L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 maggio 2022

21 maggio 2022 - News della settimana (20 mag 2022)

21 maggio 2022 - Pechino annuncia l’espansione dei BRICS

anche l'Onu scende in campo, la sua neutralità vacilla come foglia al vento

21 maggio 2022

No, la guerra in Ucraina non ha alimentato una crisi alimentare globale.

La Russia è falsamente accusata di bloccare i porti marittimi dell'Ucraina e quindi di aumentare la carenza alimentare globale:

Le Nazioni Unite hanno avvertito che la guerra in Ucraina ha contribuito ad alimentare una crisi alimentare globale che potrebbe durare anni se non viene controllata, poiché la Banca Mondiale ha annunciato ulteriori 12 miliardi di dollari di finanziamenti per mitigare i suoi "effetti devastanti".

Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha detto che la carenza di cereali e fertilizzanti causata dalla guerra, il riscaldamento delle temperature e i problemi di approvvigionamento causati dalla pandemia minacciano di "spingere decine di milioni di persone oltre il limite nell'insicurezza alimentare", poiché i mercati finanziari hanno visto i prezzi delle azioni scendere di nuovo pesantemente sui timori di inflazione e recessione mondiale.

Parlando a una riunione delle Nazioni Unite a New York sulla sicurezza alimentare globale, ha detto che ciò che potrebbe seguire sarebbe "malnutrizione, fame di massa e carestia, in una crisi che potrebbe durare per anni", mentre lui e altri hanno esortato la Russia a rilasciare le esportazioni di grano ucraino.
...
Prima dell'invasione di febbraio, l'Ucraina era vista come il paniere del mondo, esportando 4,5 milioni di tonnellate di prodotti agricoli al mese attraverso i suoi porti – il 12% del grano del pianeta, il 15% del suo mais e metà del suo olio di girasole.

Ma con i porti di Odessa, Chornomorsk e altri tagliati fuori dal mondo dalle navi da guerra russe, la fornitura può viaggiare solo su rotte terrestri congestionate che sono molto meno efficienti.

Non è la Russia che trattiene il grano ucraino o taglia i suoi porti marittimi. L'Ucraina fa tutto questo da sola. Come riferisce il quartier generale di coordinamento congiunto russo per la risposta umanitaria in Ucraina:

75 navi straniere provenienti da 17 paesi rimangono bloccate in 7 porti ucraini (Kherson, Nikolaev, Chernomorsk, Ochakov, Odessa, Yuzhniy e Mariupol). La minaccia di bombardamenti e l'alto pericolo di mine creato da Kiev ufficiale nelle sue acque interne e nel mare territoriale impedisce alle navi di lasciare in sicurezza i porti e raggiungere il mare aperto.

A conferma di ciò, la Federazione Russa sta aprendo tutti i giorni dalle 08:00 alle 19:00 (ora di Mosca) un corridoio umanitario, che è una corsia sicura a sud-ovest del mare territoriale dell'Ucraina, lungo 80 miglia nautiche e largo 3 miglia nautiche.

Informazioni dettagliate in inglese e russo sul modus operandi del corridoio umanitario marittimo vengono trasmesse quotidianamente ogni 15 minuti sulla radio VHF su 14 e 16 canali internazionali in inglese e russo.

Allo stesso tempo, le autorità di Kiev continuano a evitare di impegnarsi con rappresentanti di stati e compagnie navali per risolvere la questione di garantire il passaggio sicuro di navi straniere nell'area di assemblaggio.

Il pericolo per la navigazione dalle mine ucraine alla deriva dalle loro ancore lungo le coste degli stati del Mar Nero rimane.

La Federazione Russa sta adottando una gamma completa di misure complete per garantire la sicurezza della navigazione civile nelle acque del Mar Nero e del Mar d'Azov.

Questa è solo propaganda russa si potrebbe dire. Ma no, non lo è. L'Organizzazione marittima internazionale (IMO) ha pubblicato rapporti sulla sicurezza marittima nel Mar Nero e nel Mar d'Azov:

All'inizio del conflitto circa 2000 marittimi sono rimasti bloccati a bordo di 94 navi nei porti ucraini. 10 navi hanno successivamente lasciato in sicurezza il Mar d'Azov e 84, rimangono navi mercantili, con quasi 450 marittimi a bordo.
...
Il Consiglio (C/ES.35) il 10 e 11 marzo ha convenuto di incoraggiare l'istituzione, come misura provvisoria e urgente, di un corridoio marittimo blu sicuro per consentire l'evacuazione sicura dei marittimi e delle navi dalle zone ad alto rischio e colpite del Mar Nero e del Mar d'Azov verso un luogo sicuro al fine di proteggere la vita dei marittimi, e garantire la mobilitazione e la navigazione commerciale delle navi che intendono utilizzare questo corridoio evitando attacchi militari e proteggendo e mettendo in sicurezza il dominio marittimo.
...
La Federazione Russa ha informato l'IMO di aver istituito un corridoio umanitario, per provvedere all'evacuazione sicura delle navi una volta al di fuori delle acque territoriali dell'Ucraina. Nonostante questa iniziativa, permangono molti problemi di sicurezza che ostacolano l'accesso al corridoio e la possibilità per le navi di partire dal loro ormeggio nei porti ucraini.

I porti dell'Ucraina sono al livello MARSEC (sicurezza marittima) 3 e rimangono chiusi per l'ingresso e l'uscita. Le mine marine sono state posate negli approcci portuali e alcune uscite portuali sono bloccate da chiatte e gru affondate. Molte navi non hanno più un equipaggio sufficiente a bordo per navigare.

L'Ucraina ha anche fornito le condizioni preliminari per l'evacuazione sicura delle navi dai loro porti. Questi includono la fine delle ostilità, il ritiro delle truppe e la garanzia della libertà di navigazione nel Mar Nero e nel Mar d'Azov, compreso lo svolgimento di attività di sminamento con il coinvolgimento degli Stati costieri del Mar Nero.

Il livello MARSEC di un porto è determinato dalle autorità localiL'Ucraina sta semplicemente vietando alle navi di entrare o uscire dai porti che controlla. Li ha presi in ostaggio e avanza richieste irragionevoli per il loro rilascio.

Ha anche posato circa 400 mine di ancoraggio intorno a Odessa che sono così vecchie che alcune di esse si sono separate dalle loro catene e sono andate alla deriva a sud verso la Turchia. Non permette alla Russia di sminare il mare.

Nel frattempo le navi straniere che erano state trattenute dall'Ucraina a Mariupol sono state in grado di partire da quando la Russia ha preso la città e il suo porto.

Il segretario generale dell'ONU Guterres certamente sa tutto questo. Il fatto che stia accusando la Russia di causare un blocco dimostra solo che non onora la neutralità richiesta dalla sua posizione.

La carenza alimentare globale è tra l'altro in circolazione dall'inizio del 2021Non è stato causato dalla crisi ucraina ma, come afferma un rapporto dell'ottobre 2021, dai prezzi elevati a seguito di interruzioni della catena di approvvigionamento durante la pandemia:

La carenza di cibo in tutto il mondo non è solo un fattore di problemi della catena di approvvigionamento. Secondo un rapido sondaggio telefonico condotto dalla Banca Mondiale in 48 paesi, un numero significativo di persone sta esaurendo il cibo o riducendo il proprio consumo. I prezzi alimentari globali hanno raggiunto un picco di 10 anni, secondo la FAO (Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura), guidati dai guadagni di cereali e oli vegetali. Nonostante il consumo record di cereali, si prevede una carenza su proiezioni di consumo più elevate.

Le accuse di Guterres sono state copia-incollate dalle osservazioni che il Segretario di Stato americano Anthony Blinken aveva fatto in un'intervista:

Blinken: L'Ucraina è uno dei principali produttori, tra le altre cose, di grano nel mondo. La Russia, ovviamente, è essa stessa un grande produttore. E in Ucraina, ci sono letteralmente decine di milioni di tonnellate di grano che sono bloccate lì perché la Russia sta bloccando i porti dell'UcrainaCi sono circa 85 navi in questo momento con grano, grano in loro. Non possono uscire. Ci sono altri 22 milioni di tonnellate di grano in silos vicino ai porti che non possono arrivarci.

Blinken sta mentendo sul blocco delle porte. L'Ucraina sta attualmente esportando grano via ferrovia, chiatte del Danubio e poi attraverso il porto rumeno di Costanza. Quel grano però è probabile che vada in Europa.

Blinken sta anche mentendo sui fertilizzanti:

Blinken: Ora, la ragione di ciò è che c'è anche una carenza di fertilizzanti perché molti di questi sono prodotti nella regione. Ciò significa che mentre gli agricoltori stanno pensando alle colture del prossimo anno, se non hanno fertilizzanti, le rese diminuiranno. Quindi ci sarà ancora meno cibo sul mercato e i prezzi saliranno ancora di più.

