L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 2 ottobre 2022

30 settembre 2022 - News della settimana (30 set 2022)

Si rispolvera il CROLLO CLIMATICO, hanno capito tutto quei corrotti euroimbecilli del Pd

01 OCTOBER 2022



Questo non può considerarsi un post di politica locale, poiché Milano è la capitale industriale d'Italia e purtroppo, anche la più "europea" di tutte le città italiane. Quel che transita per Milano, prima o poi arriva per tutta la Penisola. Sarebbe meglio dire, ERA la capitale industriale, perché ora anche lì, fabbriche ed esercizi commerciali dismessi la stanno rendendo un deserto in stile Detroit durante la pesante crisi automobilistica. Ma vengo al dunque. Il sindaco della sinistra ZTL (quella che gli dà i voti) Beppe Sala da oggi ha cambiato le carte in tavola in quattro e quattr'otto. Obbliga i cittadini a lasciare le auto e altri autoveicoli in garage se non sono omologati alle nuove esigenze dette ecologiche.

A partire da sabato 1 ottobre (cioè oggi) prevede la chiusura all’interno dell’Area B, che coincide più o meno con il perimetro comunale, alle auto a benzina fino a Euro 2 e diesel fino a Euro 5. Entrano quindi in vigore oggi delle nuove regole per l’Area B di Milano. Non potranno quindi più entrare in Area B i veicoli adibiti a trasporto di persone Euro 2 a benzina e quelli Euro 4 e 5 a diesel, nemmeno in presenza di filtro antiparticolato (FAP) installato sul mezzo.

AREA B – Sono 186 i varchi di ingresso che delimitano l’Area B di Milano, consultabili sul sito del Comune all’indirizzo https://geoportale.comune.milano.it/portal/apps/webappviewer/index.html?id=bab7a4fea79f4e8bb0ab01e203168995.

Le restrizioni sono attive dal lunedì al venerdì, dalle 7:30 alle 19:30. Le telecamere installate rilevano le targhe dei veicoli in entrata, ma oltre al transito in realtà è vietata anche la ‘circolazione dinamica’. Il divieto vale anche per le vetture che trasportano merci, cose e autobus Euro 4 diesel senza FAP, oppure con FAP installato dopo il 31 dicembre 2018 o con emissione di particolato che supera il valore di 0,01 g/kWh. Insomma, l'avrete capito: un bel casino, il solito "sinistro" casino con le innumerevoli sfumature di divieti.

Naturalmente, come ciascuno dei regolamenti voluti da quella che ormai con buona ragione viene definita "la sinistra ZTL", ecco fioccare multe, sequestri del veicolo, di patenti eccetera. Ogni occasione è buona per ingrassare le casse dell'amministrazione e impoverire le tasche dei cittadini, già stremati da misure liberticide di quasi 3 anni di Covid. Pertanto, chiunque violi le disposizioni relative al divieto di circolazione è sanzionabile con il pagamento di una somma da 168 a 679 euro e, nel caso di reiterazione della violazione nel biennio, la multa amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da quindici a trenta giorni. L'aspetto della sospensione della patente ai recidivi è quasi sconosciuto alla stragrande maggioranza degli automobilisti. La violazione delle misure antismog comportano conseguenze pesanti sulla singola patente, soprattutto per chi negli ultimi 24 mesi si è visto contestare un verbale per questa violazione. Chi vuole saperne di più per non incappare negli inevitabili errori, consulti questo sito, ma la verità è che se non si alzano le barricate, ogni occasione per infliggere soprusi e angherie ai cittadini (non dimentichiamo l'ecopass, ad esempio), è buona; e Sala si porta solo avanti rispetto a quella transizione detta "ecologica" che fa parte dell'Agenda del Forum di Davos e che la Ue vuole pesantemente applicare alle città europee: fingere di rispettare l'ambiente per impoverire le persone e rendere sempre più miserevoli le loro condizioni di vita, di socialità e di lavoro. Quel Sala, che non ha nessun rispetto per Milano dove pullulano le "zone franche" e le enclave di clandestini di ogni etnia, molti dei quali spacciano, rubano, si azzuffano e si accoltellano a tutte le ore. E' ambiente anche questo e non solo il dorato centro urbano di Via Della Spiga o i Navigli tanto cari al Sindaco piddino che vi si aggira tra bicicletta e aperitivi.

Pare che stiano insorgendo anche le forze dell'Ordine, le cui gazzelle non sono "omologate", non solo alla meccanica "eco" richiesta, ma anche al Salapensiero.
"La prerogativa istituzionale sottopone ad obblighi e servizi i professionisti della sicurezza che non permettono un'organizzazione oraria. Pensiamo ai servizi di controllo del territorio che si svolge sui quadranti orari h24, servizi ordine pubblico oppure alle operazioni di polizia giudiziaria", hanno chiarito nello specifico i sindacati. "Stante tale situazione, le scriventi organizzazioni sindacali - hanno concluso - si riservano di porre in essere manifestazioni pubbliche di protesta". (fonte: Milanotoday).



Al momento, non ci sono deroghe, né rinvii né moratorie da parte dell'amministrazione meneghina, e Sala si comporta come un arrogante sceicco di qualche sperduto villaggio afghano o pakistano. In seguito vedremo...Nel nostro piccolo, questo blog, non darà tregua. I milanesi (se esistono ancora) battano un colpo, lo buttino giù, costringendolo quanto prima alle dimissioni. Milano, che fatica viverci!

Santa Teresa del Bambin Gesù (o di Lisieux)

17 settembre 2019 chiama settembre del 2022. Allora la FED ha immesso miliardi al giorno creando dollari con un clic. Oggi la Banca centrale d'Inghilterra ha cominciato a compare a mano basso titoli di stato

AMERICA INGHILTERRA: SETTEMBRE… DEJAVU!

Scritto il  alle 08:36 da icebergfinanza

Come si spiega la sensazione di déjà-vu? Cosa dice la scienza

Probabilmente in pochi se lo ricordano ma nel settembre del 2019 il mercato monetario americano era sull’orlo del collasso…

Cos’è accaduto davvero a metà settembre, quando il mercato interbancario statunitense è letteralmente andato in tilt costringendo la Federal Reserve a iniezioni di liquidità che non si vedevano dal 2008? E soprattutto: perché la Fed è intervenuta in maniera così ingente, iniettando 260 miliardi di dollari in due mesi sul mercato interbancario? Cosa sarebbe successo se non fosse intervenuta? Chi ha davvero salvato e chi sta ancora oggi salvando? E cosa c’entrano i risparmi dei contadini giapponesi con gli equilibri della finanza globale?

Ve la farò breve ma in Inghilterra il rischio che il sistema finanziario saltasse in aria senza l’intervento della Banca centrale era elevatissimo se non certo!

Il drammatico intervento della Banca d’Inghilterra oggi è stato in risposta a una “dinamica corsa” emergente nel sistema pensionistico britannico che avrebbe potuto portare al crollo di una serie di istituzioni in poche ore.

In parole povere grazie alle solite speculazioni a leva sui titoli di Stato di alcuni fondi speculativi, molti fondi pensione rischiavano di saltare in aria e non solo.

Qui per chi ha voglia, Roberto Pestone lo racconta in poche parole molto bene, MILLE MILIARDI di sterline che andavano in giro su e giù per le casse del Regno Unito.

Lo so nessuno capisce nulla, figuriamoci qualche politico o la gente comune, sintetizzando c’è gente la fuori, spesso psicopatici drogati che giocano con i cerini dentro una camera a gas.

La stessa camera a gas che oggi diventerà Bruxelles, dove qualcuno farà finta di provare a trovare un accordo a qualcosa di già deciso, il famoso tetto al prezzo del gas (le cazzate alla Draghi)

Olanda e Germania fanno i loro interessi, mentre in Italia da un mese non si fa nulla e le aziende chiudono o falliscono, ieri in Germania. si fa dumping economico, oltre DUECENTO MILIARDI messi sul tavolo per aiutare le imprese tedesche!

La mazzata finale sulle nostre imprese, che non hanno avuto alcun sostegno dal governo Draghi, tranne elemosina pura.

L’ombra di Weimar aleggia sulla Germania…

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Sarà il tallone di Achille d’Europa questo inverno, sta crollando tutto, produzione, fiducia, consumi, tutto!

