L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 febbraio 2021

Ida Magli - 5 - Politicamente corretto, la forma più radicale di lavaggio del cervello che i governanti abbiano mai imposto ai propri sudditi

Ida Magli, i libri come proteine e il politically correct come lavaggio del cervello dei governanti

Il pensiero dell’antropologa, scomparsa nel 2016, è sempre stato non codificabile, nè di destra nè di sinistra, controcorrente e anticipatorio su molti temi

di Maria Luisa Agnese
23 febbraio 2021


Nel pieno della lotta degli Anni 70, con gli studenti più inclini al sei politico che allo studio, Ida Magli pretendeva un esame scritto per poter accedere alla sua materia, Antropologia culturale, e si opponeva all’onda della contestazione, dando vita a un carteggio con un altro insegnante di alta gamma e resistente come lei, Norberto Bobbio, dove si confortavano a vicenda dei quotidiani affronti alla loro assertività. Nonostante il clima ardente, le aule delle lezioni di Ida Magli alla Sapienza di Roma erano però affollatissime, ragazze e ragazzi correvano da quella minuscola e quasi monacale professoressa dagli occhi cerulei, che si ostinava a prepararli per un pensiero autonomo partendo ogni volta da un dettaglio affascinante. Il cornetto, sì, quello contro la malasorte, il tappetino sulla soglia di casa, i capelli della donna, il linguaggio, tutti simboli del quotidiano antico/contemporaneo che lei con tecnica da detective analizzava e rivoltava per andare al fondo dei problemi e delle contraddizioni della società. E che tenevano inchiodati i suoi ascoltatori. « Ricordo una lezione del 1975 in cui lei ha parlato per un’ora dello scolorimento dei manifesti dell’allora Partito comunista, che stavano virando dal rosso al rosa: per lei il segnale del cambiamento che si manifestava in modo quasi impercettibile di un partito che stava per andare al governo e mandava un messaggio rassicurante alle masse. Così teneva fermi migliaia di ragazzi per un’ora» ha raccontato a un convegno a Lucca la giornalista Barbara Palombelli, sua alunna e seguace. Era partita dalla filosofia per arrivare all’antropologia, Ida Magli, e proprio incrociando le sue due grandi passioni - lo studio delle società primitive e la musica - aveva elaborato un suo modello che felicemente poi ha applicato non solo alle civiltà antiche ma alla nostra contemporaneità, pioniera in questo non solo in Italia ma nel mondo. Convinta che tutti siamo affogati nei simboli fondamentali e che la forza derivata dai loro condizionamenti culturali ci avvolge inesorabilmente e plasma i modelli culturali in modo profondo. È partita dal sacro e dalla vita di Gesù per evidenziare l’innovazione disruptiva, di rottura, che il Nazareno ha innescato rispetto all’ebraismo, perché con il battesimo ha messo per la prima volta le donne sullo stesso piano degli uomini, un po’ d’acqua per tutti e tutte. Poi è arrivata la Chiesa e ogni cosa è stata deviata, ma la condizione della donna è sempre stata il termometro per valutare una civiltà. E che ciò che la tiene imprigionata sono prima di tutto i condizionamenti culturali.

Il pensiero controcorrente

Nella radicalità del suo punto di vista antropologico Ida Magli era non codificabile, né di destra né di sinistra né cristiana né anticristiana, ha sviluppato un pensiero controcorrente e anticipatorio su molti temi, dal velo e la questione islamica («Se non ci difendiamo scompariremo», in un’ intervista a Luisa Pronzato su 7) a quella europea, ai neo conformismi. «Ricordo che ero a Repubblica e lei veniva e diceva: il pericolo è l’Islam. Siccome eravamo a inizio Anni 90 io vedevo la faccia di Scalfari che diceva “lo chiami tu il 118?”», racconta ancora Palombelli. Destinata non a scontrarsi direttamente, ma a diventare scomoda per tutti, ha rinunciato alle lusinghe del facile consenso mediatico: stava rintanata senza rimpianti nel suo piccolo appartamento, e fra lo studio e la vita privilegiava il primo. «L’encefalo mangia come mangia lo stomaco, sento molto i bisogni di proteine dell’encefalo, ormai sono abituata a un certo tipo di alimentazione per cui i libri li sfioro e se vedo che non mi alimentano al livello che vorrei, mancano di proteine sufficienti per me, li elimino subito », così a Leopoldo Antinozzi a Radio Rai nel 1987. Qualche anno prima di morire (a Roma il 21 febbraio 2016), ha liquidato anche il politically correct, definendolo sul Giornale come «la forma più radicale di lavaggio del cervello che i governanti abbiano mai imposto ai propri sudditi».

