L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 10 agosto 2022

e dopo VIGILE ATTESA e Tachipirina arriva Crudelia DeMon, basta solo questo per rifiutate totalmente il voto a queste destre atlantiste, euroimbecille e succube Nato

09 AUGUST 2022


I had a nightmare, per parafrare Martin Luther King. Sì, ho avuto un incubo e non un sogno: che, dopo la padella scottante di Speranza (il quale deve ancora pagare il suo superdazio per tutti i morti che ha sulla coscienza), il centrodestra neoeletto ci possa rifilare la brace di Licia Ronzulli. Leggo il suo curriculum vitae e pare che sia stata infermiera e pure manager per prodotti sanitari, oltre ad aver coordinato le professioni sanitarie all'IRCCS di Milano; ha sposato un industriale della Confindustria di Monza, dal quale è separata e non c'è puntata televisiva nella quale non sia presente per insultare pesantemente chi non si vaccina, istigando odio tra cittadini vaccinati e quelli non. Nei talk urla, interrompe, provoca, mostra una faccia cattiva come quella di Crudelia DeMon, il personaggio del cartone disneyano "La carica dei 101" re-interpretato poi da Glenn Close, in versione filmica non disegnata. Per questa gentildonna, chi non si vaccina è un "egoista", un "opportunista", un "irresponsabile" e pure un "parassita". C'è l'inoppugnabile filmato del suo attacco a Cruciani di radio 24. Sui dati dei contagi per i tridosati parte in quarta, ma viene asfaltata da Belpietro che le cita dati ben più oggettivi del British Medical Journal e il Lancet, le più prestigiose riviste mediche. Lei dall'alto delle sue scienze infermieristiche nega con sussiego, l'evidenza e fa un mucchio di brutte facce.



Poi va nel salotto di Brindisi (Zona Bianca rete 4) e minaccia di andarsene (ma non se ne va di certo) perché c'è la Donato e allora tira fuori tutto il peggio dalla sua bocca con le labbra sottili. C'è il video. La sua faccia si fa paonazza e si contrae in un'espressione grifagna. Tenta pure di fare la vittima per gli inevitabili contro-attacchi sui social, ma è un gioco che non le riesce: chi la vede e la ascolta capisce che nessuno ama essere insultato nel bel mezzo di spazi di discussione (chiamiamoli così) a lei generosamente concessi dalle emittenti Mediaset. Nessuno in una corsia ospedaliera, magari costretto a starsene a letto, vorrebbe avere a che fare con un'infermiera o una capo-sala, simile. Specie, se non vaccinato.

Nightmare N. 2. Che quel generale Figliuolo, quello del lugubre corteo delle bare di Bergamo possa venire reclutato da Salvini, riciclato magari in compiti repressivi in stile Bava Beccaris. Tra l'altro, l'idea di questo ottuso Capitone è quella di far assumere sempre più forze dell'ordine adibite alla sicurezza stradale, aumentandone gli organici. Per chi? Per i clandestini - si dirà. Macché! per chi non accetta più questo regime biosanitario, basato sulla biosicurezza e sulla biopolitica, quella che si impadronisce dei nostri corpi per schedarci, controllarci e spiarci. Salvini ci vede corto e non sa guardare lontano.


Crudelia Ronzulla DeMon, dal canto suo, si prepara al suo ruolo di "infermiera assassina", in stile "Misery non deve morire" il film horror tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King. Meglio, molto meglio per lei, se continua a fare la badante del Berlusca, che peraltro pure lui dopo averla insignita del ruolo di senatrice, si spazientisce di averla intorno. Non è una buona testimonial del suo gruppo parlamentare, Licia, l'integralista islamica del vaccino. Arriva lei e aumenta il tasso di astensione alle elezioni. Tu chiamali, se vuoi, effetti avversi. Canzoncina

Crudelia DeMon Crudelia DeMon
farebbe paura perfino a un leon
Al sol vederla muori d'apprension
Crudelia Crudelia DeMon

E' più letale lei d'uno scorpion,
Crudelia Crudelia DeMon....


Giorno di S. Romano

Gli Usa impediscono alla Russia di effettuare ispezioni nelle installazioni nucleari statunitensi. La risposta di Mosca non si fa attendere, vietato le ispezioni ai propri siti

Mosca sospende le ispezioni ai siti nucleari russi previste dal Trattato START
9 agosto 2022
in News


Il ministero degli Esteri russo ha confermato ieri in un comunicato l’esclusione temporanea delle proprie installazioni dalle ispezioni previste nel Trattato per la riduzione delle armi strategiche (START), firmato con gli Usa negli anni Novanta.

Mosca ha giustificato l’iniziativa con il fatto che Washington cercherebbe di strumentalizzare le ispezioni per ottenere vantaggi unilaterali, aggiungendo che gli Usa impediscono alla Russia di effettuare ispezioni nelle installazioni statunitensi.

“Il nostro obiettivo è eliminare una situazione così inaccettabile e assicurare che tutti i meccanismi di START operino in stretta conformità con i principi di parità e di uguaglianza delle parti, come era implicito quando venne concordato ed entrò in vigore il trattato”, ha comunicato il ministero sottolineando che questa problematica ha origine nel taglio delle comunicazioni aeree con la Russia ad opera di gran parte delle potenze occidentali, inclusi gli Usa, come misure di sanzione in risposta alla guerra in Ucraina.

Mosca ha assicurato di aver portato all'attenzione degli Usa questa situazione, senza aver ricevuto risposta. “Sorgono difficoltà aggiuntive per gli ispettori russi e i membri degli equipaggi degli aerei russi che viaggiano verso gli Usa a causa dell’indurimento del regime dei visti nei Paesi di transito lungo le possibili rotte”, secondo Mosca.

“Gli ispettori Usa e i membri degli equipaggi Usa non sperimentano queste difficoltà”, continua il ministero. Pertanto la Russia ha deciso di escludere le installazioni da possibili ispezioni, attendendo che Washington si attivi per favorire una soluzione, senza la quale la Russia non contempla la possibilità di riallacciare i controlli delle installazioni.

La Russia non vede solo gli ostacoli alle sue ispezioni come il principale problema attuale, ma ritiene che altri fattori esterni, come “il rinnovato tasso di incidenza del coronavirus negli Usa” costituiscano un freno all’attuazione completa del trattato START.

“Nelle circostanze attuali, le parti dovrebbero abbandonare i tentativi deliberatamente controproducenti di accelerare artificialmente la ripresa dell’attivazione delle ispezioni di START e concentrarsi nello studio esaustivo di tutti i problemi esistenti in questa area, la cui soluzione permetterebbe di tornare alla piena applicazione di tutti i meccanismi del trattato il prima possibile”, continua la nota del ministero guidato da Sergey Lavrov.

Il governo ha sottolineato che la decisione è “temporanea” e che è “totalmente impegnato” nel rispettare le disposizioni del trattato START, che considera “lo strumento più importante per mantenere la sicurezza e la stabilità internazionale”.

Il trattato START venne firmato nel 1991 da George W. Bush e Mikhail Gorbacev. Nell’aprile 2010 l’accordo venne rimpiazzato dal nuovo trattato START, firmato dai presidenti di Usa e Russia all’epoca, Barack Obama e Dmitri Medvedev. L’accordo, che vige in virtù di una proroga firmata nel 2021, scadrà nel 2026. Il presidente americano Joe Biden si è mostrato disposto a negoziare un nuovo accordo per controllare gli armamenti che sostituisca lo START.

(con fonte Adnkronos)

Foto TASS

La VIGILE ATTESA e Tachipirina dovrebbe essere messa in galera e buttare via le chiavi

IL PARACETAMOLO (TYLENOL) HA RESO QUESTA PANDEMIA MOLTO PEGGIORE DI QUANTO AVREBBE DOVUTO ESSERE?
Il mito del paracetamolo - Sopprimere sistematicamente la febbre ha probabilmente enormi conseguenze, aumentando e rafforzando la pandemia e danneggiando altre persone nel processo.
SALUTECOVID-19FARMACI
By CptHook On 09 Agosto 2022 17,099


AVVISO PER I LETTORI: Abbiamo cambiato il nostro indirizzo Telegram. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale ufficiale Telegram .

Marc Girardot – substack.com – 7 agosto 2022

Il mondo è pieno di storie in cui una politica finisce per creare l’esatto contrario di quello che era l’intento.

In Freakonomics, Levitt e Dubner descrivono il contraccolpo di un’ammenda pesante imposta ai genitori che andavano a prendere i figli in ritardo all’asilo nido. Invece di incentivarli a venire in orario, la multa è stata percepita come una tassa per il babysitting e un numero maggiore di genitori ha finito per arrivare in ritardo… In altre parole, alcune politiche peggiorano le cose e hanno conseguenze non volute. Gettare olio sul fuoco!

In un futuro non troppo lontano, sono convinto che l’uso sistematico del paracetamolo durante la pandemia Covid sarà considerato uno dei più grandi fallimenti della storia della sanità pubblica, subito dopo la catastrofe dei vaccini Covid.

Gli antichi consideravano la febbre un alleato indispensabile nella lotta contro le malattie. “La febbre è un potente motore che la natura mette in moto per sconfiggere i suoi nemici“, diceva il medico del XVII secolo Thomas Sydenham, noto anche come “l’Ippocrate inglese”. Da qualche tempo a questa parte la medicina moderna, incentrata sul comfort più che sulla ragione terapeutica, ha sistematicamente stroncato la febbre, in particolare durante questa pandemia.

Capisco che possa spaventare vedere il proprio figlio febbricitante, ma finché non diventa eccessiva (nel tempo o nel livello), la febbre dovrebbe essere accolta come una difesa della natura. Se l’ordine evolutivo è un segno di priorità terapeutica, e quindi di efficacia, la febbre è molto più importante degli anticorpi (1).

La febbre, a cosa serve?

Troppi considerano la febbre come un inutile e doloroso sottoprodotto della reazione immunitaria, come se l’evoluzione non avesse potuto fare a meno di un sintomo così invalidante. Torniamo alle basi:

“Le persone senza febbre sono state eliminate dall’evoluzione, solo le persone con febbre sono sopravvissute.”