A proposito, la famosa agenda Draghi dove è finita?

Se Draghi avesse partecipato a queste elezioni avrebbe fatto la fine di Monti!

Continuo a sorridere a pensare al gasdotto saltato in aria, ma davvero sono stati i russi?

Ascoltate attentamente cosa ci racconta questo signore, qualche minuti e forse vi farete un’idea diversa da quella che vi raccontano i media mainstream.

Ieri in America è stato pubblicata la stima del Pil finale nel secondo trimestre, nessuna sorpresa resta negativo per il secondo trimestre consecutivo.

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Ma la vera sorpresa sono state alcune revisioni negative nelle componenti che più contano, perché come i lettori di Icebergfinanza ben sanno, le revisioni negative sono all’ordine del giorno in una recessione e noi siamo in recessione, sia in Europa che in America.

Non importa cosa raccontano i dati ufficiali.

I mercati se ne sono accorti o reagiscono a partire da lunedi o la voragine sarà profonda!


https://icebergfinanza.finanza.com/2022/09/30/america-inghilterra-settembre-dejavu/

Liz Truss la realtà incombe e dimostra la sua inconsistenza, insipienza. Un vuoto culturale incolmabile che la trascinerà nella polvere, come è giusto che sia

Gran Bretagna nei guai per eccesso di liberismo ottuso
di Claudio Conti
27 settembre 2022

Diceva il saggio: “i reazionari sollevano una pietra per lasciarsela cascare sui piedi”.

La premier conservatrice britannica, Liz Truss, sogna di se stessa come la nuova Margaret Thatcher e quindi come primo atto del suo nuovo governo ha tagliato drasticamente le tasse per i super-ricchi.

L’intento, come dicono sempre gli ultra-liberisti che non pensano, è quello di “rilanciare la crescita economica” annientata da due anni di Covid, dalla partecipazione alla guerra e da un’inflazione oltre il 10% e in ulteriore crescita.

La teoria di riferimento, una vera ideologia senza riscontri nella realtà, assicura che con quei soldi in più nelle tasche i super-ricchi faranno un sacco di investimenti e quindi l’economia in generale ne risentirà favorevolmente.

I primi a non crederci, però, sono proprio i mercati finanziari, che pure dovrebbero essere i maggiori beneficiari di questa liquidità in più, pronta a riversarsi nelle Borse e in altri strumenti.

Ieri le borse di tutto il mondo sono infatti andate in rosso (con la rivelatrice eccezione di Milano, che ha “festeggiato” a suo modo la vittoria dei fascisti di Giorgia Meloni), spaventate dal buco di bilancio che si apre così nei conti pubblici della Gran Bretagna. Quel che la teoria neoliberista mette sotto il tappeto – la riduzione delle tasse diminuisce le entrate dello Stato – è oggi un inciampo notevole per l’attività economica complessiva.

I mercati, infatti, non sono a corto di liquidità. Dopo un decennio di quantitative easing sulle due sponde dell’Atlantico l’unica cosa abbondante sono i soldi liquidi. Il problema è che non si sa dove metterli per renderli “produttivi” di nuovi profitti.

Le azioni sono quasi tutte molto sopravvalutate, i prodotti finanziari derivati sono molto rischiosi (una nuova “bolla” dovrebbe esplodere da un momento all’altro), i titoli di stato (di qualunque Stato) sono sotto pressione proprio perché i debiti pubblici sono tutti molto alti, l’economia reale si è fermata anche perché i consumi – essendo stati da decenni congelati i salari – non tirano.

La Gran Bretagna non fa eccezione, anzi per molti versi è più esposta di altri paesi, essendo rimasta a metà strada tra l’Europa e gli Stati Uniti.

A farne le spese, in queste ore, è non a caso la sterlina, che ha perso in 24 ore oltre il 10% rispetto al dollaro, crollando da 1,12 (alla data di presentazione del “piano” di Truss e del Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng) all’1,03, il calo più rapido dal 1870.

La Banca d’Inghilterra (la banca centrale) ha lasciato trapelare l’intenzione di agire in difesa della moneta, alzando dunque i tassi di interesse. Il che ha ovviamente contribuito a risollevarne un poco il valore di scambio (a 1,07), al prezzo di gelare ancora di più le attese di una “ripresa” (se i tassi salgono l’attività rallenta).

Non proprio il massimo in un momento di recessione pressoché conclamata e soprattutto certa nei prossimi mesi.

Tutte queste reazioni negative hanno costretto il governo inglese a chiarire meglio le proprie intenzioni. Ma lo ha fatto in modo disastroso. Kwarteng ha infatti spiegato che quel taglio di tasse è “solo l’inizio”, promettendo che ce ne saranno altri nei prossimi mesi.

A quel punto il rendimento sui titoli di stato britannici (i gilt) sono saliti ad un livello “italiano” (sopra al 4%) e persino Wall Street ha alzato bandiera bianca, perdendo un altro 1% dopo una settimana di passione.

Miss Truss dimostra di essere una vera scheggia impazzita – aveva già preoccupato tutti la sua esternazione sulla disponibilità a schiacciare il “bottone nucleare” – che si muove sulla base dell’ideologia (in realtà, degli interessi di pochissimi super-ricchi).

Ma soprattutto dimostra di non capire nulla di Storia. Il “successo” della Thatcher, con mosse simili che lei ora imita, è avvenuto all’inizio del ciclo pluridecennale liberista, quando c’era da demolire “l’intervento pubblico nell’economia” e il potere contrattuale dei lavoratori.

Quelle mosse, insomma, venivano fatte su una ricchezza sociale ampia, piuttosto “distribuita” tra le varie figure sociali. La mannaia thatcheriana mirava a una quantità di “grasso” disponibile per una ben diversa ripartizione sociale.

Oggi siamo alla fine di quel ciclo. La società – le classi – sono piuttosto “magre” e la crisi in atto è il risultato obbligato di 40 anni di neoliberismo. Ma, come tutti i tossicodipendenti, Liz Truss pensa che la soluzione stia in una dose maggiore della stessa droga.

Come andrà a finire è intuibile…

‘noi gli vogliamo bene’

Cronache da fine settembre: partire per tornare
di Mauro Armanino
29 settembre 2022

Casarza Ligure, 25 settembre, 022. Come ricorda il saggio c’è un tempo per ogni cosa. Un tempo per tornare e un tempo per ripartire. Sarà pur vero che, in fondo, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si trova forse, tra gli umani, qualcuno che possa dire ecco questa è una novità? C’è invece uno spettro che si aggira per Europa e non è quello preconizzato da Karl Marx e Friedrich Engels nel loro manifesto del 1848. Non è quello del comunismo, semmai quello del ‘già visto’, come l’afferma senza sconti l’ ignoto Qoelet nel libro omonimo. Un’aria di solito che spira sui manifesti elettorali e l’interpretazione della politica nazionale e internazionale. Sull’uso e l’abuso dei migranti nel Mediterraneo nel consueto corteo funebre degli naufraghi abbandonati. Nella rassegnazione per la guerra prossima ventura che si avvicina con l’eutanasia dell’Occidente. Con la programmata liquidazione economica e sociale delle famiglie e delle piccole imprese del continente europeo.

Continua, con effimera pausa commerciale, l’igienizzazione della società con le sue diuturne paure e menzogne. Le campane elettricamente programmate senza più i campanari che perdevano l’udito col tempo, dopo aver ritmato matrimoni, funerali e feste comandate.

Le chiese con le distanze da rispettare e la spruzzata sulle mani prima di comunicare con l’assoluto nel tempo. La sconcertante’ impuntualità’ dei treni di minore importanza con i biglietti più leggeri rispetto a prima. I campionati di calcio e la trasmissione pagante delle partite che accompagnano con metodica strategia ogni giorno della settimana. Si giocava la domenica e i mercoledì per le competizioni internazionali perché gli altri giorni della settimana erano lavorativi. Adesso si finge un’aria di festa che consente di andare allo stadio anche di lunedì notte. Tanto il lavoro si è fatto funzionale all’economia dello spettacolo che le ‘morti bianche assediano nel calendario.

