L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 agosto 2022

16 agosto 2022 - Come cambia la guerra in Ucraina, dal Donbas a Kherson - Mappa Mundi

Elezioni in Italia: deve essere chiaro che ogni voto dato a uno qualsiasi dei partiti presenti in Parlamento è un voto dato alla certa rovina del Paese per la quale del resto è stato ingaggiato Draghi

Ultimo ballo sul Titanic



Non so se gli italiani che se sono andati in massa in vacanza siano degli incoscienti o invece siano così saggi da capire che i soldi varranno di meno al loro ritorno, che tanto vale spenderli e che una tempesta si addensa sopra la loro testa, che dopotutto conviene fare l’ultimo ballo mentre il Titanic urta contro l’iceberg: persino qualche politico in questa Europa stupida e desolata, sta cominciando a vedere la trappola in cui l’Unione è caduta prima aderendo in maniera quasi oscena alle “misure” anticovid e alle vaccinazioni sperimentali che hanno indebolito il sistema produttivo e la spina dorsale delle piccole imprese, poi già intontita come una zanzara che sorvola la piastrina di piretro, si è data il colpo di grazia con le sanzioni alla Russia che hanno funzionato magnificamente, ma disgraziatamente al contrario aiutando Mosca e penalizzando l’Europa. Di tutto questo vediamo solo le avvisaglie, il brutto arriverà durante l’inverno quando i prezzi dell’energia finiranno col salire ancora e determineranno reazioni che è difficile prevedere.

Del resto se volessimo fare un quadro oggettivo della situazione potremmo mettere in fila alcuni fatti che sono sin troppo eloquenti riguardo alla totale sconfitta della politica europea: La Russia trova acquirenti nella maggior parte del mondo per il suo gas e petrolio
Sempre più paesi in Asia, Vicino e Medio Oriente, Africa e America Latina aderiscono all’alleanza BRICS
L’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), che in precedenza era composta da Russia, Cina e gli -stan dell’Asia centrale sarà affiancata a settembre da altri 10 stati come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Sirua, Cambogia, Birmania.
Cina, India e Russia terranno esercitazioni militari congiunte in Russia
Gli stati che hanno quasi l’intero stock di materie prime necessarie per l’elettronica moderna sono ostili all’Occidente e soprattutto all’UE
Non è possibile convertire l’approvvigionamento energetico in Europa perché mancano le materie prime necessarie. Ci sono già enormi ritardi nella consegna della merce ordinata. Ma qualsiasi altra risorsa energetica cui si potrà attingere sarà comunque molto più costosa.
Gran parte del settori produttivi trainanti, come l’industria automobilistica, risentono dei componenti di alta qualità che dovrebbero provenire dagli alleati di Russia e Cina.

Questa situazione si era cominciata a delineare quasi subito dopo l’inizio dell’operazione russa, tra la fine di marzo e i primi di aprile quando si era arenato miseramente il tentativo della “comunità internazionale” basata sulla mancanza di regole e sui doppi standard. come Borrel non ha esitato a dichiarare, di isolare la Russia e dunque di dare alle sanzioni un peso economico significativo. A quel punto doveva essere chiaro che la strategia di seguire gli Usa in ogni loro disegno di caos e di morte non aveva pagato, anzi era costato un prezzo altissimo e dunque bisognava in qualche modo fare dei passi indietro. Ma questo non è avvenuto anzi si è andati avanti in un’escalation folle come se premendo più forte su una leva senza fulcro il risultato potesse cambiare. Archimede se la ride perché non esiste forza che possa sollevare un coglione dalla sua condizione. Ora che le cose sono chiare a tutti, compresi gli idioti russofobi, non si può più tornare indietro: la massiccia fornitura di armi al regime ucraino ha trasformato l’operazione di Mosca in aiuto delle popolazione del Donbass in una guerra con la Nato che ha definitivamente fatto capire ala Russia che non c’è nulla da spettarsi dai ceti politici europei, e men che meno che mantengano la parola data visto che di fatto sono dei burattini di Washington e dei poteri finanziari.

L’unica strada praticabile per poter non dico azzerare la situazione, ma renderla meno dura e salvare il nucleo produttivo dell’Europa l’hanno in mano i cittadini che possono quando ne capita l’occasione o imponendola con la piazza, mandare a casa questa miserabile plebaglia politica insignificante da ogni punto di vista come appunto si addice a dei portavoce o a dei servi e distruggere il teatrino che ad ogni elezione viene messo in piedi. E’ una regola generale, ma per l’Italia vale ancora di più: deve essere chiaro che ogni voto dato a uno qualsiasi dei partiti presenti in Parlamento è un voto dato alla certa rovina del Paese per la quale del resto è stato ingaggiato Draghi. In questo senso, anche con tutti i dubbi e le perplessità che si possono avere, l’ incerto, ossia le nuove formazioni politiche tempratesi nel corso della dittatura sanitaria, per quanto piccole, litigiose e persino poco definite nelle idee, diventano assolutamente preferibili se non altro in base alla teoria delle probabilità.

Ancora una volta Euroimbecilandia dimostra di essere un'entità stupida. Non ha identità politica ed è retta da burocrati. Con il petrolio alle stelle la circolazione scaricherà i costi sulle merci. Stagflazione garantita

Il Venezuela interrompe le spedizioni di petrolio in Europa poiché le alternative all'energia russa si stanno esaurendo

DI TYLER DURDEN
VENERDÌ 19 AGOSTO 2022 - 09:00

La scritta è sul muro per l'Europa in termini di questo prossimo inverno – Diventerà brutto. Con le importazioni di gas naturale dalla Russia tagliate dell'80% attraverso il Nord Stream 1 insieme alla maggior parte delle spedizioni di petrolio, l'UE si cercherà di trovare qualsiasi fonte di combustibile possa trovare per fornire elettricità e riscaldamento durante il prossimo inverno. Due fonti originariamente suggerite come alternative erano Iran e Venezuela.

L'aumento delle esportazioni di petrolio e gas iraniano verso l'occidente dipende in larga misura dal tentativo di accordo nucleare, ma come ha recentemente suggerito Goldman Sachs, un tale accordo è improbabile in qualsiasi momento, poiché le scadenze sulle proposte non sono state rispettate e il governo israeliano chiede ai negoziatori di "camminare". lontano.'

Il Venezuela ha ripreso le spedizioni in Europa dopo 2 anni di sanzioni statunitensi in base a un accordo che consente loro di scambiare petrolio con la riduzione del debito. Tuttavia, il governo del Paese ha ora sospeso quelle spedizioni , dicendo di non essere più interessato agli accordi petroliferi e di volere invece combustibili raffinati dai produttori italiani e spagnoli in cambio di greggio.



Potrebbe sembrare uno scambio all'indietro, ma le raffinerie venezuelane stanno lottando per rimanere in funzione a causa della mancanza di investimenti e della mancanza di riparazioni. I combustibili raffinati li aiuterebbero a rimettersi in piedi in termini di energia e industria. Alcune delle operazioni petrolifere pesanti del Venezuela richiedono diluenti importati per continuare. L'UE afferma che attualmente non ha in programma di revocare le restrizioni sull'accordo petrolio per debito, il che significa che l'Europa ha ora perso un'altra fonte di energia.

Le sanzioni al Venezuela insieme al calo degli investimenti hanno strangolato la loro industria petrolifera, con una produzione complessiva in calo del 38% questo luglio rispetto a un anno fa. Le mosse iniziali di Joe Biden per riaprire i colloqui con Maduro hanno innescato speranze gonfiate che il petrolio venezuelano sarebbe fluito ancora una volta e avrebbe compensato i mercati globali rigidi e l'aumento dei prezzi. L'Europa in particolare sarà presto alla disperata ricerca di alternative energetiche, il che probabilmente si tradurrà in una perlustrazione dei mercati questo autunno per soddisfare i requisiti minimi di riscaldamento.

Se ciò si verifica e non si riesce a trovare fonti di energia regolari per riempire il vuoto lasciato dalle sanzioni russe, i prezzi aumenteranno vertiginosamente nell'UE. Non solo, ma con i paesi europei che acquistano forniture di energia ovunque riescano a trovarle, le fonti disponibili si ridurranno anche per ogni altra nazione, compresi gli Stati Uniti. Preparati a un nuovo aumento dei prezzi del petrolio e dell'energia con il ritorno del freddo invernale.

20 agosto 2022 - News della settimana (19 ago 2022)


Fermate Zelensky: minaccia il disastro atomico - Ministro cinese: l’11 settembre fu un autoattentato – Stoltemberg vorrebbe fare lo sceriffo in Europa - Bassetti continua a farla fuori dal vaso – Nasce in UK il movimento Don’t Pay [CORREZIONE: "direct debit" non sono le tasse, ma l'addebito automatico delle bollette] – La solita manina interviene nel CDC – Le ipocrite scuse di Hollywood agli indiani americani /// Il ns. canale Odysee: http://odysee.com/@luogocomune

La sintesi del vivere non è appannaggio dei molti, ma solo di pochi fortunati/sfortunati per caso e necessità. Le morse delle fiamme che costringono a cercare di capire il TUTTO, diciamolo una piccolissima parte del TUTTO

Capire e ricreare
di lorenzo merlo
13 agosto 2022

Pensiamo che capire sia tutto, che acquisire dati attraverso lo studio sia conoscenza. È un peccato che ci limita e che ci obbliga ad una storia di conflitto.

Penso di condividere la platonica prospettiva dalla quale appare in tutta chiarezza il mondo delle idee. Il filosofo ateniese lo chiamava Iperuranio. Uno spazio in tutto è già presenza, fuori dal tempo e dallo spazio. Uno spazio, aggiungo banalmente, in cui tutti i perché hanno già la loro risposta. In cui la circolarità del tempo diviene facile da riconoscere, così come la contiguità e la relazione di tutte le cose, ovvero l’autoreferenzialità dello spazio. L’eterno ritorno, il nichilismo come culmine della conoscenza, l’Uno come dimensione accessibile nell’astensione.

Il concetto non è semplice. Non lo si agguanta con un ragionamento. Serve ricrearlo. Come sennò andare oltre il materialistico e razionalistico limite del tempo oggettivo, della separazione delle cose, dello spazio misurabile che si pone tra esse?

Ma non si tratta di richiamare ad una questione elitaria, di graduatoria d’intelligenza. A sua volta – come tutte – nient’altro che un’autoreferenziale affermazione umana. Ogni nostra affermazione, financo quella imitativa, adagiata su un modello confezionato da altri, acquisita o rubata al mercato delle idee, appunto, presuppone una ricreazione di una delle infinite prospettive disponibili nell’infinito. Se non altro, nella misura in cui quell’idea, quella posizione e affermazione, occupa lo spazio del nostro pensiero e della nostra azione, impedendo così l’affermarsi di altro, alternativo da essa. La ricreazione non riguarda soltanto dunque le idee cosiddette innovative.

Nella mia personale concezione, quel mondo delle idee – pur non potendogli porre confini – è una sorta di volume che tutto contiene. Un cosmo nel quale tutte le dimensioni che gli uomini elaborano sono presenti. Un corpo dal quale ogni posizione può essere assunta. Un terreno sul quale tutte le affermazioni trovano il loro contrario. Un oceano nel quale ogni cosa si muove, offrendoci la sensazione di saperci nuotare, ovvero di trovare la conoscenza.

Se Platone, con la metafora del Mito della caverna – ricreazione occidentale del schopenhaueriano Velo di Maya, di vedica origine – alludeva all’abbaglio della presupposta conoscenza, nel pensiero del Volume la medesima debacle prende il nome di Bidimensione. Essa non è altro che una specie di fermo immagine della vorticosa realtà volumetrica. Un espediente obbligato dal nostro crederci e sentirci indipendenti da ciò che stiamo osservando, nonché dai lacci della logica a sintassi unica soggetto-verbo-complemento.

La bidimensione è necessaria per affermare, diviene superflua nell’ascolto. Essa, come una fotografia, contiene tutta la realtà che la nostra concezione, coniugata con l’interesse personale, è in grado di cogliere. Solo davanti alla fotografia che, non sempre inconsapevolmente, abbiamo estratto dal Volume, possiamo disquisire su come stanno le cose, su dove è la verità, su come progettare e raggiungere lo scopo. Ma non è un caso che ogni progetto che non sia relativo a pochi elementi, come un ponte, un sifone, un aereo o un palazzo, implichi la sua contraddizione. È ordinariamente così nel mondo delle relazioni, dove l’infinito di ognuno non può essere compresso entro le intenzioni di una sola parte.

Inconsapevoli di queste banalità ci si accapiglia per dimostrare, fare proseliti, avere ragione, attribuire responsabilità, eccetera. Si va così a mantenere la storia di conflitto che tutti conosciamo. Strano, verrebbe da dire, visto che la saggezza dei Veda risalgono al IX secolo A.C., che Platone ce la ricordò settecento anni dopo, e che Schopenhauer, sintetizzò il concetto con la sua espressione Velo di Maya circa centocinquanta anni fa. Ma anche come l’altro ieri, in altro modo, ci hanno fatto presente Gregory Bateson con la sua Ecologia della mente e Humberto Maturana con Francisco Varela con il loro Autopiesi e cognizione. Ma strano soltanto se siamo inconsapevoli prede del campo bidimensionale del razionalismo. Altrimenti logico. Sì, perché il Volume, non è da capire è da ricreare.

Impossibile per la Bce diventare banca centrale. Impossibilitata di fare una politica monetaria che sia adeguata per diciannove paesi. Solo una entità politica può disporre di una banca centrale ed Euroimbecilandia è un'accozzaglia di regole burocratiche, senza identità ne anima

Dodici anni di distruzione economica per convincere la BCE a fare la Banca Centrale
di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Nonostante l'abbassamento del nostro rating da parte di Moody's, un debito che sale ed una campagna elettorale dagli esiti incerti, lo spread scende. A favorirne la discesa, sarebbe la BCE, lo dimostrano i numeri degli ultimi due mesi


Diciamolo chiaramente, per ben dodici lunghissimi anni, la paura per i tanto paventanti mantra dello “spread” e dei “mercati”, ci ha accompagnato a pranzo e cena, fino a non farci dormire nella notte.

