L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 ottobre 2022

La Truss la testa di legno che dimostra tutta la sua incompetenza e insipienza. Gli Stati Uniti producono con un clic quel pezzetto di carta verde per avere in cambio merce, valore reale. La sua economia si regge sul deficit voluto, obbligato per continuare ad avere l'egemonia del dollaro sul resto del mondo

Taglio delle tasse in deficit e aumenti di spesa, il lascito insostenibile della crisi mondiale
La crisi mondiale del 2008-'09 ha lasciato in eredità politiche fiscali insostenibili tra taglio delle tasse e aumenti di spesa in deficit
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 18 Ottobre 2022 alle ore 06:26


Il caos scatenato a Londra dal nuovo governo conservatore di Liz Truss può offrirci conforto nel sapere che anche i primi della classe a volte sbagliano di brutto. C’è una nuova premier, che dopo 40 anni ha dovuto licenziare il suo ministro dell’Economia e rimangiarsi una manovra fiscale impostata sul taglio delle tasse in deficit. Si è dovuta arrendere al crollo della sterlina, della borsa e al boom dei rendimenti di stato. La Banca d’Inghilterra è dovuta intervenire per spegnere l’incendio. E il neo-nominato cancelliere allo Scacchiere, Jeremy Hunt, ha annunciato che le tasse aumenteranno, altro che diminuire. Raramente assistiamo a simili eventi in un’economia avanzata. Quanto accaduto nel Regno Unito, però, non è una storia isolata.

Tutto ha origine nel 2008. C’è il crac di Lehman Brothers e rischia di saltare per aria tutto il sistema bancario americano, nonché l’economia americana stessa e, a cascata, l’intero pianeta. Per impedire una crisi mondiale catastrofica, i governi scendono in campo con salvataggi bancari costosissimi e impopolari. Mentre le banche intascano lauti dividendi spesso frutto di speculazione finanziaria e non di presti a sostegno dell’economia, milioni di persone perdono il lavoro e, in qualità di contribuenti sono costretti a pagare i debiti delle prime.

Il mondo va in subbuglio. La politica trema, le banche centrali reagiscono azzerando i tassi d’interesse e iniettando liquidità a pioggia. Per oltre un decennio è stato così. L’onda d’urto della crisi mondiale fu così violenta da convincere i governi a non indisporre più i cittadini. “Equilibrio di bilancio” fu un’espressione che uscì fuori dal lessico politico. Del resto, non puoi salvare le banche con soldi pubblici e dire ai cittadini che non ci sono risorse da destinare al potenziamento dei servizi e al taglio delle tasse.

Dal taglio delle tasse al rialzo dei tassi

E così, grazie ai tassi zero, i desideri di tutti furono accontentati per anni e anni. I debiti pubblici salivano, ma non costavano nulla, per cui nessuno se ne preoccupava. La classica distinzione tra destra e sinistra aveva sempre meno senso: perché dilaniarsi nello scegliere tra meno tasse e più spesa pubblica, se puoi avere entrambe le cose senza effetti collaterali apparenti? Funzionò così fino al Covid, quando si raggiunse l’apoteosi dell’allentamento fiscale e monetario. Soldi per tutti e a costo zero. Poi, l’imprevisto: rispunta l’inflazione, le banche centrali fingono di non vederla e dopodiché devono combatterla alzando i tassi. Finisce un’era di illusioni. Improvvisamente, i conti tornano a dover essere quadrati. Non è più possibile promettere il taglio delle tasse e aumenti della spesa pubblica senza coperture.

Il primo a scoprirlo sulla sua pelle è Truss. E’ servita come il canarino nella miniera, un esempio illuminante di cosa non fare di questi tempi. Certo, l’America continua ad essere l’eccezione. Spandono, spendono e varano il taglio delle tasse tutto in deficit. Ma lì ancora vale il “privilegio esorbitante” di stampare il dollaro, valuta che tutti nel mondo vogliono possedere perché riserva di valore. Grazie a Londra, però, tutti sappiamo adesso che non è più tempo di fare debiti. C’è la necessità di compiere scelte, cioè la politica deve tornare a fare il suo lavoro. E dopo una lunghissima pausa è evidente che sia svogliata e che abbia persino perso capacità.

Se fino a qualche mese fa sul web sciorinavano le loro ammiccanti soluzioni i teorici della Moderna Teoria Monetaria (MMT), adesso che persino il Giappone vacilla dinnanzi alla realtà, a tutti è imposta sobrietà anche nel favoleggiare. Se ancora all’inizio di quest’anno “Super Mario” Draghi varava un taglio delle tasse in deficit, adesso i principali fautori dell’abbassamento del carico fiscale su famiglie e imprese – il centro-destra – neppure si sogna di imitarlo con il nuovo governo.
L’aria è cambiata, siamo tornati con i piedi per terra al minimo rialzo dei tassi.

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