Si soffre, di nascosto e in silenzio, di solitudine. La solitudine ‘del cittadino globale’, come profetizzava il defunto Zygmunt Bauman si coltiva con ostinazione, smantellando legami fisici per privilegiare l’insostenibile ‘leggerezza’ delle distanziazioni sociali e le discriminazioni sanitarie. Aumentano, per converso, in quantità e qualità le cure per gli animali, specie di razza canina. Essi hanno acquistato col tempo privilegi che non pochi cittadini locali o stranieri vorrebbe poter usufruire. Cibo nutriente perchè vitaminizzato, psicologi specializzati in caso di depressioni canine, cliniche adatte e, per quelli in preda a malinconie amorose, bed and breakfast in zona panoramiche e arieggiate. Abiti canini confortevoli per tutte le stagioni dell’anno e, dulcis in fundo, cimiteri riservati con tanto di compagnie funebri specializzate. Chi giunge nel Bel Paese da un altrove dove il cibo, la scuola e la salute sono occasionali, non può non provare tristezza.

Partire allora, per chi scrive, dopo due mesi passati in Liguria, è come tornare alla straordinarietà della vita. Tornare dove nulla è scontato o garantito. Dal giorno che nasce alla sera che incombe improvvisa per mancanza di luce, razionata per un guasto alla centrale elettrica. Mangiare, bere, curarsi, provare a mandare i figli a scuola, pregare di trovare un lavoro o di avere un altro figlio e che arrivi puntuale il vento con la sabbia che portano i ricordi di altri tempi. Si torna dove la vita, tuttavia, non è ‘sotto controllo’ di algoritmi che pensano quello che è meglio per gli umani che si sbagliano quando devono votare.

Fortuna volle che, nella città di Chiavari, chiedessi ad alcuni bambini cosa vorrebbero portassi ai bambini che rincontrerò nella comunità che ho lasciato a Niamey, in Niger. Una bimba ha risposto dicendo di portare loro il messaggio che ‘ noi gli vogliamo bene’. Questa frase, assieme a tutti volti amici senza maschere, è tutto ciò che metterò nella valigia.

Gli Stati Uniti pensavano/pensano di poter continuare a vivere sfruttando i paesi di tutto il mondo. Dopo settant'anni di sfruttamento arriva velocemente il conto e questi sono completamente impreparati

Il declino economico degli Stati Uniti e l’instabilità globale
di Fabrizio Russo
20 settembre 2022


Le minacce ai pilastri su cui si reggono gli USA

Gli Stati Uniti sono emersi dalla Seconda Guerra Mondiale come la principale potenza economica e militare del mondo. Settanta anni dopo, circa, il potere americano è in declino, una diretta conseguenza di decenni di politiche economiche neoliberiste, che spendono ingenti somme di denaro pubblico per l’esercito e il raggiungimento della “parità” economico/militare con Russia e Cina. Queste politiche hanno eroso la forza economica degli USA e stanno minando il ruolo del dollaro in veste di valuta di riserva mondiale, pilastri chiave del loro potere globale. In realtà, tutti i pilastri che sostengono il potere degli Stati Uniti sono ora minacciati dai decenni di politiche economiche neoliberiste sconsiderate. Il punto nodale è il collegamento tra il continuo declino economico e sociale negli Stati Uniti/UE (collettivamente indicati come “l’Occidente”) ed una politica estera statunitense sempre più sconsiderata, oltre al ruolo svolto dalle Media Corporation nel promuovere queste politiche presso il pubblico americano/UE di fronte all’ascesa di Russia, Cina assieme ad altri paesi del sud del mondo.

Ruolo delle Media Corporation

Primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti: «Il Congresso non promulgherà alcuna legge sul rispetto di un’istituzione religiosa, o vietandone il libero esercizio; o abbreviare la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi pacificamente e di presentare una petizione al governo per una riparazione delle lamentele.’

È luogo comune, da tempo affermato, che la stampa (alias il proverbiale “quarto potere”) negli Stati Uniti è “libera” e “indipendente” ed “essenziale per il funzionamento di una società libera”, rivestendo la funzione di “cane da guardia” sulle azioni e sulle politiche del governo. Un ruolo, quindi, vitale per proteggere la “libertà” dei cittadini americani. Una volta, quando a ragione nasceva il mito degli USA paladini della libertà, era effettivamente così. Purtroppo oggi è diverso e, come spesso accade, le cose non sono sempre come sembrano.

In una recente intervista con Brian Berletic, Mark Sleboda ha commentato che “i media occidentali sono allineati ai desiderata dell’Esecutivo, sui temi di politica estera, a un livello tale che farebbe arrossire i dittatori conclamati”. Assodato che non vi siano dubbi sul fatto che i media occidentali (leggi “media corporativi”) stiano effettivamente promuovendo la politica estera degli Stati Uniti, bisogna aggiungere che non è il governo degli Stati Uniti a formulare queste politiche, ma è piuttosto l’élite al potere che le formula e sviluppa, utilizzando fondazioni finanziate da aziende e “think tank” ‘, istituzioni accademiche e politici di spicco.

Tra questi, i principali includono: il Council on Foreign Relations (CFR), Rand Corporation, Rockefeller Foundation, American Heritage Foundation, Atlantic Council, Brookings, Center for Strategic and International Studies (CSIS). Istituzioni accademiche come The Kennedy School (Harvard), Hoover Institution (Stanford), Walsh School of Foreign Service (Georgetown) e la School of Advanced International Studies (Johns Hopkins), che non solo forniscono “esperti” e funzionari governativi,

Una volta formulate, queste politiche vengono “vendute” al pubblico americano da media compiacenti e ben allineati. Come? Beh qualche particolare per dedurlo con facilità: circa il 90% dei media statunitensi è controllato da sei grandi società: Comcast, Walt Disney, AT&T, Paramount Global, Sony e Fox, con una capitalizzazione di mercato combinata di circa $ 500 miliardi. Come altre grandi società, i conglomerati dei media hanno gli stessi interessi di classe dell’élite finanziaria, cioè promuovere politiche che aumentino il potere e i profitti delle corporazioni e mantengano l’egemonia globale degli Stati Uniti. I cosiddetti media “pubblici”, come la National Public Radio (NPR) e la BBC, nel Regno Unito, funzionano in modo simile. I media, che funzionano con logiche aziendali, sono strettamente integrati con grandi interessi finanziari, fungendo da “cheerleader” per il Pentagono e la politica estera degli Stati Uniti.

Non sorprende quindi che le principali emittenti radiotelevisive, il The New York Times (NYT), il Wall St. Journal (WSJ), il Washington Post, etc. etc., siano poco più che una cassa di risonanza per l’élite dominante USA e quindi funzionino principalmente come il “ministero della propaganda”. ‘ per i molti grandi interessi finanziari. Qualsiasi giornalista, analista militare, alias ‘generale della TV’, ecc. che ‘esce dalla linea’ – ad esempio dicendo la verità sulla debacle militare che sta affrontando l’Ucraina, in mezzo a pochi e ben orchestrati successi – sarà severamente rimproverato o si ritroverà senza lavoro. Qualche esempio:

1) La CBS ha recentemente pubblicato un documentario in cui afferma che solo il 30% degli “aiuti militari” inviati in Ucraina è effettivamente arrivato. Il video è stato rimosso in seguito alle denunce del governo ucraino.

2) David Sanger (laureato ad Harvard) è il principale corrispondente da Washington per il NYT e anche un membro del Council on Foreign Relations (CFR), i cui membri includono dirigenti aziendali, banchieri e altri rappresentanti dell’élite dominante.

3) David Ignatius (laureato ad Harvard) è un editorialista di affari esteri per il WaPo e ha stretti legami con la comunità dell’intelligence, la CIA e il Pentagono.

Sanger e Ignatius servono come esperti per il predominio globale degli Stati Uniti, promuovendo l’uso della forza militare per sostenere gli interessi americani.

Quando non segui la linea aziendale…………

4) Gary Webb era un giornalista che lavorava per il San Jose Mercury News. Nel 1996, Webb ha pubblicato una serie di articoli, “Dark Alliance”, descrivendo come i ribelli dei Contra nicaraguensi, lavorando a stretto contatto con la CIA, hanno fornito crack alla comunità nera di Los Angeles e hanno utilizzato i proventi di queste vendite per acquistare armi e rovesciare il governo del Fronte di Liberazione Nazionale Sandinista di Daniel Ortega. Dopo la pubblicazione della serie Dark Alliance, le Media Corporation sono diventate “isteriche”, denunciando Webb e rovinando di fatto la sua carriera; si è suicidato nel 2004.