Russia e Bielorussia sono grandi produttori di fertilizzanti. Nessuno dei due è stato ostacolato dalla produzione dalla guerra. Non c'è quindi carenza. L'unica ragione per cui gli Stati Uniti e i paesi "occidentali" non riceveranno fertilizzanti da quei paesi sono le sanzioni che hanno emanato contro l'acquisto da loro.

Questo passaggio dell'intervista di Blinken ha un elemento comico:

D: Lei è stato a Kiev di recente, circa un mese fa, e ha detto che la Russia sta fallendo, l'Ucraina ci sta riuscendo. Qual è la tua valutazione ora?

Blinken: Rimane così. Ecco cosa è importante: l'obiettivo numero uno di Putin nell'entrare in Ucraina era quello di cancellare la sua indipendenza, cancellare la sua sovranità, riportare l'Ucraina completamente nell'ovile russo, renderla parte, in qualche modo, della Russia. Questo è già fallito.

Come farebbe Blinken a sapere quale fosse o sia l'obiettivo numero uno di Putin? Si è messo nella mente di Putin? Putin stesso ha dato le ragioni del lancio dell'operazione nel suo discorso del Giorno della VittoriaL'indipendenza dell'Ucraina non è mai stata messa in discussione in esso.

La prossima domanda dopo che Blinken si è messo in mente a Putin è questa:

D: Come ha fatto a sbagliare così tanto? Come ha fatto a calcolare male questo così male?

Blinken: È molto difficile mettersi completamente nella mente di chiunque altro.

Sì. Pensavo di sì.

D: Cosa stai sentendo per quanto riguarda l'intelligenza?

Blinken: Beh, avevamo, naturalmente, ottime informazioni sull'aggressione pianificata dalla Russia in primo luogo, che abbiamo condiviso con il mondo. Molte persone erano scettiche. Ed è una di quelle cose in cui, come ho detto, vorrei che ci fossimo sbagliati, ma avevamo ragione. ...

Quando durante l'inverno del 2021 Biden ha avvertito di una "imminente invasione russa" dell'Ucraina, non sapeva quali fossero i piani della Russia. Quello che sapeva era che l'Ucraina stava pianificando, con l'aiuto degli Stati Uniti, un attacco a tutto campo alle repubbliche del Donbas nel febbraio 2022.

Biden sapeva che nessun politico russo poteva tirarsi indietro quando ciò dovesse accadere. Quando si sa in quale data inizierà una guerra, è ovviamente facile prevedere quando avverrà la risposta ad essa.

A partire dal 16 febbraio gli attacchi dell'artiglieria ucraina sul Donbas sono aumentati da poche decine al giorno a più di 2.000 al giorno, come è stato ampiamente notato e riferito dalla missione speciale di osservatori dell'OSCE. Sono stati questi preparativi di artiglieria per un attacco in piena regola che hanno spinto la Russia verso l'operazione preventiva in Ucraina.

Ciò è confermato in un recente notiziario russo sulla liberazione di Azovstal (traduzione automatica):

L'operazione [russa] [in Ucraina] è iniziata sullo sfondo della situazione nel Donbass che è peggiorata a metà febbraio. Le autorità del DPR e LPR hanno riferito di un aumento dei bombardamenti da parte delle truppe ucraine, hanno annunciato l'evacuazione dei civili nella Federazione Russa e hanno chiesto il riconoscimento dell'indipendenza. Il 21 febbraio, Putin ha firmato i relativi decreti.

Di nuovo:

  • C'era ed è una crisi alimentare globale perché il cibo è diventato inaccessibile per alcune persone.
  • La guerra in Ucraina non ha causato la crisi alimentare.
  • La Russia non blocca i porti ucraini.
  • L'Ucraina potrebbe esportare più grano se permettesse alle navi di lasciare i suoi porti.
  • Putin non ha messo in discussione l'indipendenza dell'Ucraina.
  • La ragione della guerra era l'attacco ucraino pianificato e preparato per il Donbas.

Qualsiasi altra cosa detta su questi punti è solo propaganda.

Pubblicato da b il 21 maggio 2022 alle 15:02 UTC | Permalink ·

https://www.moonofalabama.org/2022/05/no-the-ukraine-war-has-not-stoked-a-global-food-crisis.html#more

Succede sempre quando si tratta di leggere il mondo con strumenti superati dalla velocità della realtà di essere completamente nel mondo della fantasia del METAVERSO

A chi serve, oggi, il PNRR?
Solo l'Italia si indebita tanto, per 200 miliardi di euro di nuovo debito

20 maggio 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


A differenza degli altri Paesi europei, solo l'Italia ha chiesto di attingere con tanta decisione ai loan, ai debiti europei che servono per finanziare il PNRR: una scelta già azzardata in tempi normali, che ora va decisamente bloccata. Sono tanti soldi, troppi: la Nuova Cortina di ferro che si sta erigendo per isolare la Russia ci costringe a riscrivere le priorità. In ogni caso, bisogna fermarsi finché la guerra in Ucraina non sarà terminata ed il quadro geopolitico definito.

Dobbiamo guardare in faccia alla realtà: la guerra sta modificando radicalmente il quadro geopolitico e le prospettive strategiche dell'Italia e dell'Europa.

Stiamo tornando indietro rispetto alla Globalizzazione, un mondo iniziato con la dissoluzione dell'URSS nel 1991, giusto trent'anni fa: un mondo apparentemente senza frontiere, dominato solo dal Mercato, in cui tutti potevano fare commercio con tutti, spostare capitali a piacimento, mettere su fabbriche dovunque, con la libertà assicurata da una Lex Mercatoria che non veniva mai intaccata da niente e da nessuno.

Fino all'autunno scorso, le priorità erano quelle del COP26, la transizione globale verso la decarbonizzazione della produzione per fermare il riscaldamento ambientale. Nonostante il biennio di pandemia, per il Covid-19 che ha bloccato le economie e le società soprattutto occidentali gettandole in una nuova recessione, il futuro sembrava dischiudersi secondo equilibri nuovi.

Erano sfide complesse, ardite, ma fondate su una prospettiva di pace e di armonia: soprattutto tra l'Uomo e la Natura.

Siamo caduti all'indietro, di schiena, all'improvviso: la guerra in Ucraina ci ha riportato alla fine della Guerra mondiale, alla divisione dell'Europa decisa a Yalta, ad una nuova Cortina di ferro che scende tutta a ridosso della Russia: dalla Finlandia alla Svezia, passando per le tre repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, e poi giù con la Polonia e la Ucraina. Solo la Bielorussia è rimasta a far parte di quello che una volta era il Blocco sovietico.

Occorre fare i conti con questa realtà, che ci piaccia o meno: la Russia è tornata ad essere un nemico dell'Occidente. Le sanzioni sono destinate a durare a lungo, per sempre: almeno finché l'Occidente non sarà in grado di conquistarla, mettendo le mani sulle sue risorse energetiche e minerarie. Lo stesso vale per la Cina: non basta fare commercio con un Paese che ha un Partito comunista che decide tutto, dalle priorità della crescita allo sviluppo internazionale, lasciando al Mercato solo il compito strumentale di produrre ma mai di indirizzare lo sviluppo in un senso o nell'altro.

Mentre era in corso una politica che aveva come priorità assoluta la decarbonizzazione completa dell'economia, ora l'obiettivo a brevissimo e lungo termine è rendersi autonomi dalle fonti energetiche proveniente dalla Russia, carbone, petrolio e gas, cercandolo dappertutto. Ma il quadro si fa ancora più complesso se si guarda alla altra cintura che sta cingendo attorno alla Cina, per ridurre al minimo le esportazioni occidentali di tecnologie avanzate nel settore informatico e di ridurre al minimo la dipendenza dell'Occidente dalle produzioni cinesi.

In modo molto indiretto, il PNRR ci aiuterebbe pure di fronte a queste due sfide: la transizione verso le energie rinnovabili e quella verso le tecnologie informatiche ci svincolerebbero dalle fonti fossili di qualsiasi provenienza e dalle importazioni dalle grandi corporation della Cina. La verità è che è tutto fondato su ipotesi, dall'idrogeno verde alla stessa tenuta di una economia che abbandona la manifattura e la agricoltura per sviluppare esclusivamente i servizi in rete.

Questo è il punto: ora si parla di gravi carenze nei rifornimenti di grano, non solo dalla Ucraina ma anche dalla Russia, con l'India che chiude anche le sue frontiere alle esportazioni; di mancanza del mangime per gli allevamenti di animali e dei concimi per i nostri campi, per non parlare dei prezzi stratosferici di tutte le altre importazioni di materie prime.

Bisogna essere realisti: finché il quadro internazionale non si chiarisce, rischiamo di continuare a spendere troppi soldi, presi a debito, per priorità superate.

Forse, domani, chissà… Ma oggi no, proprio no.

Solo l'Italia si indebita tanto, con 200 miliardi di euro di nuovo debito

A chi serve, ancora, il PNRR?