Non passava giorno, senza che i vari e “così detti” economisti di regime di casa nostra – rappresentati in prima linea da Marattin, Brunetta ed il banchiere fiorentino Bini-Smaghi con moglie a seguito (l’economista Veronica De Romanis) – ci ricordassero attraverso i loro social o nelle loro ospitate televisive quotidiane, quanto il destino del nostro debito pubblico, fosse in mano ai mercati finanziari.

I più fervidi credenti, ha sentire tale e ripetuta predica, nelle loro preghiere serali, sono arrivati addirittura ad affiancare a Nostro Signore il “Dio dei mercati”. Sì, avete capito bene, oggi, quando parliamo con qualcuno, in particolare con chi opera nel mondo finanziario, si ha la netta percezione che molti, ancora considerino i mercati alla stregua di una divinità degna delle opere di Omero.

Il “mercato” sopra tutto e tutti e che nessuno più comandare e distruggere, insomma la paura assoluta da infondere nel genere umano e da sbandierare ogniqualvolta sia necessario per l’élite imporre qualcosa al popolo ignaro.

Dire, oggi ancora una volta: “Noi ve lo avevamo detto, che i mercati non contano niente di fronte alla potenza di fuoco di una banca centrale….!!!” – non serve a niente e fa apparire “Megas” e tutti gli studiosi della Modern Monetary Theory, antipatici e perfino narcisisti. Vi assicuro che non è così!

Molti di noi (la maggior parte per passione e sete di verità), hanno dedicato anni di studio e di verifica sulla bontà di quanto affermato da Warren Mosler ed i suoi allievi, in merito al funzionamento della moneta fiat e dei sistemi monetari moderni.

Ma veniamo al dunque: se ancora qualcuno avesse dubbi sul fatto che i tassi di interesse non li decidono i marcati ma le banche centrali, negli ultimi due mesi ne abbiamo avuto l’ulteriore prova, che va a sommarsi a tutte quelle già intascate dal famoso “whatever it takes” di Draghi in poi.

La tensione sui titoli di stato italiani, che ha raggiuto i suoi massimi a metà giugno, oggi si è notevolmente placata, come segnala la discesa dello spread.

Se ricordate, in quel periodo il differenziale raggiunse i 250 punti base. In pratica, un BTp a 10 anni arrivò ad offrire un rendimento del 2,50% più alto di quello di un Bund di pari durata. In queste ultimissime sedute, il differenziale si è ristretto in area 200 punti.

Ragionando secondo il falso pensiero che tutto dipende dai mercati – se consideriamo che nel frattempo i tassi stanno aumentando per mano delle banche centrali, è caduto il governo Draghi e l’Italia è piombata in campagna elettorale, i fondamentali economici del nostro paese non sono certo migliorati ed addirittura è arrivata la comunicazione che Moody’s ha variato l’outlook per il rating sovrano assegnato all’Italia da “stabile” a “negativo” – dovremmo stare qui a chiederci del perché i mercati stessi avrebbero reagito acquistando di fronte ad eventi e previsioni così nefaste per il nostro paese.

La risposta è presto detta: a ridurre gli spread ci ha pensato la mano della BCE, attraverso lo strumento del PEPP. Se vi ricordate, in occasione della presentazione del nuovo scudo anti-spread (TPI), il governatore Christine Lagarde in conferenza stampa tenne a precisare come “la prima linea di difesa” per i bond dell’Eurozona fosse data dai reinvestimenti realizzati, appunto con il PEPP.

Il PEPP è il piano anti-pandemico varato nel marzo 2020 e rimasto attivo fino al 31 marzo scorso. In tutto, 1.690 miliardi di euro di titoli acquistati in due anni senza le limitazioni fissate per il “quantitative easing”. In pratica, la BCE ha potuto deviare dal “capital key”, la regola che lega le quantità di bond acquistate alle dimensioni delle singole economie dell’Eurozona. Man mano che questi titoli in portafoglio scadono, l’istituto potrà impiegare la liquidità ottenuta per ridurre gli spread dei bond colpiti da vendite.

I dati di giugno e luglio scorso dimostrerebbero che ciò stia già avvenendo.

Ecco gli acquisti netti realizzati con il PEPP per ciascun paese in milioni di euro:
Austria: 144
Belgio: 6
Cipro: 0
Germania: -14.279
Estonia: 0
Spagna: 5.914
Finlandia: 536
Francia: -1.213
Grecia: 1.089
Irlanda: 172
Italia: 9.762
Lituania: 19
Lussemburgo: 12
Lettonia: 0
Malta: -6
Olanda: -3.383
Portogallo: 514
Slovenia: 10
Slovacchia: 0
Totale: -705

Complessivamente, in due mesi la BCE ha ridotto il suo portafoglio PEPP di 705 milioni di euro, ma nel frattempo ha accresciuto le esposizioni verso alcuni paesi, mentre le ha ridotte verso altri. I principali beneficiari sono stati Italia (9,76 miliardi), Spagna (5,91 miliardi) e Grecia (1,09 miliardi). Viceversa, i principali sfavoriti sono risultate Germania (-14,28 miliardi), Olanda (-3,38 miliardi) e Francia (-1,21 miliardi).

Cos’è successo nel concreto? Per ridurre gli spread, la BCE ha comprato BTp, Bonos e titoli di stato della Grecia, mentre ha venduto Bund, bond olandesi e Oat francesi. Questa è l’ulteriore prova che il riavvicinamento dei rendimenti sia opera esclusiva della BCE e non dovuto ai meccanismi di mercato.

In definitiva la Banca Centrale Europea, sta svolgendo in pieno il ruolo di prestatore di ultima istanza (The Lender of Last Resort), caratteristica essenziale di ogni banca centrale che possa definirsi tale sul pianeta Terra.

L’aspetto drammatico di tutto questo, è che si sia dovuto attendere dodici anni e la totale distruzione del tessuto economico sociale di due paesi dell’Unione europea – quali appunto l’Italia e la Grecia – per far sì che la BCE facesse quello che avrebbe potuto fare fin da subito.

Che dietro a questo agire, o meglio “agire a comando” per lunghi anni, da parte della BCE, ci sia stato un disegno ben preciso è indubbio. Stiamo parlando di professionisti e non de “l’uomo della strada” – professionisti che sanno bene quello che fanno e non possono certo venire a raccontarci, che quello che fanno oggi per salvare la moneta euro, era a loro sconosciuto ieri, quando invece si trattava di salvare famiglie ed imprese dal dramma che tutt’ora stanno vivendo.

Nell’analizzare quanto argomentato nel presente articolo mi sono imbattuto in alcuni articoli che pur non potendo non evidenziare in modo chiaro la realtà riguardo all’operato della BCE, arrivano poi a considerazioni talmente assurde, sia in tema di inflazione che di garanzia dei debiti pubblici da parte di Francoforte, che riescono a contraddirsi all’interno dell’articolo stesso.

Uno su tutti è questo articolo apparso su Investireoggi [1] – dove l’autore Giuseppe Timpone – seppur avendo descritto perfettamente l’azione della BCE sugli spread, nel suo articolo del giorno prima [2] – arriva a contraddirsi in maniera direi del tutto inspiegabile, per chi usa le normali logiche dell’intelletto.

Se diamo per certo, a questo punto, che il livello dei tassi è deciso esclusivamente dall’azione delle banche centrali, proprio perché sono gli unici soggetti che per loro caratteristica, possono svolgere il compito di prestatore di ultima istanza, che senso ha poi affermare, come afferma Timpone, che “l’istituto (la BCE), non potrà continuare a ridurre significativamente la quota dei bond di alta qualità per fare spazio a quelli di qualità inferiore. Rischierebbe di essere percepita come una “bad bank” sui mercati finanziari. E ciò impatterebbe negativamente sull’efficacia della sua stessa politica monetaria”.

Come vedete, dopo aver constatato con i fatti, la supremazia della Banca Centrale sui mercati, si torna nuovamente ad adorare la divinità del “Dio mercato”. Addirittura si prefigura un concetto tra i più folli che, chi vi scrive abbia mai ascoltato: si ipotizza il nefasto evento, che una banca centrale possa essere considerata una “bad bank”.

Di fatto si equipara la BCE ad una qualsiasi banca commerciale che agisce all’interno del settore privato e che deve rispettare criteri di bilancio ben precisi: costi e ricavi, attività e passività su tutti.

Ma le banche centrali, come ben sappiamo e come più volte hanno dovuto confessare alcuni dei loro più illustri governatori (da Mr Powell a Madame Lagarde), non potranno mai essere a corto di liquidità, stante il loro esclusivo potere di creare denaro dal nulla che permette loro di poter coprire qualsiasi tipo di passività presente e futura.

Quindi una banca centrale, per sua stessa natura, non potrà mai essere una “bad bank” e quindi per nessuna ragione al mondo i mercati potranno percepirla come tale.

L’altra affermazione avventata, Timpone la fa sul tema inflazione collegato alla riduzione degli acquisti (“tighthering”): “ma la motivazione di fondo è più ampia: il PEPP è finito e avendo la BCE la necessità di ridurre la liquidità in circolazione per fermare la corsa dell’inflazione, deve sterilizzare i nuovi eventuali acquisti. Come? Contrapponendo loro le vendite di altri bond”. [1 ibidem]

Se pur vero, come abbiamo visto, che vendere un titolo a rendimento inferiore ed acquistarne un altro a rendimento maggiore, fa parte della politica monetaria della BCE per ridurre gli spread all’interno del sistema-euro, dove ancora sopravvive una assurda (per chi usa la stessa moneta) frammentazione in relazione ai debiti degli stati membri; è completamente errato il concetto, posto da Timpone, che prefigura, attraverso una riduzione degli acquisti netti, una riduzione della liquidità in circolo per far fronte agli attuali fenomeni inflazionistici.

Come abbiamo spiegato più volte, i vari strumenti di politica monetaria che le banche centrali utilizzano per determinare il livello dei tassi (su tutti il ben noto “quantitative easing”), non aumentano la quantità di moneta in circolazione, poiché in pratica, consistono solo nel trasformare un conto di riserva in un conto deposito. Ovvero chi prima aveva un BTp oggi si trova il suo controvalore depositato sul proprio conto corrente.

Anzi se proprio vogliamo dirla tutta, la decisione di aumentare i tassi – di fatto una scelta di politica fiscale che spetterebbe ai governi, i quali poi danno l’indirizzo alla banca centrale – di per se, sarebbe una misura inflattiva. Infatti, pagando somme più alte di interessi sui propri titoli, lo Stato di fatto aumenta la moneta in circolazione e di conseguenza la capacità di spesa del settore privato.

Anche questo conferma, quanto Warren Mosler ci mostra in un suo recente “framework” sull’analisi del livello dei prezzi e dei tassi di interesse [3] – ovvero che i banchieri centrali interpretano al contrario la politica sui tassi e come sempre sostenuto e dimostrato, per controllare e gestire i fenomeni inflattivi, l’unica via sono le politiche fiscali dei governi; oggi purtroppo totalmente assenti, o peggio ancora messe in atto con l’esclusivo scopo di trasferire ricchezza dalla massa all’élite di comando.

Poi certamente, ironia della sorte, quando il fenomeno inflattivo in corso (dovuto per la quasi totalità a fenomeni speculativi di mercato), invertirà la tendenza, leggeremo sui giornali, che la politica di aumentare i tassi ha funzionato; mentre, noi sappiamo che il motivo reale non sarà certo questo, ma bensì, che la domanda di greggio o di alimenti sarà scesa ad un livello tale, che per acquistarli dovranno, gioco forza, scendere anche i prezzi.

NOTE:

Dobbiamo ancora uscire dal baratro in cui ci hanno trascinato con la narrazione del covid. Ancora dobbiamo conquistare la consapevolezza tra l'effimero e i valori fondativi di nuove identità. Non tutti riusciremo ad attraversare il fiume carsico

Cronache, in agosto, dall'Occidente
di Mauro Armanino
14 agosto 2022

Casarza Ligure, Agosto 2022. Una settimana a casa dopo tre anni è niente o poco più. Oppure, come sembra, se il tutto è nel frammento, questo tempo potrebbe bastare per abbozzare cammini, orientamenti e mappe mentali del percorso come il futuro potrebbe interpretarlo. Vicinanza e lontananza giocano a rimpiattino negli occhi e nelle parole dette e ascoltate quando a parlare è il silenzio di ciò che si è lasciato altrove. Si percepisce, fin da subito, come una ferita che stenta a rimarginarsi perchè le condizioni che l'hanno generata sono immutate. Essa sembra attraversare, come un sottile filo amaro, gli occhi, le relazioni, i volti, le distanze tra le persone, l'immaginario simbolico che stenta a riprendersi come si fosse vissuta una grottesca offesa sociale. Una ferita che si traduce in un sentimento che potremmo nominare tristezza. Le 'passioni tristi' citate da un libro di anni fa di Miguel Benasayag e Ghérard Schmit,che riprendono a modo loro un'intuizione del filosofo Baruch Spinoza.