Lasciate che questo sia chiaro…

Nel corso dei millenni è stato condotto un altro studio randomizzato controllato e la febbre, nonostante la sua dolorosità e il suo disagio, ha resistito e vinto. In altre parole, la febbre deve essere uno strumento strategico indispensabile nella nostra lotta contro le malattie e sopprimerla in modo sistematico è tanto idiota e sciocco quanto sopprimere il sistema immunitario.

Che cosa fa la febbre di così importante?

Aumentando la temperatura corporea e l’acidità del flusso sanguigno, la febbre agisce probabilmente come una bomba sistemica che impedisce ulteriori infezioni e distrugge tutti i virioni in circolazione, ponendo fine alla propagazione virale esponenziale in una fase iniziale. La sensibilità del SARS-COV-2 alla temperatura, come quella di altri corona virus, è ben documentata (2), (3). Così, mentre miliardi di cellule immunitarie conducono una guerriglia porta a porta, distruggendo una singola cellula infetta alla volta, liberando i virioni nei tessuti e nel flusso sanguigno, la febbre invia un’esplosione sistemica, simile a una bomba EMP immunitaria (4) (per chi ricorda Ocean’s 12) che uccide tutti i virioni circolanti. Finché i linfociti T non hanno distrutto tutte le cellule infette, la febbre è necessaria per fermare il ciclo infinito di replicazione del virus nell’organismo.

La febbre fa almeno due cose: blocca l’ulteriore infezione cellulare modificando la struttura fisica dello spike5 con l’aumento della temperatura. Questa modifica della struttura della proteina impedisce il corretto legame con i recettori dell’ACE-2 e limita quindi la dinamica esponenziale.

fa esplodere i virioni liberati nel tessuto e nel sangue aumentando la temperatura e l’acidità, riducendo la capacità dei virioni di infettare e replicarsi ulteriormente.

Perché è così importante arrestare precocemente la propagazione? Come ho affermato in numerosi articoli, la propagazione virale è esponenziale, è come una una valanga. Cresce di dieci volte ogni 36-48 ore. Se aspettassimo che gli anticorpi fermino la propagazione – come è opinione diffusa tra la maggior parte degli scienziati – l’infezione virale sarebbe probabilmente fino a 4,6 milioni di volte peggiore (10^6,6) in termini di danni alle cellule infettate. La febbre è quindi una risposta indispensabile alla propagazione all’interno dell’organismo.

Il paracetamolo non fa che peggiorare l’infezione


Alla luce di quanto sopra, è evidente che fermare la febbre è una ricetta per il disastro. La maggior parte delle persone sane che dichiarano di avere sintomi da 6-8 giorni (invece di 1 o 2) sono persone che hanno preso il paracetamolo. Abbassare la temperatura – e di conseguenza l’acidità – è come legare le mani dietro la schiena al sistema immunitario. I virioni in circolazione vengono lasciati liberi per un po’ di tempo in più di propagarsi e infettare altre cellule sane. Anche se le cellule T interrompono la produzione di virioni eliminando sistematicamente le cellule infette. Qualsiasi virione lasciato intatto dall’abbassamento della febbre penetrerà nelle nuove cellule e inizierà a replicarsi.

In questo caso, il conforto ha un costo cellulare considerevole, poiché la valanga virale non viene brutalmente fermata. Il fatto che i medici non comprendano questa logica mi preoccupa particolarmente, perché dimostra una chiara mancanza di conoscenza delle dinamiche e dei danni delle infezioni virali…

Il paracetamolo ha alimentato e accelerato la pandemia

Dal punto di vista epidemiologico, le conseguenze dell’ampio uso di paracetamolo durante la pandemia non possono che essere catastrofiche: maggiore R0, maggiore incidenza, peggiore gravità e inevitabilmente maggiore mortalità.

Innanzitutto, la febbre è di solito il sintomo più evidente della malattia. In quanto tale, serve a informare l’ospite che qualcosa non va. Un altro vantaggio immediato della febbre è che costringe l’ospite a rimanere a casa, isolando così in qualche modo il potenziale contaminatore dal resto della società. Riducendo la mobilità, la febbre contribuisce in modo determinante al controllo delle epidemie. Se si riesce a evitare del tutto la febbre, la mobilità degli ospiti viene notevolmente aumentata, e questo di per sé non può essere positivo.

Inoltre, generalizzare l’uso del paracetamolo significa che le persone sono infettive molto più a lungo e con una carica virale molto più alta. Portare i virus per 4-5 giorni in più raddoppia quasi il tempo di contagiosità, e avere una carica virale più alta significa che l’efficacia dell’infezione sarà molto più elevata. Sarebbe necessario calcolare l’impatto sull’R0, ma è indubbio che la differenza sarebbe notevole.

“È probabile che il paracetamolo abbia mantenuto artificialmente un R0 molto più alto e una maggiore gravità della malattia.”


Se in una comunità la propagazione virale venisse lasciata libera più a lungo, la produzione di virus sarebbe naturalmente molto maggiore. L’incidenza e il corrispondente tasso di mortalità ne deriverebbero evidentemente. Dal punto di vista matematico, l’aumento di tutti gli aspetti di una dinamica esponenziale di esponenziali non può che portare a risultati radicalmente diversi. In altre parole, è abbastanza plausibile che questa pandemia non sarebbe mai stata un granché se non fosse stato per l’uso generalizzato del Paracetamolo. È anche probabile che senza l’uso generalizzato del Paracetamolo, l’idea di vaccinare il mondo non avrebbe mai avuto molto sostegno.

Un teorico della cospirazione direbbe che tutto questo è stato fatto di proposito. Anche se alcuni giochi machiavellici sono sempre possibili, credo che sia stata in gioco una dinamica più banale. Così come l’abbandono della “tecnica di aspirazione” per evitare il dolore è stato generalizzato senza un’analisi appropriata, l’uso sistematico del paracetamolo si è insinuato nel nostro mondo quando il comfort del paziente è diventato più importante della salute stessa. Purtroppo, se la nostra società non si ri-ancora alla realtà, questa situazione continuerà.

Quindi, la prossima volta che voi o i vostri cari avrete la febbre, lasciate che la febbre e il sistema immunitario facciano il loro lavoro. Grazie a voi potremmo evitare un incubo lungo 2 anni…

Meglio così,


(1) Gli anticorpi arrivano in genere molto tardi, circa 10-14 giorni dopo l’infezione.

(2) “Proprietà fisico-chimiche del SARS-CoV-2 per il targeting dei farmaci, l’inattivazione e l’attenuazione del virus, la formulazione del vaccino e il controllo di qualità” di Christin Scheller et al.

(3) “Sensibilità del SARS-CoV-2 a diverse temperature” di Qi Lv et al.

(4) EMP: impulso elettromagnetico

(5) “Studio dell’effetto della temperatura sulla struttura della proteina spike del SARS-CoV-2 mediante simulazioni di dinamica molecolare” di Soumya Lipsa Rath e Kishant Kumar


Link: https://covidmythbuster.substack.com/p/has-paracetamol-made-this-pandemic?utm_source=email

Scelto e tradotto (IMC) da Arrigo de Angeli per ComeDonChisciotte

La stupidità come strategia è pericolosa soprattutto se si pensa di essere dei strateghi geniali

SOGNI IMPERIALI
By Nestor Halak On 08 Agosto 2022 18,102


AVVISO PER I LETTORI: Abbiamo cambiato il nostro indirizzo Telegram. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale ufficiale Telegram .

Mettiamo che io sia al governo dello stato più potente del mondo, uno stato scelto da Dio come terra dì eccezione abitato da un popolo eletto col destino manifesto di comandare tutti gli altri moralmente e intellettualmente inferiori, mettiamo che abbia questa sacra e gloriosa missione, ma debba superare la resistenza di certe forze diaboliche e infedeli che dai loro shitholes con oscena e blasfema pervicacia invece di riconoscersi inferiori, idolatrarmi e cercare di imitarmi e bere coca cola, vogliano trattare come fossero pari e decidere del loro futuro, cosa posso fare per averne ragione?

Non posso combatterli direttamente, solo col bastone, il mio esercito è sì il più formidabile di tutti i tempi, ma funziona bene solo nelle rappresentazioni di guerra, quando si segue il copione, nella realtà più prosaica, riesce a malapena a vincere contro nazioncelle secondarie e praticamente disarmate: la Russia è il doppio di me come territorio, ha un’economia che posso far sembrare piccola solo truccando le cifre, ha troppi abitanti, un esercito troppo forte che sarebbe anche capace di spararmi davvero, per distruggerla occorre suddividerla ancora, farla proprio a pezzetti e poi ragionarci con calma. La Cina è grande quanto me, ma ha un’economia che è il doppio, una capacità di produzione di cinque volte, una popolazione di quattro volte, un popolo obbediente che se lo porti a combattere, combatte davvero. Come me li darà nelle mani questi demoni il Dio degli eserciti?

Fortunatamente sono stato accorto in passato e ho preparato il terreno. Dopo il suicidio dell’Impero del Male sono riuscito a prendere in giro quell’idiota del loro ultimo “segretario”, e a forza di miliardi a costruire da una costola stessa della Russia una perfetta Antirussia e adesso posso costringerla a combattere contro la madrepatria in una splendida guerra civile. Per di più l’Ucraina non può essere presa con una blitzkrieg: è troppo grande, troppo popolosa, troppo armata (lo so bene perché l’ho armata io), talmente stupida da essere pronta a combattere per me molto più di quanto farebbero i miei stessi cittadini così che la guerra può durare a lungo, finché si sfiancano. E’ stato un ottimo investimento.