La sconfitta, era certa, dei NUOVI NAZISTI rintanati nelle acciaierie di Mariupol è stato il confine dove tutto è crollato miseramente. D'altra parte è stata proprio la sceneggiatura hollywoodiana statunitense che aveva dato ai topi di Mariupol una tale carica simbolica che quando i topi sono usciti dalla fogna il SIMBOLO gli si è rovesciato contro facendo crollare tutta la narrazione bugiarda e falsa

Ucraina, l’inizio della fine



Dopo la resa degli ucronazi asserragliati sotto l’Azovstal, si è come arrivati a una svolta decisiva nella guerra e il morale di ciò che rimane dell’esercito dell’Ucraina è ormai in caduta libera: le rese e le diserzioni stanno aumentando in maniera esponenziale. E’ impossibile delineare una situazione generale perché si tratta di decine di report che parlano di 20 paracadutisti arresisi in un posto, di una trentina di soldati in un altro luogo, di un intero reparto altrove: in tutti i casi quelli che si arrendono dicono di voler continuare a vivere e non ci pensano nemmeno a crepare per ordine di comandanti che spesso se la sono già svignata e che li hanno ingannati. Per non parlare della decisione di non combattere presa e comunicata sui media dal terzo battaglione della 115a brigata della difesa “Siamo semplicemente mandati a morte certa. Non c’è un comando di combattimento, non c’è un solo comandante di combattimento, non c’è rispetto per le persone”. E questo rende ancora più grottesca se possibile la narrazione dei giornali italiani il cui servilismo è ormai visibile come l’unto sulla carta che avvolge le focacce. . Insomma è come se la caduta della fortezza sotterranea dell’acciaierie sia stato una sorta di choc cognitivo anche per molti combattenti condotti a pensare davvero in una vittoria di Kiev e che si sono resi conto di essere carne da cannone per un padrone lontano migliaia di chilometri da Kiev , letteralmente perché le artiglierie russe colpiscono senza sosta e in molti punti le truppe d’assalto stanno sfondando le fortificazioni . Ora forse si potrà apprezzare di più la strategia russa che è stata quella di un intervento progressivo che non lascerà alle spalle molte persone in cerca di un revanscismo, ma ex soldati che hanno visto da vicino come sono andate le cose e l’inutile sacrificio a cui sono stati sottoposti per gli interessi altrui e questo è un grande vantaggio per la Novorussia che si andrà a creare una volta finito il conflitto. In ogni modo in queste condizioni i miliardi che Biden ha stanziato per l’Ucraina, sottraendoli esplicitamente agli aiuti per le piccole imprese non serviranno a nulla, perché giungono troppo tardi, nel momento in cui l’ipnosi sta svanendo e sono di fatto solo un regalo al complesso militar industriale statunitense. il che non farà risalire il gradimento di un presidente che nemmeno si ricorda di esserlo.

Probabilmente pochi ricordano qualcosa della guerra del Vietnam e dunque non sanno che dopo l’uscita degli Usa dal conflitto, Washington riempì il regime di Saigon di tante armi che il suo esercito diventò in breve tempo il terzo al mondo. Ciononostante non resistette a lungo ai vietcong e alle truppe di Hanoi. La stessa tattica di armare fino denti i governi fantoccio nella speranza che essi possano resistere alle forze interne ed esterne in virtù unicamente delle armi è stata usata in molte altre occasioni, compresi Irak e Afganistan, ma sempre senza successo. L’Ucraina è un caso speciale della stessa logica solo trapiantata nel mondo occidentale e con un appoggio non tanto al governo fantoccio quanto ai talebani locali, ossia ai neonazisti che di fatto hanno tenuto incollato con il terrore un Paese composito e impoverito dalle “ricette” occidentali. L’effetto finale però sarà il medesimo di sempre perché per quanto ampio possa essere l’aiuto militare, la base di consenso, anche di quello opportunista è sempre toppo piccola per rendere davvero efficace la quantità di armi che vengono riversate : non è certo un caso se con la resa a ciclo continuo del fanatici nascosti dentro i sotterranei delle acciaierie sono cominciati gli appelli alla pace, in particolare quello del segretario dell’Onu ( e inserviente della Casa Bianca) il quale ora dice che la Russia deve esportare il suo grano. Magari senza togliere le sanzioni? Magari gratuitamente? Il giorno in cui ci sarà di nuovo un segretario dell’Onu qualcuno che non sia una qualche nullità comprata ai mercatini terzomondisti da Washington, sarà davvero un bel giorno. Ma ancora più importante è stata la richiesta fatta dal segretario alla difesa Usa, Lloyd J. Austin, al suo omologo russo Sergey Shoygu e la conversazione telefonica avvenuta l’altro ieri Il generale dell’esercito Mark Milley, presidente dei capi di stato maggiore congiunti, e il generale Valery Gerasimov, capo di stato maggiore russo,

La Nato ha da poco scoperto di essersi disegnata nei decenni sulla base di conflitti altamente asimmetrici dove le truppe occidentali potevano godere di una totale superiorità e dove comunque dopo il primo impatto distruttivo lo scontro diventava guerriglia; ha insomma scoperto di non capire molto della guerra vera e nemmeno di quella ibrida condotta attraverso le minacce finanziarie, i furti e le sanzioni. Secondo alcuni analisti Mosca aveva compreso già da anni l’inevitabilità di questa situazione qualunque cosa avesse fatto , o meglio non avesse fatto e ha costruito le sue contromisure che adesso si volgono contro l’occidente, E ora che tutto comincia a scricchiolare, che si è chiaramente all’inizio della fine di una guerra assurda e alla fine dell’inizio di un nuovo mondo multipolare forse qualcuno comprenderà quale brutto affare sia entrare nella Nato.

Siamo in mano ai barbari e meritiamo di essere annullati

SCENARIO ITALIA/ Sapelli: le cure dell’Ue ci avvicinano al destino del Libano
Pubblicazione: 21.05.2022 - Giulio Sapelli
Il documento del Fmi a conclusione della missione in Italia contiene indicazioni che non sono salubri per l’economia del nostro Paese
Valdis Dombrovskis con Paolo Gentiloni (LaPresse)

Le notizie che giungono sotto traccia dalla comunità di burocrati che in perfetta guisa neo-cameralista si dedica da anni e anni ad amministrare il destino delle nazioni che aderiscono all’Ue, non è stata scalfita nelle sue pratiche di governo né dalla pandemia, né dall’aggressione russa neo-etnica all’Ucraina. E a quanto pare lo stesso è successo al Fondo monetario internazionale. Leggiamo, infatti, in a conclusione della missione del Fmi in Italia che “è necessaria una credibile duplice strategia per ridurre significativamente – anche se gradualmente – l’elevato disavanzo e il debito nel medio termine”

È vero che, dinanzi alla recessione che si avvicina a passi da gigante, teoria e prassi vorrebbero che la cura fosse quella di rilanciare la produttività e la crescita del Pil. Ma il Fmi (come del resto la Commissione europea) insiste nel punto archetipale errato e disastroso: “Per raggiungere tali obbiettivi – si afferma – sono necessarie … ampie riforme strutturali … (con) un ampliamento della base imponibile con effetti neutri per le finanze pubbliche, per rendere il sistema fiscale più equo”. Ma questo presupporrebbe, al netto degli interessi sul debito, “una crescita della spesa corrente inferiore di 2 punti percentuali rispetto alla crescita nominale del Pil”.

Il che è paradossale, perché si richiede un equilibrio di mercato mentre si auspica una rottura dell’equilibrio medesimo: solo un tasso di crescita superiore al tasso di debito può ingenerare una virtuosità anti-ciclica. E questo un tempo – quando esistevano ancora università pubbliche degne di questo nome – lo si sapeva sin dal primo anno di corso… Ah! Le università di un tempo dove insegnavano Lombardini, Momigliano, Coda e Caffè e non i cosiddetti “professori” attuali mai vincitori di concorso.

Ebbene, tutti sapevano, allora, pena la cacciata sin dal primo anno, che quel rapporto tra tasso di crescita e tasso di debito era possibile solo in un tempo t+1 e t+2 e t+…., e non in t con 0, ossia nell’immediatezza del porsi delle due variabili nel medesimo momento (porsi storicamente impossibile nel reale, ma solo nell’immaginario robinsoniano dei decaduti economisti e burocrati).

L’equilibrio economico non esiste se non nell’astrattezza di una matematica deteriore, né quantistica, né intelligente, e quindi il rispettare ciò che si chiede da parte dei mediocri economisti di regime del Fmi e dell’Ue non solo è impossibile, ma ostacola qualsivoglia crescita.

La crescita può solo essere il frutto di un processo dinamico, dove centrale non è il debito pubblico, ma semmai l’avanzo primario e il bilancio dello Stato, come ci insegnava anche il venerando Luigi Einaudi.

Anche l’insegnamento einaudiano è stato dimenticato. E si ha il coraggio di scrivere cose simili e di applicarle, ahimè, mentre si cosparge di una pioggia malefica di sussidi e di aiuti il mondo intero: pioggia anti-economica e distruttiva, dal punto di vista etico e morale: questo populismo algoritmico che dispensa doni a tutti e a nessuno e produce recessione perché non crea né profitto capitalistico, né salario: ci riduce a un popolo di servi e di assistiti.