Non c'è da farsi ingannare dalle false risa delle feste, sagre e spettacoli a carattere estivo che sembrano riportare ciò che si presume essere la 'normalità'. Si percepisce, invero, un senso di 'anormalità' in diversi aspetti della fabbrica sociale. Dalle maschere a coprire il volto, molto ben presenti negli edifici religiosi, profani e mezzi di trasporto, per passare alla conferma della perdita dei posti di lavoro. Si gioca con precarie ricollocazioni lavorative avvilenti e frustranti a causa delle conseguenze del rifiuto dell'imposizione del fin troppo noto 'vaccino'. Una finzione societaria che non inganna chi torna, dopo un lasso di tempo sufficientemente denso, con gli occhi che la sabbia del Sahel ha levigato e reso meno 'addomesticabili'. Non c'è da farsi sedurre perchè, sotto la vernice del consumo facilitato e auspicato da ogni parte, cova una crisi la cui portata sfugge agli spettatori meno consapevoli del teatrino. Quest'ultimo, da tempo, è stato finalizzato a distrarne l'attenzione.

L'assuefazioni ai controlli di ogni tipo, sanitari, facciali, comportamentali e sociali non fanno che anticipare un futuro quantomeno simile ai crediti sociali di bolognese e cinese memoria. La dematerializzazione crescente della realtà sembra essere accettata con disinvoltuira e con fatale rassegnazione. I diritti personali, fondanti e riconosciuti dallo stato che assomiglia sempre più al Leviatano dipinto da Thomas Hobbes per garantire la pace sociale, sono stravolti, calpestati e afffidati a tecnici asserviti al progetto globale di demolizione politica della democrazia e dunque dei poveri. Già i poveri, resi invisibili, silenziati e manipolati da faccendieri che hanno preso in ostaggio il popolo che a loro interessa per servirsene come merce di scambio per la loro gloria.

Ma è soprattutto lei, la paura e che a sua volta genera il sospetto, che sembra predominare nelle mani, gli occhi e gli sguardi. Paura di vivere che insinua poi quella di morire,

assenza lancinante di bambini lungo le strade e, invece, cani di ogni razza, tipo e statura a volontà. Per chi arrivasse per la prima volta in questa strana ed effimera porzione dell'occidente ne rimarrebbe scandalizzato, così come accade per altri comportamenti e usi e costumi libertari in apparenza. La deliberata sottomissione è un sottoprodotto della paura e del sospetto che ci siano traditori ovunque, costituisce la trama dell'attuale implosione politica.

Rimangono loro, per fortuna. La parte di r-esistenti che non si sono, finora, svenduti al miglior acquirente sul mercato della tristezza e ignominia. Nascosti o apertamente liberi che, nel loro piccolo, inventano modalità differenti di società al quotidiano. Vinceranno perchè perdenti e perchè faranno forse allenza con coloro che raggiugeranno l'Occidente. Se non è tardi, i volti, le parole, le storie e le sagge follie del Sud del mondo arriveranno, migranti e, se lo vorremo, ci salveranno.

Nascita, crescita, riproduzione, morte.

Un libro di mondologia scritto da un finanziario americano*
di Pierluigi Fagan
14 agosto 2022

Ray Dalio è figlio di un clarinettista jazz italiano trasferitosi a New York. La sua biografia vanta precoci investimenti all’età di 12 anni, un già ricco portafoglio al liceo e conseguente carriera con alti a bassi (i bassi sono una garanzia nel biografismo americano, denotano capacità di rischiare, perdere, rialzarsi ed infine vincere) fino a fondare, nel 1975, la Bridgewater che è oggi il principale hedge fund del mondo nonché variamente consulente di varie istituzioni.

Ma Dalio non si accontenta di esser un miliardario, si capisce dal libro che ha anche ambizioni intellettuali, nello specifico capire “come funziona il mondo”. Autore di vari libri, molti bestseller (tipicamente americani), questo l’ha pubblicato l’anno scorso ma è uscito lo scorso aprile in Italia. Unendo utile e dilettevole, facendo soldi sugli andamenti delle varie economie mondiali, Dalio ha potenziato un reparto ricerche della sua azienda che scandaglia il mondo analizzando dati ed indici sociali, politici, geopolitici, tecnologici, culturali oltreché economici e finanziari.

In più, ha studiato per conto suo queste materie (soprattutto storia il che è raro dalle sue parti) ed ha avuto la fortuna di poter andare in contatto con studiosi, intellettuali, politici, economisti, generali ed analisti di mezzo mondo (tra cui molte vere e proprie “amicizie” cinesi di lunga data) e quant’altro, per verificare le sue intuizioni e ricevere correzioni e consigli. Alla fine, s’è creato una mente tipicamente americana quindi ultra-determinista, che si appoggia alla potenza di calcolo dei supercomputer per maneggiare le tante variabili, tesa a distillare i pochi principi fondamentali che rendono la sua teoria sul come funziona il mondo, secondo lui, un eterno universale fatto di cicli. Entro questi accennati confini, ci sono i meriti ed i demeriti della sua trattazione.

Il motore della storia, secondo lui, è fatto della interrelazione tra tre variabili: a) un ciclo a lungo termine del debito e dei mercati di capitali; b) il ciclo interno (interno ai singoli Paesi o Imperi) dell’ordine e del disordine; c) il ciclo esterno (geopolitico, ordine mondiale) dell’ordine e del disordine. Il ciclo si arrampica su una diagonale di crescita tendenziale, a mo’ di dialettica hegeliana. Storicamente, segue la sequenza ormai nota che va dalle repubbliche italiane alle Province Unite, alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti per l’occidente, mentre una sezione a parte segue la successione delle dinastie cinesi dai Tang a Xi Jinping. Non ha dubbi sul fatto che oggi gli USA sono al quinto di sei livelli di dinamica (il quinto è l’inizio avviato della fine che conclama nel sesto), mentre la Cina è al terzo (appena prima del quarto che è il picco di benessere e potere). In America non l’hanno presa bene, ma lui che pur lo sapeva (e l’ha scritto nel libro), preso dal fuoco sacro dello studioso di verità, l’ha detto, ripetuto e tentato di dimostrare, indomito.

Ogni ciclo di potere e benessere di ogni impero ha una dinamica a curva su otto items, il ciclo è il tipico “ascesa e caduta degli imperi” già ampiamente noto, sebbene variamente descritto nelle cause-effetti. Ascesa, vetta, declino che inizia prendendo il posto di un vecchio ordine mondiale e termina lasciando spazio ad un nuovo ordine mondiale. Istruzione, commercio, innovazione e tecnologie, produzione economica, competitività, centralità finanziaria, potenza armata, status di valuta di riserva gli otto indicatori. In ambiente pacifico e ricostruttivo (dopo la caduta del precedente ordine), l’impero guida della nuova fase è poco indebitato, corto socialmente (ovvero con una ampia e bilanciante classe media), unito e collaborativo, creativo con una leadership riconosciuta e funzionante. Poi cresce l’indebitamento, si creano forti divari di ricchezza, la società si spacca e si contorce in contraddizioni, declina l’istruzione, si diventa dogmatici, le élite resistono al loro ricambio essendo sempre più inadeguate, gli imperi tendono a sovradimensionarsi. Arriva così il declino ed il crollo tra guerre civili, rivoluzioni, sconfitte militari mondiali, default vari e poi inizia un nuovo ciclo. Questo ciclo imperiale è analizzato più nello specifico seguendo ben 18 item, sei per ogni fase. Fino ad oggi, pare, nessuno ha avuto capacità e saggezza di capire che giunti alla vetta, le ragioni che lì ti hanno portato vanno abbandonate perché si è finiti in una nuova configurazione che va governata diversamente.

Tutto il modello è corroborato da dati storici quantitativi e correzioni qualitative sulla cui epistemologia ci sarebbe ovviamente da indagare, ma che ci sono. Non è solo una narrazione in libera uscita, ma non è certo un fondamento della nuova World History, sebbene io l’abbia trovato più sensato e ben meno presuntuoso di Harari.

Dalio non lo dice apertamente più di tanto, ma sembra pensi che questo “diversamente” debba contenere almeno due principi. Il primo è la citata idea aristotelica della società con una sezione sociale mediana anche il doppio della somma della sezione alta più quella bassa, ma ci si potrebbe accontentare anche della parità, per iniziare. La seconda è che il capitalismo è l’unica forma di economia possibile, ma la società dovrebbe esprimere una saggezza politica in grado di gestirne gli esiti, positivi quanto a fatti economici e finanziari, spesso negativi quanto a fatti sociali, politici e geopolitici. Dalio non fa mistero del suo sostanziale accordo con il padre fondatore del moderno Singapore, quel Lee Kuan Yew che riteneva Deng Xiaoping il più grande leader del Novecento. Capirete bene il disagio dei commentatori americani, ovviamente inorriditi da queste idee ma nell’impossibilità di fare il “character assassination” (da noi, "argumentum ad hominem") con il loro principale gestore di ricchezza, spesso anche quella personale del critico.

Interessanti i capitoli finali. Il 12 sulla Cina contiene spunti analitici sulla cultura e mentalità cinese così aliena per gli americani per molti versi, tra cui spicca l’ignoranza del tempo come variabile dinamica di fondo. Dalio si districa tra confucianesimo, taoismo, legismo, marxismo ed a proposito di marxismo ammette di esser stato prevenuto, prima di studiarlo. Poi dice di averlo studiato (chissà come) ed è praticamente divenuto un fan del materialismo dialettico. Convinto anche che Marx, pragmatico e legato al risultato finale concreto di ogni progetto filosofico, se avesse potuto osservare quanto il “comunismo” come forma economica ha mostrato di non funzionare affatto, si sarebbe convertito ad una qualche forma di regime misto, appunto alla Deng. Citando la “terza crisi di Taiwan” del ’96 e conoscendo abbastanza la storia di Taiwan e la mentalità storico-politica cinese, scriveva un anno fa di quanto assolutamente da evitare fosse una eventuale quarta, quella che poi abbiamo visto svilupparsi di recente. Taiwan lo preoccupa, la vede come possibile innesco della temuta IIIWW. Giustifica anche Tienanmen, seguendo la logica di Deng. Dal segretario di Zhou Enlai, ai più stretti collaboratori di Deng, al poco conosciuto ma molto importante Zhu Rongji, Dalio conosce cose sia dai libri, sia dai prolungati e qualificati contatti diretti. Mandò lì perfino il figlio a studiare ai tempi in cui non c’era il riscaldamento e la doccia calda.

Il capitolo 13 va al cuore del problema della transizione tra il ciclo americano in declino conclamato e l’ascesa certa della Cina. In breve, gli Stati Uniti hanno fretta di intralciare il crescente competitor perché più passa il tempo più procede l’inesorabilità delle due curve, ascendente quella cinese, discendente quella americana. Si va così a vari tipi di conflitto. Dal decoupling ai dazi e vari tipi di restrizioni commerciali e sanzioni, dirette ed indirette ovvero verso i partner della Cina (vedi Russia). Poi ce la guerra sulle nuove tecnologie tra cui la questione chip-Taiwan. Poi c’è quella geopolitica, BRI ed Africa, stretti e Mar Cinese, infastidire i cinesi con le questioni Xinjiang, Hong Kong, Tibet, Taiwan, centro-Asia, Pacifico, nonché riquadrare i propri alleati e disturbare quelli avversari in molti modi. Poi c’è la guerra dei capitali e delle valute. Su quella militare avverte (e direi che ha ragione) che noi di certo, ma forse neanche i due contendenti sanno bene dell’altro cosa ha e cosa non ha in termini di nuovi armamenti (cibernetici, elettronici, spaziali, biologici, atmosferici, chimici ed ovviamente nucleari). Infine, c’è la guerra culturale, di egemonia e legittimità, di modello (individualista dal mercato allo Stato vs socio-comunitario dallo Stato al mercato). Il conflitto è dialetticamente normale, si tratta però di valutarne l’intensità, il rischio di salto di livello, l’incognita sull’esito della eventuale guerra totale conclamata.

Il libro chiude tentando lo sguardo al futuro sezionandolo con molte variabili qui non riassumibili. La posizione Stati Uniti preoccupa per l’ingente debito che con la monetizzazione tenderà a svalutarsi trasferendo il problema ai creditori ma con riflessi sul ruolo di riserva di valore del dollaro, preoccupa l’allarmante polarizzazione interna ormai alla soglia del rischio “guerra civile”, preoccupa la scarsa attrattiva nelle relazioni internazionali visto che il competitor ha i soldi e la promessa commerciale mentre gli USA per lo più solo le armi. Preoccupa che la M.A.D. che termoregola le relazioni competitive nel mondo, sfugga di mano. Si potrebbe fare meglio, ma Dalio è abbastanza pessimista sulle reali possibilità di inversione di alcuni cicli.

Chiudo. Comprimere 500 pagine di analisi multifattoriale in un post non si può più di tanto. Aggiungervi anche la critica metodologica o entrare in dettagli di precisazione, men che meno. Dalio è self made man americano con tutti i pregi ed i difetti del caso. Però non ha foga ideologica sovrastante una sostanziale ignoranza non avvertita, ciò che non sa lo studia e sa di non sapere più di tanto. In più, su queste analisi -diciamo così- ci campa e sulle scommesse relative ci fa i soldi. Su ciò che non era proprio del suo know how si vede che ha studiato, si notano tracce di molte letture proprie di chi si occupa di queste cose, oltre ad averle messe nella voluminosa bibliografia e datografia (che non è nel libro ma on line). Quindi la lettura vale il prezzo del libro per acquisire metodo di visione larga e complessa, su alcuni contenuti e le stesse metodologie, si possono avere più o meno riserve.

La mondologia è una disciplina nascente, siamo ai primi passi, questo è uno e di buona volontà, ce ne dovrebbero esser molti altri se vogliamo adattarci ad un mondo che stiamo rapidamente e profondamente trasformando con confusa intenzione ed ancor più scarsa attenzione accompagnata però da crescente preoccupazione.

* Post lunghetto ma il libro ha 535 pagine tutte di testo ed è pieno di dati

La società dello spettacolo che trasforma la tragedia in business e palcoscenico.