Nel frattempo posso distruggere la Russia impedendole di commerciare, di esportare, di importare, di cambiare valute, posso persino rubargli i soldi depositati qui da me. Posso scatenargli contro i miei cagnolini europei, quegli utili idioti che tengo in pugno attraverso la Nato, la UE e le loro oligarchie corrotte. In questo modo posso indebolire anche loro che, per combattere l’Impero del Male, avevo lasciato crescere troppo e diventare ricchi. Anche loro combatteranno per me e anche loro ne usciranno con le ossa rotte. Se non basta gli faccio scoppiare qualche problema nei Balcani a mezzo dei miei adoratori sul posto, o in Armenia magari. Ma io ne resto maestosamente fuori, vendo loro le armi per sterminarsi, sbraito come un pazzo, ma me ne sto in disparte qua nella mia isola americana che rimarrà intatta.

E quando si saranno scannati ben bene tra loro, allora potrò scendere di nuovo dal cielo come un salvatore. Basterà poca forza, basterà agitare un poco il randello atomico.

Coi cinesi, faccio lo stesso. Anche per loro, con la mia lungimiranza e l’aiuto di Dio e di Chiang Kai Shek ho coltivato un’Anticina fin dal 49 proprio sulla porta di casa: anche per loro basterà agitargli l’esca sotto il naso e la ingoieranno intera, come ha fatto lo scacchista del Cremlino.

Sono o non sono un genio? Faccio combattere i russi coi russi, i cinesi coi cinesi. Barbari contro barbari, musi gialli contro musi gialli. E gli europei mi danno un mano mentre sto liquidando anche loro.

Come l’Ucraina, anche Taiwan non si presta affatto ad una blitzkrieg: è un’isola, neanche io che ho la flotta più grande del mondo ce la farei (per la verità non ce la farei neppure con l’Ucraina). Certo, non c’è paragone con la Cina continentale, ma i cinesi non sono marinai, ci vorrà tempo, forse anni per rompere questa noce, nel frattempo i commerci che hanno arricchito i cinesi saranno rovinati e io venderò armi, strombazzerò da Hollywood, dalla terra della libertà, me ne starò in seconda fila, mentre i miei nemici si ammazzeranno tra loro. Che soddisfazione, che bellezza! Che perfezione da artista! Sono io, non i musi gialli, che me ne sto sulla riva ad aspettare i loro cadaveri passare! Intatto! Democratico! Sostenibile! Rispettoso dei diritti umani! Benestante! Distante!

Mettiamo invece che io sia, il governo della Cina. Mettiamo che una gatta pelosa mi faccia il solletico sotto il naso con la coda per indurmi a mangiare Taiwan. Il mio collega giocatore di scacchi si è infilato mani e piedi nella guerra; certo avrà i suoi progetti, certo avrà i suoi metodi , certo saprà come uscirne, magari non poteva fare diversamente. Di fatto per adesso sta uccidendo gente che parla russo, non inglese. Ma io sono l’erede di Lao Tze, di Confucio, della saggezza cinese, non posso fare di più? Se azzanno Taiwan la divorerò prima o poi, ma ci vorrà molto tempo e mi spezzerò qualche dente, mentre il mio nemico, che non è Taiwan, sbraiterà, manderà armi, ma sostanzialmente starà a guardare e a ridere di me che uccido altri cinesi. Che importa a lui di Taiwan? Che gli importa dei cinesi o degli ucraini, ci guarderà morire con piacere, ritirerà la mano dopo aver scagliato il sasso.

D’altra parte, lo ammetto, ho già parlato troppo per essere un antico saggio: non dicevano i padri che finché non la pronunci, sei tu il padrone della parola, ma dopo sei il suo schiavo? Se non rispondo alla provocazione, se non faccio nulla dopo aver minacciato fuoco e fiamme, perdo la faccia e questa è una cosa che un cinese non può fare.

Mettiamo che invece di caricare la muleta che mi agitano davanti come uno stupido toro, carichi direttamente il torero: passerei la palla a lui, in questo caso dovrebbe fare lui qualcosa, dovrebbe intervenire in prima persona, non far combattere gli altri per se. Taiwan non è l’Ucraina, da sola non si muoverà mai. Non c’è fretta, senza il suo protettore, a suo tempo cadrà come una pera matura.

Dice il saggio: mai combattere sul campo che il nemico ti indica! L’importante è colpirlo personalmente, direttamente, dove fa male, non colpire gli schiavi che alleva apposta come carne da macello. Sarebbe ora di finirla di bombardare città in Asia o in Europa. Se devi proprio colpire una città in Asia, che sia San Francisco. Se proprio devi proprio colpire una città in Europa, che sia New York.

La Cina si è rifiutata di importare l'inflazione che gli Stati Uniti stanno regalando al resto del mondo. I lockdown sono stati strumenti per fermare la circolazione della moneta e limitare i danni inflattivi sul potere d'acquisto di decine e decine di milioni di cinesi

L’inflazione al consumo in Cina a luglio raggiunge il massimo degli ultimi 2 anni con l’aumento dei costi della carne di maiale
- 10 Agosto 2022


L’inflazione al consumo cinese è accelerata a luglio al livello più alto degli ultimi due anni, in gran parte a causa dell’aumento dei costi della carne di maiale, mentre la debole domanda dei consumatori ha tenuto sotto controllo le pressioni generali sui prezzi.

L’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 2,7% il mese scorso rispetto all’anno precedente, poiché i prezzi della carne di maiale sono aumentati del 20,2%, secondo i dati del National Bureau of Statistics mercoledì. La ripresa dell’IPC è stata inferiore alla stima mediana del 2,9% in un sondaggio di Bloomberg tra gli economisti e si confronta con la crescita del 2,5% a giugno.

L’inflazione dei prezzi alla produzione, nel frattempo, è rallentata al 4,2% a luglio dal 6,1% di giugno a causa dell’indebolimento dei prezzi delle materie prime.

A differenza di altre grandi economie, quest’anno l’inflazione al consumo in Cina è stata relativamente contenuta, poiché le rigide politiche di controllo del Covid e gli sporadici focolai hanno frenato la spesa dei consumatori e delle imprese. Quelle riacutizzazioni del virus – insieme a venti contrari globali e una crisi immobiliare in corso – hanno mantenuto fragile la ripresa economica della Cina, con l’attività delle fabbriche inaspettatamente contratta il mese scorso e le vendite di proprietà che continuano a ridursi.

L’aumento dei prezzi della carne di maiale e un quadro economico in miglioramento, tuttavia, dovrebbero aumentare l’IPC quest’anno e potrebbero mettere alla prova la capacità del governo di fornire maggiori stimoli. Allo stesso tempo, l’IPC core, che esclude la volatilità dei prezzi di cibo ed energia, rimane debole allo 0,8% a luglio, suggerendo pochissima pressione della domanda nell’economia che giustifica le preoccupazioni dei responsabili politici.

“L’inflazione probabilmente aumenterà oltre il 3% nei prossimi due mesi, a causa di una base bassa e dell’aumento dei prezzi della carne di maiale”, ha affermato Bruce Pang, capo della ricerca e capo economista di Jones Lang LaSalle Inc. “Ma l’inflazione core probabilmente rimarrà favorevole poiché la domanda interna resta debole. Ciò non causerà molte restrizioni alla politica monetaria”.


L’indice CSI 300 di riferimento cinese è sceso dello 0,3% nelle prime contrattazioni di mercoledì, in linea con i ribassi osservati nelle più ampie azioni asiatiche. Il rendimento del titolo di Stato a 10 anni è sceso di 1 punto base al 2,73%, mentre i futures obbligazionari sono aumentati dello 0,2%.

L’aumento dell’inflazione di luglio è stato in gran parte determinato dall’aumento del prezzo di carne di maiale, verdure fresche e altri alimenti, insieme a fattori stagionali, ha affermato la NBS in una dichiarazione di accompagnamento, citando lo statistico senior Dong Lijuan. I prezzi complessivi dei generi alimentari sono aumentati del 6,3% a luglio rispetto a un anno fa, con i prezzi della carne di maiale, un elemento chiave nel paniere CPI cinese, che hanno registrato il primo aumento anno su anno da settembre 2020.

Frutta e verdura fresca sono aumentate rispettivamente del 16,9% e del 12,9% rispetto a un anno fa.

Gli analisti di China International Capital Corp hanno affermato prima del rilascio del CPI che l’inflazione al consumo potrebbe violare l’obiettivo del governo delineato all’inizio di quest’anno di circa il 3%. Anche così, i responsabili politici probabilmente tollereranno un’inflazione più elevata per il bene di una crescita economica più forte, hanno affermato gli analisti.

Le autorità cinesi hanno già segnalato la volontà di lasciare che l’IPC si alzi leggermente.

“Se riusciamo a mantenere il tasso di disoccupazione al di sotto del 5,5% e l’aumento dell’IPC rimane al di sotto del 3,5% per l’intero anno, possiamo convivere con un tasso di crescita leggermente superiore o inferiore all’obiettivo, ovviamente non troppo basso”, ha affermato il premier Li. Keqiang ha detto in un evento con i leader aziendali ospitato dal World Economic Forum il mese scorso.

Scripta Manent - gli schiavi

7 famose rivolte degli schiavi


05Ago, 2022di Alessandro Trizio

Sette gruppi di persone ridotte in schiavitù che hanno rischiato tutto per avere una possibilità di libertà.

Tabella dei contenuti

Spartaco e la terza guerra servile

Spartacus era un gladiatore della Tracia che comandò un imponente esercito di schiavi durante la terza guerra servile, la ribellione di schiavi più grande e di maggior successo nella storia romana. La rivolta iniziò nel 73 aC quando Spartaco e una piccola banda di schiavi fuggirono da una scuola di gladiatori usando utensili da cucina come armi. Schiavi provenienti da tutta la campagna romana si accalcarono presto per unirsi alla rivolta e l’esercito ribelle causò il panico nel senato romano dopo aver sconfitto una milizia sul Vesuvio e due legioni vicino al Monte Garganus.