5) Julian Assange – Nel 2010, Wikileaks, fondata da Julian Assange, ha pubblicato una serie di indiscrezioni ottenute da Chelsea Manning, analista dell’intelligence dell’esercito americano, che documentano i crimini di guerra statunitensi in Iraq e Afghanistan. Dopo la pubblicazione di queste fughe di notizie, il governo americano ha avviato un’indagine penale su WikiLeaks. Nel 2010, la Svezia ha emesso un mandato d’arresto per Assange per accuse di cattiva condotta sessuale. Per evitare l’estradizione, Assange ha cercato rifugio presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra. Nel 2019, Assange è stato arrestato dalla polizia britannica presso l’ambasciata ecuadoriana e trasferito a Belmarsh, una prigione maschile di categoria A in Londra. Fino a quel momento, Julian Assange non era stato formalmente accusato.

Gli Stati Uniti sono stati quasi continuamente coinvolti in conflitti militari palesi e nascosti dal 1940 e, di conseguenza, la guerra e la violenza associata sono state normalizzate e istituzionalizzate dai media “corporativi”, al punto che queste politiche sono prontamente accettate da un pubblico americano relativamente docile e ignorante. Quando i governi stranieri ritenuti ostili agli interessi corporativi statunitensi limitano la “libertà” di stampa, vengono immediatamente etichettati come regimi repressivi/terroristici e potenziali candidati per un attacco diretto e un cambio di “regime” dal Dipartimento di Stato USA. Parafrasando un detto statunitense: Apparentemente, ciò che è “buono per l’oca” è “non buono per l’uomo”. Come sottolineato in precedenza, qualsiasi giornalista che minacci l’impero americano rischia di perdere il lavoro, o peggio rischia la reclusione e/o la morte.

Declino accelerato del capitalismo americano in fase avanzata

Molteplici fattori hanno contribuito al declino del potere economico americano. Questi includono le politiche economiche, la spesa astronomica di denaro dei contribuenti per l’esercito e la guerra, l’instabilità sociale e l’ascesa dell’asse Cina-Russia-Iran.

Politiche economiche

Dalla metà degli anni ’70, i responsabili politici statunitensi hanno perseguito politiche economiche neoliberiste: deregolamentazione finanziaria, austerità, tagli alle tasse per i ricchi, attacchi al lavoro e delocalizzazione del lavoro, che hanno portato alla massiccia crescita del settore FIRE dell’economia composto da finanza, assicurazioni e immobili. Queste politiche hanno accelerato la crisi finanziaria globale (GFC) 2007-2008, il più grande shock finanziario dalla Grande Depressione.

Invece che risolvere i gravi problemi strutturali che deve affrontare il capitalismo americano che ha creato questa crisi, la FED ha utilizzato il Tesoro come un “salvadanaio” di fatto, supportato dai contribuenti, per sostenere i mercati azionari, le obbligazioni, i prezzi reali eccessivi di banche ed immobili e [ancora] molti titoli Corporate “insolventi”. In prospettiva, dal 2009 la FED ha iniettato oltre $ 40 trilioni nei mercati finanziari, aumentando così la ricchezza dell’élite finanziaria, il proverbiale ‘1%’. Non sorprende che negli ultimi 5 anni i disavanzi del governo statunitense siano aumentati di circa 2 trilioni di dollari all’anno, superando attualmente i 30 trilioni di dollari. Questa cifra non include il debito degli enti locali, delle imprese o dei consumatori. Ciò spinge a porsi l’ovvia domanda: per quanto tempo la FED può continuare questo comportamento “orgiastico”, stampando denaro e accrescendo il debito?

Spesa militare e guerra

Fin dall’inizio, gli Stati Uniti sono stati costruiti su furti e violenze, giustificati dalla religione “cristiana” e dalla “supremazia dell’uomo bianco”. Il primo insediamento britannico permanente in Nord America fu fondato a Jamestown, in Virginia, nel 1607. Un decennio dopo, gli schiavi africani furono introdotti dai commercianti di schiavi olandesi. Nel corso dei successivi 250 anni, il governo degli Stati Uniti avrebbe continuato a rubare terre ed a trasferire/uccidere circa il 90% della popolazione indigena. A metà del 19° secolo, gli Stati Uniti erano la principale economia mondiale, in gran parte costruita sul cotone prodotto dagli schiavi neri. Avanti veloce di 150 anni ed osserviamo che, gli Stati Uniti, sono stati quasi continuamente in guerra dal 1940. Il 9/11 è stato una manna dal cielo per i militari: i contribuenti statunitensi hanno speso circa 21 trilioni di dollari (7,2 trilioni di dollari destinati agli appaltatori militari) per la militarizzazione post-9/11. Lo stanziamento militare per il 2023 supera i 760 miliardi di dollari. Nonostante questa generosità dei contribuenti, il Pentagono non ha “vinto” una guerra dal 1945, è stato costretto a lasciare l’Afghanistan dopo aver speso 2 trilioni di dollari e deve affrontare le incombenti debacle strategiche in Iraq, Siria, Libia, Yemen e (probabilmente) Ucraina. Questo ha mostrato vividamente, al resto del mondo, i limiti della potenza militare americana. Sfortunatamente, dopo aver speso così tanto capitale finanziario e umano, il Pentagono sembra incapace di districarsi da questi conflitti poiché farlo sarebbe un’ammissione di fallimento e, per estensione, debolezza militare. Ciò è chiaramente sotteso alla decisione di Joe Biden di rimuovere le truppe statunitensi dall’Afghanistan nel 2021 e dalla “reprimenda” che ha ricevuto dalle media corporations e dal “popolo” del Congresso.

Caos politico e instabilità sociale

Sentiamo spesso dire che la società statunitense è progredita al punto che il paese sembra essere sempre più ingovernabile. In effetti, la società americana è afflitta dalla disuguaglianza economica, da razzismo e da violenza onnipresente. La classe operaia americana ha assistito al crollo del proprio tenore di vita, risultato di decenni di politiche economiche neoliberiste, tra cui l’esternalizzazione del lavoro, austerità, crescita stagnante del reddito e, dopo la pandemia di Covid 19, inflazione elevata, riflessa dall’aumento dei costi di affitto, trasporti, energia, generi alimentari, cure mediche ed altri generi di prima necessità. Per mettere tutto ciò in prospettiva, il 60% degli americani non ha $ 500 di risparmi e quindi una costosa riparazione auto, un’emergenza medica o la perdita di lavoro corrispondono, praticamente, alla rovina finanziaria. Contemporaneamente, la ricchezza dei miliardari americani è aumentata di circa 1 trilione di dollari durante la pandemia di Covid19.

Rafforzamento della contrapposizione BRICS/SCO vs. USA/NATO

Dall’altro lato, stiamo assistendo al continuo aumento del potere globale e dell’influenza di Russia, Cina e nazioni alleate, su più fronti, compreso quello organizzativo, economico e militare. I BRICS e la Shanghai Cooperation Organization (SCO) si stanno espandendo. I membri originari dei BRICS includevano Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Iran e Argentina hanno recentemente presentato domanda di ammissione, mentre il Regno dell’Arabia Saudita (KSA), la Turchia e l’Egitto stanno preparando la domanda d’ingresso per il prossimo anno. SCO è la più grande istituzione economica regionale del mondo: copre il 60% dell’Eurasia con una popolazione che supera i 3,2 miliardi e un PIL combinato degli stati membri pari a circa il 25% del totale globale. Il commercio tra BRICS e gli stati membri della SCO viene inoltre effettuato utilizzando sempre di più valute locali.

