L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 ottobre 2022

La guerra igiene del mondo rivela l'obiettivo sul campo di gioco. La fine del predominio del dollaro e degli Stati uniti sul resto del mondo. Ora gli statunitensi devono cominciare a lavorare per vivere

OLTRE L’UCRAINA/ Le manovre di chi vuol veder finire il gioco al rialzo degli Usa
Pubblicazione: 06.10.2022 - Fabrizio Pezzani
La guerra in Ucraina è la linea di scontro di un conflitto di dimensioni più vaste in cui ad essere contestato è l’unipolarismo Usa

Xi Jinping e Vladimir Putin (LaPresse)

La drammatica guerra scatenata dalla Russia in Ucraina ha generato uno scontro che non si esaurisce sul campo bellico ma si allarga ad un confronto globale più ampio sul piano geopolitico e su quello degli equilibri finanziari, che creano differenti condizioni di vantaggi e svantaggi ai diversi Paesi. Proviamo ad analizzarli.

La guerra segue il già grave shock creato dal Covid, che ha segnato profondamente le economie globali ed ha contribuito ad accelerare un processo di decadenza dell’Occidente e delle sue istituzioni – Nato ed Ue – o quanto meno a mettere in discussione la loro governance e la tipologia delle relazioni tra differenti Paesi, sempre più conflittuali ed orientati a perseguire l’interesse singolare a scapito di quello comune.

La risposta all’attacco russo è avvenuta sul piano delle forniture belliche e sul piano sanzionatorio, per indebolire finanziariamente la Russia ed il suo commercio di gas e petrolio ed il suo sistema di relazioni commerciali. Le sanzioni, però, hanno finito per gravare prevalentemente sui Paesi europei, che dal punto di vista economico subiscono le maggiori perdite, a differenza degli Stati Uniti che ne traggono evidenti vantaggi. Le sanzioni colpiscono maggiormente le aziende europee che avevano sbocchi significativi nell’Est europeo ed in particolare con la Russia. Il venire meno di sbocchi commerciali ha avuto l’effetto di ridurre gli spazi occupazionali, ma in questo modo gli Usa hanno coperto gli spazi lasciati dalle aziende europee.

L’effetto si misura immediatamente con il rafforzamento del dollaro a scapito dell’euro, ma anche della sterlina, in un tempo relativamente breve e tale da non giustificare un differenziale così forte tra le differenti economie; e la speculazione finanziaria non governata ha alimentato le variazioni tra le valute. La mancanza di una reale volontà politica di dialogo per una possibile pace ha favorito un’esasperazione della politica di guerra che ha visto proprio gli Stati Uniti come principali promotori di scontri crescenti in una lotta al rialzo, con il rischio di trovarsi in un punto di non ritorno come oggi. La rilevanza degli aiuti all’Ucraina fornito dagli Usa è pari a quelli dati per l’Afganistan, Israele e l’Egitto messi insieme, superando in pochi mesi tre dei maggiori destinatari di risorse e di aiuti militari nel nuovo secolo; e le spese belliche negli Usa sono sempre state viste come un veicolo di espansione dell’economia. Lo stesso attacco ai gasdotti nel Mar Baltico ha spezzato il potenziale legame tra Russia e Germania, da sempre visto come pericoloso, ed ha favorito le aziende gasiere nordamericane, per le quali si apre un mercato non previsto a condizioni di prezzo dieci volte superiore al gas russo; e pensare che diverse di queste erano vicino al default perché i costi non venivano interamente coperti dai prezzi di vendita.

Il vero scontro geopolitico viene nascosto dalla narrazione della guerra ed è tra Usa, Russia, Cina e Paesi emergenti (Brics) che mettono in discussione la supremazia degli Usa e del dollaro come valuta di riserva globale; gli Usa da anni perseguono politiche neoliberiste sconsiderate la cui sopravvivenza è subordinata alla stampa infinita di dollari, una moneta fiat senza sottostante reale dal 1971 con la fine del “gold exchange standard”. Il ricorso alla stampa infinita di moneta comincia a ritorcersi contro di loro, con un aumento del debito difficilmente calcolabile in mano anche a paesi ostili come la Cina. A fronte di questa debolezza sempre meno difendibile, i commentatori parlano di prossima recessione (Nouriel Roubini), i Paesi opposti – Russia, Cina, India, Iran, Argentina ed il Brasile se vince Lula – hanno creato la “Shangai Cooperation Organisation” (Sco) che è la più grande istituzione economica regionale del mondo la quale pensa ad una moneta alternativa al dollaro ed ad un sistema alternativo allo Swift; la Sco rappresenta 3,2 mld. di persone ed il 25% del Pil globale. Oggi la finanza senza controllori sta giocando una partita a favore del capitale e del dollaro con forme di speculazione sulle materie prime fuori di ogni controllo con una politica debole, assente e smarrita.

La tragica guerra in Ucraina maschera queste sfide epocali, in cui gli Stati Uniti difendono la loro idea unipolare a fronte di un mondo sempre più multipolare e la vecchia Europa si dimostra perdente economicamente e politicamente, incapace di trovare un’intesa che possa renderla veramente forte al di là delle tante oziose dichiarazioni di rito; la sua stessa governance, nella figura della sua presidente Ursula von der Leyen, sembra non capire la posta in gioco, più pronta ad obbedire che a comandare.

Come conseguenza l’indebolimento dell’Europa e della sua moneta favorisce l’assalto alle nostre imprese, facile preda della finanza globale in presenza di una politica troppo assente culturalmente ed impegnata, oggi più che mai, in battaglie di retroguardia fatte di slogan e di futile propaganda.

In questo caos non governato i veri perdenti siamo noi Europa ed oggi purtroppo il nostro Paese il cui prossimo governo si troverà di fronte a grandi problemi creati da un mondo globale in conflitto e dalle fallimentari performances dei precedenti governi.

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