L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 ottobre 2022

La guerra igiene del mondo è la protagonista del presente

La Cina rimpatria i cittadini dall’Ucraina, Putin ha mano libera? Ora sotto con l’Iran

16 Ottobre 2022 - 11:53
Mentre il mondo ascolta Xi, Pechino evacua i connazionali e Gazprom alza il tiro sull’Ue. E con un intero Paese in allarme, le fiamme divampano proprio nella galera iraniana che ospita gli stranieri


La data odierna è una di quelle destinate a essere cerchiate in rosso sul calendario. E a passare alla storia come il Coincidence day dell’autunno 2022. Dopo l’ennesima dimostrazione di isolamento dello Russia giunta dal bilaterale fra Recep Erdogan e Vladimir Putin, finalizzato alla trasformazione della Turchia nell’hub di smistamento del gas verso l’Europa (tradotto, nuova arma di ricatto per Ankara dopo quella migratoria), ecco che Aleksey Miller, CeO di Gazprom, invia il buongiorno al Vecchio Continente: L’introduzione di un price cap sul gas rappresenta una violazione dei termini contrattuali. Fattispecie che presuppone la cessazione della forniture. Chi di rubli ferisce, di price cap perisce.

Prima coincidenza: il numero uno del colosso energetico russo ha stranamente atteso la giornata odierna per confermare il momento make or break per i governi europei rispetto al futuro del loro approvvigionamento. Non lo ha fatto la scorsa settimana, quando il Belgio si è astenuto dal voto sull’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia in sede Ue e ha spalancato in questo modo il vaso di Pandora di una compattezza continentale ormai in briciole, dopo il primo colpo assestato dal fondo tedesco da 200 miliardi.

E perché oggi? Perché oggi, piaccia o meno, è il D-day del mondo. A Pechino si è aperto il 20mo Congresso del Partito comunista cinese, quello destinato a garantire il terzo mandato a Xi Jinping, tramutando il presidente cinese nel nuovo Mao a tutti gli effetti. Ed ecco come due dei principali settimanali europei hanno presentato l’evento:

«Il mondo che vuole la Cina», copertina del settimanale britannico The Economist Fonte: The Economist
«Sia fatta la sua volontà», copertina del settimanale tedesco Der Spiegel Fonte: Der Spiegel

una presa d’atto degli equilibri globali, decisamente poco incline a interpretazioni. Ma ecco che in perfetta contemporanea con l’avvio dei lavori del Plenum cinese,

il ministero degli Esteri di Pechino e l’ambasciata a Kiev diramano un comunicato in cui si invitano tutti i connazionali a lasciare al più presto l’Ucraina. Come mai?

Cosa si attende Pechino nelle prossime settimane? O giorni, magari? Finora, proprio in nome del profilo negoziale che si è costruita in punta di equilibrismo diplomatico, la Cina non aveva mai eccessivamente caricato di toni allarmistici il suo approccio alla questione ucraina. Oggi, invece, l’avviso. Nel giorno più importante. Nel giorno in cui tutti gli occhi del mondo la guardano. E tutte le orecchie hanno ascoltato i quasi 100 minuti di intervento inaugurale di Xi Jinping, una sorta di lectio magistralis di gestione del potere globale per i prossimi decenni. La Cina ha forse tacitamente accordato mano libera alla Russia, decidendo che per arrivare a un accordo serva uno spavento davvero epocale per tutte le parti in causa? Una cosa è certa: Gazprom ha colto la palla al balzo, archiviando i toni concilianti del Moscow Energy Forum. E passando ai diktat.

Ed ecco che, proprio mentre la Cina sta officiando il suo rito laico per antonomasia e prima della chiusura delle porte dietro alle spalle del Politburo (che lavorerà isolato dal mondo per una settimana), ecco che in Iran la situazione subisce un’accelerazione decisamente mediatica della crisi in atto. Potendo contare su qualche migliaio di obiettivi simbolici della natura repressiva del regime, casualmente Teheran ha dovuto prendere atto del fatto che a bruciare sia stato nella notte proprio il carcere di Evin, quello dove sono detenuti dissidenti e prigionieri politici. E dove in questi giorni si trovano alcuni cittadini statunitensi e la nostra connazionale Alessia Piperno.

Nella notte, una folla di cittadini riunitisi spontaneamente avrebbe inscenato una marcia verso la prigione. Manifestazioni le cui immagini hanno rapidamente inondato il web, divenendo virali e facendo scomodare paragoni e titoli ad effetto come la Bastiglia degli ayatollah. Il forte rischio, invece, è quello di un incendio dei Reichstag in salsa teocratica. Inutile negare le coincidenze. La ciclica rivolta contro il regime sciita, questa volta declinata al femminile e quindi decisamente in grado di generare empatia politica e mediatica immediata, è esplosa in contemporanea con lo strano ma terribilmente preventivabile aborto dell’accordo sul nucleare iraniano a Vienna.

La firma era a un passo. A detta di tutte le parti coinvolte. Poi, di colpo, nuove informazioni dell’Agenzia atomica rendevano noto un’accelerazione nell’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran che parlava la lingua della corsa alla bomba, mentre in contemporanea gli Usa denunciavano il ruolo dell’Iran - a sua volta bandito - nel processo di elusione del regime sanzionatorio sull’energia da parte russa. Tutto fermo. Di colpo, poi, il ritorno in piazza della società civile iraniana e il mantra del taglio della ciocca di capelli, gesto divenuto simbolico in tutto l’Occidente.

Sicuramente, una coincidenza nella coincidenza nella coincidenza. Insomma, una matrjoska di coincidenze. Che ci porta però alla pericolosa ipotesi di una destabilizzazione già in atto in Iran da parte di ONG direttamente controllate dall’intelligence e dalla diplomazia Usa e al forzato spostamento del fronte di crisi dall’Ucraina al Medio Oriente. L’Europa, d’altronde, comincia a vacillare sul fronte ucraino. Pericolosamente. Come dimostrato dall’astensione belga sulle sanzioni. E, soprattutto, da messe in guardia come questa:

nonostante il clima sia ancora primaverile, uno dei pochi addetti ai lavori ad aver messo giustamente in dubbio fin dall’inizio l’azzardo sugli approvvigionamenti del governo Draghi, il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, invita i cittadini italiani ad acquistare un generatore, poiché fra gennaio e febbraio i razionamenti di gas potrebbero essere ben peggiori dell’annunciato. Di più, l’invito del manager è quello di militarizzare la crisi energetica.

Cosa ci dice, tutto questo? Anzi, cosa ci ricorda? In quale occasione il nostro Paese scelse la svolta di carattere militare per approcciare una crisi? La pandemia e la nomina del generale Figliuolo come figura apicale di riferimento per gli hub vaccinali. E per l’intera catena di gestione dell’emergenza. Ovvero, green pass, limitazioni e chiusure comprese. Tout se tient, sentenziò il linguista svizzero Ferdinand de Saussure. E appare decisamente azzardato - in uno scenario simile - razionalizzare tutto a tal punto da tagliare corto sfoderando la lama semplicificatrice dei rasoio di Occam. Certo, è più facile e tranquillizzante. Ma come certi sonni della ragione, poi genera mostri.

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