Il sistema di pagamento “Mir” gestito dal Russian National Card Payment System è un concorrente diretto di Visa e Mastercard ed ora accettato in tutta la Federazione Russa e in 13 paesi tra cui India, Turchia e Corea del Sud e sarà presto utilizzato in Iran. Le nazioni BRICS stanno sviluppando una valuta globale per il commercio internazionale che competerà direttamente con il dollaro. La Russia sta sviluppando una nuova piattaforma commerciale internazionale per i metalli preziosi: il Moscow World Standard (MWS). Il ministero delle finanze russo ritiene che questa nuova struttura internazionale indipendente “normalizzerà il funzionamento dell’industria dei metalli preziosi” e fungerà da alternativa alla London Bullion Market Association (LBMA; https://www.lbma.org.uk), che da anni è accusato di manipolare, sistematicamente, il prezzo di mercato dei metalli preziosi per deprimerne i corsi. Nel complesso, queste politiche sono state progettate per ridurre significativamente la dipendenza delle economie in Russia, Cina, India ed altri paesi del Sud del mondo dagli Stati Uniti/UE ed eliminare la dipendenza dal dollaro USA e dal Sistema della Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications (SWIFT) nei pagamenti collegati al commercio internazionale. Senza dubbio ciò viene realizzato in stretta sintonia con la Belt and Road Initiative (BRI) cinese, il cui obiettivo è collegare l’Asia con l’Africa e l’Europa tramite reti terrestri e marittime al fine di migliorare l’integrazione regionale, aumentare il commercio e stimolare la crescita economica. Questo processo ha ricevuto un’accelerazione con l’emanazione delle sanzioni USA/EU nei confronti di Russia, Iran e Cina (per motivi diversi).

Nell’ultimo decennio, la potenza militare di Russia, Cina e Iran si è notevolmente rafforzata. L’esercito russo è un leader mondiale nei sistemi di difesa aerea e nelle armi ipersoniche, che sono “impermeabili” a qualsiasi sistema di difesa aerea attualmente dispiegato da USA/NATO. Negli ultimi 25 anni, la Cina ha modernizzato le sue forze armate, concentrandosi sulla Marina di liberazione popolare e sull’aeronautica militare. La Cina ha sviluppato un robusto arsenale missilistico che include missili balistici intercontinentali (ICBM). Il Pentagono ora considera la Cina una “forza militare formidabile” e una “grande sfida” per la Marina degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale. La Repubblica islamica dell’Iran ha anche sviluppato una formidabile capacità militare difensiva, che pone l’Iran tra i principali “intermediari di potere” nella regione. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha concluso: “L’Iran possiede il più grande e diversificato arsenale missilistico del Medio Oriente, con migliaia di missili balistici e da crociera, alcuni in grado di colpire anche Israele e l’Europa sudorientale”. L’Iran ha ripetutamente avvertito gli USA/NATO che può prendere di mira le basi militari statunitensi nella regione, inclusa la base di Al Udeid in Qatar, la più grande base statunitense in Medio Oriente. Stiamo assistendo, quindi, a una maggiore assertività dall’asse Russia-Cina-Iran in Siria, Ucraina e Pacifico occidentale. Tendenza chiaramente confermata dal discorso del presidente russo Vladimir Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo a giugno, quando il medesimo ha dichiarato la fine dell’ “era del mondo unipolare”. Il Pentagono viene sfidato sempre più spesso dall’asse Russia-Cina-Iran in Europa orientale, Medio Oriente e Pacifico occidentale.

Ucraina: un’altra debacle di USA/NATO

Per un’informazione storica di base riguardo l’Ucraina e le sue relazioni con la Russia, ricordiamo che è il secondo paese più grande d’Europa dopo la Russia e occupa una posizione strategica nell’Europa orientale, condividendo un confine di circa 2300 km (1227 mi) con la Russia. Nel 2021, l’Ucraina aveva il secondo esercito più grande (circa 200.000 militari), dopo le forze armate russe, in Europa e ha il non invidiabile primato di essere uno dei paesi più corrotti al mondo. Storicamente, la popolazione prevalentemente di lingua russa nella regione del Donbas, nell’Ucraina orientale, ha sempre mantenuto stretti legami con la Russia.

Nel febbraio 2014 ha avuto luogo il colpo di stato di Maidan, supportato e “sollecitato” dagli Stati Uniti, che ha sostituito il presidente eletto democraticamente Victor Yanukovich con un politico/economista/avvocato di estrema destra fobico per la Russia, Arseniy Yatsenyuk. Non sorprende quindi che il governo ucraino sia stato presto dominato da un’alleanza di organizzazioni fasciste/di estrema destra tra cui il Settore Destro e Svoboda e partiti oligarchici, come la Patria. Questo era prevedibile, visto che questi gruppi erano le fazioni più violentemente anti-russe in Ucraina e sono ancora molto attivi nel governo e nell’esercito. Subito dopo il colpo di stato, le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk dichiararono la loro indipendenza, dando inizio alla guerra nel Donbas. Negli 8 anni successivi, gli USA/NATO avrebbero addestrato circa 100.000 soldati ucraini e incanalato miliardi di dollari in aiuti militari, che sono stati utilizzati per equipaggiare l’esercito ucraino e fortificare le posizioni adiacenti alle Repubbliche di Donetsk e Luhansk. Questo incremento di forze terrestri è stato accompagnato da un aumento dei bombardamenti delle aree residenziali nella regione del Donbas da parte dell’esercito ucraino, creando le premesse per una potenziale invasione di questa regione. In risposta all’escalation degli attacchi delle forze ucraine, la Russia ha riconosciuto le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk come stati sovrani il 21 febbraio 2022, appena prima dell’invasione russa del 24 febbraio 2022, descrivendo questa campagna come un’operazione militare speciale (SMO).

Affrontando un esercito ucraino ben addestrato, ben equipaggiato e trincerato, le forze russe sono riuscite a prendere il controllo di circa il 20% (~47.000 miglia quadrate) dell’Ucraina meridionale e stanno rimuovendo gradualmente le forze ucraine da questa regione. Questo territorio contiene terreni agricoli di prim’ordine e ricchi di risorse. Sembra che la Russia abbia pianificato l’annessione del territorio litoraneo che si estende dalla regione di Donetsk/Luhansk a Odessa. Una volta che ciò dovesse accadere, qualsiasi futuro stato ucraino non avrà più uno sbocco sul mare e non accederà direttamente al Mar Nero, oltre a perdere anche territori economicamente assai preziosi. L’analista militare Andrei Martyanov ha affermato che ‘l’Occidente combinato non ha i mezzi materiali e tecnologici per combattere la Russia nell’Europa orientale senza perdere in modo catastrofico. Le armi occidentali si sono rivelate, in larga parte, nient’altro che articoli commerciali non progettati per combattere la guerra moderna, inoltre nessuna economia occidentale, compresi gli Stati Uniti, ha comunque la capacità di produrle oggi nelle quantità necessarie.’

L’Occidente nel suo insieme ha risposto all’invasione russa bloccando l’apertura del gasdotto Nord Stream 2, che doveva fornire gas naturale russo direttamente alla Germania, ha imposto sanzioni alle esportazioni di energia russe e ha disconnesso le banche russe dal sistema SWIFT. Con “sbigottimento” di USA/NATO (“ma dove vivono? Su Marte?”), queste azioni hanno portato a forti aumenti dei costi energetici dell’UE, rafforzando allo stesso tempo – almeno sul breve termine – l’economia russa. Il “The New York Times” (NYT) ha però pubblicato di recente un editoriale lamentando il fatto che, nonostante le sanzioni occidentali, la Russia sta facendo più soldi che mai con le esportazioni di energia in Cina, India e altri paesi.

Nonostante la continua condanna, da parte di USA e della UE, della SMO russa in Ucraina, molte nazioni non hanno criticato la guerra: solo 1/3 dei membri delle Nazioni Unite ha sostenuto una nuova risoluzione anti-russa votata in agosto. Pertanto, il calo del sostegno internazionale all’Ucraina, insieme al successo della SMO russo, indica che il paese, verosimilmente, in futuro non avrà i suoi confini attuali (ante-conflitto).

Osservazioni conclusive

Il declino del capitalismo americano è in fase avanzata ed è in corso dalla metà degli anni ’70, ma è stato accelerato dalla GFC, dalla pandemia di Covid-19, dai cambiamenti climatici e dalla SMO russo in Ucraina. Non sorprende che l’élite al potere e i suoi rappresentanti a Washington abbiano risposto spostando i costi di questo declino sul pubblico, che ha visto il loro tenore di vita precipitare – con l’aumento, anche, dei senzatetto – ha imposto una legislazione di stampo reazionario come la criminalizzazione della gravidanza da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha aumentato la violenza di stato contro i lavoratori e le persone di colore, mentre si impegnava in una politica estera astronomicamente costosa e sconsiderata. Pare che l’élite dominante veda l’asse Russia-Cina-Iran come un intollerabile ostacolo al mantenimento del potere globale USA, riflesso nella guerra in corso in Ucraina, che è di fatto una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia.

