L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 21 ottobre 2022

Riconvertire chi prende il reddito di cittadinanza in lavoro. Lavoro nelle amministrazioni locali e centrali negli enti statati

India, il premier Modi promette un milione di posti di lavoro

di Maicol Mercuriali


Altro che reddito di cittadinanza, navigator e percorsi per trovare un'occupazione. In India, davanti a una disoccupazione che non scende, il governo sceglie di assumere direttamente. Il premier Narendra Modi ha infatti annunciato una campagna per dare posti di lavoro governativi a un milione di persone, a partire da 75 mila nomine immediate. Un tentativo, spiega l'agenzia Reuters, di affrontare le critiche alla disoccupazione diffusa. Numeri che a una prima lettura fanno impressione, ma in un paese da 1,4 miliardi di abitanti le proporzioni cambiano un po'.

Nella nazione asiatica il tasso di disoccupazione è fermo da un po' di mesi al 7%, un valore ben lontano da quel picco del 23,5% che, in piena emergenza Covid, nel 2020, aveva fatto tremare le vene ai polsi all'economia indiana, e l'opposizione su questo sta regolarmente pungolando il governo. Anche perché il mese prossimo si andrà al voto in diversi stati e il tema della crescita e del lavoro è centrale nel dibattito politico.

Secondo le indicazioni del primo ministro, tutti i ministeri e i dipartimenti stanno lavorando per riempire i posti vacanti esistenti, le prime 75 mila unità saranno inserite in uffici del governo federale a vari livelli.

L'obiettivo di Modi è quello di completare le operazioni entro settembre del prossimo anno, anche se non è chiaro, come evidenzia la Reuters, se si tratta di posti vacanti o di nuovi posti di lavoro.

Modi, che proprio ieri ha incontrato il segretario generale dell'Onu Antonio Gutierres, sulla disoccupazione si era speso sin dalla salita al potere nel 2014: aveva promesso di creare milioni di posti di lavoro, ma l'economia del paese non è cresciuta abbastanza velocemente da assorbire i circa 12 milioni di indiani che ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro, un numero tra l'altro previsto in aumento.

Ma c'è un altro fenomeno con cui il governo deve fare i conti: il lavoro sommerso, che pare attecchire anche in uno dei settori che danno più lustro all'India, vale a dire l'It. Professionisti regolarmente assunti da un datore di lavoro si mettono poi al servizio di altre aziende una volta terminate le loro otto ore. La società Wipro, ad esempio, ha recentemente licenziato 300 lavoratori per aver accettato un secondo lavoro con società rivali.

Veena Gopalakrishnan, specializzato in diritto del lavoro presso Azb & Partners di Bangalore, spiega alla Bbc che il lavoro nero non è una novità in India, ma è «diventato più dilagante dopo la pandemia, con dipendenti che lavorano da remoto con una scarsa supervisione del datore e più tempo per fare altro».

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