Secondo lo storico antico Appiano, man mano che più schiavi si unirono alla rivolta, i loro ranghi aumentarono fino a includere fino a 120.000 ex schiavi. Ma nonostante le loro prime vittorie, gli schiavi in ​​seguito caddero preda della divisione interna e si crearono diverse fazioni disorganizzate. La principale ribellione fu poi sconfitta nel 71 a.C. dopo che otto legioni romane comandate da Marco Lucinio Crasso misero alle strette Spartaco e demolirono ciò che restava del suo esercito. Spartaco morì nella battaglia e 6.000 schiavi sopravvissuti furono successivamente crocifissi lungo un’autostrada romana come brutale avvertimento contro future rivolte.

La ribellione di Nat Turner

Una delle più famose rivolte degli schiavi nella storia americana avvenne nel 1831 quando Nat Turner guidò una sanguinosa rivolta nella contea di Southampton, in Virginia. Turner era profondamente religioso e pianificò la sua ribellione dopo aver sperimentato visioni profetiche che gli ordinavano di ottenere la libertà con la forza. Il 21 agosto 1831, Turner e i suoi complici uccisero la famiglia del suo padrone mentre dormivano. Da lì, la piccola banda di circa 70 schiavi si trasferì di casa in casa, uccidendo alla fine oltre 50 bianchi con mazze, coltelli e moschetti. Ci volle una forza di milizia per reprimere la ribellione e Turner e altri 55 schiavi furono catturati e successivamente giustiziati dallo stato.

L’isteria dilagò nella regione all’indomani della rivolta di Nat Turner e alla fine quasi 200 schiavi furono uccisi da folle di bianchi. La ribellione ha anche innescato una serie di restrizioni oppressive sulle popolazioni schiave. Citando l’intelligenza di Turner come un fattore importante nella sua rivolta, diversi stati avrebbero approvato leggi che rendevano illegale insegnare ai neri a leggere o scrivere.

La ribellione degli Zanj

Molto prima che gli schiavi africani venissero portati in Nord America, incitarono a una ribellione in Medio Oriente e si scontrarono con un impero. L’insurrezione iniziò nell’869 d.C. quando gli schiavi Zanj – un termine arabo usato per descrivere gli africani orientali – si unirono a un rivoluzionario arabo di nome Ali bin Muhammad e si ribellarono contro il califfato abbaside. Spinti dalle promesse di terra e libertà, gli Zanj iniziarono a condurre incursioni notturne nelle città vicine per sequestrare rifornimenti e liberare i compagni schiavi.

Quella che era iniziata come un’umile rivolta si è lentamente trasformata in una rivoluzione su vasta scala che è durata 15 anni. Schiavi, beduini e servi della gleba si unirono tutti ai ribelli, che al loro apice presumibilmente contavano oltre 500.000. Questi rivoluzionari hanno persino accumulato una marina e controllato fino a sei città fortificate nell’odierno Iraq. La ribellione Zanj sarebbe finalmente terminata all’inizio degli anni ’80 dell’800 dopo che l’esercito abbaside si mobilitò e conquistò la capitale ribelle. Ali bin Muhammad fu ucciso nella battaglia, ma molti degli Zanj furono risparmiati e furono persino invitati a unirsi all’esercito abbaside.

La rivoluzione haitiana

La ribellione degli schiavi di maggior successo nella storia, la rivoluzione haitiana iniziò come una rivolta degli schiavi e si concluse con la fondazione di uno stato indipendente. La principale insurrezione iniziò nel 1791 nella preziosa colonia francese di Saint-Domingue. Ispirati in parte dalla filosofia egualitaria della Rivoluzione francese, gli schiavi neri lanciarono una ribellione organizzata, uccidendo migliaia di bianchi e bruciando piantagioni di zucchero sulla strada per ottenere il controllo delle regioni settentrionali di Saint-Domingue.

I disordini sarebbero continuati fino al febbraio 1794, quando il governo francese abolì ufficialmente la schiavitù in tutti i suoi territori. Il famoso generale ribelle Toussaint Louverture unì quindi le forze con i repubblicani francesi e nel 1801 si era affermato come governatore dell’isola. Ma quando le forze imperiali di Napoleone Bonaparte conquistarono Louverture nel 1802 e tentarono di ripristinare la schiavitù, gli ex schiavi ripresero le armi. Guidati da Jean-Jacques Dessalines, nel 1803 sconfissero le forze francesi nella battaglia di Vertières. L’anno successivo gli ex schiavi dichiararono la loro indipendenza e fondarono l’isola come la nuova repubblica di Haiti. La notizia della prima ribellione di successo – l’unica rivolta degli schiavi nella storia che si concluda con la fondazione di un nuovo paese – ha continuato a ispirare innumerevoli altre rivolte negli Stati Uniti e nei Caraibi.

L’insurrezione di San Giovanni del 1733

Una delle prime rivolte degli schiavi in ​​Nord America vide un gruppo di schiavi africani conquistare efficacemente l’isola di St. John, di proprietà danese. A quel tempo, la maggior parte degli schiavi di San Giovanni faceva parte degli Akan, un popolo africano dell’odierno Ghana. Afflitto da malattie diffuse, siccità e aspri codici schiavi, nel novembre 1733 un gruppo di Akan di alto rango iniziò a complottare contro i loro padroni danesi.

La ribellione iniziò quando un gruppo di schiavi usò armi di contrabbando per uccidere diversi soldati danesi all’interno di un forte in una piantagione chiamata Coral Bay. Presto altri 150 cospiratori confluirono nelle altre piantagioni dell’isola, uccidendo diversi coloni bianchi e alla fine prendendo il comando della maggior parte di St. John. Gli schiavi progettarono di rivendicare l’isola e i suoi preziosi terreni agricoli come propri, ma la loro libertà alla fine fu di breve durata. Dopo soli sei mesi di dominio Akan, nel maggio 1734 arrivarono diverse centinaia di truppe francesi e represse violentemente la ribellione. Fu solo nel 1848 che la schiavitù fu finalmente abolita nelle Indie occidentali danesi.

La guerra battista

Sebbene fosse iniziata come una protesta pacifica, la guerra battista in Giamaica si è conclusa con una sanguinosa rivolta e la morte di oltre 600 schiavi. Ispirato dai movimenti abolizionisti in Gran Bretagna, il giorno di Natale del 1831 ben 60.000 dei 300.000 schiavi della Giamaica fecero uno sciopero generale. Sotto la direzione di un predicatore e schiavo battista di nome Samuel Sharpe, i servi giurarono di non tornare al lavoro fino a quando non avessero ottenuto le libertà fondamentali e un salario di sussistenza.

Quando si sparse la voce che i coloni britannici intendessero interrompere lo sciopero con la forza, la protesta si trasformò in una vera e propria ribellione. In quella che divenne la più grande rivolta degli schiavi nella storia delle Indie occidentali britanniche, gli schiavi bruciarono e saccheggiarono le piantagioni per diversi giorni, causando infine danni alla proprietà per 1,1 milioni di dollari. Il bilancio umano era molto più grave. Quando l’esercito coloniale britannico si mobilitò e represse la rivolta, erano stati uccisi fino a 300 schiavi e 14 bianchi. Altri trecento schiavi, incluso il capobanda Sharpe, furono successivamente impiccati per il loro coinvolgimento nella rivolta. Anche se potrebbe non aver avuto successo, gli effetti della guerra battista alla fine si sono fatti sentire attraverso l’Atlantico. Solo un anno dopo, il parlamento britannico avrebbe abolito una volta per tutte la schiavitù nell’impero britannico.

La ribellione di Gaspar Yagna

Conosciuto come il “primo liberatore delle Americhe”, Gaspar Yanga era uno schiavo africano che trascorse quattro decenni stabilendo un libero insediamento in Messico. L’odissea di Yanga iniziò nel 1570 quando organizzò una rivolta in una piantagione di canna da zucchero vicino a Veracruz. Dopo essere fuggiti nella foresta, Yanga e un piccolo gruppo di ex schiavi fondarono la propria colonia, o palanque, che chiamarono San Lorenzo de los Negros. Avrebbero trascorso i successivi 40 anni nascondendosi in questa comunità di fuorilegge, sopravvivendo principalmente attraverso l’agricoltura e occasionali incursioni sui convogli di rifornimenti spagnoli.

Le autorità coloniali riuscirono a distruggere San Lorenzo de los Negros nel 1609, ma non furono in grado di catturare i seguaci di Yanga e alla fine si accordarono per un trattato di pace con gli ex schiavi. Ora nella sua vecchiaia, Yanga ha negoziato il diritto di costruire la propria colonia libera purché pagasse le tasse alla corona spagnola. Questo comune, il primo insediamento ufficiale di africani liberati nelle Americhe, fu finalmente fondato nel 1630 ed esiste ancora oggi sotto il nome di “Yanga”.

Eurasia sempre più consapevole di se stessa

09/08/2022, 08.36
KIRGHIZISTAN - CINA
Parte progetto per nuova ferrovia che collegherà Pechino all'Asia centrale
di Vladimir Rozanskij

Un progetto in programma dagli inizi del Duemila e che dovrebbe partire entro fine anno. La tratta collegherà Cina, Kirghizistan e Uzbekistan. Decine di esperti e specialisti da Pechino a Bishkek per definire gli ultimi dettagli del progetto. Prevista la firma di un documento al summit Sco di Samarcanda a settembre.


Bishkek (AsiaNews) - In Kirghizistan sono arrivati ben 80 specialisti da un istituto cinese di progettazione per iniziare i lavori di preparazione tecnica ed economica della ferrovia che dalla Cina si collegherà al Kirghizistan e all’Uzbekistan. È quanto sottolinea in una nota il ministero dei Trasporti e delle comunicazioni della repubblica kirghisa, che conferma la ferma determinazione nel concludere questo progetto, del quale se ne parla dall’inizio degli anni Duemila.

Il capo del ministero Erkinbek Osoev si è incontrato con gli emissari del Primo istituto di ricerca e programmazione della corporazione cinese delle Ferrovie dello Stato, insieme con il direttore del settore ingegneristico Heng Jun. A inizio agosto il facente funzioni di ministro degli Esteri dell’Uzbekistan, Vladimir Norov, aveva dichiarato che al summit del 15 e 16 settembre a Samarcanda dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai è prevista la firma di un documento. Presenti i rappresentanti dei tre Paesi coinvolti nel progetto ferroviario.