Ovviamente, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’energia russa hanno fatto salire i prezzi globali dell’energia: i prezzi del gas naturale nell’UE sono 14 volte superiori alla media degli ultimi 10 anni. Di conseguenza, il Regno Unito e l’UE rischiano di non disporre di quantità sufficienti di gas naturale per l’inverno, mentre l’industria dell’UE non sarà in grado di competere con i suoi rivali in Asia, ai quali viene fornita energia russa a condizioni assai più economiche.

La continua presenza delle truppe statunitensi in Iraq e in Siria è un tentativo disperato di mantenere il controllo sulle riserve energetiche del Medio Oriente. L’incoscienza di questa occupazione si manifesta con i continui attacchi israeliani alle forze siriane e alleate iraniane (attacchi sostenuti da Israele e USA), aumentando le possibilità di una guerra con l’Iran, che può rapidamente intensificarsi, incendiando potenzialmente l’intera regione del Golfo Persico. Sembra, infine, che gli Stati Uniti stiano abbandonando la politica “Una Cina” che ha guidato le relazioni tra i due paesi per quasi cinque decenni e si stiano preparando a riconoscere Taiwan come uno stato “indipendente”, una linea rossa invalicabile per la Repubblica popolare cinese. Senza dubbio, questa è stata una delle motivazioni dell’invio della Presidente della Camera Nancy Pelosi, una persona con un patrimonio netto superiore a $ 100 milioni dalla “liberale” San Francisco, in visita Taiwan. Il Pentagono incoraggia inoltre attivamente il Giappone, ad armarsi per un eventuale opposizione all’espansione cinese nell’area. Questo pone la domanda ovvia: il Giappone ha imparato qualcosa dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale? Come ha sottolineato Glen Ford, gli egemoni non hanno “alleati”, hanno solo subordinati.

Il declino del capitalismo americano in fase avanzata è progredito al punto che la sopravvivenza stessa dell’impero americano è ora subordinata alla stampa infinita di denaro per sostenere i mercati finanziari e l’esercito. Questo filo a cui sono appesi sta però diventando sempre più tenue, poiché l’ “orgiastica” tornata di stampa di denaro e debito ha creato bolle gigantesche in ogni classe di attività – “tutto in bolla”, si potrebbe dire – alimentando l’inflazione e minacciando di far deragliare il ruolo di valuta di riserva mondiale del dollaro e la vitalità del capitalismo occidentale.

Considerando lo stato di debolezza delle economie USA/EU, quali incentivi economici hanno gli USA per incoraggiare i paesi dell’Indo-Pacifico a ridurre il commercio con la Cina? Ovviamente, questo è un argomento nato morto! L’oligarchia al potere è ben consapevole del declino economico degli Stati Uniti e, disperata, sta tentando di affrontare direttamente l’asse Russia-Cina-Iran, che ha raggiunto la parità economica e militare (superiorità?) con USA/NATO. Si profilano tempi pericolosi davanti a noi e serve un elevato grado di consapevolezza per affrontarli correttamente e proficuamente.

L'agenda politica è nelle salde mani di Mosca e gli anglosionististatunitensi corrono, con il fiatone, dietro alle loro iniziative. Gli atti di terrorismo sono segni di debolezza nei confronti di un gigante politico a cui non riescono a tenergli testa. La guerra è igiene del mondo. La flessibilità e la capacità di muoversi e adattarsi della Russia è tangibile mentre gli Stati Uniti sanno solo balbettare come un disco rotto

Ucraina, la svolta di Putin
di Michele Paris
21 settembre 2022

Il discorso di Putin di mercoledì mattina alla Russia ha segnato molto probabilmente quel punto di svolta nella crisi ucraina che si attendeva dopo il drammatico aumento degli aiuti militari occidentali al regime di Kiev, con conseguente impennata delle vittime civili nel Donbass, e la “controffensiva” delle forze ucraine nella regione di Kharkov. La serie di iniziative annunciate dal Cremlino possono essere lette e spiegate in vari modi, ma prospettano quasi certamente una pericolosa escalation della “guerra per procura” già in atto con i paesi della NATO.

Un primo aspetto da considerare sono le possibili tensioni nella leadership politica e militare russa dopo le polemiche e le recriminazioni seguite alla ritirata forzata di un paio di settimane fa. Le voci a Mosca e nel resto della federazione che chiedevano una più massiccia mobilitazione militare e la trasformazione della cosiddetta “operazione speciale” in una guerra a tutti gli effetti si erano fatte sentire anche negli ambienti più vicini a Putin, come dimostra ad esempio l’appello pubblico del leader ceceno Ramzan Kadyrov dopo i fatti di Kharkov.

Putin e il suo entourage sono stati finora molto cauti nella gestione delle operazioni militari, assicurandosi di mantenere un livello di consenso decisamente alto tra la popolazione russa grazie in primo luogo all’impegno limitato di forze in Ucraina e al numero relativamente basso di vittime causate dai combattimenti. Per il resto, il gioco del Cremlino lo avevano fatto l’Europa e gli Stati Uniti con l’imposizione di sanzioni che hanno colpito quasi esclusivamente gli stessi paesi occidentali, nonché fatto schizzare i profitti russi derivanti dall’export di gas e petrolio.

Per questo motivo, la decisione presa ufficialmente mercoledì di mobilitare parzialmente i riservisti deve essere stata studiata con estrema attenzione e, anche se arrivata dopo un paio di giorni segnati da eventi fondamentali accaduti in rapida successione, probabilmente a seguito di lunghe discussioni all’interno della leadership russa. Un segnale del nervosismo che può avere pervaso il Cremlino alla vigilia della decisione è forse l’insolito rinvio del discorso alla nazione di Putin, inizialmente fissato per martedì sera e alla fine andato in onda la mattina successiva.

Il ritardo, secondo alcuni osservatori, potrebbe tuttavia essere dovuto anche al tentativo in extremis da parte di qualche leader occidentale di raggiungere un punto di intesa con Putin per intavolare una qualche trattativa ed evitare lo scontro aperto. A conferma di quest’ultima ipotesi non ci sono ovviamente elementi. L’unica notizia circolata a questo proposito, ma di qualche giorno fa, riguardava una richiesta di colloquio telefonico con Putin del presidente francese Macron che era stata però respinta.

Di certo, i piani russi hanno provocato una certa sorpresa tra i capi di governo europei, l’amministrazione Biden e i vertici NATO, precipitatisi pateticamente a condannare i provvedimenti che avevano preceduto l’intervento televisivo di Putin, ovvero l’annuncio degli imminenti referendum per l’annessione alla Russia in quattro “oblast” ucraini a maggioranza russofona. Al di là della prevedibile propaganda e delle ovvie denunce di elezioni “farsa” o della violazione della “integrità territoriale” ucraina, sembra esserci appunto un elemento di sconcerto tra i leader occidentali di fronte all’accelerazione imposta da Mosca.

Stando almeno ai toni trionfalistici che avevano seguito l’avanzata ucraina nella regione di Kharkov, Washington e Bruxelles si attendevano un arretramento generale della Russia, secondo la consolidata e fallimentare tesi della capacità occidentale di convincere Mosca a rinunciare al perseguimento dei propri interessi vitali dietro pressioni economiche, politiche e militari. Putin ha al contrario rilanciato, tutto sommato ribadendo gli identici avvertimenti dei mesi scorsi a non oltrepassare certi limiti che fanno percepire alla Russia una minaccia alla propria sicurezza. Il presidente russo, sempre nel suo discorso di mercoledì, ha infatti chiarito esplicitamente che quello deciso da Mosca “non è un bluff” e che Stati Uniti e soprattutto Europa e Ucraina finiranno per pagare molto caramente ulteriori provocazioni.

L’intensificazione della guerra condotta fondamentalmente dalla NATO ha spinto dunque la Russia a cambiare i termini del conflitto. Ciò è avvenuto con il via libera ai referendum che già nei prossimi giorni determineranno con ogni probabilità l’annessione delle regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia alla Federazione Russa. Com’è evidente, da quel momento un attacco contro uno di questi territori equivarrà a un attacco contro la Russia, con le conseguenti implicazioni in termini di risposta militare, inclusa l’opzione nucleare. Nel mirino di Mosca ci saranno poi le infrastrutture strategiche ucraine, con la possibilità di colpire i centri di comando dove sembra essere presente un numero imprecisato di ufficiali NATO.

