati stanno bloccando le raffinerie con scioperi a oltranza per i rinnovi dei contratti e gli adeguamenti salariali all’inflazione. E a differenza dell’Italia, la CGT quando decide di far sudare gli industriali e i Governi, ci sa fare. Si blocca tutto. Fin quando serve, a costo di paralizzare un Paese. Il precedente della vicenda degli esuberi Air France parla chiaro in tal senso. Ed ecco che il risultato di queste mobilitazioni si è tramutato in danno concreto: produzione energetica francese a picco, dopo che nel 2020-2021 il Paese era esportatore netto grazie al nucleare e, soprattutto, una mappa dei distributori di benzina a secco che diviene ogni giorno più accesa nei colori. E in tutto il Paese.

E alle 16:12 minuti di domenica 9 ottobre, mentre in Germania si profilava la vittoria della Spd, in Francia il ministero dell’Energia rendeva noto come a livello nazionale il 29,7% delle stazioni di servizio stesse registrando difficoltà nella normale erogazione di almeno a una tipologia di carburante. Solo il giorno precedente quella percentuale era del 21%. Questo video dell’emittente all-news BFMTV parla chiaro al riguardo. Chiarissimo. Domandina semplice semplice: cos’è accaduto l’ultima volta che in Francia il prezzo dei carburanti è divenuto materia di scontro, all’epoca per una questione fiscale sulle accise? Esatto, la nascita dei Gilet gialli. Pensate che manchi molto prima che la Francia venga totalmente paralizzata da proteste e scioperi, conoscendo il caratterino dei cugini d’Oltralpe quando sentono calpestati i loro diritti? E quanto ci metteranno Marine Le Pen da un lato e Jean-Luc Mélenchon a mettere il cappello politico su quella protesta? E quanto ci metterà Emmanuel Macron a tentare di sanare la situazione, seguendo l’esempio di Olaf Scholz e decidendo per un ulteriore strappo nazionalista (dopo il cap alle bollette finanziato dallo Stato in deficit deciso già la scorsa primavera) rispetto alle chimere di una risposta comunitaria che ancora Mario Draghi insegue inutilmente e disperatamente?

Signori, l’Europa è morta in una domenica di ottobre caratterizzata apparentemente solo dal day after dell’attacco al ponte fra Russia e Crimea. Sfogliare i quotidiani di ieri, in tal senso, era a dir poco scoraggiante: tutti, da Confindustria a Confcommercio, dai sindacati ai partiti maggiori, chiedevano a gran voce un Recovery Fund energetico per tamponare la situazione drammatica del caro-bollette. Inutile, meglio prenderne atto. Non ci sarà nessun Recovery Fund. Come non ci sarà un price cap, se non tardivo, inutile ed edulcorato.

E non fatevi abbindolare dai titoli che leggerete oggi sui giornali o sui siti di informazione: l’ok tedesco rispetto a emissioni comuni di debito per finanziarie un cuscinetto per i Paesi membri, venduto come risolutivo tanto da aver visto il mostro spread crollare del 6% intraday, porta con sé l’inganno. Ovvero, tutto il denaro che verrà raccolto sul mercato da quegli eurobond sarà garantito a chi ne fa richiesta unicamente e strettamente sotto forma di prestito. Di fatto, ulteriore debito che dovremo rimborsare. Di gratuito in nome della crisi epocale e della solidarietà non ci sarà nulla. L’Europa è un Far West, un tutti contro tutti, una giungla con le sue leggi: perché continuare a prendere per i fondelli i cittadini italiani?

Abbiamo voluto schierarci acriticamente al fianco di Zelensky e della Nato, abbiamo voluto essere più realisti del Re contro il Cremlino e Gazprom? Ora paghiamo il prezzo. Se siamo convinti che sia in nome di libertà e democrazia occidentali, accettiamolo senza tanti piagnucolii. La Germania fa da sé, la Francia lo farà tra poco: e noi, cosa faremo? Continueremo a sperare nella soluzione europea?

Se non si mettono soldi adesso, entro Capodanno quegli stessi partner verranno a fare shopping a prezzo di saldo di ciò che ancora respira del nostro tessuto produttivo. E magari bancario. La finisca il Governo uscente di millantare una solidarietà che non esiste, visto che la famosa autorevolezza europea di Mario Draghi ci ha portato a questo punto: un pugno di mosche, ecco cosa ha ottenuto il nostro Governo a Bruxelles. E stante i presupposti e le parole d’ordine in nome delle quali sta nascendo il nuovo esecutivo, la situazione può solo peggiorare. E di molto.

Mi spiace, ma stavolta non ci sono bicchieri mezzi pieni a cui guardare: perché con ogni probabilità, Germania e Francia agiranno sulla Bce affinché l’Italia divenga epicentro di nuova crisi sovrana al fine di garantirsi anche mano libera totale sulla gestione della exit strategy da Target2. Nel 2011 bastò la pulce greca a salvare il carrozzone, oggi serve l’elefante italiano. E parecchie quinte colonne.

Come sempre in questi casi, il consiglio resta valido: per trovare le risposte, seguite scelte e movimenti delle molte Legion d’Onore conferite a nostri connazionali. L’ultima mossa di Berlino, seppur travestita da mano tesa, è in effetti una spinta mascherata.

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