Lo stesso presidente kirghiso Sadyr Žaparov era intervenuto sollecitando la firma a Samarcanda, incontrando il ministro cinese degli Esteri Wang Yi il quale si era recato a Bishkek in visita ufficiale. Nell’occasione Žaparov aveva sottolineato che la costruzione di questa direttrice di trasporto è una priorità nazionale per il Kirghizistan; il ministro cinese aveva assicurato che Pechino “è pronta a studiare ogni possibilità per giungere all’accordo trilaterale” entro settembre.

Il presidente kirghiso aveva aggiunto che i lavori per la realizzazione della ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan cominceranno entro il 2023, per poi concludersi entro tre o quattro anni al massimo. Anche il primo ministro Akylbek Žaparov ha confermato che l’inizio dell’opera è previsto per il prossimo autunno e il presidente dell’Uzbekistan Šavkat Mirziyoyev ha ribadito a sua volta che si prevede di cominciare la realizzazione del progetto “il più presto possibile”.

Dell’iniziativa si parla ormai da una ventina d’anni, ma la sua realizzazione aveva suscitato molti dubbi e discussioni, che ormai appaiono pienamente superati.

L'Occidente ha sfruttato il resto del mondo ed è cresciuto. La guerra "igiene del mondo" riequilibra lo squilibrio

Cornice
di Pierluigi Fagan
4 agosto 2022

Siamo tutti persi in un oceano di notizie relative a fatti. Ma in natura, nella realtà, i fatti sono connessi tra loro a fare il “mondo” e nel mondo ci sono attori intenzionali con strategie, strategie che vogliono far fronte a previsioni. Questi ultimi due elementi, strategia fatte su previsioni, fanno la cornice in cui s’inquadra il groviglio dei fatti del mondo. Vorrei fornire una versione interpretativa di questa cornice, poiché i molti fatti interagiscono proprio con la cornice, anche se spesso non la vediamo.

Il periodo moderno dura un po' più di tre secoli. In esso, la parte che chiamiamo Occidente, prima solo Europa, poi Stati Uniti con Europa, ha dominato questo periodo storico. Colonialismo, imperialismo, sviluppo scientifico e tecnico (o forse il contrario), modo economico moderno, armi, conoscenza hanno garantito al sistema occidentale un incredibile potere sul resto del mondo. Questo ha permesso il poter importare materie, energie e lavoro a bassi costi per alimentare il modo economico che ha dato ordine dinamico alle nostre forme di vita associata. In questo mondo al nostro servizio, abbiamo poi esportato resti di produzione, scarti, disordine.

Ogni forma di ordine, e la nostra lo è stata ai massimi livelli, paga un tributo di disordine che noi abbiamo esternalizzato.

Settanta anni fa, tre dinamiche della nostra parte di mondo, hanno agito non intenzionalmente sul mondo più ampio. La prima è stata il progresso tecno-scientifico che ha in parte debellato malattie che falcidiavano le natalità. La seconda è stata una parte specifica di questo progresso, nata in Giappone e poi ripresa da laboratori americani, ovvero la manipolazione genetica delle piante, prima il frumento, poi il riso. Non solo quindi le persone che nascevano morivano di meno di prima, ma poi crescevano alimentate e più sane, ampliando il registro dei viventi. Infine, la terza, è stata la spinta automatica al nostro modo economico di andare a colonizzare questo nuovo mondo di genti in inflazione demografica per cooptarle nell’economia di mercato cantando l’inno della “globalizzazione”. Tutte e tre le dinamiche, per quanto in larga parte non intenzionali, hanno però avuto anche un agente intenzionale, gli Stati Uniti d’America. Questo perché gli USA, nel dopoguerra, divennero presto consapevoli che il mondo più ampio andava in qualche modo curato e stabilizzato visto che in vari modi vi dipendevamo, non certo per bontà d’animo, per interesse.

Capitò così di esserci triplicati in soli settanta anni, cosa mai avvenuta nella storia umana planetaria, in così poco tempo, partendo da già 2,5 miliardi di persone. Non si è trattata solo di una trasformazione quantitativa, ma anche qualitativa anche perché è proprio questa nuova qualità sanitaria ed alimentare in primis, ad aver prodotto questo nuova quantità. Ma il modo economico moderno che è il nostro ordinatore, imponeva anche una nuova dinamica globale. Tale modo funziona con uno scalino, una asimmetria per la quale un maggiore domina e sfrutta un minore mentre “risolve problemi” (dei quali alcuni li inventa, altri li risolve ma creandone di nuovi). Ma tale assetto asimmetrico non deve esser troppo pronunciato, il minore deve comunque avere facoltà di giocare lo stesso gioco del maggiore. Il maggiore, per esser tale, deve portare il minore dentro il gioco altrimenti senza gioco non ordina il mondo mentre acquisisce l’ordine di cui si alimenta per esser il maggiore.

Così s’è seguita la logica di questo ordinatore che è appunto l’economico nella sua forma moderna che alcuni chiamano capitalismo. Purtroppo, ogni ordinatore è solo una parte della complessità del tutto. Altre volte, nella storia, qualcuno s’era convinto che l’ordine potesse esser militare e così fece imperi dalla brillante crescita repentina ed altrettanto repentino collasso. Qualcun altro si convinse si potesse usare l’ordinatore religioso, ma anche qui non s’erano fatto i conti con i più prosaici problemi della complessità della vita umana in società. L’economico prometteva invece, ed oltretutto spalleggiato dal militare e dalla cultura ora in senso più ampio che non solo quella religiosa, di poter far da ordinatore efficiente tenendo nello stesso gioco il maggiore ed il minore a debita distanza, ma non troppo distante.

Il calcolo si rivelò giusto per un tratto, poi non più idoneo, perché? Allargato il circuito della ricchezza e condiviso il modo economico moderno, altre parti del mondo hanno cominciato a crescere da par loro. Ad un certo punto recente, alcuni hanno intuito con sbigottimento e terrore che la dura logica della massa numerica, avrebbe fatto sì che a parità crescente di altre condizioni, il minore era destinato a diventare il maggiore. Gli economisti occidentali, i sacerdoti della nuova religione ordinativa, hanno prodotto un paio di teorie sulla crescita economica che però saltano a piè pari l’ovvietà per la quale, a parità (più o meno) di altre condizioni, la massa del sistema su cui si applica il modo economico moderno, fa la differenza. Oggi tutto l’Occidente, Europa ed Anglosfera, pesa solo il 16% del mondo, era più del 30% ai primi del Novecento ma al di là della numerica, allora la distanza qualitativa di tutti i fattori di potenza tra Occidente e resto del mondo era inarrivabile. Oggi quella numerica è tracollata e continuerà a scendere nei prossimi decenni e la distanza qualitativa si sta accorciando in fretta. Vi sono poi altri problemi legati al fine ciclo di crescita delle economie ipersviluppate (lo sviluppo non è infinito e non solo per ragioni termodinamiche), ma non ci soffermiamo. Il maggiore è quindi inesorabilmente destinato a non esser più tale. Che fare?

L’attuale vertice del potere del capobranco occidentale ovvero gli Stati Uniti d’America, ha varato una strategia per far fronte al problema. Almeno in termini di “comprare tempo” ovvero diluire in un più ampio tempo, questa contrazione di potenza che era ciò che garantiva la posizione del maggiore. Poi si vedrà. La strategia prevede di tagliare il mondo in due, da una parte rimane il maggiore ovvero l’Occidente con al centro gli Stati Uniti ed una più ampia possibile costellazione gravitante, dall’altra si vorrebbe confinare il minore che sta crescendo minacciando i rapporti di forza, quindi di potenza. La potremo dire una strategia sistemica.

Gli Stati Uniti, giustamente, ragionano per sistemi poiché sanno che la complessità di un mondo oggi a 8, tra trenta anni 10 miliardi di persone in 200 stati, con una crescente caterva di problemi endogeni ed esogeni (tra cui problemi davvero molto seri di tipo ambientale di cui si parla troppo poco e climatici di cui spesso si parla ma male), non si può tentar di ordinare se non attraverso sistemi che dominano sistemi.

Così, dall’inizio di questo anno, siamo finiti in questa Grande Accelerazione, che è solo la reazione alla Grande Accelerazione avvenuta nel mondo negli ultimi settanta anni. Con la tecnica del “c’è un provocatore ed un provocato”, gli USA hanno finalmente ottenuto -dopo essersi impegnati per anni- che la Russia invadesse l’Ucraina. Questo ha spinto, volenti o nolenti, gli europei a stringersi a coorte con gli Stati Uniti. L’accorpamento organico tra Stati Uniti ed Europa era il primo requisito della strategia poiché fa “sistema” e sistema obiettivamente di grande peso. Poiché i due attori hanno molto in comune, ma anche qualche altrettanto obiettiva potenziale divergenza di interessi, per storia, geografia, assetto economico e soprattutto forma visto che uno è uno Stato e l’altra è un Mercato con un po’ di istituzioni di servizio, questo accorpamento “senza se e senza ma” era, appunto, essenziale.

Ora gli Stati Uniti stanno cercando di replicare la strategia “c’è un provocatore ed un provocato” in Asia per accorpare i già organici alleati (Giappone ed Australia), quelli più titubanti (Corea del Sud), quelli potenziali ma molto ambigui o meglio con una loro strategia di più equilibrato bilanciamento (India) per poi scalare la piccola Europa sud-est asiatica ovvero i dieci stati ASEAN. Questo quadrante è assai più complicato del precedente, per varie ragioni e la Cina non è la Russia sotto tanti e diversi aspetti strutturali e culturali (cosa che a gli strateghi americani tenderà a sfuggire). E' proprio il contesto asiatico (60% del mondo) ad essere per certi versi alieno all'esperienza e conoscenza profonda occidentale, vieppiù quella americana.

Se in quello europeo la stanchezza per la guerra ucraina e le contraddizioni economiche che tenderanno a riflettersi in problemi sociali e quindi politici dovesse allentare la tensione, è pronta la versione “c’è un provocatore ed un provocato” a base di targhe automobilistiche serbe-kosovare. Poi ci sarà l'Artico.

