L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 ottobre 2022

L'inflazione è esplosa, la miccia è stata la tassa sulla CO2 che producevano le aziende. Ma è strutturale, quella montagna di soldi mandati in circolo per salvare le banche, il sistema finanziario, non poteva non creare inflazione, gli aumenti dei tassi d'interessi statunitensi, la guerra in Ucraina ha fatto il resto. Ora nonostante la Stagflazione (recessione+inflazione) in cui siamo immersi, vogliono ritirare questi capitali creati con il clic, diciamolo un momento meno opportuno

Cos’è il ‘quantitative tightening’ della BCE che colpisce i BTp
La BCE ha già iniziato a sondare il quantitative tightening, mandando ancora più sotto pressione i titoli di stato italiani
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 14 Ottobre 2022 alle ore 06:05


La BCE ha iniziato a discutere dalla scorsa settimana circa la possibile riduzione del suo portafoglio di asset, che alla fine del mese di settembre valeva qualcosa come circa 5.100 miliardi di euro, il 40% del PIL dell’Eurozona. La discussione è stata confermata in questi giorni dal governatore olandese Klaas Knot. Egli si ascrive a quella parte del board favorevole al cosiddetto “quantitative tightening”. Praticamente, sin dal 2015 la BCE ha acquistato titoli di stato e obbligazioni private per iniettare liquidità sui mercati e tendere così al target d’inflazione. Negli ultimi mesi, a fronte di un obiettivo formale di medio periodo del 2%, l’inflazione nell’Eurozona è esplosa. A settembre, toccava il 10% esatto.

QE e PEPP terminati

Non solo non c’è più alcuna necessità di aggiungere liquidità al sistema, anzi essa si rivela essere ormai eccessiva. E di fatti i due programmi di acquisto sono stati cessati. Il PEPP, varato a inizio pandemia, si è concluso a marzo di quest’anno. Il “quantitative easing” (QE) è finito a giugno. Tuttavia, i bond che arrivano a scadenza continuano ad essere riacquistati dalla BCE, in modo da mantenere inalterate le dimensioni del portafoglio.

Formalmente, Francoforte si è impegnata con la “forward guidance” a proseguire i reinvestimenti con il PEPP fino al 2024. Nessuna data è stata, invece, fissata per cessare i reinvestimenti con il QE. Secondo Knot, sarebbe immaginabile che i bond arrivati a scadenza siano solo parzialmente reinvestiti.
Esempio di quantitative tightening

Cosa significa? Mettiamo che in un dato mese arrivino a scadenza titoli di stato e obbligazioni private per complessivi 30 miliardi di euro. Coloro che hanno emesso tali titoli (governi, banche e imprese) pagano alla BCE il valore nominale.Questa liquidità, anziché essere totalmente reinvestita dall’istituto per riacquistare nuovi titoli, per una parte rimane inutilizzata. Se su 30 miliardi, i reinvestimenti fossero per 20 miliardi, il portafoglio si ridurrebbe di 10 miliardi. La liquidità sui mercati sarebbe inferiore. I debitori dovranno trovare capitali da altre fonti (private) per coprire le scadenze.

Ed è per questa ragione che le voci su un possibile imminente “quantitative tightening” hanno fatto risalire lo spread BTp-Bund a 10 anni sopra 240 punti base. L’Italia, così come tutti gli altri stati dell’Eurozona, non avrebbe più copertura totale dei bond in scadenza nelle mani della BCE. La domanda istituzionale risulterebbe più bassa, mandando giù i prezzi già da ora. Essendo il nostro un Paese molto indebitato, ne risente in termini di percezione del rischio sovrano sui mercati.

Già nel bimestre agosto-settembre, il portafoglio PEPP della BCE era diminuito di 4,32 miliardi di euro. Nel solo mese di settembre, il programma vedeva gli asset contrarsi di 1,5 miliardi. Ma questi appaiono ancora piccoli aggiustamenti tecnici. Il “quantitative tightening” prospettato da Knot sarebbe sì graduale, ma in ogni caso comporterebbe un calo più marcato del portafoglio di mese in mese. Decine e decine di miliardi di euro di sotto-investimenti che peserebbero sui rendimenti sovrani e corporate.

Il cambio di rotta alla BCE

Alla BCE sostengono che non si arriverà a quel punto fintantoché i tassi d’interesse non avranno raggiunto il loro livello “neutrale”. Ad oggi, esso sarebbe intravisto in area 2,50% o poco più. I tassi di riferimento a settembre sono stati alzati a 1,25%. Probabile che al board di ottobre saliranno ancora al 2% e che entro la fine dell’anno saranno al 2,50%. In altre parole, al più tardi il “quantitative tightening” arriverebbe nei primi mesi del 2023. Un’operazione già avviata dalla Federal Reserve, che ha rafforzato tantissimo il dollaro e fatto lievitare i rendimenti dei T-bond.

Alla Banca d’Inghilterra non sta filando così liscia. Ha dovuto rinviare il suo programma di riduzione del portafoglio alla fine di ottobre. Fino ad allora, ha ripreso a riacquistare Gilt per il crollo dei prezzi verificatosi nelle ultime settimane e che stava e sta tutt’ora destabilizzando il mercato.Il punto è che per un decennio il pianeta si era abituato all’idea che le banche centrali comprassero asset, sostenendone i prezzi. Sono bastati pochi mesi di alta inflazione per azzerare simili certezze. Nessuno immaginava che ciò sarebbe avvenuto così presto. Siamo a un punto di svolta nel periodo peggiore possibile. La recessione incombe e i governi hanno bisogno di indebitarsi contro il caro bollette.

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