Il Libano è alle porte. I drusi, i sunniti, gli sciiti e i capi maroniti autoctoni con gli Hezbollah sempre più aggressivi, si stanno “posizionando”: mancano solo colui e coloro che accenderanno le polveri nel porto della nostra Beirut. Verranno da Oltralpe.

Euroimbecilandia verso il baratro

Rublo ai massimi, euro ai minimi: verità sulla prossima crisi finanziaria
di Federico Dezzani
13 maggio 2022

All’avvicinarsi del terzo mese di guerra russo-ucraina, si assiste ad un fenomeno “paradossale”: il rublo, nonostante le sanzioni imposte dall’Occidente, è al massimo degli ultimi due anni nei confronti del dollaro americano, mentre l’euro viaggia verso i minimi degli ultimi venti anni. Il fenomeno rispecchia la realtà geopolitica: la Russia, ricca di materie prime e tendenzialmente autarchica, è in una posizione migliore per resistere alla prossima crisi finanziaria, con cui gli anglosassoni mirano a scardinare l’euro e l’Unione Europea.

Quando la verità è l’opposto delle opinioni

Circa tre mesi fa, aveva inizio il conflitto russo-ucraino abilmente innescato dalle potenze anglosassoni, prima con la rivoluzione colorata del 2014 e poi la costruzione di un dispositivo militare sempre più minaccioso a ridosso delle regioni separatiste filo-russe. Immediatamente il conflitto era impiegato dagli anglosassoni per adottare una serie di dure sanzioni economiche e finanziarie contro la Russia: nell’arco di pochi settimane o al massimo mesi, asserivano i media occidentali, la Russia sarebbe stata piegata e costretta alla pace.

Chi, come noi, adotta un sano approccio geopolitico, evidenziava fin da subito come, alimentando il conflitto russo-ucraino, gli anglosassoni avessero obbiettivi che andavano oltre la Russia, concernenti (come sempre) l’Europa nel suo complesso. In particolare, evidenziavamo che gli anglosassoni mirassero alla destabilizzazione di tre potenze in particolare (Russia, Germania ed Italia) e che, di queste tre potenze, quella paradossalmente più resistente fosse proprio la Russia. Le sanzioni, la guerra e la prospettiva di un embargo del gas (che sta diventando, giorno dopo giorno, una realtà) avrebbero destabilizzato sopratutto Italia e Germania, due medie-potenze che vivono di un’economia di trasformazione e devono costantemente importare materie prime e vendere prodotti finiti per prosperare.

A distanza di circa tre mesi, tutte le nostre considerazioni si stanno rivelando corrette, come testimoniato dal semplice andamento delle rispettive valute: mentre il rublo tocca il massimo degli ultimi due anni nei confronti del dollaro americano (tornando ai livelli pre-pandemia), l’euro si sta progressivamente liquefacendo, toccando il minimo degli ultimi venti anni nei confronti del dollaro. Questa dura realtà (aggravata dall’allarmante aumento dei rendimenti dei titoli di Stato italiani) è completamente taciuta dai media occidentali, che in nessun modo devono svegliare il sonnambulo che cammina verso il precipizio. Già, perché l’Europa si sta incamminando con incredibile leggerezza verso un vero e proprio precipizio.

Nella nostra analisi di inizio anno, abbiamo evidenziato come le potenze anglosassoni mirassero nel corso del 2022 ad innescare un conflitto militare maggiore e, allo stesso tempo, una crisi finanziaria che avrebbe avuto il proprio epicentro in Europa e in Italia in particolare. Tale crisi finanziaria sarebbe stata scatenata dal rialzo dei tassi, con il pretesto formale di combattere l’inflazione, facendo quindi esplodere la montagna di debito pubblico esplosa in un decennio di denaro a costo zero e di spesa pubblica molto elevata, per contrastare da ultimo lo choc del Covid e del conseguente collasso economico. La guerra russo-ucraina si è inserita alla perfezione su questo binario: il prezzo delle materie prime è schizzato alle stelle, portando l’inflazione occidentale verso la soglia del 10%, mentre l’economia delle nazioni europee è stata gravemente indebolita (ed il peggio verrà nei prossimi mesi), rendendo sempre più difficile sostenere il debito pubblico accumulato.

In questo quadro, evidenziavamo anche, la Russia era messa in una posizione molto migliore rispetto all’Unione Europea: da un lato, infatti, la popolazione è storicamente abituata a “tirare la cinghia”, dall’altro la Federazione russa è una potenza tendenzialmente autarchica, che ha al suo interno tutto ciò che serve ad un’economia industrializzata: grano, petrolio, gas, acciaio, uranio, tungsteno, etc. Sarebbero bastate davvero poche mosse per neutralizzare le sanzioni occidentali e così è stato: Mosca ha tenuto aperto i vitali canali commerciali con la Cina, ha posto le basi per moneta ancorata all’oro che diventi un pilastro del futuro gold standard euroasiatico, ha imposto ai clienti europei di pagare le forniture energetiche in rubli, sostenendone il valore. L’azione congiunta di queste iniziative (cui si somma l’impennata del prezzo del greggio e del gas, una manna per le casse dello Stato russo) ha prodotto gli effetti sperati: non solo il rublo è tornato ai livelli pre-guerra, ma addirittura a quelli pre-pandemia.

Il discorso è invece diametralmente opposto per l’Unione Europa che, come auspicato dagli strateghi anglosassoni, sta emergendo come la vera perdente della guerra russo-ucraina: la UE ha innanzitutto perso l’export verso la Russia, si è vista decuplicare il prezzo del gas, ha dovuto sobbarcarsi il costo degli aiuti all’Ucraina e, ormai è evidente, dovrà affrontare nei prossimi mesi la sospensione totale dei flussi di gas dalla Russia (Polonia e Ucraina hanno già sospeso il transito e rimangono operativi solo il Nord Stream 1 ed il Turkish Stream). L’Unione Europea ha scelto così di autoinfliggersi i costi di una disastrosa economia di guerra che somma recessione ed inflazione, nonostante la prospettiva di un prossimo rialzo dei tassi (la FED lo sta già attuando) dagli effetti catastrofici sui debiti pubblici europei. L’esito finale è quello auspicato dagli anglosassoni e già ben visibile oggi: i capitali lasciano l’Europa alla volta degli USA e l’euro precipita verso i minimi degli ultimi venti anni.

Concludendo, le potenze anglosassoni hanno ingaggiato una guerra contro l’Eurasia nel suo complesso, dalla Cina al Portogallo. Le guerra russo-ucraina indebolirà forse l’economia russa ed eroderà il suo potenziale bellico ma, contrariamente all’opinione comune, produrrà i suoi effetti più nefasti proprio nell’Unione Europea, moltiplicando la portata della crisi finanziaria preparata per anni: lo scardinamento dell’euro e dell’Unione europea è ormai un obiettivo a portata di mano per gli anglosassoni, che getterebbero così nel caos l’estremità occidentale dell’Eurasia, una delle zone più industrializzate e sviluppate al mondo. La verità taciuta da tutti è che l’Europa “liberale e filo-atlantica” costruita negli ultimi 80 anni sta percorrendo gli ultimi metri che la separano dall’autodistruzione.

Tutto pur di salvare il dollaro e i privilegi da cui discendono per chi lo gestisce, gli Stati Uniti

Il conflitto ucraino è una guerra di pezzenti
di Vincenzo Maddaloni
14 maggio 2022

«Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico e diverrà un impero sostanzialmente asiatico.»[…] Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa.».
Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’èra della supremazia americana, 1997.

Non dimentichiamoci delle minoranze d' Europa, poiché in questa guerra ucraina sono diventate di un’importanza decisiva cruciale. Fino al 2003 quando l’Ue era di 15 Stati esse raggiungevano i 20 milioni di persone, il 5 per cento della popolazione. Con l’Europa dei 28 sono 42 milioni, e rappresentano l’ 9,37 per cento dei 448 milioni di cittadini europei.

Ma è nelle repubbliche baltiche, che le minoranze hanno un peso numerico - un milione di cittadini di etnia russa o che parlano come prima lingua quella russa - determinante per gli equilibri politici. In Lituania il 6 per cento della popolazione è russa, più o meno alla pari con la minoranza polacca, in Estonia essa raggiunge il 24,8 per cento, ma in Lettonia, la percentuale di russi ammonta ad oltre un quarto, 557 mila su una popolazione di un milione e novecento mila abitanti.

Naturalmente da quando è caduto il Muro di Berlino la divisione fra «Est» e «Ovest» appare meno artificiosa , ma sono emersi in maniera contraddittoria da una parte il cosiddetto risveglio delle nazionalità e, dall’altra parte il formarsi di enormi aggregati sopranazionali tenuti insieme dal miraggio di un facile benessere economico. Così l’umanità che vi abita è dilaniata da una parte dalla rincorsa quasi ossessiva verso un capitalismo sfrenato con la speranza che il sogno prima o poi si avveri; dall’altra parte da particolarismi di sangue, di lingua, di religione, di identità, da un nazionalisno esasperato insomma.