Seguono poi tanti altri fatti geopolitici in Medio Oriente e Sud America ed altri a più dimensioni, tra cui il come detto "Artico", lo spazio, la corsa tecnologica, ma non possiamo soffermarci.

Quindi, in conclusione, questa è la cornice dei fatti, i fatti sono tra loro intrecciati, il tutto -piaccia o no- è molto complesso, non ha alcun senso trattarlo con codici morali poiché è un problema concreto e, come si sarà capito, strategico ai massimi livelli, storico, epocale ed esiziale.

Fatta la cornice, a Voi metterci l'immagine di mondo.

Lenin, piaccia o meno, su una cosa aveva mille volte ragione: l’insurrezione è un’arte. La lotta vincente è un’arte. La Rivoluzione è un’arte. E non si inventa né, tanto meno, si improvvisa. Si improvvisa, coscientemente, su uno spartito conosciuto o del quale, almeno, si sanno leggere le note. E sul quale occorre aver a lungo studiato.

Armi letali / 3: A cercar la bella morte
di Sandro Moiso
3 agosto 2022

Dedicato a tutti i giovani che hanno meravigliosamente animato il festival Alta Felicità a Venaus dal 29 al 31 luglio


«La resa per noi è inaccettabile, non avremmo grandi possibilità di sopravvivere se venissimo catturati. I nemici vogliono distruggere gli ucraini, per noi è chiarissimo. Noi siamo consapevoli che potremmo morire in qualsiasi momento, stiamo provando a vivere con onore. I nostri contatti con il mondo esterno potrebbero essere sempre gli ultimi. Siamo accerchiati, non possiamo andare via, in nessuna direzione. Abbiamo rinunciato alle priorità della difesa personale. Non sprecate i nostri sforzi perché stiamo difendendo il mondo libero a un prezzo molto alto». (capitano Svyatoslav Kalina Palamar, vice comandante del battaglione Azov).

«Scappare è da codardi. Non possiamo fermarci e trattare, il nostro obiettivo è fermare la minaccia russa: stiamo lottando non solo per l’Ucraina ma per il mondo libero… La debole reazione del mondo è uno dei motivi per cui siamo ancora qui. L’Ucraina è lo scudo dell’Europa, lo è stata negli ultimi due secoli. Abbiamo lottato contro le invasioni nei tempi passati, adesso è un’altra storia. Lottiamo da soli da quasi due mesi e mezzo, abbiamo ancora acqua, munizioni e armi. I soldati mangiano una volta al giorno, ma continueremo a lottare». (Denis ‘Radis’ Prokopenko, comandante del battaglione Azov)

“I nostri militari in un certo senso stanno ripetendo quello che ha fatto Gesù Cristo, sacrificando la propria vita per il prossimo, per i figli, per la propria gente e difendendo la loro terra dall’aggressore. Per questo consacro le loro armi, perché le usino per riprendersi la nostra terra benedetta da Dio”. (Mykola Medynskyy, cappellano militare ucraino membro del partito Pravyj Sektor)

La saga di Azovstal è terminata ormai da tempo. Il sacrificio in stile Götterdämmerung (crepuscolo degli dei) auspicato in un primo tempo da Zelensky e dal suo governo non c’è stato (forse anche per le proteste dei famigliari dei combattenti là asserragliati) e i russi sono stati abbastanza saggi da non trucidarne i difensori sotto gli occhi di tutto il mondo.

Eppure occorre ancora fare i conti con un tipo di comunicazione eroico/sacrificale che accompagna le guerre e la loro gestione propagandistica fin dalla notte dei tempi1.

Che si tratti di Enrico Toti, il soldato italiano della prima carneficina mondiale la cui immagine mentre, già colpito a morte, lanciava le stampelle verso il nemico dopo esser tornato a combattere pur con una sola gamba ha accompagnava i libri di testo scolastici fino gli anni Sessanta oppure dei trecento spartani caduti alle Termopili mentre impedivano il passaggio delle truppe persiane, tutto ha fatto sì che la logica del sacrificio supremo, variamente interpretato anche dalla Jihad islamica recente, abbia continuato ad accompagnare scelte politiche e militari destinate a dar vita ad autentici bagni di sangue, giustificandone le conseguenze proprio attraverso la “bella morte”.

“Bella morte” inevitabilmente destinata a costituire l’atto di nascita di nuovi eroi, di cui, troppo spesso come per i santi del cattolicesimo più impressionistico, il fatto ammirevole è quello di aver subito e sopportato il martirio. Eccoli lì, allora, i martiri/eroi/santi belli e pronti all’uso. In qualsiasi salsa: religiosa, conservatrice o, purtroppo, anche rivoluzionaria o pretesa tale. E non importa che, come nel caso del bersagliere con la stampella, si tratti quasi sempre di fake storiche, se non di bufale assolute.

Il sapore del sangue, l’attrazione fatale per l’abisso della morte, l’esaltazione del sacrificio della vita e del corpo in nome di una più “alta idealità” e di una volontà di autodistruzione catartico che non rivela altro che una autentica pulsione di morte che ben si adatta al fascismo più trucido e a tutto ciò che, nei fatti e non solo nelle parole, nega la vita nella sua essenza.

Un linguaggio funereo e un immaginario tetro, spesso sovranista, degno soltanto del peggior Romanticismo, che, però, affascina proprio coloro che tutto ciò dovrebbero combattere, in nome di una vita “altra” e non di una morte “eroica”.

Allora sarà bene dire che il martirologio di carattere religioso e conservatore, peggio ancora se “rivoluzionario”, non appartiene a chi scrive.

Questo perché al concetto di martirio è indissolubilmente legato quello di dolore e di sconfitta. E non può esserci dubbio che quello di sconfitta sia sempre rinviabile a quello di errore. Errore di calcolo, di prospettiva, di valutazione ma, comunque, errore. Motivo per cui non si può continuare a credere, fideisticamente e religiosamente, che la salvezza o la rivoluzione saranno il frutto di una serie di innumerevoli, dolorosi e ripetuti errori. Dagli incalcolabili danni collaterali e dalle conseguenze tutt’altro che necessarie.

Le rivoluzioni e le lotte vincenti non le realizzano gli “eroi” o i martiri idealizzati: le fanno gli uomini e le donne reali.

Fatti sì di carne e di sangue, ma che, alla fine, non possono soltanto accontentarsi di soffrire molto, di assaporare il dolore della sconfitta, delle ferite e della morte.

Cosa che non porterà mai da nessuna parte, perché si può morire, si può combattere, si può soffrire per una causa; si può essere costretti ad esercitare la violenza ancora per la stessa causa, ma non celebriamolo inopinatamente.

La promessa, insita nella stessa, non consiste in tutto ciò.

La ragione ci impone, da Epicuro a Marx passando per il materialismo illuministico, di perseguire la felicità e la liberazione della specie umana, mentre le sofferenze e le violenze non possono costituire altro che incidenti di percorso determinati dalle casualità storiche in cui ci si ritrova a dover lottare. Incidenti che l’umanità futura non celebrerà, ma rimuoverà, insieme al ricordo della preistoria in cui è ancora attualmente immersa; esattamente come la psiche tende a rimuovere i traumi dell’infanzia.

A meno che non si voglia a tutti i costi accettare il filisteismo borghese. O, peggio, la logica del sacrificio tout court. Che è anche quella che più si adatta alle memorie e alle necessità del nazionalismo e dei costruttori di nazioni. O, ancora, a quelle dei fanatismi politici e religiosi di ogni epoca.

Dalla jihad, ai “martiri” di Piazza Indipendenza a Kiev, fino agli “eroi” del battaglione Azov esaltati da Zelensky e dai media occidentali. Zelensky che fin dai primi giorni di guerra gridò al mondo, in uno dei suoi innumerevoli interventi video: «Onore ai martiri della Patria, morte ai traditori!». Traditori che, inutile dirlo, risultano essere soprattutto coloro che rifiutano di farsi macellare in nome dello Stato borghese. Sia che si tratti di civile che di militari.

Perché il filisteismo é sempre uguale a sé stesso.

Piange sul latte versato, si cosparge il capo di cenere; grida all’offesa, contro l’inciviltà, contro la mancanza di regole, contro il tradimento. E, intanto, li coltiva. Coscientemente. Spudoratamente. Vilmente. Opportunisticamente.

Così a volte, anche negli ambienti antagonisti, si “ammirano” le sofferenze altrui o le lotte disperate, frutto di ricette “antiche” ma sbagliate, sperando che quegli esempi o quelle stesse parole usate in altri contesti possano essere di supporto alla propria causa. Ma è un’idea sbagliata: restano soltanto sofferenze e lotte disperate. Quasi sempre inutili.

Lenin, piaccia o meno, su una cosa aveva mille volte ragione: l’insurrezione è un’arte.

La lotta vincente è un’arte. La Rivoluzione è un’arte.

E non si inventa né, tanto meno, si improvvisa.

Si improvvisa, coscientemente, su uno spartito conosciuto o del quale, almeno, si sanno leggere le note. E sul quale occorre aver a lungo studiato.

Tutto il resto è illusione, dolore, sofferenza e perdita di tempo e di speranza. Che, in seguito, portano, invariabilmente, gli sconfitti a sostenere che la rivoluzione è un’illusione, un errore, un’utopia (magari soltanto giovanile).

Un altro leader, anch’egli preteso “rivoluzionario”, affermò invece che “la Rivoluzione non è un pranzo di gala“. E così facendo fece accomodare centinaia di milioni di cinesi ad un ben misero banchetto. Gli mancava, per così dire, l’idea della Festa.

Che non avrebbe mai permesso alla Cina “popolare” di diventare la prima potenza economica mondiale.

Mentre invece la Rivoluzione, per essere tale, dovrebbe essere anche una festa.

Non condivide la povertà, ma la ricchezza. Non solo materiale.