Vogue di guerra
di Salvatore Bravo
16 agosto 2022

Il premier ucraino Volodymyr Zelensky con la moglie Olena hanno posato per Vogue. Le foto e l’abbigliamento rigorosamente in stile moda-spettacolo sono state infarcite da frasi sull’ eroica resistenza ucraina.

La verità è dinanzi a noi, ci viene incontro, fa mostra di sé, ma se non vogliamo riconoscerla a nulla vale la sua evidenza. Dinanzi a noi vi è l’ennesimo capitolo della società dello spettacolo che trasforma la tragedia in business e palcoscenico.

La reificazione del liberismo scrive un nuovo capitolo della sua storia. L’estraneità al mondo e la derealizzazione sono le punte avanzate della nuova alienazione: la realtà storica con l’odore dei cadaveri prodotti in serie dalla guerra in atto, una delle innumerevoli, come fossero merce da smaltire è soffusa dal velo di Maya della società dello spettacolo. Gli occidentali continuano ad inviare armi all’Ucraina, russi ed i ucraini cadono sul fronte di guerra e nelle città, ma ci giunge l’immagine rasserenante e familiare dei coniugi al potere che posano come in un fotoromanzo: si abbracciano, si scrutano, ammiccano e seducono. Appaiono figure famigliari, muovono o vorrebbero suscitare simpatia.

L’occidente capitalistico è abituato allo spettacolo, alle tragedie che si svuotano di emotività e pensiero per diventare “normalità”. Gli ucraini uccidono e sono uccisi, anche con le nostre armi, ma a noi giunge l’immagine da cartolina di una coppia che posa simile ai reali di uno stato monarchico. La furia della battaglia scompare per lasciare spazio alla simpatia indotta verso l’augusta coppia che normalmente chiede armi, ma che appare su Vogue come incarnazione del mito del successo. Rappresentano il sogno medio degli occidentali: bellezza e ricchezza. Le immagini patinate inducono a rimuovere la crudezza della guerra con i suoi interessi economici e con la battaglia per le materie prime.

I coniugi arrivano in ogni casa, diventano famigliari, sono esposti alla vista degli occidentali, in tal modo l’Ucraina ci sembra più vicina. Sono come noi, vogliono la società dello spettacolo, nello stesso tempo i civili muoiono in trappola, i soldati cadono, ma nel nuovo ordine liberista classista e censitario questo è solo un dettaglio.

Il falso come storia del vero

I subalterni sono carne da cannone per natura, pertanto possono essere rimossi dall’immaginario pubblico, al loro posto splendono il sogno e la fuga dalla realtà. Volodymyr Zelensky con la moglie Olena sono il modello per accompagnare i sudditi alla derealizzazione: si gusta la bellezza delle immagini, mentre infuria la guerra. Il sogno oscura la realtà, il potere diviene privilegio, e non più servizio, e si rifugia in una bolla, è la reificazione nella forma della derealizzazione pienamente realizzata. Nella società dello spettacolo il vero è parte della storia del falso. L’augusta coppia che posa nell’indifferenza della guerra come, se non esistesse, e se c’è non dev’essere così terribile, in quanto trovano il tempo per posare. Comunicano al mondo intero che ha sostituito il concetto con l’idolatria della vista e della visibilità, che in fondo, si può continuare a combattere, tanto non è poi così nefasta la guerra come sembra, si continua a vivere e a “godere”. Il vero arriva noi con la visibilità nello splendore di un flash: è l’oscurità della menzogna nella forma della verità:

“18. Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini diventano degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico. Lo spettacolo, come tendenza a far vedere attraverso differenti mediazioni specializzate il mondo che non è più direttamente percepibile, trova normalmente nella vista il senso umano privilegiato, che in altre epoche fu il tatto; il senso più astratto, più mistificabile, corrisponde all'astrazione generalizzata della società attuale. Ma lo spettacolo non è identificabile con il semplice sguardo, anche se combinato con l'ascolto. Esso è ciò che sfugge all'attività degli uomini, alla riconsiderazione e alla correzione della loro opera. E' il contrario del dialogo. Dovunque c'è una rappresentazione indipendente, là lo spettacolo si ricostituisce1”.

Una vera rivoluzione all’altezza dei tempi contemporanei inizierà con il rovesciamento delle immagini. L’impero del falso governa con l’idolatria delle immagini, siamo dinanzi a una nuovo forma di “congruismo”: siamo le immagini, pertanto non provoca scandalo la nazione in guerra, mentre la coppia al comando è oggetto di un servizio di Vogue come fossero stelle del cinema. Il dominio passivizza con il congruismo della società dello spettacolo.

Non c’è alternativa, l’apocalisse non arriverà con il riscaldamento climatico o con l’atomica, ma vi è il rischio che la fine dell’umanità giunga con la “cultura dello spettacolo”, con la tragica ricerca di un cono di luce per un fugace apparire. L’occidente decade per la fuga di massa ed in massa dalle proprie responsabilità, non vi è un progetto politico e sociale, pertanto non resta che l’abbaglio bruciante del presente. La fuga dalle responsabilità e dall’impegno silenzioso e profondo è il segno che l’Apocalisse è già tra noi, a ciascuno la responsabilità di neutralizzarla con la prassi del concetto.
Note

1 Guy Debord, La società dello spettacolo, Vallecchi, 1979, paragrafo 18.

La Germania punita dalla sua stessa presunzione. Si è mangiata la Grecia insieme agli ascari euroimbecilli, ha dettato le condizioni per impoverire interi paesi, Italia docet, attraverso il Progetto Criminale dell'Euro. Ora si trova completamente spiazzata e sola nella sua battaglia con gli Stati Uniti, cinici più di lei l'hanno posta sotto ricatto, anche terroristico




 POLITICA INTERNAZIONALE 19 AGOSTO 2022
La Germania verso la recessione
di Guido Salerno Aletta e Tommaso Sessa

Per la Germania, il problema non è trovarsi per la prima volta dopo trent’anni con un saldo negativo della bilancia commerciale, né è solo una recessione temporanea, da qui a pochi mesi, che la preoccupa. E’ piuttosto una nemesi storica che sembra essersi abbattuta, per essere stata pervicacemente arrogante e soprattutto ingrata nei confronti delle Potenze Alleate che assentirono alla sua Riunificazione. Intrattenendo relazioni dirette e proficue con Russia e Cina, la Germania era andata ben oltre il ruolo geopolitico assegnatole: l’abbattimento del Muro di Berlino comportava la Riunificazione della Germania, cui spettava il compito di spostare la Cortina di ferro più a nord-est, a ridosso della Russia, non certo di abbatterla.
E’ stata colpita nel suo stesso orgoglio, ed annaspa rendendosi conto di essere stata privata in pochi mesi di tutti i suoi riferimenti strategici: della autonomia geopolitica, del suo modello industriale vincente, basato sulla manifattura, sulla chimica e sulla fabbricazione di auto diesel ed a benzina, dell’immenso vantaggio competitivo conquistato con il ricorso al gas russo, che ha costi nettamente inferiori rispetto al fracking dei giacimenti di scisto su cui l’America ha puntato per acquisire la completa indipendenza energetica.
Il North Stream, collegato direttamente con la Russia, toglieva pure di mezzo l’annoso condizionamento della Ucraina; ed il suo raddoppio avrebbe trasformata la Germania in un grande hub energetico. L’Unione europea e poi l’euro avevano sortito effetti miracolosi: era riuscita ad imporre a tutti la propria costituzione economica, impedendo gli aiuti di Stato alle imprese ed il soccorso delle Banche centrali agli Stati; ad impedire le ricorrenti svalutazioni competitive che rendevano pericolosissima la competizione dell’Italia; a lucrare sulla debolezza della moneta unica per esportare a manetta.
Che poi, nella Storia, contano soprattutto i risentimenti, e quelli degli Usa in particolare, visto che hanno da sempre puntato sulla Germania per farne un baluardo contro le insidie del comunismo sovietico. Per contrastare il disavanzo commerciale ei confronti di Berlino ai tempi del marco, riuscivano a farlo rivalutare, con le buone maniere ma soprattutto con le meno buone; ma con l’euro, bisognava chiedere a Berlino di comprare di più, aprendo il mercato europeo ai prodotti americani. Era quello che aveva chiesto Obama, ancor prima di Trump, proponendo il TTIP: ma furono no! su tutta la linea, dai cereali geneticamente modificati ed alla carne agli ormoni, fino al reciproco riconoscimento delle normative nei settori ad altissimo valore aggiunto per gli Stati Uniti, dalle assicurazioni ai servizi finanziari e bancari. Come se non bastasse, Bruxelles aveva pure preso di mira i giganti tecnologici americani, le multinazionali che incassano fior di quattrini da questa sponda dell’Atlantico senza pagare tasse, usando ogni stratagemma. E, per colmo del dispetto, il Parlamento europeo aveva pure approvato in via di principio un trattato di protezione bilaterale degli investimenti con la Cina, l’ultimo fiore all’occhiello per la Cancelliera Angela Merkel a conclusione del suo terzo mandato coronato da ogni successo. Non contenta, dopo aver contestato duramente le posizioni di Donald Trump che chiedeva agli Europei di fare la loro parte, aumentando le spese per la difesa, per colmo dei colmi i vertici politici di Germania, Francia ed Italia avevano vagheggiato la costituzione di un esercito europeo. Davvero troppo, per gli Usa: dal Dieselgate alla mirabolante Tesla di Elon Musk, è stata una gragnuola di colpi sempre più pesanti: nelle auto elettriche, la esemplare affidabilità delle componenti meccaniche tedesche non serve più, e così il suo innegabile prestigio va in fumo. Il nuovo motore sono le batterie, e neppure l’alimentazione ad idrogeno su cui la Germania aveva investito per anni: ora è in coda.
All’origine di tutto, di tanta arroganza e di tanta ingratitudine verso gli Usa, c’è la Grande crisi finanziaria del 2008: come già accadde nel 1971, con il recesso unilaterale dall’impegno di convertire in oro il passivo del saldo commerciale, evento che provocò una crisi di fiducia nel dollaro, anche stavolta il mondo si è girato dall’altra parte, cercando alternative. Le perdite degli investitori tedeschi, e non solo loro, determinarono un effetto a cascata, provocando altre crisi: il ritiro del credito interbancario e la vendita affannosa degli investimenti effettuati in Grecia, Spagna ed Italia. Fu allora che Berlino decise di guardare a Pechino: economia ben più solida e solvibile rispetto a quella americana, dove il risparmio delle famiglie è consistente rispetto al debito invece la fa da padrone oltre Atlantico. E’ stato così che le industrie tedesche hanno venduto in Cina i prodotti strumentali rispetto al processo di infrastrutturazione civile ed industriale. Bisognava evitare che l’euro implodesse e continuare a vendere sul ricco mercato americano solo per far soldi.
Nessuna solidarietà, però: l’America non meritava più la gratitudine per la mal riposta fiducia. Ognun per sé, dunque, ma per la Germania la libertà di determinarsi sembra già finita, durata giusto trent’anni.

I caschi blu hanno perso qualsiasi autorità, sono strumenti inadeguati e superati che non hanno neanche il consenso dei paesi ospitanti

IL CONSENSO, QUELLO PERSO, E LA SUA RICERCA


(di Enrico Magnani)
18/08/22

Tra la seconda metà di luglio e gli inizi di agosto oltre una trentina di persone sono decedute (tra essi due militari marocchini e due poliziotti indiani) nel corso di incidenti molto violenti che hanno opposto civili delle Republlica Democratica del Congo (RDC) e ‘caschi blu’ della MONUSCO (Mission des Nations Unies pour la Stabilisation au Congo). I civili locali chiedevano a gran voce che le truppe dell’ONU lasciassero il paese e hanno attaccato diverse installazioni. La violenza e l’estensione degli incidenti lascia sospettare comunque che si trattasse di ben di più di iniziative spontanee e scoordinate. Questi incidenti mettono in evidenza le profonde crisi di consenso e legittimità di queste operazioni.

La MONUSCO – ha il debole consenso del governo per operare e esercitare la forza, ma non è riuscita a costruire legittimità e consenso tra le persone comuni, quelle più colpite da un conflitto interno e internazionale iniziato dalla fine del regime del maresciallo/presidente Mobutu nel 1997 e non ancora risolto.

Il governo di Kinshasa ha cercato di far partire la missione dal 2010 e l'ONU ha iniziato a ritirare la missione dal 2020, con un piano che dovrebbe proseguire lentamente, anche in considerazione della situazione instabile dell’est dell’immenso paese, l’elevato numero di militari coinvolti e le enormi installazioni logistico-operative. I manifestanti, nel frattempo, affermavano (e affermano tuttora) di volere che l'ONU se ne vada perché non è riuscita a proteggere i civili e garantire la pace.

A testimonianza di un clima divenuto tesissimo, dopo gli incidenti, un reparto dell’ONU, confrontato da una pacifica manifestazione di protesta dei civili, apriva il fuoco su essi uccidendone 2 ferendone olte una dozzina. Il fatto, piuttosto grave, ha imbarazzato New York e ha dato vigore alle richiesta del governo di Kinshasa per accellerare la fine della missione.

In realtà la MONUSCO, erede dalla MONUC, schierata a partire del 1999, è una entità in continua evoluzione, avendo modificato, anche pesantemente il suo mandato nel corso degli anni, sempre con lo stesso obiettivo: coooperare con il governo locale, contribuire alla protezione della popolazione civile, proteggere i profughi dalle violenze dei gruppi armati dell’est, disarmare questi ultimi (attraverso una speciale entità della missione, la Force Intervention Brigade istituita nel 2017, sebbene dopo molti tentennamenti), migliorare il dialogo politico interno.