Infatti, non è difficile immaginare il malessere delle genti dell’Europa ‘allargata’, quelle che fino all’altro ieri, dietro la cortina di ferro, ambivano al benessere occidentale sperando nella fine del comunismo sovietico e che ora si ritrovano prigioniere della povertà, turbate dal crollo delle usanze tradizionali, furenti per le promesse non mantenute dall’Occidente, spesso disperate, spesso costrette a lasciare il proprio Paese o “peggio ancora” a fare emigrare i propri figli perché, si ritrovano in casa la disoccupazione che prima non conoscevano.

E’ in questa realtà che s’è consolidato il profondo e diffuso sentimento antirusso basato da un lato sull’astio di un passato prossimo a dir poco infelice, dall’altro lato sul timore di una rinnovata, pesante ingerenza di Mosca nell’area baltica. Pertanto, guerra aperta all’integrazione della minoranza russa all’interno del tessuto sociale dei propri Paesi. Lettonia ed Estonia hanno adottato la linea dura non concedendo loro la cittadinanza nel momento della transizione dall’Unione Sovietica all’indipendenza. E quindi viene loro negato il diritto di voto, al pubblico impiego e al passaporto.

La Lituania si è mostrata più benevolente concedendo ai residenti ex sovietici (140 mila) la cittadinanza, ma la Lettonia è andata ben oltre vietando l’insegnamento di materie in lingue non riconosciute come ufficiali all’interno dell’Ue, russo naturalmente incluso. A nulla era valsa la protesta del Cremlino, che ha definito il provvedimento “un atto di discriminazione e di assimilazione forzata”.

Tuttavia, quando nel 2014 si iniziò il conflitto russo-ucraino, Mosca aveva pensato bene di varare una legge, secondo la quale i cittadini di madrelingua russi residenti al di fuori della Federazione, possono richiedere la cittadinanza russa. Così operando, la lingua è diventata il pretesto per scatenare un conflitto incentrato sullo status com’è accaduto con la Crimea e il Donbass. Di concerto, in risposta "all'annessione illegale della Crimea da parte della Russia nel 2014", la Nato ha aumentato la sua presenza nella parte orientale dell'alleanza,con quattro gruppi tattici multinazionali in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, poiché, "queste unità, guidate rispettivamente da Regno Unito, Canada, Germania e Stati Uniti, sono multinazionali e pronte al combattimento". Pertanto, "la loro presenza chiarisce che un attacco a un alleato sarà considerato un attacco all'intera Alleanza", firmato: Comando Nato.

Il conflitto in Ucraina può trasformarsi in una guerra mondiale? Molto dipenderà dai sussulti del dollaro, della Federal Reserve Bank, delle lobby finanziarie, dei gruppi di interesse fautori di un globalismo esasperato, e di un capitalismo ferreo. Costoro reagiscono ammassando forze militari e paramilitari dai confini russi in Europa, alle acque della Cina in estremo Oriente. Poiché le controversie tra Ucraina e Russia diventano un utile pretesto per incoraggiare l’uso della forza, del confronto armato, con lo scopo non ultimo di distrarre l’attenzione da quello che è il loro problema principale: la salvezza del dollaro e con esso dell’impero americano. Su questo ed altro l’amministrazione del presidente Biden fa quadrato, (come potrebbe essere diversamente), poco importa se il cannone è tornato a tuonare nel centro dell’Europa, e s'è diffuso il terrore che la guerra diventi nucleare.

Jens Stoltenberg , segretario generale della Nato, l’altro giorno non ha escluso alcuna possibilità quando ha affermato che gli Stati Uniti hanno schierato, “ottomila e cinquecento soldati americani ad alta prontezza per la Forza di Risposta della Nato, e il gruppo d'attacco della portaerei USS Harry S. Truman sotto il comando Alleato nel Mediterraneo per proteggere e difendere tutti gli alleati.”.

Questo accade benchè la Russia di oggi, rappresenti una minaccia non certamente comparabile con quella rappresentata dall’Unione Sovietica e dal Patto di Varsavia. Dopotutto la Nato era stata fondata nel 1949, da dodici nazioni, per contrastare la potenza militare sovietica. Pertanto, caduta l’Unione Sovietica, sono venuti a mancare quelli che erano i presupposti di base che hanno dato il via alla nascita di questo patto atlantico. Sicché per il Cremlino, la Nato rappresenta esclusivamente un "progetto geopolitico a guida americana". Un'accusa difficile da respingere, poiché - un esempio tra i tanti - l’incremento della spesa militare da parte dei paesi membri della Nato rappresenta un tornaconto significativo per gli Stati Uniti, considerando che detengono il 37 per cento del mercato globale della vendita di armi.

In mezzo ci sono 95 milioni di persone, il 22 per cento di chi vive in Europa, che non hanno più lavoro, più casa, più risparmi, che si chiedono come potranno sopravvivere negli anni a venire e che vedono nella crisi ucraina un peggioramento delle proprie condizioni. Ci vuol poco a capire che lo scenario che ci si prospetta è segnato da una escalation delle tensioni fra gli Stati, dal momento che più le economie occidentali scivoleranno nel baratro dei deficit economico, più la destabilizzazione condizionerà la governance mondiale.

I partiti euroimbecilli italiani, TUTTI, che regalano le spiagge agli stranieri se votano la fiducia al Ddl Concorrenza mentre l'energia ci sfuma per il loro servilismo al mondo unipolare anglostatunitense

SPY FINANZA/ Il rischio blackout si abbatte sul Pil
Pubblicazione: 21.05.2022 - Mauro Bottarelli
Se negli Stati Uniti si temono blackout estivi, in Europa il rischio è più concreto visto quel che accade con la Russia. Ma il Governo non ne parla

Roma (Pixabay)

Il caldo si sta già facendo feroce, nonostante manchi ancora un mese all’inizio ufficiale dell’estate. Ed ecco che, volendo guardare all’oggi e non al domani, risuona minacciosa nelle orecchie la domanda – di natura retorica, all’atto pratico – posta da Mario Draghi al culmine dell’accelerazione atlantista dell’Italia: Volete la pace o i condizionatori accesi quest’estate? Addirittura, un sottosegretario è arrivato a tramutare ogni goccia di sudore in più in una stilla di sangue ucraino in meno. Tutte cose che si possono tenere sotto controllo con l’assunzione di farmaci specifici al mattino, quantomeno nel secondo caso. C’è un problema, però.

L’intero Paese si sta facendo turlupinare dalla politica e guarda alla questione energetica legata al gas russo come a un qualcosa con cui occorrerà fare i conti da ottobre in poi, quando ci toccherà convivere con termosifoni meno caldi del solito. E se ci ritrovassimo veramente a sudare come pazzi da qui a poche settimane, invece? E se l’aria condizionata fosse giocoforza razionata, al fine di evitare sovraccarichi e black-outs, in quello che potrebbe essere un piano di contingentamento e risparmio energetico del Governo?

Ricordate sempre una cosa: il 25 maggio scadeva lo stato di emergenza bellico, ma il Consiglio dei ministri tenuto al ritorno di Mario Draghi da Washington lo ha prorogato. E non di tre mesi. Da valutare in base alla situazione. Guardate questa grafica, la quale ci mostra le cinque reti di interconnessione per l’energia elettrica degli Stati Uniti.


Perché è divenuta importante? Perché giovedì, la North American Electric Reliability Corporation (NERC), l’ente regolatore preposto alla stabilità proprio di quella rete, ha emanato un preavviso per le prossime settimane: dalla regione dei Grandi Laghi alla West Coast, il Paese si prepari a un’estate di possibili black-outs e razionamenti. Un’estate da incubo, segnata da un insieme di criticità che parte dalle temperature record attese e arriva al combinato di siccità estrema che andrà a impattare in maniera significativa sulla generazione di energia da fonte idroelettrica. Ed ecco che, pur in maniera estremamente educata, la NERC fa notare come la politica di abbandono repentino delle fonti fossili – la quale, a oggi, non ha ottenuto garanzie di rimpiazzo da parte di quelle rinnovabili – potrebbe operare da detonatore delle criticità.

E se nel documento non manca l’immancabile richiamo al rischio di attacchi hacker russi contro la rete energetica, l’ente regolatore ammette candidamente come i programmi per l’energia solare nel Sud-Ovest degli Usa siano gravemente in ritardo sulla tabella di marcia a causa dei colli di bottiglia sulla supply chain globale, mentre gli impianti a carbone che potrebbero emergenzialmente tornare utili si ritrovano a corto di combustibile a causa dell’aumento delle esportazioni.