Non solo il lavoro, ma anche il riposo. Il sacrosanto diritto all’ozio del “nostro” Paul Lafargue.

La Festa ha poco a che spartire con il martirio, il sacrificio e gli eroi, ma il martirio e il sacrificio hanno molto a che spartire con i regimi, le religioni, i nazionalismi e la loro supina accettazione.

Sacrificatevi per la Patria, per l’Onore, per la Vera Fede, per la Causa oppure per il Grande Partito. L’hanno fatto i vostri Padri. L’hanno fatto i Martiri. L’hanno fatto gli eroi. Lo farete anche voi.

Si fanno i sacrifici oggi come sono stati fatti ieri. La vita e la lotta sono fatte di sacrifici.

E’ sempre lo stesso refrain.

Il trionfo della morale cristiana. Anzi delle religioni rivelate. Dall’Antico Testamento al Corano.

Ma così si perde il senso della Festa rivoluzionaria e delle lotte sociali. Che, alla faccia di De Coubertin, devono essere vincenti. Perché, davvero, non basta solo e sempre partecipare.

Si partecipa per vincere e non solo per far presenza o farsi un selfie vicino a una lapide che commemora un morto, un eccidio, un bagno di sangue e di dolore.

Lo “spirito olimpico” non appartiene ai rivoluzionari, così come non dovrebbero appartenere loro i pellegrinaggi del rimorso e dei reliquiari. Magari ai masochisti della politica, ma non a chi aspira ad una nuova vita e a un diverso futuro.

Soltanto ai primi potrà apparire “bello” il sangue versato; belle le vite perdute; bella anche la sconfitta!

Dai moti mazziniani a Shangai nel 1927 si potrebbe elencare una serie infinita di insurrezioni e tentativi rivoluzionari falliti.

Falliti perché fuori tempo rispetto allo spartito del loro momento storico e destinati alla sconfitta fin dal momento della loro ideazione. Autentici tritacarne in cui hanno perso la vita migliaia di giovani rivoluzionari e di lavoratori, da Pisacane a Sapri fino al Che nelle foreste boliviane.

Così invece di apprendere una qualche lezione da quelle sconfitte, in caso di vittoria, si preferirà esercitare la vendetta, dello Stato o del Partito, come moneta di scambio per ripagare il dolore subito in precedenza e la felicità non ancora mai raggiunta.

Sui nemici oppure anche anche su rivoluzionari colpevoli di aver espresso qualche dubbio sull’efficacia delle decisioni prese dai grandi timonieri della storia.

In questa concezione, tutto entrerà, o dovrebbe entrare, nel medagliere futuro.

Della Rivoluzione fallita (comunque), della Nazione rafforzata o del Gulag travestito da Società migliore.

Ma non chiamatela “memoria” perché, in realtà si tratta di rappresentazioni molto prossime alle idee fasciste sulla società, la nazione, il sacrificio e il lavoro che, in apparenza si vorrebbero combattere.

Tutte idee che, in fin dei conti, permettono ai principali contendenti del disgraziato conflitto in corso di rinfacciarsi a vicenda le stesse colpe.

Tutti fascisti e tutti anti-fascisti.

Tutti nazisti e tutti anti-nazisti.

Pur che il sangue scorra…che bello spettacolo da teatro del grand guignol, mentre il capitale ancora una volta sogghigna.

Meglio, allora, non solo i giovani che disertano su entrambi i fronti della guerra in corso, ma anche quelli che cercano di sfuggire alla stessa abbandonandosi all’eros e all’alcol nei locali di Kiev, dove la polizia irrompe distribuendo cartoline per l’arruolamento forzato. In maniera paritaria, sia ai ragazzi che alle ragazze, mentre c’è chi vende per 1600 euro falsi documenti di un’ università polacca per restare alla larga dalle trincee.

«Attenti agli uomini in nero, scrivono indulgenze al capolinea di Rogaskaya». «Al campo sportivo di fronte al Gorky Park i moschettieri invitano al gran ballo», avvertono i messaggi su Telegram in una chat di Kharkiv. All’inizio, per il fronte sono partiti i volontari; ma ora le croci in battaglia sono tante, la musica è cambiata e gli uomini in divisa vanno in giro a reclutare passanti troppo impegnati a spassarsela per vantare un buon motivo per non combattere. Ogni città ha la sua chat, in rete fioriscono gli avvistamenti, ora e luogo per non essere acchiappati. Non c’è regola, non c’è obbligo di arruolarsi; ma se ricevi la “cartolina” devi partire per il fronte. Li braccano alle fermate della metro, in palestra, nei club. Passi la notte a divertirti? Beccato, vai in guerra! Fai scandalo facendo sesso in pubblico? Via, al fronte2.

Chi ama la vita, auspica la sopravvivenza della specie, pur con tutti i suoi enormi difetti, e detesta la guerra non avrà dubbi sulla sostanza, per quanto pre-politica, di questa forma di rifiuto collettivo del culto della Patria, del Dovere e della Morte.

Sarebbero dunque questi i “traditori” filo-russi e filo-putiniani che Zelensky si vanta di perseguitare, reprimere ed eliminare nelle sue quotidiane cronache propagandistiche cui viene dato tanto risalto dai media occidentali? Sono forse loro i sabotatori della guerra di “liberazione”?

N. B.
Il titolo del presente articolo è preso a prestito da quello del romanzo memorialistico di Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte, pubblicato da Marsilio Editore, Venezia 1995.

Note
Compresa l’infinita serie di reportage che la “democratica” Repubblica, orfana di Scalfari, dedica ancora ai combattenti del battaglione Azov, con titoli roboanti e “accattivanti”: Carlo Bonini, Daniele Raineri, Laura Pertici, La guerra di Azov. Sulla linea del fronte con il reggimento nazionalista ucraino diventato simbolo del conflitto e di cui l’Occidente ha paura (qui)

Paolo Brera, Le notti proibite dei giovani di Kiev. “Con musica ed eros scordiamo la guerra”, «La Repubblica», 25 luglio 2022

Sigonella deve smettere di essere in territorio italiano MA di non essere nella disponibilità dell'Italia

Sigonella e le esecuzioni mirate
di Comitato NoMuos/NoSigonella
4 agosto 2022

Non importa dove vi nascondiate, se siete una minaccia per il nostro popolo, gli Stati Uniti vi troveranno e vi elimineranno. C’è poco da fare: che si tratti di Garibaldi, Mussolini o Di Maio, non è facile trattenere l’emozione quando un leader politico si affaccia al balcone e parla al popolo. Non è roba di routine, lo si fa per annunciare la rottura delle reni elleniche, l’abolizione della povertà o la cancellazione dalla faccia della terra di Ayman al-Zawahiri. Già, chi l’avrebbe detto che l’onore del discorso balcone, per l’eliminazione dell’emiro di al Qaeda, sarebbe toccato al compassato Joe Biden, autore della solenne affermazione del nostro incipit… La pratica delle esecuzioni “mirate” non è certo prerogativa esclusiva degli Stati Uniti, le forze armate israeliane ne fanno uso da decenni in Palestina inventando spesso Target Killing anche solo quando si tratta di ribadire il fatto che a Gaza o Jenin possono colpire dove e quando vogliono. Un bel salto di qualità lo ha determinato poi, naturalmente, l’uso massiccio dei droni. Si tratta di vere operazioni di guerra, di assassinii ordinari mascherati, oppure solo di condanne a morte senza processo? Dipende. E cosa accade se i droni partono da territori nazionali che in guerra “ufficialmente” non sono mai scesi? In quali conseguenze possono incorrere le popolazioni che abitano quei territori?

Con il ritorno della guerra in Europa, la denuncia del Comitato No Muos /No Sigonella è di una gravità perfino maggiore del solito, ma non nasce certo oggi. Tuttavia, è dal lontano 1985, quando il leader socialista Bettino Craxi ebbe un sussulto sulla sovranità nazionale violata proprio a Sigonella, che il tema non desta il minimo interesse nella stragrande maggioranza dei parlamentari italiani. Tutti decisi a difendere il bene supremo della pace del mondo a qualsiasi costo, soprattutto in spiaggia.

* * * *

Da anni sottolineamo come la Base USA di Sigonella, a pochi chilometri da Catania, costituisca un pericolo per la nostra terra e una evidente violazione dei nostri principi costituzionali.

In particolare tale condizione si è accentuata da quando nella base vengono ospitati droni armati utilizzati, quindi, non solo per attività di intelligence, ma per atti di guerra quando non per azioni definibili, alla luce del diritto internazionale, come ordinari omicidi.

Da qualche anno, il Comitato No Muos /No Sigonella ha iniziato una proficua collaborazione con l’ECCHR di Berlino – European Center for Costitutional and Human Right – associazione che si batte per la condanna delle operazioni Target Killing operate mediante l’uso di droni e il risarcimento delle vittime innocenti di tali azioni criminali. Le operazioni di Target Killing, infatti sono spesso azioni che, secondo il diritto internazionale, non avvengono all’interno di un conflitto dichiarato fra nazioni. Vengono individuati dei bersagli – “Target” – generalmente presunti terroristi e vengono uccisi, mediante attacchi di droni senza processo, al di fuori di ogni regola civile. Ovviamente simili attacchi, per quanto mirati, non possono svolgersi senza spargimento di sangue innocente. I cosiddetti effetti collaterali superano di almeno dieci volte il numero dei “Target” uccisi, lasciando una scia di sangue che a volte ha comportato l’intero sterminio dei partecipanti a cerimonie religiose, funerali, matrimoni…

Qualche anno fa, all’Università di Catania, ci eravamo occupati di questi temi con il convegno “Droni Armati a Sigonella” organizzato insieme a ECCHR. Successivamente la stessa ECCHR ha iniziato un’azione di “Accesso Civico” agli atti – FOIA – nel quale è intervenuta anche la nostra Associazione, per avere una conoscenza documentale riguardo al coinvolgimento dello Stato Italiano in tali azioni. Il giudizio, durato quasi cinque anni, svoltosi innanzi al TAR del Lazio e al Consiglio di Stato, si è da poco concluso e ha consentito di accedere ad accordi fra lo Stato Italiano e USA che disciplinano i rapporti fra le basi di Sigonella e Ramstein e la nostra Difesa.