Molte promesse pochissimi risultati

Il presidente Felix Tshisekedi, eletto nel 2019, ha un atteggiamento ambiguo nei confronti della MONUSCO, le sue forze armate e di sicurezza non sono in grado di fronteggiare le minacce esterne e interne nell’est, quindi necessita dei ‘caschi blu’ ma vuole ridurne la presenza al minimo necessario e ha grossi problemi di legittimità interna, cosa che rende ancora più difficile il dialogo con l’ONU poco disposta ad apparire, anche indirettamente, un sostegno per politiche interne (ed elettorali) ambigue.

Agli inizi di agosto il Consiglio di Sicurezza si è riunito per consultazioni dopo gli incidenti e il sottosegretario generale per le operazioni di pace, il diplomatico francese Jean-Pierre Lacroix ha informato il Consiglio in merito alla sua visita del 28-29 luglio a Kinshasa, dove ha incontrato alti funzionari congolesi e personale delle Nazioni Unite nel Paese. L'incontro, voluto dall'India, si è tenuto nel mezzo di accresciute tensioni tra la RDC, Ruanda e Uganda, accusate da Kinshasa di attività ostili nella regione orientale del Kivu attraverso sia l’infiltrazione di forze militari regolari, che nel sostegno a gruppi armati locali, entità oscure quali l’M23 a ADF (Allied Democratic Forces) implicate nello sfruttamento delle terre rare, diamanti e altro di cui la regione orientale è ricchissima.

Ma il rapporto tra l’ONU e gli Stati ospiti è incrinato anche altrove

In Mali, il consenso del governo per la MINUSMA (Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale) è parimenti debole; il governo di Bamako aveva interrotto per un intero mese l’autorizzazione alla rotazione delle truppe per la missione e riattivarla alla metà del mese di agosto, con il risultato, ampiamente atteso, di accellerare il rientro dei altri contingenti di ‘caschi blu’, in questo caso quelli tedeschi. Inoltre espelleva il vice portavoce della missione (subito dopo gli incidenti in RDC, il governo di Kinshasa faceva lo stesso).

La missione attivata nel 2013, dal 2020, a seguito di un colpo di Stato naviga in cattive acque, sempre più mal sopportata dalla giunta militare, che prossima a Mosca, è riuscita ad accellare la partenza delle truppe francesi della operazione ‘Barkhane’, quelle della missione multinazionale europea ‘Takuba’ e quelle della missione di addestramento della UE, la EUTM-Mali.

Il recente dibattito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul mandato di rinnovo della MINUSMA inizialmente si è bloccato sulla libertà di movimento nel paese e su come gestire il denunciato aumento delle presunte violazioni dei diritti umani da parte delle forze armate maliane e la presenza dei contractor russi della Wagner. I ‘caschi blu’ in Mali oggi operano in un contesto politico per il quale il loro mandato non è adatto, con un beneficio decrescente per la popolazione civile e con grande rischio per se stessi: per otto anni consecutivi, MINUSMA è stata la missione più letale al mondo tra le operazioni dell’ONU in quanto a caduti tra i suoi ranghi militari. Le proteste nella RDC sottolineano come il consenso delle popolazioni, e non solo dello Stato, sia centrale per il lavoro efficace delle operazioni di pace delle Nazioni Unite, mentre le turbolenze sui termini del dispiegamento di MINUSMA evidenziano come le questioni politiche, il non appropriato e contestualizzato esercizio della forza, rimangano al centro del dibatitto di come concepire e condurre le operazioni di pace.

Se gli Stati membri (quali? E su questo bisognerebbe aprire un serio dibatitto...) delle Nazioni Unite vogliono che le operazioni di mantenimento della pace multidimensionali sopravvivano, dovrebbero autorizzare operazioni di pace che creino consenso e sostegno per la pace e per la loro presenza e obiettivi a più livelli - incluso lo Stato e le sue popolazioni - e redigere mandati che siano ancorati a processi politici significativi e sensibili al contesto che centrino obiettivi diplomatici e umanitari.

Le operazioni di pace delle Nazioni Unite sono lo strumento contemporaneo più importante per la gestione multilaterale dei conflitti in tutto il mondo e storicamente si sono distinte da altri tipi di interventi militari aderendo a tre principi fondamentali quali il consenso delle parti; l’imparzialità e l’uso limitato (e appropriato) della forza.

MONUSCO e MINUSMA, così come MINUSCA, la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana (CAR), sono operazioni di pace di ampie dimensioni con mandati di stabilizzazione, raccolgono il grosso dei ‘caschi blu’ schierati un tutto il mondo, ma sono al centro di crescenti pressioni interne ed esterne che fanno intravedere come prossima la loro fine, o nel migliore dei casi un loro ridemnsionamento. A differenza delle vecchie missioni che si concentrano sul mantenimento degli accordi di pace tra le parti in guerra, MONUSCO, MINUSMA e MINUSCA sono tutte incaricate di aiutare il governo statale a gestire gli sfide interne violente e ad affermare il proprio primato, riflettendo il drammatico cambio della natura dei conflitti emersi dalla fine della Guerra Fredda, dove i conflitti predominanti sono quelli intrastatali a discapito, sinora, di quelli interstatali. In queste missioni, l'ONU sta intervenendo esplicitamente dalla parte dello Stato e le forze di pace sono state accusate di usare la forza in difesa dell'autorità statale, carente di legittimità. Ma le operazioni di pace che intraprendono un'azione militare offensiva (applicando il capitolo VII della Carta dell’ONU) sfidano i principi di imparzialità e l'uso limitato della forza, lasciando solo il consenso per distinguere le operazioni delle Nazioni Unite da altri tipi di interventi militari.

Il consenso è fondamentale

Tradizionalmente, il consenso si basa sull'approvazione del governo ospitante, anche quando lo Stato stesso che viene soccorso dall’azione dell’ONU è un notorio violatore dei diritti umani (ma anche di quelli economici e sociali) della sua popolazione.

Mentre la MONUSCO oggi opera ancora con il consenso del governo congolese, appare chiaro che la popolazione civile è poco favorevole alla presenza dei ‘caschi blu’ e questo soprattutto nella ribollente regione orientale, dove enermi ricchezze naturali, interessi di dei paesi confinanti rendono l'area esplosiva. La missione non è riuscita ad affrontare i problemi di sicurezza delle popolazioni civili nell’est e per decenni (la MONUC, la missione che ha preceduto la MONUSCO ha iniziato ad operare schieramento nel 1999 [sic]) si sono visti ruotare migliaia di soldati da mezzo mondo ma nulla è cambiato sul campo. Inoltre il comportamento dei soldati internazionali nei riguardi della popolazione civile che dovrebbero proteggere dalle violenze è talmente deprecabile che aperto ferite profonde a causa di abusi gravi e prolungati e che possono essere facilmente strumentalizzati da chi vuole indirizzare contro l’ONU una popolazione esasperata.

Quale aspirazione generale, gli interventi delle Nazioni Unite sono intrapresi al servizio delle persone, non solo degli Stati. In un'interpretazione, un intero corpo di obblighi internazionali discende dalla dichiarazione iniziale della Carta delle Nazioni Unite secondo cui i popoli, non gli Stati, stipulano un patto per salvare le generazioni successive dal flagello della guerra. In questa interpretazione, il mandato delle Nazioni Unite non riguarda semplicemente la difesa della sovranità statuale e delle preferenze degli Stati membri, ma riguarda la sicurezza, la dignità e la protezione delle persone, idee che si riflettono nel mandato di proteggere i civili che ogni missione multidimensionale autorizzata dal 1999 ha ricevuto dal Consiglio di Sicurezza. In pratica, sia gli attivisti locali che gli studiosi hanno sostenuto che la pace si radica solo quando gli attori internazionali investono nelle comunità locali e quando le soluzioni politiche che centrano le preoccupazioni della popolazione locale hanno modo e maniera per svilupparsi.

Le missioni incentrate sulla sicurezza dello Stato anziché sulla volontà e sulla sicurezza delle persone rendono rendono esplicitamente le forze di pace un'altra potenziale fonte di instabilità in aree già piene di minacce per la gente comune. Questa versione più cartolarizzata e coercitiva delle operazioni di pace va contro la visione del mantenimento della pace e della costruzione della pace delle Nazioni Unite che sottolinea il "primato della politica". Le missioni in Mali, RDC e CAR, d'altra parte, agiscono con il consenso esplicito dello Stato ospitante al fine di sostenere ed estendere il potere della nazione spesso lavorando a fianco delle forze statali per contrastare i gruppi che quello stesso ha identificato come ribelli.

In Mali, la sostenibilità di MINUSMA era in discussione molto prima dei colpi di Stato militari: come osservava il rapporto del segretario generale dell’ONU del 2018, un'analisi indipendente di quell'anno concludeva che la missione “si trovava di fronte a un dilemma tra la necessità di riformare e ricostituire le forze di difesa e di sicurezza maliane e contemporaneamente sostenere le forze esistenti nell'affrontare l'attuale situazione di stabilità”, e che solo un “quadro politico regionale chiaro” renderebbe realizzabili gli obiettivi della missione.

Oggi, come si è visto, la missione non può muoversi liberamente; non può indagare su presunte violazioni dei diritti umani; solo dopo un mese di sospensione avvicendare le truppe; infine mentre sulla carta esiste un processo politico sottostante, nella pratica è vuoto. Inoltre, l'instabilità degli accordi di sicurezza regionale solleva ulteriori interrogativi sulla capacità della missione di attuare il proprio mandato.

La MINUSMA dipendeva massicciamente dalle operazioni antiterrorismo francesi, europee e africane nel Sahel, che avevano costituito una architettura unica di forze esterne con oltre 21.000 soldati dispiegati in tutta la regione. Questa architettura è in mutamento, essendosi dimostrata inefficace e ampiamente impopolare (bisogna ammettere che la narrativa di certi media sul benvenuto da parte delle popolazioni locali per le forze internazionali, ovunque esse si trovino, è una leggenda alimentata a fini di politica interna da parte di molti Stati che partecipano a quelle operazioni per renderle accettabili alle proprie opinioni pubbliche). Inoltre gli stessi Stati che invitano formalmente l’ONU a dispiegarsi, molto spesso non hanno altra scelta e molti governi non vedono di buon occhio che militari stranieri circolino liberamente sul proprio territorio.

Il Mali non è il primo Stato ospitante ad essere così apertamente ostile nei confronti delle forze di pace. Forse l'esempio più noto è l'operazione delle Nazioni Unite in Sudan nei primi anni 2000, compiuta senza il consenso del governo sudanese, che fatto di tutto per sabotarne il lavoro e la libertà di movimento. Eppure il mandato di stabilizzazione del Mali da parte della MINUSMA rende la situazione insolita: i ‘caschi blu’ sono sul campo per aiutare il governo maliano a combattere jihadisti e terroristi mentre sono accettati con sempre maggiore difficoltà dallo stesso governo che dovrebbero aiutare (e questo malessere nei confronti dei ‘caschi blu’ è presente sia DRC e CAR, a livello governativo e di opinione pubblica locale). Il contesto politico è cambiato in misura così radicale che la MINUSMA potrebbe non essere più in condizione di operare nella sua attuale forma e mandato. Anche le rinegoziazioni del mandato di quest'anno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si sono rivelate difficilissime: il governo di transizione e i mercenari russi sono stati accusari di essere coinvolti in atrocità contro i civili e la Russia inizialmente si è opposta alla bozza di risoluzione che affrontasse le violazioni dei diritti umani e le restrizioni locali sui movimenti della MINUSMA e si è arrivati a una soluzione attenutata per evitare il veto di Mosca, che avrebbe significato la fine totale della misisone e quindi si è scelto il male minore.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, oramai sempre più diviso al suo interno tende semplicemente a rinnovare i mandati e ripetere il linguaggio e i termini di impegno quando possibile, invece di dover rinegoziare completamente i termini di un intervento, e questo approccio favorisce soluzioni di compromesso al ribasso. Nel caso del Mali, RDC e CAR, questo approccio pone le forze di pace in un ambiente sempre più ostile con scarsi benefici evidenti lasciando aperta la porta a una loro prossima fine o a una irrilevanza (costosa).

Per queste tre missioni sono aperte due potenziali opzioni: essere riautorizzate come più efficaci e con mandati chiari, applicabili e negoziati chiaramente con le nazioni ospiti, o porvi un termine. Una "terza opzione" consisterebbe nel dare priorità alla protezione dei civili e nel documentare le violazioni dei diritti umani, compiti che richiedono il consenso che i governi sono chiaramente riluttanti a dare.

In termini più generali le proteste avvenute nella RDC sollevano interrogativi sulla natura attuale e le prospettive delle operazioni di pace. Queste non possono svolgere il loro lavoro quando la popolazione locale non le vuole lì, e le operazioni delle Nazioni Unite senza il consenso delle popolazioni locali sono semplici esercizi per difendere la sovranità statale, non tentativi di costruire una pace duratura. E operare in circostanze pericolose senza il consenso dello Stato ospitante o la capacità di proteggere le persone dalla violenza dello Stato o una pace chiara da mantenere, come stanno facendo in Mali, RDC e CAR, rischia di danneggiare ulteriormente la posizione dell'ONU e il suo residuale prestigio. Costruire il consenso a più livelli è la chiave per il successo duraturo delle operazioni di pace delle Nazioni Unite e il punto nodale per trovare soluzioni politiche durature ai conflitti.

L'ONU dispone di strumenti e tecniche per promuovere gli sforzi locali di costruzione della pace e concentrare questi strumenti e tecniche per creare consenso e consenso sulla presenza dell'ONU nelle comunità locali dovrebbe essere una parte fondamentale di ogni missione. E, laddove il consenso dello Stato ospitante non è possibile, gli obiettivi umanitari e diplomatici – non gli obiettivi di sicurezza – dovrebbero essere l'asse centrale degli sforzi dell’ONU in un conflitto. In caso contrario, le operazioni di pace delle Nazioni Unite rischiano di restare in un pantano tra obiettivi divergenti e irraggiungibili, quali il proteggere le persone e la soluzione dei problemi di sicurezza.