Lo scorso giugno, un black-out nella area del North West Pacific lasciò senza elettricità 9.000 persone, ma la NERC è molto chiara: se già nell’estate del 2021 il 40% delle rete nazionale era a rischio di interruzioni, oggi il combinato di caldo estremo e ridotta capacità di generare energia rende quella percentuale estremamente più aderente alla realtà di quanto non fosse la sua natura precauzionale 12 mesi prima. In Texas, il Electric Reliability Council of Texas (ERCOT) ha emanato un allarme ufficiale per possibili distacchi in vari distretti a causa delle ondate di calore previste. Addirittura, la California Public Utilities Commission ha ampliato il suo stato di allerta alle prossime tre estati, poiché a fronte di siccità perdurante e riserve idriche sui minimi storici, la transizione verso fonti rinnovabili e verdi in atto nello Stato rischia di prolungare – e di molto – lo stato di incertezza sull’operatività della rete. Tutto questo in America, il Paese che ha detta dei suoi cantori era ormai giunto alla piena indipendenza energetica grazie alla rivoluzione del fracking e dello shale e che, addirittura, stava attrezzandosi per un profilo strutturale di nazione esportatrice. Soprattutto di quel gas naturale liquefatto (LNG) che dovrebbe, nel wishful thinking di qualcuno, garantire una transizione morbida all’Italia e all’Europa verso l’affrancamento dal giogo energetico di Mosca.

Come la mettiamo, ora? Mario Draghi nella sua informativa alle Camere è stato chiaro: la famosa indipendenza energetica dalla Russia che in un primo tempo avrebbe richiesto sei mesi e poi un anno, ora è stata fissata a fine 2024. Nel frattempo, tre estati e tre inverni ci dividono da quell’obiettivo. Esattamente come le tre estati a rischio prospettate ai cittadini della California. I quali, però, a differenza di noi italiani sanno cosa rischiano, poiché l’ente di vigilanza ha emanato un comunicato chiaro e ufficiale. Qui, apparentemente, l’unica preoccupazione appare quella legata a quanto accadrà fra San Siro e il Mapei Stadium domani dalle 18.

E l’attacco hacker russo contro siti istituzionali dovrebbe farci riflettere: se infatti il 25 maggio gli Usa non rinnoveranno la deroga sui pagamenti di cedole e coupon del debito sovrano russo, Mosca andrà incontro realmente all’evento di credito. Tradotto, default tecnico da downgrade di massa e contemporaneo sul rating su quella carta. A quel punto, reagirà. E se in Donbass si usano i missili, in Europa basterà agire tramite il mitico rubinetto energetico. Proprio alla vigilia di un’estate che si prevede a dir poco rovente.

Al netto del sudore da condizionatore razionato o spento, cosa accadrà alle fabbriche in caso di problemi strutturali sulla rete energetica? Tradotto, quale impatto avrà una crisi elettrica sul nostro Pil già in drastica revisione? E signori, inutile negarlo, poiché Mosca ce lo ha ricordato più volte e in tutti i modi, l’ultima con l’espulsione di massa di personale diplomatico: l’Italia da alleato, amico e socio in affari privilegiato si è tramutata senza soluzione di continuità in capofila dei falchi Nato. Quindi, bersaglio legittimo. Come mai nessuno a Roma, forse troppo preoccupato dal blindare il Ddl Concorrenza per non far arrabbiare Bruxelles, ha il coraggio di rendere noti i rischi immediati che il Paese corre, in caso il conflitto si sposti sul campo della contrapposizione totale e asimmetrica fra Alleanza Atlantica e Russia?

In quei piccoli grandi cervelli statunitensi un barlume si affaccia nella coscienza

Che fine faranno le armi fornite all’Ucraina? Negli USA cominciano a chiederselo

17 maggio 2022


La stampa statunitense si sta accorgendo dei rischi connessi alle massicce forniture di armi all’Ucraina per combattere i russi e comincia a porre gravi e inquietanti interrogativi circa la capacità di Washington di mantenere un efficace controllo delle armi inviate a Kiev.

Il Washington Post, in particolare, ha posto il problema in un ampio e documentato articolo di John Hudson pubblicato il 14 maggio, chiedendo se gli aiuti militari andranno nelle mani giuste e quanto alto sia il rischio che vengano risucchiate in un’Ucraina che è uno dei principali hub europei del traffico di armi.

Ora oltre Atlantico c’è chi teme che parte delle attrezzature donate a Kiev possa finire nelle mani degli avversari dell’Occidente o che possa riemergere in altri conflitti nei prossimi decenni. Questo perché – dice al Washington Post William Hartung, un esperto del think tank Quincy Institute – mentre in Afghanistan “gli Stati Uniti avevano una presenza importante nel Paese che consentiva di avere almeno la possibilità di tracciare i percorsi delle armi, in Ucraina il governo statunitense è cieco in termini di monitoraggio delle armi fornite alle milizie civili e ai militari”.


Nonostante questa differenza di presenza sul campo però, la fuga degli americani e dei loro alleati da Kabul e il successivo immediato tracollo delle forze armate governative afghane, hanno lasciato in mano ai talebani 7,12 miliardi di dollari di armi e mezzi statunitensi inclusi missili, aerei, elicotteri, veicoli, armi e munizioni, secondo un rapporto del Pentagono di cui Analisi Difesa si è occupata a fine aprile.

In Ucraina, secondo Rachel Stohl, vicepresidente dello Stimson Center – “è semplicemente impossibile tenere traccia non solo di dove vanno tutti questi equipaggiamenti e chi li userà, ma anche come vengono usati”.

Il quotidiano statunitense ha del resto ricordato che l’Ucraina è sempre stata, fin dalla sua indipendenza post-sovietica, il paradiso del traffico e dei trafficanti di armi grazie anche alla corruzione endemica e dilagante.


Small Arms Survey ha valutato che una parte dei 7,1 milioni di armi portatili a disposizione dell’esercito ucraino nel 1992 fu “dirottata verso aree di conflitto” sottolineando “il rischio di fuoriuscite nel mercato nero locale”.

Situazione aggravatasi dopo lo scoppio della guerra nel Donbass quando i combattenti di entrambe le fazioni svuotarono i depositi di armi e munizioni delle istituzioni statali e regionali, senza che si sappia dove questi equipaggiamenti siano poi finiti, aggiunge il Washington Post ricordando che funzionari dell’amministrazione Biden si sono incontrati con specialisti nel controllo degli armamenti per decidere una strategia.

“Non è chiaro – dice Annie Shiel, consulente del Center for Civilians in Conflict – quali misure di mitigazione del rischio o di monitoraggio abbiano adottato gli Stati Uniti e gli altri Paesi, o quali garanzie abbiano ottenuto, per garantire la protezione dei civili”.


Fa sicuramente piacere vedere che istituzioni e media statunitensi si pongono oggi gli stessi interrogativi che Analisi Difesa aveva evidenziato oltre due mesi or sono, con l’editoriale “I rischi della belligeranza” pubblicato l’11 marzo.

All’epoca molti grandi media e tv non fecero molto caso alle valutazioni espresse in proposito sul nostro web-magazine che riportiamo qui sotto.

Le armi distribuite alle milizie potrebbero inoltre venire impiegate per compiere azioni criminali o finire sul mercato clandestino che alimenta malavita organizzata e gruppi terroristici, specie in una nazione che registra un elevatissimo tasso di corruzione negli apparati pubblici.

Meglio non dimenticare che la mafia ucraina è ramificata anche in Medio Oriente e Caucaso e che almeno due battaglioni di jihadisti ceceni combattono al fianco degli ucraini in contrapposizione alle truppe di Mosca e ai governativi ceceni filo-russi presenti anch’essi in questo conflitto.

L’ipotesi che un buon quantitativo di missili e lanciarazzi anticarro o antiaerei possano finire nelle mani di milizie jihadiste è un incubo per la sicurezza della stessa Europa che quelle armi sta fornendo a Kiev senza alcun apparente controllo circa la loro destinazione.

Di fronte a questa minaccia l’opzione che tali arsenali cadano in mano ai russi o vengano distrutti in battaglia appare quasi auspicabile rispetto al rischio di armare pesantemente malavitosi e terroristi che potrebbero impiegare missili anticarro nelle nostre città e antiaerei per abbattere aerei di linea.

Aggiungiamo oggi che il tema andava posto e affrontato a inizio marzo, quando tutti in Occidente decisero di armare in modo massiccio gli ucraini.

Considerando la gigantesca mole di armi e munizioni già fornita da tutte le nazioni della NATO al governo di Kiev che arma Esercito, Guardia Nazionale e persino civili oltre a tenere conto che la situazione bellica potrebbe determinare il collasso dello stato ucraino, porsi oggi il problema come fa il Washington Post e altri media statunitensi equivale a prendere in considerazione l’ipotesi chiudere il recinto quando i buoi sono già scappati da tempo.


Foto: Armi occidentali forniti alle forze ucraine cadute nelle mani delle milizie filo-russe di Donetsk e Luhansk

20 maggio 2022 - UN PIANO DIABOLICO - GIANCARLO MARCOTTI - Mondo&Finanza


e non dite che nessuno ve lo aveva detto il VOSTRO Mario Draghi sta continuando a svendere i gioielli rimasti dell'Italia ma le chiamate riforme

Per il Casinò di Wall Street -20%

Wall Street futures in rally con Cina, ma Dow Jones soffre fase ribassista settimanale record da 1932

Laura Naka Antonelli 20 maggio 2022 - 13:46

MILANO (Finanza.com) Rally dei futures Usa, scatenato secondo alcuni operatori dal taglio dei tassi in Cina: un rally che per ora permette allo S&P 500 di riuscire ancora a schivare il mercato orso, anche se pericolosamente vicino a entrarci.

