L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 2 ottobre 2022

L'agenda politica è nelle salde mani di Mosca e gli anglosionististatunitensi corrono, con il fiatone, dietro alle loro iniziative. Gli atti di terrorismo sono segni di debolezza nei confronti di un gigante politico a cui non riescono a tenergli testa. La guerra è igiene del mondo. La flessibilità e la capacità di muoversi e adattarsi della Russia è tangibile mentre gli Stati Uniti sanno solo balbettare come un disco rotto

Ucraina, la svolta di Putin
di Michele Paris
21 settembre 2022

Il discorso di Putin di mercoledì mattina alla Russia ha segnato molto probabilmente quel punto di svolta nella crisi ucraina che si attendeva dopo il drammatico aumento degli aiuti militari occidentali al regime di Kiev, con conseguente impennata delle vittime civili nel Donbass, e la “controffensiva” delle forze ucraine nella regione di Kharkov. La serie di iniziative annunciate dal Cremlino possono essere lette e spiegate in vari modi, ma prospettano quasi certamente una pericolosa escalation della “guerra per procura” già in atto con i paesi della NATO.

Un primo aspetto da considerare sono le possibili tensioni nella leadership politica e militare russa dopo le polemiche e le recriminazioni seguite alla ritirata forzata di un paio di settimane fa. Le voci a Mosca e nel resto della federazione che chiedevano una più massiccia mobilitazione militare e la trasformazione della cosiddetta “operazione speciale” in una guerra a tutti gli effetti si erano fatte sentire anche negli ambienti più vicini a Putin, come dimostra ad esempio l’appello pubblico del leader ceceno Ramzan Kadyrov dopo i fatti di Kharkov.

Putin e il suo entourage sono stati finora molto cauti nella gestione delle operazioni militari, assicurandosi di mantenere un livello di consenso decisamente alto tra la popolazione russa grazie in primo luogo all’impegno limitato di forze in Ucraina e al numero relativamente basso di vittime causate dai combattimenti. Per il resto, il gioco del Cremlino lo avevano fatto l’Europa e gli Stati Uniti con l’imposizione di sanzioni che hanno colpito quasi esclusivamente gli stessi paesi occidentali, nonché fatto schizzare i profitti russi derivanti dall’export di gas e petrolio.

Per questo motivo, la decisione presa ufficialmente mercoledì di mobilitare parzialmente i riservisti deve essere stata studiata con estrema attenzione e, anche se arrivata dopo un paio di giorni segnati da eventi fondamentali accaduti in rapida successione, probabilmente a seguito di lunghe discussioni all’interno della leadership russa. Un segnale del nervosismo che può avere pervaso il Cremlino alla vigilia della decisione è forse l’insolito rinvio del discorso alla nazione di Putin, inizialmente fissato per martedì sera e alla fine andato in onda la mattina successiva.

Il ritardo, secondo alcuni osservatori, potrebbe tuttavia essere dovuto anche al tentativo in extremis da parte di qualche leader occidentale di raggiungere un punto di intesa con Putin per intavolare una qualche trattativa ed evitare lo scontro aperto. A conferma di quest’ultima ipotesi non ci sono ovviamente elementi. L’unica notizia circolata a questo proposito, ma di qualche giorno fa, riguardava una richiesta di colloquio telefonico con Putin del presidente francese Macron che era stata però respinta.

Di certo, i piani russi hanno provocato una certa sorpresa tra i capi di governo europei, l’amministrazione Biden e i vertici NATO, precipitatisi pateticamente a condannare i provvedimenti che avevano preceduto l’intervento televisivo di Putin, ovvero l’annuncio degli imminenti referendum per l’annessione alla Russia in quattro “oblast” ucraini a maggioranza russofona. Al di là della prevedibile propaganda e delle ovvie denunce di elezioni “farsa” o della violazione della “integrità territoriale” ucraina, sembra esserci appunto un elemento di sconcerto tra i leader occidentali di fronte all’accelerazione imposta da Mosca.

Stando almeno ai toni trionfalistici che avevano seguito l’avanzata ucraina nella regione di Kharkov, Washington e Bruxelles si attendevano un arretramento generale della Russia, secondo la consolidata e fallimentare tesi della capacità occidentale di convincere Mosca a rinunciare al perseguimento dei propri interessi vitali dietro pressioni economiche, politiche e militari. Putin ha al contrario rilanciato, tutto sommato ribadendo gli identici avvertimenti dei mesi scorsi a non oltrepassare certi limiti che fanno percepire alla Russia una minaccia alla propria sicurezza. Il presidente russo, sempre nel suo discorso di mercoledì, ha infatti chiarito esplicitamente che quello deciso da Mosca “non è un bluff” e che Stati Uniti e soprattutto Europa e Ucraina finiranno per pagare molto caramente ulteriori provocazioni.

L’intensificazione della guerra condotta fondamentalmente dalla NATO ha spinto dunque la Russia a cambiare i termini del conflitto. Ciò è avvenuto con il via libera ai referendum che già nei prossimi giorni determineranno con ogni probabilità l’annessione delle regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia alla Federazione Russa. Com’è evidente, da quel momento un attacco contro uno di questi territori equivarrà a un attacco contro la Russia, con le conseguenti implicazioni in termini di risposta militare, inclusa l’opzione nucleare. Nel mirino di Mosca ci saranno poi le infrastrutture strategiche ucraine, con la possibilità di colpire i centri di comando dove sembra essere presente un numero imprecisato di ufficiali NATO.