Ma se l’ONU è in via di perdere il consenso in Africa, gli USA, uno degli Stati più importanti dell’organizzazione, in uno dei numerosi, ma sinora poco concludenti ritorni, sono alla sua ricerca. Il segretario di Stato americano Antony Blinken è stato in tournée in Africa con l'annuncio della politica dell'amministrazione Joe Biden nei confronti del continente come momento clou della visita. La nuova strategia è stata lanciata durante la tappa sudafricana del giro che ha portato Blinken anche in RDC e in Ruanda tra il 7 e il 12 agosto. Le discussioni specifiche per paese di Blinken in Sud Africa, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda non devono essere definite come come irrilevanti, ma come una parte della strategia globale degli USA di contenere la pressione russa e cinese, e consolidare il fronte anti Mosca e Pechino in ogni ambito, incluso quello delle Nazioni Unite, considerato da Washington, come basilare e legittimante. Tuttavia, l'annuncio della nuova politica per l'intero continente è lo sviluppo più significativo con ramificazioni di vasta portata nell'immediato, nel medio e nel lungo termine.

È tradizione della maggior parte delle amministrazioni americane istituire progetti e iniziative politiche ed economiche nei confronti dell'Africa, siano esse ben strutturate e articolate o semplicemente ad hoc e disordinate. L'importanza di queste politiche è che modellano le relazioni attraverso il commercio e gli investimenti, gli impegni politici e diplomatici, l'assistenza attraverso varie agenzie e iniziative umanitarie e le relazioni militari. Secondo una vulgata impropria, l'amministrazione di Donald Trump (2016-2020) avrebbe fatto scomparire l’Africa dalla sua agenda politica globale. A dire il vero, l'amministrazione Trump non ha trascurato del tutto l'Africa. Uno dei punti positivi dell'impegno dell'amministrazione Trump con l'Africa è stato il lancio nel 2018 di Prosper Africa, un'entità interagenzia che fornisce un meccanismo di coordinamento per i programmi commerciali e di investimento.

Che Prosper Africa continui ad esistere durante l'era Biden, così ideologicamente agli antipodi, mostra che qualcosa di buono per l'Africa è venuto anche dall'amministrazione Trump. Tuttavia, l'amministrazione Trump non ha progettato una strategia globale, a parte dichiarazioni casuali di funzionari di allora - come l'ex consigliere nazionale John Bolton - spesso basate sulla necessità esclusiva per gli Stati Uniti di contrastare la Cina e la Russia nel continente.

In sostanza manca un approccio costante, rimpiazzato da momenti di interesse e fasi di stagnazione. L'ultima strategia globale degli Stati Uniti nei confronti dell'Africa è stata formulata dieci anni fa nel 2012 dall'amministrazione Barrack Obama. Quella politica aveva dato la priorità al rafforzamento delle istituzioni democratiche; stimolare la crescita economica, il commercio e gli investimenti; promuovere la pace e la sicurezza; e, promuovendo opportunità e sviluppo attraverso iniziative in materia di salute, sicurezza alimentare, cambiamento climatico. Sebbene questi problemi rimangano rilevanti per le relazioni Africa-USA nel 2022, le circostanze politiche, economiche, di sicurezza e geopolitiche siano cambiate esponenzialmente negli Stati Uniti, Africa e nel mondo.

Durante i primi mesi della presidenza Biden, in Africa si nutriva ottimismo su migliori relazioni con l'allora nuova amministrazione. Alcuni degli ottimismi sono stati sostenuti dalla nomina di personalità ritenute in sintonia con le cause e gli interessi africani a cominciare da Linda Thomas-Greenfield, ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite.

Mentre analisti, studiosi e strateghi attendono la politica formale, ci sono prime indicazioni sugli aspetti chiave, che richiamano quanto proposto da Washignton in occasione del Summit panamericano di Los Angeles e il viaggio di Biden in Corea e Giappone: democrazia, buon governo e rispetto dei diritti umani, sostegno alla sicurezza (attraverso l’AFRICOM), ci si dovrebbe aspettare che la politica includa il tema della “prosperità economica”, che sia inclusiva e consideri non solo gli interessi delle imprese americane, cosa che ha reso le offerte verso l’IndoPacifico e America Latina piuttosto deboli.

Foto: United Nations Mission in the DR Congo - Monusco

I Paesi Occidentali, in Africa, sono sempre più spiazzati: assenti e soprattutto senza strategie

Sfide Africane
A mani vuote: l'Occidente, senza nessuna strategia, ora mendica il gas

19 agosto 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Non suscita grande attenzione l'Africa, l'ultimo continente ad essere stato conquistato dagli Europei, se si eccettuano le sue coste che furono usate per secoli, come basi dei traffici commerciali per la circumnavigazione verso l'India, fino alla apertura del Canale di Suez. Le infinite ricchezze minerarie dell'Africa sono passate dallo sfruttamento coloniale a quello delle multinazionali occidentali, sulla base dell'orrido scambio "Aid for Trade": gli aiuti occidentali allo sviluppo sono concessi in cambio della apertura commerciale, laddove alla esportazione di materie prime da parte africana corrisponde l'importazione di manufatti e servizi. Uno scambio ineguale perché i prezzi, che vengono determinati sulla base del valore aggiunto nella trasformazione produttiva, penalizzano le prime rispetto ai secondi.

Se la mancata industrializzazione rappresenta per l'Africa un pesante giogo economico, i conflitti etnici e tribali sono stati ampiamente strumentalizzati dall'Occidente vendendo armi alle varie fazioni: dilaniandosi per decenni tra di loro, gli Africani hanno reso più semplice il duplice sfruttamento che subiscono da parte delle loro élite corrotte e del commercio internazionale.

L'irrefrenabile dilagare del Jihadismo è stato il frutto dell'abbandono delle aree meno interessanti per l'Occidente dal punto di vista economico e del modello comunitario, assistenziale su base religiosa, che viene proposto come unica alternativa possibile alla disgregazione sociale. Il contrasto sul piano militare da parte degli Occidentali, guidati sovente dalla Francia ex Potenza coloniale nell'area centro-africana e nella fascia sub-sahariana, non ha avuto nessun successo: è incolmabile la distanza linguistica e culturale che separa i militari inviati per combattere gli estremisti jihadisti dalla popolazione locale. Le missioni contro il terrorismo sono percepite, sempre di più, come truppe di occupazione.
Le strategie della Cina e della Russia sono state ben diverse. La prima ha puntato sulla collaborazione politica ed economica, finanziando la creazione di infrastrutture civili in cambio dell'ottenimento di consistenti concessioni minerarie, in vista di localizzare in Africa le sue industrie di sostituzione. Si sostiene, non a torto, che il debito contratto dai governi africani verso la Cina sia una potente leva di condizionamento politico da parte di quest'ultima. La Russia ha privilegiato invece la cooperazione sul piano tecnico e soprattutto militare.

Vero è che alcuni Paesi, ad esempio la Nigeria, sono riusciti a mettere a frutto le proprie risorse petrolifere con i partner occidentali. Ma quest'ultima si è sviluppata in modo incontrollabile sia dal punto di vista demografico che delle conurbazioni metropolitane.

La Algeria, invece, ha sviluppato intense reazioni sia con la Cina che con la Russia, fortemente irritata dall'atteggiamento americano e spagnolo favorevole al Marocco nella disputa sulla sovranità contesa sui territori del Sahara Occidentale.

Sulla Libia, è inutile farsi illusioni: dopo il collasso del regime del Colonnello Gheddafi, Russia e Turchia sono riuscite a spartirsi il controllo militare di ampie aree del Paese, mentre agli Occidentali è rimasto solo il potere politico formale su Tripoli. Sono saltate le elezioni che dovevano tenersi nello scorso mese di dicembre: il pericolo che il figlio di Gheddafi, Sahid, potesse candidarsi ed essere eletto ha messo in allarme la comunità politica occidentale.
L'Egitto traccheggia: dopo la violenta defenestrazione di Mubarak e la brevissima quanto controversa Presidenza di Morsi, è stata quella di Al-Sisi a riportare l'ordine nel Paese che era stato sconvolto dai conflitti dopo la vittoria elettorale riportata dai Fratelli Musulmani. La Cina ha finanziato il raddoppio del Canale di Suez, riducendo drasticamente i tempi di percorrenza ed aumentando la stazza ammissibile delle sue navi portacontainer: se per il governo egiziano sono cresciuti di conseguenza i proventi dal traffico, i veri contribuenti sono gli esportatori cinesi. Il Cairo ringrazia, dunque, assai sentitamente.

Del Sudan musulmano si sa poco, come della sorte delle ex colonie italiane, Etiopia e Somalia.

I Paesi Occidentali sono sempre più spiazzati: assenti e soprattutto senza strategie. Le tante recenti missioni diplomatiche alla ricerca di petrolio e di gas, in alternativa alle forniture dalla Russia, seguono convenienze occasionali, solo mercantili.

A mani vuote: l'Occidente, senza nessuna strategia, ora mendica il gas

Sfide Africane

Il NAZISTA Zelensky continua a bombardare la centrale nucleare Zaporizhzhia, vuole l'incidente per alzare il livello di scontro

Sabotatori ucraini in Crimea, i russi avanzano nel Donbass e i riflessi economici della guerra
19 agosto 2022
di Gianandrea Gaiani
in Analisi Mondo



Il 16 agosto la Crimea ha dichiarato lo stato di emergenza regionale dopo che un deposito di munizioni è stato fatto esplodere con un atto di sabotaggio attribuito da Mosca ad azioni nemiche. Che si tratti di infiltrati delle forze speciali di Kiev o di partigiani ucraini in Crimea l’esplosione che ha danneggiato un deposito militare vicino al villaggio di Dzhankoy la mattina del 16 agosto è stata attribuita a un sabotaggio dal ministero della Difesa russo.

Confermato lo scoppio di un incendio mentre l’esplosione ha causato “danni a numerose strutture civili”, ma nessun ferito grave. Circa 2mila persone sono state evacuate ed è stata sgombrata un’area di 5 chilometri intorno alla base come ha riferito il governatore della regione autonoma di Crimea, Sergej Aksenov che aveva precedentemente riferito di 2 feriti.


L’incendio è scoppiato intorno alle 5,15 del mattino in un deposito temporaneo di munizioni della base, ha affermato il ministero in una nota, citata dalle agenzie di stampa russe. “In seguito all’incendio, si è verificata una detonazione delle munizioni”, ha aggiunto.

Aksonov aveva però riferito di una serie di esplosioni, ancora in corso alle 8,15. Circa seimila persone vivono negli insediamenti di Maiskoye e Azovskoye, nel distretto di Dzhankoyskij in Crimea, accanto al quale si trova il sito di munizioni.

La proclamazione dello stato d’emergenza in Crimea ha indotto diversi abitanti a lasciare la penisola. I media statali russi riferiscono che un numero record di auto ha attraversato il ponte di Kerch che collega la Crimea alla Russia. Almeno 38 mila automobili, secondo Tass, hanno attraversato il ponte in direzione est, anche se interpretare questo traffico al ritorno in Russia di residenti andati a vivere in Crimea dopo l’annessione del 2014 potrebbe essere fuorviante.

La proclamazione dello stato d’emergenza significa complicare la vita ai cittadini e probabilmente chi ha parenti, amici o proprietà in altre regioni della Federazione Russa preferisce trasferirvisi temporaneamente.


“Ogni giorno e ogni notte assistiamo a nuove segnalazioni di esplosioni nel territorio temporaneamente nelle mani degli occupanti. Chiedo a tutta la nostra gente in Crimea, in altre regioni del sud dell’Ucraina, nelle aree occupate del Donbass e nella regione di Kharkiv di prestare molta attenzione. Per favore, non avvicinatevi alle installazioni militari dell’esercito russo e a tutti quei luoghi dove immagazzinano munizioni e attrezzature, dove tengono il loro quartier generale”. In serata, nel consueto discorso serale, il presidente Volodymyr Zelensky ha preannunciato nuove operazioni di sabotaggio.

Il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak, ha detto che “la mattina vicino a Dzhankoi è iniziata con esplosioni” definendo l’evento come un “promemoria” poiché la “demilitarizzazione della Crimea è in atto”.

L’attacco sembra confermare la presenza di unità di sabotatori in Crimea a cui potrebbe venire attribuito anche l’esplosione nel deposito di munizioni dell’aeroporto militare di Saki, sempre in Crimea, esploso il 9 agosto anche se Mosca ha negato vi siano stati attacchi e Kiev non ha rivendicato l’azione.

A team di sabotatori potrebbe venir attribuito forse anche l’esplosione nella base russa di Zyabrovka, in Bielorussia e nelle scorse ore il servizio di sicurezza interno russo (FSB) ha lanciato l’allarme per la presenza di sabotatori nell’oblast di Kursk, regione russa ai confini con l’Ucraina, dove sono stati fatti esplodere tralicci dell’alta tensione che alimentano distretti industriali.

Il 14 agosto Facebook il consigliere presidenziale ucraino, Oleksiy Arestovych, aveva attribuito a un gruppo di sabotatori ucraini il danneggiamento del ponte ferroviario a Melitopol, nei territori occupati dai russi.


“Ieri i nostri partigiani hanno fatto saltare in aria un ponte ferroviario nella regione di Melitopol. Il ponte è stato parzialmente distrutto. Non è arrivato un solo treno da Dzhankoy a Melitopol per un giorno”, ha scritto Arestovich.