Il sentiment di mercato rimane incerto, con i chiodi ormai fissi della recessione e dell'inflazione che assediano gli investitori di tutto il mondo.

Oggi la People's Bank of China – banca centrale della Cina – ha annunciato la decisione di confermare il tasso di finanziamento loan prime rate (LPR) a un anno al 3,7%, tagliando invece il tasso a cinque anni dal 4,6% al 4,45%. La riduzione, pari a 15 punti base, è la più forte dal 2019.

I tassi LPR sono i tassi di riferimento sui prestiti che vengono stabiliti mensilmente da 18 banche cinesi.

La mossa espansiva riflette chiaramente l'intenzione della banca centrale cinese di intervenire a sostegno dell'economia del paese che, secondo gli economisti, soffrirà nel trimestre in corso una contrazione, a causa delle misure di lockdown che il governo di Pechino ha lanciato per contrastare la recente ondata di Covid-19, nell'ambito della sua zero Covid policy.

L'intervento della People's Bank of China, che si è detta tra l'altro pronta a lanciare nuove misure di politica monetaria espansiva ha scatenato i buy sulle borse asiatiche. Ma il bilancio settimanale nel caso di Wall Street è decisamente in rosso.

Verso le 13.40 ora italiana, i futures sul Dow Jones salgono dello 0,80%, quelli sullo S&P 500 avanzano dell'1,02% e quelli sul Nasdaq salgono dell'1,4% circa.

Il Dow Jones si appresta a concludere la settimana in flessione del 2,8%, con un trend negativo per l'ottava settimana consecutiva, la fase ribassista più lunga dal 1932.

Lo S&P 500 e il Nasdaq sono orientati a chiudere la settima settimana consecutiva in ribasso, con lo S&P 500 in flessione
del 19% rispetto al precedente record testato agli inizi di gennaio.

Se le perdite arriveranno a -20%, l'indice benchmark scivolerà in bear market per la prima volta dal marzo 2020, mese in cui risuonò in tutto il mondo l'alert della pandemia Covid.

Ieri lo S&P 500 è sceso dello 0,58% a 3.900,79, mentre il Dow Jones Industrial Average ha perso 236,94 punti (-0,75%), 31.253,13. Il Nasdaq Composite ha ceduto lo 0,26% a 11.388,50.

20 maggio 2022 - DRAGHI SI ARRABBIA

Stiamo godendo dell’ennesima “ricreazione” che finirà in autunno quando, con la scusa dell’inevitabile variante e dei fantomatici nuovi “morti per Covid”, ci obbligheranno alla quarta dose e a subire altre insensate angherie

20 Maggio 2022 11:00
Vaiolo delle scimmie. Prof. Tarro: "Allarmismo ingiustificato: i sintomi sull'uomo sono banali"

Francesco Santoianni

“Vaiolo delle scimmie”. È già un tormentone la “notizia” di un caso registrato dall’Istituto Spallanzani su un ragazzo tornato dalle vacanze nelle Canarie. Per il quale, nonostante le sue condizioni siano dichiarate “discrete”, già sono sui talk show gli “esperti” che si stracciano le vesti per la vaccinazione antivaiolosa obbligatoria abolita in Italia nel 1981 ed evidenziando che “"Non c'è una cura specifica per il vaiolo”. Su questo allarme abbiamo intervistato il prof. Giulio Tarro, già Primario di Virologia all’Ospedale per malattie infettive Cotugno di Napoli.

"Non è certo la prima volta che in Occidente vengono registrati casi di infezione da monkeypox in esseri umani. Nel 2003 negli USA, ad esempio, ci fu una “epidemia” (qualche centinaio di casi, tra l’altro, segnalati in ritardo al Centers for Disease Control and Prevention) che non ha provocato nessun morto e che poi si è estinta nel giro di qualche settimana. E questo perché il cosiddetto “vaiolo delle scimmie”, pur appartenente anch’esso alla famiglia dei Poxviridae, non ha nulla a che vedere con il vaiolo (provocato dal virus Variola major) che ha funestato l’Europa nei secoli passati; così come la cosiddetta “Peste bovina” non ha nulla a che vedere con le catastrofiche epidemie di Yersinia pestis. Tra l’altro i sintomi nell’uomo prodotti dall’infezione da monkeypox sono assolutamente banali: una influenza con l’aggiunta di qualche vescicola che si risolvono spontaneamente ben presto. Altro che vaiolo."

Ma allora, perché tanto allarmismo?

"La prima cosa che potrebbe venire in mente è che lo fanno per rifilarci il vaccino già pronto per l’infezione da monkeypox. Ma, francamente, mi sembra una spiegazione improbabile considerando che essendo primavera, come quella del 2020 e del 2021, stiamo godendo dell’ennesima “ricreazione” che finirà in autunno quando, con la scusa dell’inevitabile variante e dei fantomatici nuovi “morti per Covid”, ci obbligheranno alla quarta dose e a subire altre insensate angherie. Credo, invece, che l’attuale allarmismo monkeypox serva a consolidare una ipocondria generale diventata il principale strumento di controllo sociale. Come attestato dai tantissimi che oggi, pur non essendo obbligati, continuano a girare bardati di mascherina anche all’aperto."

LEGGI DEL PROF. TARRO:


Era solo una questione di tempo, i topi sono usciti dalle fogne. I 47 arsi vivi a Odessa nel maggio del 2014 dai NUOVI NAZISTI possono trovare giustizia

Mosca annuncia: 'Azovstal è totalmente nelle nostre mani'
Shoigu a Putin: 'Missione compiuta'. Comandante Azov portato via


Redazione ANSA ROMA
20 maggio 2022 23:40 NEWS

(ANSA) - ROMA, 20 MAG - L'acciaieria Azovstal di Mariupol è totalmente sotto il controllo delle forze armate russe.

Lo ha affermato il ministero della Difesa di Mosca, citato dalla Tass, diffondendo anche un video della resa.

Il ministro della Difesa russo Seghei Shoigu ha comunicato al presidente Vladimir Putin "la fine dell'operazione e la completa liberazione dell'acciaieria Azovstal di Mariupol dai militanti ucraini".
"L'ultimo gruppo di 531 militanti dell'Azovstal si è arreso oggi", ha riferito il portavoce della Difesa russa Igor Konashenkov. In totale sono 2.439 i combattenti che si sono arresi, secondo Mosca. Konashenkov ha aggiunto che il comandante del battaglione Azov, Denis Prokopenko, è stato portato via dall'acciaieria "con un veicolo blindato speciale" verso i territori controllati dalla Russia "perché i residenti lo odiavano e volevano ucciderlo per le numerose atrocità" commesse. (ANSA).

La prossima certa guerra è nell'Artico, il motivo sono l'impossessamento e l'utilizzo delle materie prime, la Finlandia si è lasciata comprare per le ricche commesse che gli arriveranno per la costruzioni delle navi rompighiaccio che vogliono fortemente vogliono gli anglostatunitensi

Il vero motivo di Finlandia e Svezia nella NATO
Maurizio Blondet 20 Maggio 2022

Era già tutto pianificato da anni.

Le radici dell’integrazione accelerata degli scandinavi nell’Alleanza non si trovano in Ucraina, ma molto più a nord. Si trovano in una significativa intensificazione, dal 2020, dell’espansione politico-militare di Washington e Bruxelles nell’Artico. Questa regione è considerata la principale riserva di idrocarburi a lungo termine e il luogo di un imminente confronto geopolitico tra le potenze. È nell’Artico, secondo le previsioni, che si deciderà il destino dell’umanità. Gli alleati hanno iniziato la “ricognizione col fuoco”, la prima dalla Guerra Fredda, nel maggio 2020, quando tre cacciatorpediniere americani Arleigh Burke e la fregata britannica Kent sono entrati nel Mare di Barents, fino ad allora le acque attraversate dalla Flotta del Nord russa.

A metà gennaio 2021, il Pentagono ha adottato la nuova versione della sua strategia artica chiamata

(Riprendere il dominio artico)

Questa strategia stabilisce che il gruppo nell’Artico è ben lungi dall’essere conforme agli obiettivi e ai progetti degli Stati Uniti. Russia e Cina sono nominati come i principali avversari in questa regione. Sottolineando in particolare la necessità di rafforzare l’interazione tra gli alleati, la cui cerchia si prevede ovviamente di allargare.

Il 14 giugno 2021, Bruxelles ha ospitato un vertice della NATO in cui, per la prima volta, le questioni artiche sono state discusse in modo ampio e concettuale. Il documento adottato in questa riunione ha rilevato la necessità di rafforzare il coordinamento nel quadro della politica artica dell’Alleanza, per aumentare la potenza militare. È stato riconosciuto come utile continuare a sviluppare una strategia globale della NATO per l’Artico. Ha anche accennato all’intenzione di coinvolgere nuovi alleati in questa attività.

