L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 ottobre 2022

Il mestiere della sinistra nel ritorno della politica. Stefano Fassina
di Marco Pondrelli
8 ottobre 2022

Il motivo che dovrebbe spingere a leggere il libro di Stefano Fassina è ben spiegato da Mario Tronti nel commento finale, quando afferma che ‘questo è un libro da leggere con la matita, segnando i passi, marcando gli argomenti, trattenendo le dimostrazioni’ [pag. 166]. Non si può che essere d’accordo con questa affermazione che sottolinea il rigore di questo bel volume al centro del quale l’Autore pone il tema del lavoro. Scrive Fassina ‘il mestiere distintivo della Sinistra non è genericamente “stare dalla parte degli ultimi e dei più deboli”. È stare dalla parte del lavoro come specifico interesse economico: il lavoro subordinato, in forma esplicita (come il lavoro dipendente) o implicita (come la parte sempre più ampia del lavoro “autonomo”, delle professioni e della micro e piccola impresa soffocata dal “mercato”)’ [pag. 21].

L’approccio dell’Autore non si colloca dentro la tradizione comunista ma dentro quella socialdemocratica e riformista, parole che oggi hanno perso il loro reale senso e ci portano a pensare a Tanassi più che a Willy Brandt.

In questo quadro, e qui non si può non essere d’accordo, unito al tema del lavoro vi è quello del conflitto, proprio la mancanza di questi riferimenti ha portato la sinistra a divenire sempre più estranea e lontana dai lavoratori, che alle ultime elezioni hanno preferito il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia o l’astensione.

Recuperare il tema del lavoro vuole dire dare nuovo senso alla Politica, Alfredo D’Attore ha parlato del ‘ritorno del politico’ che diventa ‘carica di alternativa rispetto all’ordinamento sociale dato’, l’insegnamento più importante di Marx ed Engels sta proprio nel rifiuto a considerare la realtà sociale, fatta di sfruttamento e di sopraffazione, come un dato immutabile, figlia delle leggi economiche, o addirittura divine. La politica può, anzi deve, modificare i rapporti sociali esistenti.

Di pari passo con la ricentralizzazione del tema di classe va ripresa l’idea di nazione, afferma infatti l’Autore che ‘l’intreccio tra classe e nazione vige anche nel XXI secolo’ [pag. 97], lo Stato Nazione a differenza di quanto si vaticinava in passato non è scomparso e rimane fondamentale per la costruzione delle politiche pubbliche.

Chiarite le fondamenta della politica della sinistra Stefano Fassina affronta il problema europeo. Ad oggi secondo l’Autore il piano B non è più praticabile, sebbene ‘discusso dal 2015 dal sottoscritto con alcuni interlocutori della sinistra europea (da Jean-Luc Mélenchon de La France Insoumise, a Oskar Lafontaine e Sahra Wagenknecht della Die Linke, a Catarina Martins del Bloco de Esquerda, ai “dissidenti” di Syriza Yanis Varoufakis e Zoe Konstantopoulou) dopo la tragica offensiva dei governi dell’Eurozona contro la Grecia e poi contro l’Italia, è stato archiviato di fronte alla risposta della BCE e degli Stati dell’Unione alla pandemia. Prima, il feroce quadro politico portava, tra gli altri, anche il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz a prospettare un “divorzio consensuale” nell’Eurozona di fronte all’impraticabilità della correzione di rotta delle politiche economiche dell’UE’ [pag. 120]. Venuta meno questa opzione l’unica che rimane sul tavolo è capire come ‘stare dentro’, anche in questo caso possiamo trovare un punto di contatto con l’analisi di D’Attore, se quest’ultimo parla di una ‘Confederazione europea’ che deve fondarsi sulla capacità di integrarsi nel pluralismo, Fassina usa la categoria della ‘demoicracy’ pensando ad una democrazia dei popoli, prendendo atto che la storia e la tradizione secolare degli stati europei non può essere superata facilmente.

Questa costruzione, ben lungi dall’avvicinarsi ai cosiddetti stati uniti d’Europa, cambia il paradigma attuale, per ‘arginare la svalutazione del lavoro, ridurre le disuguaglianze e avviare una credibile conversione ecologica, il primato della concorrenza scolpito nei Trattati va ricondotto, nella massima misura possibile, alle relazioni tra imprese, non, come ora vige, tra ordinamenti di Welfare State’. Evitare la concorrenza fra stati o Welfare State è un processo che cambierebbe radicalmente l’impostazione europea attuale, in un libro (Federalismo e secessione) scritto a quattro mani con Alessandro Barbera, Gianfranco Miglio affermava che ‘il federalismo è incompatibile con qualsiasi forma di stato sociale’, il federalismo è uno strumento per mettere in competizione fra loro gli stati e quindi le classi lavoratrici dei singoli stati. Costruire una struttura europea che unisca stati e popoli nel pluralismo, aprirebbe spazi di manovra maggiori per le forze progressiste.

Personalmente mi sento di fare due appunti a queste affermazioni. Il primo riguarda i confini dell’Europa, nel già citato commento finale Mario Tronti afferma che ‘l’Europa non è solo Occidente, è anche Oriente […] per questo va spezzato l’euroatlantismo delle classi dominanti, che le sinistre democratico-progressiste seguono come il cagnolino al guinzaglio’ [pg. 172], mi rendo conto che parlare oggi di un’Europa che va dall’Atlantico agli Urali è come bestemmiare in Chiesa, ma il tema dei rapporti con la Russia non può essere spostato sul piano militare. Pur condividendo le analisi di Fassina sulla guerra, sul fallimento degli accordi di Minsk e contro l’ingresso dell’Ucraina nella Ue mi sento di dissentire quando afferma che ‘il benaltrismo è la maschera del cinismo’ [pag. 85], non si può, sostiene l’Autore, ignorare la guerra in Ucraina perché se ne sono ignorate altre (ad esempio in Yemen). L’affermazione di principio è giusta e sacrosanta, come dire ‘due torti non fanno una ragione’, ciò che contesto è il sostegno, anche se non militare, a Kiev. La guerra in Ucraina non è iniziata il 24 febbraio, la stampa e la politica italiana in gran parte hanno ignorato il massacro della popolazione russofona degli ultimi otto anni. Se è giusto accogliere i rifugiati ucraini oggi, perché non era giusto farlo con chi scappava dai massacri dei neonazisti, perché non si vuole raccontare quello che è successo ad Odessa il 2 maggio 2014? Capire e conoscere il nostro passato è l’unico modo per arrivare alla pace ed in questo Fassina ha ragione quando scrive che ‘si doveva promuovere da subito la neutralità militare dell’Ucraina attraverso adeguate garanzie per la sua indipendenza’ [pag. 89].

Il secondo elemento che mi lascia perplesso è la capacità di autoriforma dell’Ue, come ho scritto recensendo il libro di Giacomo Gabellini, rimango convinto che il sistema attuale non è in grado di autoriformarsi, questo non vuole dire che siamo di fronte all’alternativa ‘socialismo o barbarie’, in futuro è possibile che nasca un nuovo ‘patto keynesiano’ ma solo dopo il crollo di questo sistema. Questa può essere accusata di essere una visione eccessivamente pessimista della realtà ma il fatto che dalla crisi del 2007-08 Stati Uniti ed Europa non abbiano ancora corretto i loro errori non fa guardare al futuro con speranza.

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