L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 ottobre 2022

La prima vittima della FED è il Regno Unito, aiutata dalla incompetente e insipiente Liz Truss. Goldman Sachs compra con un tozzo di pane tutto il vendibile che stanno effettuando i fondi pensioni inglesi per sopravvivere alla tempesta

Rileggere Cechov per capire come la crisi attuale necessiti un elefante da sacrificare

8 Ottobre 2022 - 13:00

Come nel «Il giardino dei ciliegi», le bestie feroci paiono necessarie all'evoluzione fuori da un cul-de-sac che potrebbe far saltare l’Europa. Ma a differenza del 2011, Francia e Germania sono i Pigs


Io, signor Lopachin, la penso così: lei è molto ricco, tra poco sarò milionario. E come nella logica dell’evoluzione sono necessarie le bestie feroci, che divorano tutto quello che trovano sulla loro strada, così anche lei è necessario. Nelle parole amare di Peter Trofimov c’è tutto il senso profondo de Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov. E c’è anche molto del mercato e della politica che gli gravita attorno come un satellite irretito, sedotto e impotente.

Sembra impossibile che due mondi apparentemente così distanti possano avere a che fare fino a contaminarsi. Ma non lo è, in realtà. Perché le bestie feroci ci sono. E paradossalmente servono. Sono rivelatrici.

Dichiarazione di Goldman Sachs sull’operatività rispetto alle fire sales dei fondi pensione britannici Fonte: Bloomberg

Goldman Sachs sta acquistando a prezzo di saldo ciò che i fondi pensione britannici vendono come disperati per racimolare la liquidità necessaria a non essere spazzati via dalle margin calls. E la Bank of England, cosa più unica che rara, è stata costretta ad ammettere che il suo intervento è stato reso necessario proprio da questo: il rischio che il collasso di quei fondi, oltre 5.200, potesse contagiare l’intero sistema finanziario d’Oltremanica. E la paura non è passata, perché contestualmente alla conferma della gravità del problema, Threadneedle Street annunciava l’aumento dell’ammontare potenziale di intervento su GILTS di lunga durata: in una settimana si è già passati da 65 miliardi a 100 miliardi di sterline.

Demagogia vorrebbe che su Goldman Sachs piovessero rabbia e ludibrio. Ipocrisia. Perché se si vuole il mercato, se si vuole cambiare lo smartphone due volte l’anno, andare a Parigi in low cost e potersi permettere beni divenuti a costo accessibile per le distorsioni globaliste, allora si accettano anche gli squali. E il loro essere ontologicamente come il mercante Alekseevic Lopachin: ricchi. E destinati a esserlo sempre di più. Spesso, unicamente speculando sulle disgrazie altrui. Perché quindi sono necessarie le bestie feroci? Per questo:

Andamento dei tassi sui mutui immobiliari britannici Fonte: Bloomberg

ovvero, la base stessa dell’operazione da mille e una notte che Goldman Sache e fondi assortiti stanno compiendo. Una politica incapace, in questo caso impersonata da Liz Truss, premier britannica la cui illuminata intuizione di contrastare un rallentamento economico combinato con un’inflazione a due cifre attraverso un ideologico taglio delle tasse di thatcheriana memoria ha spedito i tassi sui mutui immobiliari britannici alle stelle. E attenzione all’arco temporale del grafico: si tratta di giorni e non di settimane. O mesi. O anni. Giorni.

Vogliamo quindi dare colpa a Goldman Sachs per l’incapacità altrui? Se il portiere fa una papera, sbaglia il rinvio e mette il pallone sui piedi dell’attaccante, è forse da condannare l’istinto rapace di quest’ultimo o la dabbenaggine del primo? Ovviamente, partendo sempre dal presupposto di accettazione del cosiddetto mercato. Non libero, perché basato su QE strutturale, quindi manipolato alla base. Come nella Cina che tanto si disprezza e a cui non si vuole riconoscere lo status di economia mercatista. Quando ne appare il campione mondiale.