Documenti che provano il pieno coinvolgimento del nostro governo e del nostro sistema di difesa in azioni che, non solo sono contrarie alla nostra Costituzione che non prevede giudizi di condanna a morte (per di più senza processo) ma che spesso si trasformano in autentici massacri di persone innocenti. Senza contare che la partecipazione a simili azioni e ad altre azioni di guerra operate in conflitti ai quali l’Italia ufficialmente non partecipa espongono il nostro territorio al rischio di ritorsioni, rappresaglie e atti terroristici.

Tale conoscenza potrà essere utilizzata per future azioni in difesa delle vittime e atti di denuncia. Intanto, come cittadini catanesi, continuiamo a subire anche le continue interferenze del volo dei droni con il traffico civile dell’Aeroporto di Catania.

Invitiamo pertanto tutte le realtà antimilitariste e pacifiste siciliane a rafforzare l’impegno e le mobilitazioni per smilitarizzare Sigonella e tutta la Sicilia e per contribuire alla costruzione di un movimento internazionale contro tutte le guerre.

La pazienza, la strategia di lungo periodo, la diplomazia, l’arte del conflitto-cooperante, le forme indirette, oblique e diagonali di interagire, sono sconosciuti agli anglosionististatunitensi. Sono parte integrante della cultura millenaria cinese

Ipotesi sullo sguardo asiatico
di Pierluigi Fagan
5 agosto 2022

Se assumessimo l’obiettivo strategico americano verso la Cina, ovvero se non proprio isolarla metterla seriamente in difficoltà, mettere dell’attrito sul corso della sua crescita economica, quindi di potenza e di stabilità interna, come dovremmo valutare il viaggio della Pelosi?

Il primo guaio degli articoli e commenti che leggo a riguardo è che essi sono fatti con una mentalità occidentale e si rivolgono ad un pubblico occidentale. Ma la partita è prettamente orientale. Non solo è orientale la Cina, è orientale il sistema in cui è inscritta la Cina. E’ questo sistema, il sistema asiatico, che alimenta la crescita cinese e di pari vi dipende.

Il secondo guaio è il tipo di immagine di mondo che ha l’analista. Ora vanno molto i geopolitici dopo un lungo dominio degli economisti. Purtroppo però, così come gli economisti fanno analisi monofocali che ignorano la grammatica geopolitica, i geopolitici scontano altrettanta parzialità monofocale verso o fatti economici. E’ un bel guaio, dato che lì nella realtà delle cose, così come nelle mentalità politiche degli attori in campo (capi dei vari governi dell’area) non esiste tale divisione, al realtà con la quale avere a che fare è una.

Il terzo guaio con cui abbiamo a che fare è l’arruolamento degli osservatori occidentali in sistemi di giudizio coinvolti nell’argomento. Possono essere atlantisti e quindi recitare una sequenza di concetti e giudizi del tutto scombinati come m’è capitato di leggere stamane in un articolo di Marta Dassù o all’opposto citare gli infuocati editoriali di Global Times. Così, ad esempio, coloro che in spregio alla millenaria mentalità del conflitto asimmetrico cinese, s’immaginavano caccia cinesi che abbattevano l’aereo della Pelosi in pure stile Top Gun, cioè Hollywood.

Ora, io non mi voglio vendere per ciò che non sono, non sono un esperto di Asia, non sono un esperto di alcunché, sono un generalista che si occupa di complessità, quindi di molte cose. Proverò però a fare una analisi in base al poco che so, cercando di evitare le tre citate distorsioni di giudizio.

1. La Cina fa quasi il 50% del suo import dall’Asia e poco meno, il 46% quanto ad export. Si può dire che la consistenza economica e commerciale cinese sia essenzialmente asiatica e verso l’Asia, dà (cioè importa) più di quanto prenda (esporta). La Cina risulta il primo paese per entrambi gli item per ognuno dei poco più 50 stati asiatici e quando non è il primo è il secondo o in rari casi il terzo. Si può dire in via sistemica che per il sistema Asia, per il bene comune asiatico ovvero l’interesse comune di tutti gli stati asiatici, la Cina funge da locomotore, cuore sistemico, pompa centrale della circolazione di ricchezza. Il che comporta che eventuali problemi di impeto nel locomotore cinese, verrebbero pagati da tutto il treno asiatico. Si deve anche ricordare i molteplici forum (fora) e accordi che legano tra loro i paesi asiatici con la Cina, RCEP, AIIB, SCO etc.

2. Di contro, la Cina è un gigante demografico e di potenza nel quartiere asiatico. Con scarsa attitudine all’imperialismo sul circondario nella sua storia, almeno negli ultimi secoli, se sei uno stato asiatico, specie adiacente, è ovvio tu possa nutrire qualche preoccupazione. Le varie questioni sui confini dei mari, gli stretti, la diaspora cinese, il grande potenziamento tecno-militare cinese recente, pur non essendo sempre direttamente minacciosi, certo non sono rassicuranti. Va anche ricordato però, che la Cina non ha tradizione di manipolazione dei governi altrui, non risulta a registro quella attività di finanziamento politico, di think tank, di lobbying, di influenza stampa e molto altro che connota l’impero ibrido statunitense.

3. Abbiamo quindi due dinamiche, una che spinge a tessere relazioni strette con la Cina, l’altra che consiglia una qualche contro-assicurazione, quello che in Relazioni Internazionali, si può dire il classico “bilanciamento”. Il naturale candidato al bilanciamento sono gli Stati Uniti, il nemico del mio amico/nemico. Il più nitido attore che esemplifica questa postura bilanciata è l’India. Nella SCO, nell’AIIB e soprattutto nei BRICS con la Cina, flirta militarmente e tecnologicamente con l’America (ed in vero anche con la Russia quanto ad energia e armi).

4. Nei tanti meriti e capacità degli americani, non risultano alcune qualità tipicamente asiatiche: la pazienza, la strategia di lungo periodo, la diplomazia, l’arte del conflitto-cooperante, le forme indirette, oblique e diagonali di interagire. A dire che GT cita una serie di diplomatici ASEAN e non solo, sconcertati dalla decisione presa dagli americani sul viaggio della Pelosi. GT non fa nomi e soprattutto -di solito- fa propaganda; tuttavia, per quel che posso sapere della mentalità asiatica, l’informazione pare molto credibile. Anche perché plasticamente confermata dal fatto che il presidente coreano ha fatto finta di esser in vacanza (a casa sua a Seul, pare) pur di non dover incontrare l’americana e stante che un incontro tra sudcoreani ed americani non sarebbe stato assolutamente scandaloso anche agli occhi di Pechino. Altresì, nei giorni scorsi, alcune fonti asiatiche, affermavano che la stessa Taipei aveva pregato la Pelosi di soprassedere, ma invano. Poco o nulla è più opposto della mentalità asiatica e quella del far west, mi limito a fotografarlo, non interessa il giudizio che se ne possa dare.

5. Taipei dipende per il suo 28% di export da Beijing e per il 24% per il suo import, la RPC è di gran lunga il suo primo partner, com’è ovvio. Da notare che la reazione cinese, al di là dei fuochi artificiali antica tradizione bellico-spettacolare dell’area, ha mostrato come facilmente Taipei potrebbe esser oggetto di blocco navale. Un blocco navale porrebbe un bel problema agli Stati Uniti. Taiwan non è uno stato riconosciuto all’ONU e dalla comunità internazionale, se la Cina facesse un domani un blocco navale serio, qualora gli americani andassero a forzarlo, si macchierebbero formalmente di aggressione. Blocco navale più blocco economico soffocherebbe Taiwan in tempi ragionevoli. Ma già dai blocchi di esportazioni fatti dai cinesi (ad esempio la sabbia che giornalisti della nostra grande stampa segnalavo essenziale per le costruzioni non sapendo che è anche silicio, anche se non molto puro) in punizione all’incontro delittuoso, si mostra come il fine cinese sia mettere il potere economico taiwanese (che è quello che domina l’isola) contro il potere politico che è tutt’altro che monolitico. Debbo anche segnalate che tutta la paranoia eccitata sparsa a piene mani già il secondo giorno della guerra in Ucraina dai media occidentali imbeccati dagli americani, rispetto al fatto che la Cina starebbe in procinto di invadere Taiwan è inconsistente. Taiwan deve rientrare nella RPC entro ventisette anni (2049) e non c’è alcuna ragione per affrettare i corsi. Anche perché è probabile che i cinesi continentali vogliano convincere i cinesi isolani o loro buona parte alla inevitabilità del fatto, prima di compiere alcuna mossa più decisa. Sia perché governare poi un territorio ostile è un problema, sia perché mostrerebbe una faccia eccessivamente aggressiva verso i vicini-partner asiatici.

Detto ciò, l’operazione è tutt’altro che facile, i cinesi non si conoscono come campioni di soft power, i taiwanesi preferirebbero rimanere autonomi, gli americani, inglesi e tutta la coorte occidentale farà di tutto per mettere i bastoni tra le ruote. Tuttavia, geografia, antropologia ed economia ed il buon uso del tempo, sono a favore.

Di questi tempi è essenziale comprendere e per comprendere ci sono veramente un sacco di cose da studiare. Cerchiamo di studiare di più e giudicare di meno, l’ansia è nemica di un buon adattamento all’era complessa. Avrete vissuto l’esperienza sconfortante del vedere in qualche film straniero come trattano a botte di luoghi comuni il nostro esser italiani proiettando su di noi i loro poveri e stupidi schemi mentali. Ecco non fate altrettanto con gli asiatici, non è un buon modo per orientarsi nei tempi futuri verso il 60% della popolazione mondiale. Se certe cose non si sanno si può sempre stare zitti, no?

[Il libro segnalato è fantastico, lo consiglio vivamente, del massimo esperto di mentalità cinese che si abbia qui in Europa, un Maestro, figura davvero rara di questi tempi frettolosi e superficiali]