Qualunque sia il giudizio sulle operazioni militari russe, sulla questione del Donbass o sull’Ucraina, sono i governi occidentali che hanno oggettivamente la responsabilità principale del precipitare della situazione. Mentre i media ufficiali e i politici in Europa e negli Stati Uniti continuano a diffondere la favola dell’invasione “non provocata” da parte di Mosca, la risposta militare di Putin e l’annunciata escalation di queste ore sono l’inevitabile riflesso di politiche espansioniste promosse da Washington e Bruxelles almeno a partire dal colpo di stato neonazista in Ucraina del 2014.

Il tentativo di genocidio perpetrato in otto anni di massacri, che hanno causato 14 mila morti tra i civili del Donbass, si aggiungono alla mancata implementazione dei termini degli accordi di Minsk per risolvere pacificamente la crisi e al rifiuto da parte della NATO di considerare le legittime richieste russe per ridisegnare l’architettura della sicurezza in Europa. Durante il conflitto esploso definitivamente lo scorso febbraio, il progressivo aumento dell’assistenza militare all’Ucraina è stato un ulteriore segnale della volontà europea e americana di continuare sulla strada dello scontro. Allo stesso modo, i promettenti colloqui di pace nel mese di marzo a Istanbul erano stati boicottati dopo l’intervento dell’allora premier britannico Boris Johnson.

Il messaggio era stato chiarissimo per il Cremlino: l’intera NATO intendeva fare la guerra alla Russia a costo di sacrificare la popolazione e i militari ucraini. Più recentemente, i ripetuti bombardamenti con armi occidentali contro obiettivi civili nel Donbass, in particolare nella città di Donetsk, hanno reso la situazione insostenibile per le auto-proclamate repubbliche filo-russe, accelerando l’organizzazione di referendum per il ricongiungimento alla Federazione Russa.

La mobilitazione decisa dal Cremlino è comunque per il momento solo parziale e non prevede coscrizione, anche se il provvedimento ha già provocato alcune manifestazioni di protesta in Russia. I riservisti che saranno richiamati e, dopo apposito addestramento, inviati in Ucraina rappresentano tuttavia una forza molto consistente, che si aggiungerà all’incremento della produzione di armamenti in vista di un’intensificazione della campagna di bombardamenti sull’Ucraina. Secondo gli esperti, le nuove forze di Mosca potrebbero essere pronte per una possibile offensiva, forse con l’obiettivo di Odessa, nel pieno dell’inverno se non prima, anticipando quindi la teorica riorganizzazione delle forze ucraine in previsione di una nuova dispendiosa “controffensiva” sulla scia di quella recente nel “oblast” di Kharkov.

A proposito delle decisioni russe, è interessante citare le dichiarazioni rilasciate da Erdogan a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in corso a New York. Il presidente turco, nel riproporsi come mediatore tra Mosca e Kiev, ha rivelato come Putin gli avesse confessato nel recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Samarcanda di desiderare la fine della guerra in tempi brevi. È possibile leggere qui tra le righe un messaggio all’Occidente, ma un messaggio di natura duplice che contiene cioè la disponibilità a sedersi al tavolo del negoziati ma anche, se necessario, a chiudere la questione Ucraina con una vittoria sul campo attraverso il dispiegamento massiccio delle proprie forze armate.

Il cambio di passo di Putin è avvenuto probabilmente non a caso subito dopo l’importante evento nella città dell’Uzbekistan, dove il presidente russo ha avuto colloqui incentrati sulla questione ucraina soprattutto con il suo omologo cinese, Xi Jinping. Le notizie trapelate sul faccia a faccia hanno lasciato intendere che Pechino garantirà il pieno appoggio a Mosca sulle operazioni militari in corso, così come sulla risposta a eventuali nuove future sanzioni che l’Occidente adotterà in conseguenza dei referendum e della probabile annessione di parte del territorio ucraino.

Se così fosse, la guerra in Ucraina confermerebbe di avere una portata molto più ampia dei confini della ex repubblica sovietica, essendo in gioco gli stessi futuri equilibri globali con lo scontro tra le velleità di dominio di una potenza declinante come gli Stati Uniti e l’emergere delle dinamiche multipolari che poggiano sulla partnership russo-cinese. Da parte della NATO, in ogni caso, ci sono poche possibilità di invertire le sorti del conflitto ucraino dal punto di vista militare, tanto più se Mosca deciderà di alzare il livello dello sforzo bellico.

La minaccia più grave che incombe resta quella dello spettro di una conflagrazione nucleare, tutt’altro che da escludere se, come appare quasi scontato, la risposta occidentale alle decisioni appena prese dalla Russia non sarà improntata a razionalità e prudenza ma, sulla scia di quanto accaduto finora, verranno sfruttate per intensificare le provocazioni e l’impegno a sostegno di Kiev. Ancora meno ci sarà da aspettarsi in Occidente una qualche riflessione sulle aspirazioni della popolazione russofona nelle regioni interessate dai referendum, unica arma, assieme alla protezione militare di Mosca, per sottrarsi definitivamente alle violenze, alle persecuzioni e alle conseguenze della deriva ultra-autoritaria del regime di Zelensky.

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