Qualunque sia il giudizio sulle operazioni militari russe, sulla questione del Donbass o sull’Ucraina, sono i governi occidentali che hanno oggettivamente la responsabilità principale del precipitare della situazione. Mentre i media ufficiali e i politici in Europa e negli Stati Uniti continuano a diffondere la favola dell’invasione “non provocata” da parte di Mosca, la risposta militare di Putin e l’annunciata escalation di queste ore sono l’inevitabile riflesso di politiche espansioniste promosse da Washington e Bruxelles almeno a partire dal colpo di stato neonazista in Ucraina del 2014.

Il tentativo di genocidio perpetrato in otto anni di massacri, che hanno causato 14 mila morti tra i civili del Donbass, si aggiungono alla mancata implementazione dei termini degli accordi di Minsk per risolvere pacificamente la crisi e al rifiuto da parte della NATO di considerare le legittime richieste russe per ridisegnare l’architettura della sicurezza in Europa. Durante il conflitto esploso definitivamente lo scorso febbraio, il progressivo aumento dell’assistenza militare all’Ucraina è stato un ulteriore segnale della volontà europea e americana di continuare sulla strada dello scontro. Allo stesso modo, i promettenti colloqui di pace nel mese di marzo a Istanbul erano stati boicottati dopo l’intervento dell’allora premier britannico Boris Johnson.

Il messaggio era stato chiarissimo per il Cremlino: l’intera NATO intendeva fare la guerra alla Russia a costo di sacrificare la popolazione e i militari ucraini. Più recentemente, i ripetuti bombardamenti con armi occidentali contro obiettivi civili nel Donbass, in particolare nella città di Donetsk, hanno reso la situazione insostenibile per le auto-proclamate repubbliche filo-russe, accelerando l’organizzazione di referendum per il ricongiungimento alla Federazione Russa.

La mobilitazione decisa dal Cremlino è comunque per il momento solo parziale e non prevede coscrizione, anche se il provvedimento ha già provocato alcune manifestazioni di protesta in Russia. I riservisti che saranno richiamati e, dopo apposito addestramento, inviati in Ucraina rappresentano tuttavia una forza molto consistente, che si aggiungerà all’incremento della produzione di armamenti in vista di un’intensificazione della campagna di bombardamenti sull’Ucraina. Secondo gli esperti, le nuove forze di Mosca potrebbero essere pronte per una possibile offensiva, forse con l’obiettivo di Odessa, nel pieno dell’inverno se non prima, anticipando quindi la teorica riorganizzazione delle forze ucraine in previsione di una nuova dispendiosa “controffensiva” sulla scia di quella recente nel “oblast” di Kharkov.

A proposito delle decisioni russe, è interessante citare le dichiarazioni rilasciate da Erdogan a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in corso a New York. Il presidente turco, nel riproporsi come mediatore tra Mosca e Kiev, ha rivelato come Putin gli avesse confessato nel recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Samarcanda di desiderare la fine della guerra in tempi brevi. È possibile leggere qui tra le righe un messaggio all’Occidente, ma un messaggio di natura duplice che contiene cioè la disponibilità a sedersi al tavolo del negoziati ma anche, se necessario, a chiudere la questione Ucraina con una vittoria sul campo attraverso il dispiegamento massiccio delle proprie forze armate.

Il cambio di passo di Putin è avvenuto probabilmente non a caso subito dopo l’importante evento nella città dell’Uzbekistan, dove il presidente russo ha avuto colloqui incentrati sulla questione ucraina soprattutto con il suo omologo cinese, Xi Jinping. Le notizie trapelate sul faccia a faccia hanno lasciato intendere che Pechino garantirà il pieno appoggio a Mosca sulle operazioni militari in corso, così come sulla risposta a eventuali nuove future sanzioni che l’Occidente adotterà in conseguenza dei referendum e della probabile annessione di parte del territorio ucraino.

Se così fosse, la guerra in Ucraina confermerebbe di avere una portata molto più ampia dei confini della ex repubblica sovietica, essendo in gioco gli stessi futuri equilibri globali con lo scontro tra le velleità di dominio di una potenza declinante come gli Stati Uniti e l’emergere delle dinamiche multipolari che poggiano sulla partnership russo-cinese. Da parte della NATO, in ogni caso, ci sono poche possibilità di invertire le sorti del conflitto ucraino dal punto di vista militare, tanto più se Mosca deciderà di alzare il livello dello sforzo bellico.

La minaccia più grave che incombe resta quella dello spettro di una conflagrazione nucleare, tutt’altro che da escludere se, come appare quasi scontato, la risposta occidentale alle decisioni appena prese dalla Russia non sarà improntata a razionalità e prudenza ma, sulla scia di quanto accaduto finora, verranno sfruttate per intensificare le provocazioni e l’impegno a sostegno di Kiev. Ancora meno ci sarà da aspettarsi in Occidente una qualche riflessione sulle aspirazioni della popolazione russofona nelle regioni interessate dai referendum, unica arma, assieme alla protezione militare di Mosca, per sottrarsi definitivamente alle violenze, alle persecuzioni e alle conseguenze della deriva ultra-autoritaria del regime di Zelensky.

L'aver lavorato fianco a fianco per un obiettivo, l'aver imparato a fidarsi reciprocamente, l'aver costruito lealtà, l'aver maturato capacità nuove di azione collettiva sono in sé un patrimonio prezioso, qualcosa che da solo vale ogni fatica. In un mondo che ha coltivato la disgregazione, la parcellizzazione individualistica, il disinteresse e l'apatia, noi abbiamo remato contro la liquefazione entropica e costruito qualcosa di solido. NOTA di margine. Non ci farebbero MAI votare se non dominassero quasi completamente la manipolazione elettorale. Fermarsi al voto è da stupidi

Tirando le somme
di Andrea Zhok
26 settembre 2022

1) La prossima legislatura sarà priva di opposizione. Avremo solo l'usuale gioco delle parti tra CDX e CSX. Sembra che il CDX abbia la maggioranza assoluta e quindi la prospettiva di un governissimo non sarà immediata, ma alla prima "emergenza", nel nome del bene del paese, saranno di nuovo a spartirsi le brioches alla buvette di Montecitorio. Scopriremo dolorosamente - di nuovo - cosa vuol dire non avere voce.

2) Le "forze antisistema" unite sarebbero state presenti in parlamento, separate sono tutte fuori. E' un peccato, ma anche qui è bene non farsi illusioni: l'impossibilità di unirsi era dovuta innanzitutto ad un'oggettiva mancanza di organizzazione strutturata pregressa e di omogeneizzazione progettuale, cose che non si inventano da un giorno all'altro. Se non ci fosse di mezzo il dettaglio che siamo nel mezzo della più grande crisi dal 1945 senza alcuna voce parlamentare, sarebbe semplicemente giusto e opportuno ammettere che un progetto politico radicale deve strutturarsi e radicarsi nel medio periodo.

Diciamo che il medio termine è la dimensione sana in cui simili progetti possono fiorire, e che l'unico problema era che in un mondo che si sta scapicollando verso l'abisso il medio termine è un lusso.

3) Alla fin fine l'astensionismo ha avuto il suo più spettacolare trionfo nella storia della Repubblica. Ora avremo davanti 5 anni per apprezzare i mirabili frutti che i suoi geniali promotori ci hanno promesso.

4) Relativamente a Italia Sovrana e Popolare, il risultato è al di sotto delle speranze, ma è conforme ad aspettative razionali. Un progetto maturato in forma organizzata due mesi fa e collocato in direzione ostinata e contraria al flusso maggioritario di tutti i poteri che contano poteva facilmente finire semplicemente disintegrato.

Il dato rilevante invece è che ieri non esistevamo (ricordiamo che non siamo mai stati contemplati in nessun sondaggio), oggi esistiamo.