Ed eccoci al risvolto pericolosamente italiano di quella che possiamo definire la parabola cechoviana della vicenda post-elettorale. La Francia attraverso una misconosciuta ministra ha reso noto di voler monitorare la tutela dei diritti nel nostro Paese: praticamente, l’anticamera dei caschi blu nei seggi alle prossime elezioni. Un’alzata di ingegno talmente eccessiva e sgrammaticata da aver fatto perdere le staffe e l’aplomb istituzionale persino al Quirinale: L’Italia sa badare a se stessa, ha dichiarato il presidente Mattarella. E anche Mario Draghi, a latere dell’inutile vertice informale di Praga, ha rassicurato: In Europa non c’è preoccupazione ma curiosità per il nuovo governo. Come allo zoo.

Ma ecco che, come spesso accade, le bestie feroci nascondono in realtà solo animali feriti. Questi grafici

Andamento della produzione di energia francese attraverso il Fue Index Fonte: Bloomberg
Andamento prospettico delle temperature medie in Germania Fonte: Bloomberg/Zerohedge
Andamento prospettico dei giorni di accensione dei riscaldamenti in Germania Fonte: Bloomberg/Zerohedge

parlano chiaro e ci dicono che Francia e Germania hanno un serio, serissimo problema energetico di fronte a loro. Perché non solo non esportano più come nel 2020/2021 ma vedono rispettivamente produzione e consumi talmente in fase critica da prospettare un inverno molto più economicamente e socialmente complesso da gestire di quanto si credesse solo poche settimane fa. E il gestore della Rete tedesca, Klaus Mueller, è stato molto chiaro solo due giorni fa: I consumi di gas sono incrementati davvero troppo la scorsa settimana, la prima di clima più rigido. Se questo deve servirci come parametro per l’intero inverno, difficilmente potremo evitare un’emergenza legata al gas. A meno di un risparmio di almeno il 20% a livello di tutti i settori, dal privato al commerciale all’industriale. La situazione può diventare molto seria, se non riduciamo drasticamente i consumi. Tradotto, stagflazione. Epocale.

E le parole di Mueller devono inquietare maggiormente, se messe in prospettiva con il fatto che pronunciate con gli stoccaggi tedeschi al 92,75%, quindi ben al di sopra della soglia obiettivo da raggiungere entro il 1 novembre. Insomma, l’Europa che perde tempo a Praga sta per precipitare in un clima prolungato da Gotham City. L’asse renano in testa, stante quei grafici. Ed ecco che allora le belve feroci sfruttano la debolezza altrui, esattamente come Goldman Sachs sta facendo con il dilettantismo del governo britannico. Mentre Mario Draghi rassicurava e Giorgia Meloni rintuzzava gli attacchi d’Oltralpe, il rendimento del BTP benchmark saliva al 4,68%. Solo 10 punti base da quello greco. Con l’aggravante che il mercato già prezza meno rischiosi i titoli ellenici a 2 e 5 anni rispetto ai nostri.

Ecco che allora trovano una spiegazione lo stop austriaco ai nostri flussi di gas russo, l’oltranzismo tedesco in sede europea, le minacce di Moody’s sul PNRR e gli attacchi francesi sui diritti. Le belve feroci sono consapevoli di due cose. Primo, l’Italia ha 2.770 miliardi di debito pubblico e una dipendenza esiziale dalla Bce per mantenerlo artificialmente sostenibile. Secondo, l’attuale crisi energetica è molto più grave e sistemica di quella debitoria del 2011. Quindi non basta una pulce come fu la Grecia per generare una risposta salvifica, occorre un elefante. Il quale, non a caso, ieri ha barrito all’unisono per spaventare. O farsi coraggio. Perché ha capito che il branco si è mosso. E lui è la preda.

Nessun commento:

Posta un commento