Si è anche riscontrato che le attuali forze della NATO non erano sufficienti per affrontare nella zona artica la Russia e la Cina che la sostengono. L’attuazione della strategia artica dell’Alleanza si scontra con i limiti geografici: il controllo fisico della Russia su gran parte della regione. Se ad est della rotta del Mare del Nord gli americani hanno pianificato un significativo rafforzamento della loro presenza militare in Alaska e l’intensificazione di tali azioni sul versante canadese, ad ovest osservano chiaramente una breccia. Il potenziale territoriale della Norvegia non è sufficiente, i limiti naturali sono importanti in Islanda e Groenlandia. Già allora è diventato chiaro agli esperti che questo fianco avrebbe dovuto essere rafforzato con la riserva più vicina: Svezia e Finlandia.

Qualsiasi pretesto poteva essere usato per integrare Finlandia e Svezia, ed è stato trovato in Ucraina. Soprattutto perché questo pretesto è abbastanza emotivo da avere un impatto efficace sull’opinione pubblica in questi paesi. A differenza dell’élite al potere, è scettico sull’adesione alle alleanze militari. Era anche importante neutralizzare le obiezioni di Mosca.

Il danese Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale della NATO (2009-2014) e consigliere del presidente ucraino Petro Poroshenko (2016-2019), ha riconosciuto: “Per quanto riguarda Finlandia e Svezia, penso che i due paesi abbiano una finestra di opportunità di aderire subito, perché Putin è impegnato altrove. Non può farci niente”. Non per l’Ucraina, secondo la spiegazione ufficiale, ma approfittando della situazione di questo Paese”. Gli alti funzionari al potere evitano tale franchezza nelle loro dichiarazioni.

L’espansione della NATO con l’adesione di Svezia e Finlandia, secondo Washington e Bruxelles, dovrebbe facilitare il raggiungimento di diversi obiettivi logistici sulla strada da seguire nell’Artico. Questi includono il problema del rompighiaccio, che è il “tallone d’Achille” nella nuova strategia regionale del Pentagono. La Russia è in vantaggio rispetto ai concorrenti occidentali per numero e qualità di navi di questa classe. Praticamente l’unico rompighiaccio americano a galla, Healy, sembra un pigmeo sullo sfondo di giganti russi. I cantieri americani non hanno le competenze necessarie per colmare il gap, soprattutto con il varo previsto nei prossimi anni di tre rompighiaccio molto pesanti e tre medi.

Tuttavia, gli americani speravano di accelerare notevolmente questo processo ricorrendo all’aiuto dei finlandesi, che possedevano le capacità e le conoscenze industriali necessarie in questo settore. Un gran numero di rompighiaccio sovietici e russi, ad esempio Taymyr e Vaigach, furono costruiti in Finlandia. In quanto membro della NATO, a questo paese potrebbe essere affidata la costruzione di rompighiaccio militari. L’aspirazione “improvvisa” dei finlandesi ad aderire alla NATO potrebbe anche spiegare il calcolo commerciale per ordini costosi e a lungo termine dagli Stati Uniti per costruire rompighiaccio.

L’adesione dei paesi scandinavi all’Alleanza era predeterminata.

fonte: Continental Observer



L'influenza covid è stato lo strumento usato dai poteri TUTTI per cambiare metodo di governo, la foglia di fico del voto ogni cinque anni, la pseudo libertà e democrazia sono state esautorate ed oggi vige solo la PAURA&TERRORE per dominare, istradare, le masse avendo i POTERI a disposizione della gran massa degli strumenti di informazione e attraverso questi se la cantano e se la suonano come meglio gli aggrada

Conferenza tenuta 19 maggio 2022 dal vescovo di Trieste Mons. Giampaolo Crepaldi su globalismo e pandemia.
Maurizio Blondet 20 Maggio 2022

Excerpta:

Conferenza tenuta da S.E. Mons. Crepaldi il 19 maggio 2022 al Corso internazionale on-line GLOBALISMO, SOBERANÍA E IDENTIDAD NACIONAL. UNA REFLEXIÓN DESDE EL ÁMBITO POLÍTICO, SOCIAL Y ECONÓMICO, promosso dalla Facoltà di Diritto della Università Pontificia Argentina e diretto dal Prof. Daniel Passaniti.

[….]

Il fenomeno della pandemia da Covid-19 ha senz’altro prodotto una maggiore consapevolezza della necessità di lavorare insieme soprattutto davanti a queste crisi sistemiche. Però ha anche messo in evidenza alcune caratteristiche non condivisibili o preoccupanti circa il mondo di affrontare insieme queste crisi sistemiche.

L’emergenza pandemica ha impresso una accelerazione ad alcuni fenomeni che sembrano problematici. Il primo è un nuovo evidente accentramento di potere sia a livello nazionale che internazionale. Si assiste, soprattutto in America Latina ma non solo, a nuove forme di statalismo e di neosocialismo. Il cosiddetto “Modello cinese” viene spesso imitato come possibile risposta alla crisi pandemica. A livello globale pure si è verificato una tendenza ad un accentramento, comprensibile da un lato perché il fenomeno da tenere sotto controllo era globale, ma dannoso dall’altro perché c’è stata come una grande esercitazione per il controllo centralizzato dei movimenti delle persone, la sospensione delle garanzie di libertà, la prevalenza del potere esecutivo sul legislativo e sul giudiziario, l’appello interessato agli “esperti”, la diffusione di una narrazione politica stabilita dal potere. Durante la pandemia si sono sperimentate forme di controllo e sorveglianza sociale che potrebbero essere impiegate in futuro in altri campi diversi da quello sanitario. E’ stata anche implementata la regola dei “crediti sociali”: se non assumi un certo comportamento non puoi usufruire di questo o quell’altro benefit sociale.

Certamente la pandemia ha aumentato la sensibilità ai problemi comuni, ma ha anche alimentato forme di individualismo, di contrapposizione, di squalificazione reciproca, di delazione, di emarginazione sociale. Ne usciamo più consapevoli della necessità di aprirci alla collaborazione, ma anche più sospettosi gli uni degli altri e anche rispetto alle autorità siano esse politiche che sanitarie.

La pandemia è stata qualificata come una grande “emergenza”, e realisticamente lo è stata. Però non si può negare che essa sia anche stata utilizzata per legittimare cambiamenti globali che senza di essa sarebbe stato difficile far accettare. Può quindi aver costituito un precedente e in futuro nuove emergenze potrebbero essere artificialmente prodotte proprio per giustificare cambiamenti strutturali. E’ questo un pericolo che dobbiamo tenere in contro. L’emergenza ecologica, l’emergenza demografica, l’emergenza energetica, una nuova emergenza sanitaria … domani potrebbero indurre a nuovi “Reset”. Uno di questi cambiamenti mi preme qui portare alla vostra attenzione: la transizione digitale. La digitalizzazione della vita quotidiana – dalla burocrazia all’economia alla finanza – costituisce certamente un fattore di progresso ma presenta anche il pericolo di fornire le basi tecnologiche per un sistema di controllo molto diffuso e pervasivo. La questione dei Big Data non è di secondaria importanza. La necessità di controllare i movimenti delle persone durante la pandemia – legittima entro certi limiti – è stata sviluppata come invito ad una transizione digitale che interesserà anche altri campi ed altri movimenti e finirà per riguardare la vita intera delle persone. Tra l’altro con il consenso dei cittadini, dato che essi sono impauriti dall’emergenza e quindi concedono al potere politico un raggio di azione più ampio di quanto non concederebbero in situazione normali.

Molti fenomeni innescati dalla pandemia vengono indirizzati ad una globalizzazione intesa come globalismo. Si parla di creare una società di non-possidenti, con l’abolizione della proprietà privata sostituita da uno sharing universale senza chiarire chi avrà la proprietà delle cose da condividere. Si prospetta una ideologia ambientale globalista antinatalista ed antifamilista. Si vorrebbe creare una religione universale priva di dogmi e che consiste in “buone pratiche” sociali che però non si sa chi le debba stabilire.

Il prossimo certo conflitto artico pone la Federazione Russa ad apportare modifiche al suo assetto geopolitico militare dei suoi confini

Mosca, nuove basi militari in risposta ad allargamento Nato
Ministro difesa,aumentano minacce militari a confini occidentali

© ANSA/EPA

Redazione ANSAMOSCA
20 maggio 202212:36NEWS

(ANSA) - MOSCA, 20 MAG - La Russia creerà nuove basi militari in risposta all'allargamento della Nato.

Lo ha detto il ministro della difesa russo Sergei Shoigu.

Il Ministro ha evidenziato un aumento delle minacce militari vicino ai confini occidentali della Russia a causa di Usa e Nato. Shoigu, secondo quanto riportano le agenzie russe Tass e Interfax, ha elencato tra le minacce anche le domande di adesione alla Nato da parte di Finlandia e Svezia. (ANSA).