Le esplosioni che hanno danneggiato un deposito di munizioni di Dzhankoy in Crimea sono state causate da un attacco messo a segno da “un’unità d’élite” delle forze armate ucraine, ha riferito un alto funzionario ucraino al New York Times. Il reparto speciale operava dietro le linee nemiche ha spiegato l’alto funzionario ucraino, senza rivelare altri dettagli sull’operazione.

Ulteriori sabotaggi compiuti contro basi e depositi di munizioni russi sono stati segnalati nelle ultime 48 ore: in Crimea vi sarebbe stata un’altra esplosione in un deposito di munizioni nella base Gvardeyskoye e un altro è stato incendiato in pieno territorio russo, nel villaggio di Timonovo nella regione di Belogord, non lontano dal confine con L’Ucraina secondo quanto riferito dall’agenzia russa Ria Novosti.

I russi avanzano in Donbass….

Prosegue, lenta e metodica, l’avanzata russa nel Donbass con vantaggi territoriali acquisiti dalle forze di Mosca nei settori di Bakhmut, Soledar e Siversk dove gli ucraini difendono l’ultima linea che protegge Kramatorsk e Slovyansk, ultime roccaforti di Kiev nella regione di Donetsk.

La caduta di Peski rappresenta la vittoria più rilevante conseguita dai russi o per meglio dire dalla milizia della repubblica popolare di Donetsk (DPR) che ha espugnato il villaggio strategico per il settore del fronte che fa perno su Avdeevka, da dove gli ucraini dal 2014 bersagliano da tempo la capitale dell’omonima repubblica popolare, Donetsk.

La caduta di Peski ha imposto alle truppe ucraine di arretrare le linee difensive verso Netailovo, Orlovka, Nevelskoe e Pervomayskoe, già oggetto degli attacchi dei filorussi il cui obiettivo sembra essere quello di chiudere in una sacca le forze ucraine schierate a Avdeevka.


Poche le notizie verificabili da fonti neutrali giunte dal fronte ma i recenti reportage dei giornali statunitensi Wall Street Journal, New York Times e Washington Post dipingono una situazione difficilmente sostenibile per le truppe di Kiev.

I reparti sembrano disporre di poche armi e munizioni, gli armamenti forniti dall’Occidente sono visibili in prima linea solo in minima parte e vi sarebbero problemi a pagare gli stipendi ai militari e fornire generi di prima necessità alle truppe.

Secondo diversi analisti anglosassoni l’impiego di armi occidentali ha ostacolato e forse rallentato l’avanzata russa a est e a sud ma non è sufficiente a fermarla e del resto i bollettini russi (da prendere con le molle come quelli ucraini), riferiscono ogni giorno dell’uccisione di centinaia di militari ucraini e “mercenari” stranieri e della distruzione di qualche decina di mezzi e pezzi d’artiglieria.


Il generale Valeriy Zaluzhny, capo di stato maggiore delle forze armate ucraine, ha riconosciuto che le forze russe “continuano ad avanzare” nel Donbass affermando che la situazione è “intensa”, in particolare “sull’asse di Avdiivka-Pisky-Mariinka”, ma “completamente sotto controllo”.

Nell’incontro con l’omologo canadese, generale Wayne Donald Eyre, Zaluzhny ha aggiunto che “il nemico effettua circa 700-800 bombardamenti delle nostre posizioni ogni giorno, utilizzando da 40 a 60.000 munizioni”.

Un numero forse inverosimile anche contando i proiettili esplosi da armi di medio calibro ma che fotografa una situazione ben diversa da quella anticipata in giugno dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che aveva previsto per agosto la svolta decisiva sul campo di battaglia a favore delle forze di Kiev, grazie ai nuovi sistemi d’arma forniti dagli occidentali, specie gli Stati Uniti.


Una svolta di cui non si hanno al momento riscontri nonostante i sabotaggi attuati in Crimea e l’impatto degli attacchi effettuati con i lanciarazzi campali M142 HIMARS (Kiev nega di averne perduti in battaglia mentre Mosca ha riferito di averne distrutti 8 su 20 consegnati dagli USA) e M270 contro depositi di armi e munizioni, ponti e coma di russi, incluso quello del Gruppo Wagner a Popasna, nell’autoproclamata Repubblica popolare di Luhansk.

L’attacco al comando è stato confermato anche da fonti filorusse e benché non sia noto il numero delle vittime pare che la localizzazione dell’obiettivo sia stata resa possibile dalla diffusione di video e foto sui social da parte di alcuni combattenti russi.


Le unità del Gruppo Wagner sembrerebbe abbiano svolto un ruolo chiave nel conseguire la vittoria nei settori più difficili del fronte del Donbass.

Del resto, dopo le voci di prossimi referendum per l’annessione alla Federazione Russa paventati negli oblast di Kherson e Zhaporizzia per il prossimo mese il ministero degli Esteri britannico ha definito molto probabile un referendum nella regione di Donetsk, anche se questa regione, come Luhansk, è già riconosciuta da Mosca come repubblica popolare.

…..e verso Kharkiv

Con meno clamore le truppe russe stanno conseguendo significativi successi anche più a nord, nel settore di Kharkiv dove i russi hanno assunto il 14 agosto il controllo del villaggio di Udy e il giorno dopo hanno annunciato di aver colpito con missili di precisione (guarda il video qui sotto) una base di “mercenari stranieri” nella zona di Zolochiv uccidendone oltre 100 di cui la metà provenienti da Polonia e Germania e ferendone almeno 50.
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Secondo fonti ucraine riprese dal Kiyv Indepemdent, in questo settore le forze russe hanno bombardato un’area residenziale di Kharkiv con i lanciarazzi multipli 9A52-4 Tornado da 300 mm (nella foto sotto), il più moderno sistema di questo tipo in dotazione all’esercito di Mosca, evoluzione dello Smerch BM30 e capace di lanciare razzi anche a guida satellitare fino a 200 chilometri di distanza.


Più truppe cecene in Donbass, missili ipersonici a Kaliningrad

Mosca ha annunciato il 18 agosto di aver schierato 3 aerei da combattimento Mig 31BM dotati di missili ipersonici all’avanguardia a Kaliningrad, l’exclave tra Polonia e Lituania al centro delle tensioni con l’Ue.

“Come parte dell’attuazione di misure di deterrenza strategica aggiuntive, tre MiG-31 con missili ipersonici Kinzhal (già lanciati in almeno due occasioni contro obietti vi in Ucraina) sono stati ridispiegati nell’aeroporto di Chkalovsk nella regione di Kaliningrad”, ha affermato il ministero della Difesa russo in una nota. I tre velivoli formeranno un’unità di combattimento “operativa 24 ore al giorno”, ha aggiunto.


Il dispiegamento di questi missili a Kaliningrad, un territorio già altamente militarizzato, avviene sullo sfondo delle tensioni tra l’Unione Europea e Mosca. La Lituania lo scorso giugno aveva bloccato il transito sul suo territorio di alcune merci in direzione di Kaliningrad, nell’ambito delle sanzioni europee contro Mosca. E dopo le proteste russe, Bruxelles aveva chiesto a Vilnius di autorizzare il transito su rotaia di merci russe, escludendo le attrezzature militari.

Il ministero della Difesa finlandese ha affermato che due dei tre velocissimi caccia Mig-31 giunti a Kaliningrad potrebbero aver violato il suo spazio aereo e che a riguardo è stata aperta un’indagine.

Continua intanto in tutta la Russia il reclutamento di battaglioni di volontari composti da ex militari pronta a tornare in servizio per alcuni mesi per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina.


Dopo i circa 40 battaglioni costituitisi soprattutto a “est degli Urali” (guarda la mappa dell’ISW qui sopra), il governo della Repubblica di Cecenia della Federazione Russa, ha annunciato l’invio di nuove unità di volontari a combattere in Ucraina e ha divulgato un video che sarebbe stato girato all’aeroporto di Grozny, in cui uomini in uniforme ricevono l’ordine “distruggere i nazionalisti ucraini”.

Le perdite

Per quel che valgono segnaliamo gli ultimi dati circa le perdite in truppe e mezzi resi noti dai belligeranti. Stime di fonti militari e d’intelligence statunitensi anonime sentite dal New York Times valutavano il 16 agosto che le forze russe in Ucraina perdano ogni giorno 500 soldati fra morti e feriti.


Il 18 agosto lo stato maggiore ucraino ha reso noto che circa 44.300 i soldati russi hanno perso la vita durante il conflitto dal 24 febbraio mentre 1.889 carri armati, 4.179 veicoli blindati e corazzati, 3061 veicoli, 1010 pezzi d’artiglieria, 265 lanciarazzi multipli campali, 234 aerei da combattimento, 93 veicoli speciali, 197 gli elicotteri e 793 droni russi sarebbero stati distrutti o abbattuti.

Alla stessa data i russi hanno reso noto un bilancio che, come di consueto, non riporta le stime sui caduti ucraini ma solo i dati sui mezzi distrutti o catturati: 267 aerei, 148 elicotteri, 1.757 droni, 366 sistemi missilistici di difesa aerea, 4.430 carri armati e mezzi corazzati, 800 lanciarazzi campali multipli, 3.312 obici/cannoni/ mortai e 4.938 veicoli.

La sfida per la centrale nucleare di Zaporizhzhia

La situazione sul fronte sud del conflitto in Ucraina resta incandescente intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, dove Mosca e Kiev da giorni sono impegnate in un braccio di ferro che minaccia la sicurezza dell’intera Europa.

Russi e ucraini si scambiano accuse circa la responsabilità dei bombardamenti che hanno sfiorato l’impianto. Della questione hanno discusso il 16 agosto Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky, ed il presidente francese ha chiesto ai russi di abbandonare l’area della centrale che controllano da marzo. Una richiesta già presentata da 42 nazioni, per lo più Occidentali che paventando il rischio di una catastrofe atomica vorrebbero indurre i russi a ritirarsi dalla più grande centrale nucleare d’Europa.


La partita della centrale atomica si gioca su più tavoli incluso quello immancabile della propaganda. Il 16 agosto l’agenzia pubblica Ucraina per l’energia nucleare, Energoatom, ha denunciato un attacco informatico russo “senza precedenti” contro il suo sito ufficiale, specificando però che il funzionamento del portale non era stato interrotto.

Sul piano militare la situazione è chiara: i russi occupano l’infrastruttura energetica la presidiano in forze: non a caso Kiev ha più volte accusato Mosca di schierarvi truppe e mezzi per scongiurare il rischio di bombardamenti ucraini provenienti dalla sponda ovest del fiume Dnepr e di voler dirottare l’energia prodotta verso la Federazione russa e i territori ucraini occupati da Mosca, pari ormai a circa il 25 per cento.

Tutte queste evidenze rendono quindi assai improbabile che i russi “si bombardino da soli”, anche se la scorsa settimana l’Unione Europea ha condannato i bombardamenti russi sulla centrale atomica (la stupidità di Euroimbecilandia, delle sue televisioni, del Circo Mediatico è sempre più palese).

Del resto lo stesso presidente Zelensky ha annunciato bombardamenti contro le forze russe che utilizzano le infrastrutture della centrale e il 17 agosto le autorità locali filo-russe hanno segnalato che le truppe ucraine hanno aperto un intenso fuoco sulla città di Enerhodar, nei pressi della centrale atomica.


Sul piano della sicurezza gli ucraini hanno avvertito che in caso di emergenza si dovrebbe organizzare una maxi-evacuazione di almeno 400mila persone e hanno già messo in atto esercitazioni per simulare una simile evenienza. Anche le autorità filorusse che controllano i territori intorno alla centrale e gran parte della provincia hanno preparato piani per l’evacuazione della popolazione in caso di incidente alla centrale nucleare.

Finora però non sembrano esserci stati rischi anche se solo due dei sei reattori sono in funzione mentre anche esperti italiani hanno ridimensionato il rischio di un disastro atomico. Mosca ha ribadito la sua disponibilità a consentire un’ispezione dell’Agenzia dell’ONU per l’energia atomica (AIEA) ma pretende che i tecnici raggiungano la centrale transitando da Mosca e dai territori ucraini occupati dai russi e non da Kiev.


La ragione non è solo politica poiché è chiaro che l’arrivo degli ispettori dell’AIEA da Kiev imporrebbe di raggiungere la centrale attraversando la prima linea del fronte, con qualche rischio per sicurezza e la necessità di preparare un passaggio delle consegne del team tecnico tra le truppe ucraine e quelle russe.

La Russia considera assolutamente da “irresponsabili” i tentativi di Kiev e di altri Paesi occidentali, di insistere sull’attuazione della missione dell’AIEA presso la centrale nucleare di Zaporizhzhia attraverso la linea di contatto, “contrariamente a considerazioni di sicurezza” ha detto Mikhail Ulyanov, rappresentante permanente della Federazione Russa presso le organizzazioni internazionali a Vienna.

“Ci sono altre rotte davvero sicure attraverso le quali una missione internazionale può raggiungere la centrale nucleare di Zaporizhzhia e svolgere i propri compiti lì”, ha affermato Ulyanov. Riferendosi ovviamente al transito degli esperti dalla Russia e dai territori occupati da Mosca.


Il 17 agosto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha sollecitato l’autorizzazione da parte di Mosca di una ispezione dell’AIEA alla centrale ma con l’obiettivo di sottrarre la “preda” alle forze russe.

“E’ urgente che sia autorizzata una ispezione e il ritiro di tutte le forze russe. L’occupazione della centrale di Zaporizhzhia da parte delle forze russe costituisce una minaccia grave alla sicurezza del sito e comporta il rischio di un incidente nucleare e mette in pericolo la popolazione dell’Ucraina, dei Paesi vicini e della comunità internazionale”, ha affermato Stoltenberg.