Qualcuno potrebbe pensare che il mancato obiettivo equivalga ad un nulla di fatto. In verità l'aver lavorato fianco a fianco per un obiettivo, l'aver imparato a fidarsi reciprocamente, l'aver costruito lealtà, l'aver maturato capacità nuove di azione collettiva sono in sé un patrimonio prezioso, qualcosa che da solo vale ogni fatica. In un mondo che ha coltivato la disgregazione, la parcellizzazione individualistica, il disinteresse e l'apatia, noi abbiamo remato contro la liquefazione entropica e costruito qualcosa di solido.

Non sarò mai abbastanza grato a tutti i compagni di strada per aver contribuito a tutto questo.

E per quel che mi riguarda, da qui si parte.

La Russia pur essendo solo l’undicesima economia al mondo, ha grande rilevanza in: gas, petrolio, armi, energia nucleare civile ed alcuni alimenti tra cui grano. Quindi ha facoltà di contro-sanzionare turbando in profondo mercati strategici dai quali essi stessi dipendono

Due è facile, tre è complessità
[All’inizio non sembra, ma è un post di geopolitica]
di Pierluigi Fagan
23 settembre 2022

Questo il titolo di un libro scritto ormai qualche anno fa da un fisico inglese. Il concetto proviene da un problema matematico-astrofisico, detto “problema dei tre corpi” analizzato dal grande matematico francese Henry Poincaré. Analizzando il corpo delle equazioni, si arriva alla Teoria del caos ed altri sviluppi la cui gran parte entra nella cultura della complessità.

Da un po’ di tempo seguo delle lezioni on line di fisica sul problema della gravità quantistica. Naturalmente non capisco granché di quello che dicono. Vi domanderete: allora perché butti via così il tuo tempo? Perché seguo abbastanza per capire come ragionano, che forma ha il ragionamento. Il ragionamento è il funzionamento di quella che qui chiamiamo immagine di mondo. L’immagine di mondo è una proprietà sistemica della mente umana. Naturalmente essa ha varietà in base al sesso, l’età, l’etnia, il cumulo di esperienze, la formazione e il campo specifico in cui opera il portatore. Tuttavia, è sempre possibile individuare dei gradi di generalità. Ad esempio, seguire i modi di ragionare in questo campo della fisica, trovandone corrispondenza in generale nel pensiero scientifico, ma anche nel pensiero non scientifico. Al livello più generale, sono sempre, tutte, “menti umane”.

Nel pensiero generale, specie quello occidentale, si privilegia il discorso sull’Uno. A volte e recalcitrando, si affronta il problema del Due che è poi la relazione tra due Uno. Ma a Tre scoppia il casino. Il “casino” qui è la nostra pretesa di perfetta calcolabilità delle cose, una sorta di sindrome da controllo. La sindrome è una nostra minorità, le cose là fuori, ma anche dentro di noi, sono collegate tra loro in matasse 4D, per cercar di domare il casino lo semplifichiamo. La semplificazione è la nostra procedura di riduzione della complessità intrinseca affinché il tanto degli oggetti e fenomeni osservati, possa entrare nelle nostre limitate facoltà. La procedura non ha alternative, la mente umana è quello che è, quindi è legittima. È però un problema quando ci convinciamo non di far qualcosa di arbitrario per quanto necessario, ma che il mondo è proprio così come lo riduciamo per farcelo entrare nella testolina.

Passiamo allora alla geopolitica partendo da un articolo di Le Monde.

L’articolo segnala che nella dinamica sempre più conflittuale tra Ucraina con dietro allineato l’Occidente (Europa ed Anglosfera) e Russia con dietro i meno allineati ma non per questo contrari SCO-BRICS etc., una grande e sempre crescente parte del mondo, decide di chiamarsi fuori, di non allinearsi.

L’articolo cita un funzionario UN, secondo il quale, questo gruppo crescente di Paesi che pesa “metà del mondo”: 1) ritiene la guerra russo-ucraino un conflitto regionale intra-europeo quindi a loro estraneo; 2) questo gruppo di paesi ha legami diretti o indiretti con la Russia e con l’area SCO-BRICS che vengono vissuti come meno imperativi dell’Occidente; 3) questo gruppo ha memoria e percezione del fatto che l’Occidente manipoli a piacimento i principi della convivenza planetaria come più gli fa comodo. Secondo me si è dimenticato un quarto punto, forse il più importante. Questi Paesi hanno un loro elenco di problemi e priorità che nulla hanno a che vedere con lo stato di conflitto in essere e in Ucraina e, più in generale, nella fase storica di transizione o meno ad un ordine multipolare. Detto altrimenti, questo gruppo di Paesi non ha alcuna sensibilità all'interferenza ideologica nel giudizio, avendo davanti una lunga lista di problemi concreti di ben altro peso e natura.

Uno studioso francese dell’IFRI (Istituto di Relazioni Internazionali Francese), nota giustamente che la Russia pur essendo solo l’undicesima economia al mondo, ha grande rilevanza in: gas, petrolio, armi, energia nucleare civile ed alcuni alimenti tra cui grano. Quindi ha facoltà di contro-sanzionare turbando in profondo mercati strategici dai quali essi stessi dipendono.

Pare che i francesi, vecchie volpi di colonialismo anche culturale, siano particolarmente sensibili a questi smottamenti, si pensi al loro ruolo in Africa. Pare dunque che Macron, dice Le Monde, sia impegnato a sensibilizzare europei ed alleati a non perdere questa “metà del mondo” che se ne sta andando per conto suo. L’articolo non è un saggio, quindi si limita a esortare a nuovi sforzi diplomatici. Temo però non si tratti di far chiacchiere più o meno sensibili e sintoniche, ma di analizzare nel concreto obiettivi, interessi e nuova concorrenza nel soddisfarli.

Altri articoli anche sul Guardian, segnalano che tra MBS e Biden ormai è partita persa, i due divergono senza mediazione. Sintomatica altresì, la recente uscita sincronica di più articoli critici su quella che gli occidentali cominciano a chiamare “l’ambiguità indiana”, la quinta nazione al mondo per Pil ma la prima per popolazione tra qualche mese. Gli indiani, com’è ovvio, fanno gli indiani. Comprano armi ed energia dai russi salvo poi dirgli di smetterla con la guerra. Litigano a 4000 metri coi cinesi per confini delle reciproche sfere di orgoglio nazionale ma poi ci fanno assieme cose nella SCO e nei BRICS. Comprano navi dagli americani e ci fanno esercitazioni militari assieme, ma le fanno anche coi russi ed i cinesi. Incassano le profferte che piovono da più parti (ultimo Biden qualche giorno fa) di includerli nella riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di cui tanto di parla ma che nessuno è davvero in grado di promuovere a breve dato che siamo in modalità conflitto planetario e non stagione diplomatica.

Poiché credo tutto ciò sia stranoto e previsto dagli strateghi di Washington, per quanto è possibile scontino un certo grado di cecità selettiva che porta a concentrarsi sulle cose che gli danno ragione e minimizzare quelle che gli danno torto, sindrome di perdita di realismo che colpisce fatalmente ogni sistema in parabola dis-adattativa, se ne dovrebbe trarre una inferenza. A Washington, il problema mondo è diagnosticato come irrisolvibile in prospettiva, tanto vale serrare i ranghi e prepararsi al conflitto su larga scala, il più forte sopravviverà.

Cosa nota diranno alcuni, così come altrettanto noto è il fatto che questa posizione forse inevitabile per USA ed anglosfera, non sembrerebbe coincidere nel campo degli interessi e delle possibilità con quella europea. Tant’è che la più alta sensibilità geopolitica notoriamente francese, tra quelle subcontinentali, se ne preoccupa.

Sarà che Poincaré era francese, ma i transalpini sembrano preoccuparsi del problema dei tre corpi e relativa complessità tendente al caos a dimensione mondo, tanto da avere una intera testata votata a questo oggetto. Noi abbiamo il Corriere di Milano e la Repubblica di Roma. Quindi inutile parlare di queste cose qui nel Paese che pensa che il mondo è tutta quella sfocata roba intorno alle cose che davvero contano. È proprio in base a ciò che ritieni conti davvero che poi conterai o meno nel grande gioco di tutti i giochi.

Visto quindi che non siamo tra i giocatori, diamoci sotto col tifo!

[L'articolo è postato per correttezza, è in abbonamento, io ne leggo il contenuto da altra parte, se vi fidate, quello riportato è più o meno il riassunto]