L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 ottobre 2022

L’unipolarismo e il multipolarismo non possono coesistere in assenza di compromessi

Il secolo del destino
di Emanuel Pietrobon*
27 settembre 2022

Mai secolo è stato più importante per la storia dell’umanità. Neanche il Novecento delle guerre mondiali e della battaglia tra democrazie e totalitarismi. Perché nel Duemila, secolo delle emergenze e della nuova guerra fredda, si scriverà il futuro dell’uomo – letteralmente.

Competizione tra grandi potenze. Guerra fredda 2.0. Nuova guerra fredda. Terza guerra mondiale a pezzi. Una questione di forma più che di sostanza. Perché il contenuto non cambia, è identico, ed è la grande battaglia tra il decadente ma tenace Momento unipolare e l’albeggiante e irrefrenabile Multipolarismo.

Le chiavi di lettura sono diverse e sono tutte giuste: alcune di più, altre di meno. È effettivamente in corso una battaglia tra globalismo e sovranismo – sebbene sia stata utilizzata per scopi propagandistici e finalità egemoniche dall’internazionale di destra con base a Washington. È effettivamente in atto una marxiana guerra tra grandi potentati economici che vorrebbero prolungare ad infinitum la fase suprema del capitalismo, l’imperialismo, e stati alla ricerca di emancipazione e vie alternative.

Ma c’è di più: opposte visioni sull’Uomo in conflitto, ritorno delle ideologie, rivalità tra fedi, una pluralità di rivalità e guerre fredde all’interno di quel maxi-contenitore che è la competizione tra grandi potenze – o come la si vuole chiamare.

I frammenti che compongono quella che papa Francesco ha ribattezzato la Terza guerra mondiale a pezzi sono tanti: il colossale scontro tra Occidente e asse Mosca-Pechino, il grande confronto tra Stati Uniti ed Unione Europea a guida franco-tedesca, la rivalità sino-russa nell’Indosfera, la rivalità sino-nipponica nell’Estremo oriente, la guerra fredda tra Israele e Iran che dal Medio Oriente si fa sentire fino all’America Latina, la guerra mondiale delle croci tra Chiesa cattolica e Protestantesimo anglosassone. Senza dimenticare le rivalità medio-piccole e le guerre degli attori nonstatuali, come la sempreverde crociata dell’Internazionale jihadistica contro l’Occidente e i governi islamici ipocriti.

Quando sia esplosa la competizione tra grandi potenze è materia dibattuta. I più pensano che l’inizio di tutto sia stato Euromaidan, ossia la rivoluzione ucraina del 2014, mentre altri indicano un puntino a metà tra l’agguerrita invettiva contro l’unipolarismo di Vladimir Putin del 2007 e l’invasione russa della Georgia del 2008. E se fosse cominciata molto prima e tutti gli eventi di cui sopra fossero più delle fermate che dei punti di inizio corsa? E se tutto fosse iniziato nel dimenticato 1999, l’anno di cui i politici russi e cinesi continuano a riempire i loro discorsi?

1999, un anno il cui ricordo andrebbe recuperato e restaurato, estratto dal cassetto del dimenticatoio e valorizzato adeguatamente. Perché nel 1999 accaddero molte cose che, sebbene all’epoca passate inosservate – o quasi –, inaugurarono il progressivo allontanamento di Mosca e Pechino dall’Occidente e la nascita di un movimento globale di resistenza alla percepita tirannide dell’unipolarismo. Il bombardamento di Belgrado da parte dell’Alleanza Atlantica, del quale l’allora primo ministro Evgenij Primakov fu informato mentre in procinto di recarsi a Washington nell’ambito del tavolo negoziale russo-americano sulla questione iugoslava – celebre la sua decisione, una volta avvertito che le operazioni sarebbero iniziate a breve, di annullare il viaggio e recarsi a Mosca, in violazione degli ordini di Boris Eltsin. Il bombardamento dell’ambasciata cinese di Belgrado, ufficialmente causato dall’utilizzo di una mappa non aggiornata ma ufficiosamente avvenuto per punire l’interscambio di intelligence tra serbi e cinesi. Il confronto all’aeroporto internazionale di Pristina tra russi e forze Nato, preludio di ciò che sarebbe stato del Kosovo – un protettorato gelosamente custodito dagli Stati Uniti. E la scenografica caduta in mondovisione di Eltsin, l’ultimo dell’anno, simbolo misinterpretato di ciò che il rinato stato profondo aveva in serbo per la Russia – il ritorno alla storia e, possibilmente, la sua stessa riscrittura.

Il più grande disastro geopolitico del Novecento. Così Putin, a inizio Duemila, definì la fine ignominiosa dell’Unione Sovietica. Parole eloquenti a proposito dell’obiettivo per il quale era stato intronizzato: riaprire un conto che per Mosca era ancora aperto e che Washington riteneva chiuso, ossia la redistribuzione del potere a beneficio dell’Occidente verificatasi all’indomani dell’estinzione della creatura di Lenin. Riscrivere il finale di una storia che, almeno per i russi, si era conclusa nel peggiore dei modi – la perdita di quasi un quarto dell’intero territorio e di quasi la metà del proprio potenziale produttivo. Come? Evitando l’espansione ulteriore dell’architettura securitaria euroatlantica a intero detrimento della Russia, storicamente alla ricerca di profondità strategica e alle prese, invece, con dei cortili di casa falcidiati nel dopo-guerra fredda.

Per la Cina, dragone in dormiveglia di cui aveva intuito le potenzialità Napoleone nel lontano Ottocento, il 1999 fu un anno determinante. Un anno ricco di avvenimenti e di ammonimenti, materializzatosi a breve distanza dalla crisi finanziaria asiatica del 1997 – altro trauma mai dimenticato a Pechino, come ha recentemente ricordato Qiao Liang nella sua ultima opera: L’arco dell’impero. Un anno di previsioni sulla reale natura dell’unipolarismo avveratesi.

1999, l’inizio di un lungo tragitto di cui la guerra in Ucraina è soltanto l’ultima fermata, ma non il capolinea, e che terminerà soltanto quando uno dei due contendenti avrà la vittoria totale sull’altro. Perché l’unipolarismo e il multipolarismo non possono coesistere in assenza di compromessi. E perché il primo è espressione più ampia di un disegno che, oltre al potere stricto sensu, ha mire di riforma radicale sull’Uomo – dal postcristianesimo al postumanesimo – che non trovano spazio né consenso nel resto del mondo. È una guerra tra il West e il the Rest, come nel secondo Novecento, ma con un lato ideologico persino più pronunciato e una posta in palio molto più alta: il futuro del sistema internazionale e dell’Uomo.

* Analista geopolitico per InsideOver e consulente strategico per la politica estera per The European House – Ambrosetti e altre agenzie. Specializzato in guerre ibride e spazio postsovietico. Autore di vari libri, tra i quali La visione di Orban (GoWare, 2022), Zelenskij. La storia dell’uomo che ha cambiato (per sempre) il modo di fare la guerra (Castelvecchi, 2022), Nella testa dello Zar. I segreti di Vladimir Putin (Giubilei Regnani, 2022), L’Orso e il Dragone. Un’intesa per cambiare il mondo (La Vela, 2022).

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