Esiste poi un tema legato alla sicurezza anche del deposito di scorie. Mettere fuori servizio la centrale nucleare di Zaporizhzhia è “possibile” ma sarebbe “molto costoso” e inoltre non si potrebbero “estrarre i 174 barili di scorie nucleari dal territorio della centrale” ha spiegato Vladimir Rogov, membro del consiglio principale dell’amministrazione filorussa della regione, per il rischio che l’artiglieria ucraina possa colpirli provocando la fuoriuscita di materiale radioattivo.


Rogov ha sottolineato che “I reattori” della centrale nucleare di Zaporizhzhia “sono molto ben protetti. Ci si sono metri di cemento armato” e “anche se cadesse un aereo da chilometri di altezza e con i serbatoi pieni, il reattore rimarrebbe intatto”, quindi “per distruggere il reattore, è necessario utilizzare armi nucleari tattiche”.

Le forze ucraine starebbero però bombardando altri punti deboli della stazione come l’impianto di stoccaggio per le scorie di combustibile nucleare e un sistema di raffreddamento. “Il reattore ha costantemente bisogno di essere raffreddato. Diverse dozzine di colpi sono state sparate proprio sull’impianto di raffreddamento. Non è protetto come il reattore” e se il reattore si surriscaldasse “potrebbe dare il via a un processo incontrollabile, una vera bomba nucleare, il reattore semplicemente esploderà”, ha aggiunto Rogov.

Il capo dell’amministrazione regionale Yevhen Balitsky, citato dalla RIA Novosti, ha affermato che, in collaborazione con i militari, vengono prese tutte le misure “per rendere operativi sistemi di riserva per il raffreddamento dei reattori della stazione in caso di danni al sistema di raffreddamento centrale, contro il quale l’esercito ucraino spara deliberatamente”.


Kiev e Mosca si accusano reciprocamente di voler provocare un incidente alla centrale In caso di incidente alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, le sostanze radioattive rilasciate arriverebbero nelle nazioni circostanti secondo quanto emerge dai dati resi noti il 18 agosto durante il briefing del comandante delle truppe russe per la Difesa NBCR (Nucleare, Biologica, Chimica e Radiologica), il tenente generale Igor Kirillov.

L’ufficiale russo ha mostrato una mappa con la prevista distribuzione di sostanze radioattive in caso di rilascio dal territorio della centrale nucleare che mostra chiaramente come le sostanze radioattive potrebbero estendersi sino ai territori di Polonia, Slovacchia e Germania ma a che gli Stati baltici e la Scandinavia con il rilascio del 25% del contenuto di almeno un reattore della centrale.

In termini politici e strategici la querelle sorta intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia si spiega con la volontà ucraina di impedirne ai russi l’utilizzo in termini di energia e come base militare tenuto conto che poco più a nord si snoda il fronte bellico che vede i russi minacciare di conquistare la città di Zaporizhzhia, capoluogo dell’omonima regione in cui a settembre Mosca potrebbe organizzare un referendum per l’annessione alla Federazione Russa.


Mosca ha fatto sapere che nell’area della centrale non schiera armi pesanti ma rifiuta di ritirarsi e di “demilitarizzare” la zona attorno alla centrale in quanto questo “renderebbe l’impianto più vulnerabile” ha riferito il ministero degli Esteri russo.

Kiev potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza della centrale atomica per poi accusare i russi di aver provocato fughe radioattive che colpirebbero anche i russi e la vicina Russia ma, considerando i forti venti che soffiano da est, contaminerebbero soprattutto l’Ucraina occidentale e l’Europa Orientale come accadde negli anni ’80 dopo l’incidente di Chernobyl.

Non si può inoltre escludere che il governo ucraino, in difficoltà sul campo di battaglia, punti a provocare o paventare un grave incidente atomico per indurre la NATO a entrare in guerra al suo fianco o ad incrementare ulteriormente gli aiuti militari.

Una scommessa rischiosa poiché se il governo ucraino innalzasse la tensione intorno alla centrale aumentando il rischio di un disastro nucleare potrebbe perdere molti degli appoggi e simpatie di cui ancora gode nei governi occidentali.

Le “purghe” di Zelensky

Le difficoltà militari sembrano riflettersi anche sul fronte interno e il presidente Zelensky pare costretto a continuare con le “purghe” ai danni di vertici militari e civili degli apparati di sicurezza.


Mentre continuano gli arresti di presunti collaborazionisti e spie al servizio dei russi (nella foto sopra uno degli ultimi arresti documentati) il 16 agosto ha rimosso dall’incarico o trasferito i vertici di quattro dipartimenti regionali del Servizio di sicurezza interna (SBU) di cui aveva da poco rimosso il vertice e diversi funzionari.

Secondo i decreti pubblicati sul sito internet del presidente, Serhiy Zayats è stato destituito dalla carica di capo della direzione principale della SBU nella regione di Kiev. Yuriy Boreichuk è stato destituito dalla carica di capo della direzione principale della SBU nella regione di Ternopil e Artem Bondarenko è stato trasferito dal medesimo incarico nella regione di Leopoli a quella di responsabile della direzione principale della SBU a Kiev e nella sua regione.

Aspetti economici per i belligeranti….

Kiev non perde occasione per chiedere più armi e denaro all’Occidente. Il ministro delle Finanze Sergii Marchenko ha detto al quotidiano statunitense Wall Street Journal che a fronte dei costi crescenti della guerra le entrate fiscali di Kiev continuano a ridursi. Al momento la banca centrale rimedia stampando il denaro sufficiente a consentire al governo di retribuire i soldati e di acquistare armi e munizioni ma così si sta indebolendo la valuta nazionale, alimentando l’inflazione e i dubbi sulla capacità dell’Ucraina di sostenere lo sforzo bellico nel lungo periodo.


“Dopo l’inizio del conflitto il prodotto interno lordo nazionale si è praticamente dimezzato a causa della chiusura di molte aziende e della fuga dal Paese di milioni di persone.

A peggiorare le cose sono stati gli attacchi russi contro fabbriche, raffinerie e altre infrastrutture chiave, oltre al blocco dei porti sul Mar Nero allentato solo parzialmente il mese scorso grazie a un accordo mediato dalla Turchia”. Ora, scrive il WSJ i problemi economici rischiano di rappresentare il tallone d’Achille dell’Ucraina nella guerra contro la Russia: le entrate fiscali coprono solo il 40 per cento della spesa pubblica, mentre i costi del conflitto pesa su oltre il 60 per cento del bilancio.

“Il governo ha bisogno di circa 5 miliardi di dollari al mese per coprire le spese non militari. I governi occidentali hanno promesso di sostenere il bilancio civile con prestiti e donazioni, consentendo a Kiev di utilizzare le proprie risorse per la guerra. Ma il totale dei fondi promessi dall’Occidente è pari a circa 30 miliardi di dollari per quest’anno, ben al di sotto delle necessità di Kiev”, spiega il quotidiano.


Per questo Marchenko invita i governi occidentali ad agire più rapidamente. “Il sostegno che riceviamo ora ci dà l’opportunità di vincere questa guerra e di farlo il prima possibile. Senza questo denaro, la guerra durerà di più e i danni economici saranno superiori”, osserva il ministro delle Finanze.

Il Washington Post ha invece pubblicato nei giorni scorsi uno studio della società canadese di rischio geopolitico SecDev in cui si sostiene che la Russia controlla ora risorse naturali dell‘Ucraina per in valore stimato in 12.400 miliardi di dollari.

“Se il Cremlino riuscisse ad annettere la terra Ucraina sequestrata durante l’invasione russa, Kiev perderebbe permanentemente quasi due terzi delle sue riserve. L’Ucraina ospita alcune delle più grandi riserve mondiali di titanio e minerale di ferro, giacimenti di litio non sfruttato e enormi giacimenti di carbone”. Le forze russe e i separatisti del Donbass controllano circa un quarto del territorio ucraino che secondo il rapporto contengono il 63% dei giacimenti di carbone, l’11% di quelli di petrolio, il 20% di gas naturale, il 42% di minerali e il 33% di terre rare.


Secondo la Direzione dell’intelligence militare Ucraina la Russia avrebbe avviato la “mobilitazione industriale” delle imprese del settore della difesa all’inizio di agosto, vietando ad alcuni dipendenti e a tutti i dirigenti del colosso industriale statale Rostec di prendere le ferie. La commissione militare-industriale russa, presieduta dal presidente Vladimir Putin, si sta preparando a modificare il programma di ordini della difesa statale entro i primi di settembre per aumentare le spese militari di 600-700 miliardi di rubli (circa 9,7 miliardi di euro).

Il 30 giugno scorso è stato presentato alla Duma – la camera bassa del Parlamento russo – un emendamento alle leggi federali sulle forniture delle Forze Armate che impone alle imprese russe pubbliche e private di soddisfare prioritariamente le commesse militari: Putin ha firmato la direttiva in tal senso il 14 luglio.

….e per l’Europa

“Dalla guerra in Ucraina l’Unione europea uscirà indebolita mentre Russia, Cina e le grandi società statunitensi ne beneficeranno” ha detto ieri il primo ministro ungherese, Viktor Orban, intervistato dalla rivista tedesca “Tichys Einblick” ripreso in Italia dall’agenzia Nova.

“La maggior parte del mondo non si allinea (a sostegno degli Stati Uniti e dell’Ucraina): Cina, India, Brasile, Sudafrica, mondo arabo, Africa”, ha evidenziato Orban, per il quale “l’Occidente non può vincere la guerra in Ucraina militarmente”. Orban valuta che le sanzioni non hanno la capacità di destabilizzare la Russia mentre il loro danno all’Europa è enorme.

A conferma delle parole del premier ungherese, come ha riportato sempre ieri l’agenzia di stampa Adnkronos, Ieri Eurostat ha reso noto che in seguito all’aumento dei prezzi di petrolio e gas le importazioni dell’Unione europea dalla Russia sono aumentate del 78,9 per cento in termini di ricavi, nei primi sei mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, malgrado le sanzioni applicate da Bruxelles.


La Russia è stata in questo periodo il terzo Paese per importazioni nella Ue, dopo la Cina e gli Stati Uniti, con forniture pari a 120,4 miliardi di euro. Le importazioni di petrolio sono aumentate, in termini di spesa, del 70 per cento a 52 miliardi di euro e quelle di gas del 240 per cento, a 24 miliardi di euro.

Anche l’importazione di carbone russo è aumentata in termini di valore finanziario del 170 per cento a 4,9 miliardi di euro. Il volume totale di petrolio è tuttavia diminuito di più della metà, vale a dire di 500 milioni di barili al giorno da febbraio, raggiungendo i 7,4 milioni di barili al giorno a luglio (fonte Kommersant).

Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), la produzione di greggio in Russia aumenterà il prossimo anno mentre le sanzioni occidentali hanno un impatto limitato considerati gli acquirenti asiatici che hanno compensato i tagli ai quantitativi importati dall’Europa aumentando gli acquisti. Eurostat rivela che le esportazioni dell’Unione europea in Russia nei primi sei mesi dell’anno sono invece crollate del 30,4 per cento per assestarsi a 29,8 miliardi di euro.


Secondo le stime del ministero dell’Economia russo i proventi delle esportazioni di prodotti energetici dovrebbero aumentare quest’anno di quasi 100 miliardi di dollari per raggiungere i 338 miliardi a fine anno, con un balzo di più di un terzo rispetto ai 244 miliardi dello scorso anno. Il prezzo del gas, secondo le proiezioni di Mosca, dovrebbe in media più che raddoppiare quest’anno a 730 dollari per mille metri cubi, prima di tornare a scendere gradualmente fino alla fine del 2025.

Infatti in pieno agosto si registra un nuovo record del prezzo del gas che ha segnato ieri ad Amsterdam un aumento del 6% a 241 euro al MWh.

Un incremento dovuto anche alla corsa agli approvvigionamenti in vista dell’inverno e ai minori flussi dalla Russia. L’Italia prevede di arrivare alla stagione fredda con il 90% delle scorte in magazzino, che allo scorso 16 agosto hanno raggiunto il 78,19% a 151,26 TWh, pari a 1,62 miliardi di metri cubi circa, secondo le rilevazioni della piattaforma internazionale Gie-Agsi.


In Europa la media degli stoccaggi è al 75,55% con 839,7 TWh di gas naturale. Come riportava ieri un lancio dell’ANSA, davanti all’Italia c’è solo la Germania, con 189,3 TWh, che corrispondono al 77,79% della capacità complessiva d’immagazzinaggio.

Supera l’87% di capacità immagazzinata la Francia, che però dispone di una quota di stoccaggi limitata a 114,52 TWh. In Germania il Governo ha annunciato la riduzione dell’Iva sul gas al 7% per sostenere i cittadini e compensare i costi determinati dalla nuova tassa “salva-aziende” di 2,419 centesimi per kilowattora che i tedeschi troveranno in bolletta da ottobre.


Boom dei prezzi anche per l’energia elettrica, prodotta in parte con il gas, che due giorni fa ha superato la soglia dei 540 euro al MWh sulla piazza di Lipsia, dove ha sede la Borsa Europea dell’Energia (Eex).

“I prezzi del gas non calano e anzi d’inverno aumenteranno ancora” ha detto all’Adnkronos il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli. “Rischiamo seriamente di avere delle interruzioni fisiche. Non è più tanto una questione di numeri, di cifre, ma proprio di carenza di un bene essenziale per i consumatori. Non possiamo fare a meno del riscaldamento, e dunque per quel bene siamo disposti a pagare non 250 euro bensì anche 800 euro.

E i mercati, ovviamente, tengono questo in considerazione. La domanda di quel bene è inevitabile perché non se ne può fare a meno. Il punto – continua Tabarelli – è che la transizione ecologica è bellissima sulla carta, ma non esiste. A oggi non esiste la possibilità di accumulo, se non dalle fonti fossili”.

@GianandreaGaian

Foto: Ministero Difesa Ucraino e Ministero Difesa Russo.

Mappa: Institute for the Study of the War (ISW)