Cosa nasconde questo continua parlare d'inflazione in MANCANZA d'inflazione? Questa dipende si dalla notevole massa circolante di moneta ma anche tra l'equilibrio che si viene a creare tra DOMANDA e OFFERTA e quest'ultima ancora è sovrabbondante

Inflazione in rialzo nell’Eurozona, proseguono le vendite sui Btp

Le rassicurazioni di Lagarde sull’andamento dei programmi della Bce non aiuta i timori per uno shock dell’inflazione. EUR/USD in calo in attesa di Powell

Fonte: Bloomberg

Liliana Farello | Financial Writer, Italy | Data di pubblicazione: Martedì 23 Febbraio 2021 15:59

Continuano a salire i rendimenti dei titoli di stato europei, sulla falsariga di quanto sta già accadendo da settimane ai Treasuries statunitensi. A spingere le vendite sui Btp e sui Bund tedeschi, stamattina, il dato sull’inflazione dell’Eurozona, che a gennaio è balzata ai massimi da 11 mesi.
Inflazione Eurozona, cosa dicono i dati?

Stamattina alle 11:00 l’Eurostat ha pubblicato i dati relativi all’indice dei prezzi al consumo di gennaio per la zona euro. L’inflazione si è assestata allo 0,9% anno su anno, mentre rispetto al mese precedente ha osservato comunque un rialzo, sebbene più contenuto, fermandosi allo 0,2%.

Il dato annuale è in linea con le attese del consensus e segna un balzo in avanti rispetto al mese di dicembre, quando l’inflazione era scesa dello 0,3%. Rallenta invece mese su mese – a dicembre 2020 era ferma allo 0,3%.

Era dal marzo del 2020 che non si registravano livelli così alti. Al tempo, proprio nei giorni in cui il coronavirus si manifestava in tutta la sua gravità, l’inflazione era arrivata a salire dell’1,2%, in rialzo rispetto alle aspettative degli analisti che avevano previsto un rialzo fino allo 0,8%.

Da settembre 2020, l’inflazione ha registrato livelli negativi – fino al dato di oggi. Ma l’aumento dell’inflazione, seppur indice di salute dell’economia (prezzi troppo bassi si traducono in ricavi ancora più bassi per imprese e aziende, con ripercussioni sul tessuto economico), nasconde anche minacce.

Rischi inflazione: l’effetto covid

Il recente aumento dell’inflazione è il risultato di mesi di forti immissioni di liquidità su mercato. È quello che nell’Unione Europea sta facendo la Banca centrale di Francoforte: proprio ieri la governatrice della Bce, Christine Lagarde, intervenendo alla conferenza parlamentare europea sulla governance economica ha di fatto tentato di lanciare un messaggio incoraggiante:

“La pandemia non è ancora finita e l'allineamento delle politiche senza precedenti” della risposta pubblica alla crisi (a partire dalla politica monetaria e dalla politica fiscale) “continuerà a essere un imperativo per quello che ci aspetta”, ha detto Lagarde. E ha proseguito parlando delle politiche messi in atto dalla Bce in risposta alla crisi, dichiarando che debbano “continuare a rafforzarsi a vicenda nell'affrontare due sfide comuni: proteggere l'economia e successivamente trasformarla”.

Il tentativo di rassicurare gli investitori in debito pubblico non sembra essere stato troppo efficace. Oggi il rendimento del Btp decennale viaggia in rialzo dello 0,670% mentre quello dei Bund tedeschi scende dello 0,2870% (stamattina era a -0,325%).

A spingere le vendite sui titoli di stato (il prezzo è inversamente proporzionale ai rendimenti: puoi approfondire il funzionamento dei tassi di interesse con IG), i timori di un picco dell’inflazione, in seguito all’azione della Banca centrale europea, cui possa seguire un aumento dei tassi di interesse da parte delal Bce.

Secondo il bollettino periodico sull’andamento del programma di acquisto asset in funazione anti-pandemica, sempre ieri la Bce ha comunicato di aver acquistato, nella settimana dall’11 al 17 febbraio, titoli di stato per 22,5 miliardi di euro nell’ambito del programma di quantitative easing, mentre sono 17,2 miliardi i titoli aggiuntivi acquistati sotto il programma Pepp (Pandemic Emergency Purchasing Program).

Quali conseguenze per l’andamento dell’euro-dollaro?

In questo contesto, gli investitori restano in attesa della testimonianza del numero uno della Fed Jerome Powell di questo pomeriggio. Gli operatori si aspettano che nella testimonianza odierna Powell ribadisca l'impegno dell'istituto centrale a mantenere una politica ultra accomodante fin quando sarà necessario per far salire l'inflazione.

L’attesa e l’aspettativa per le parole di Powell fa virare al rialzo il dollaro, con il Dollar Index che avanza dello 0,28% a quota 90,23. Deboli dunque i cambi con le maggiori valute europee: nonostante il dato sull’inflazione, l’euro-dollaro viaggia in calo e scivola a quota 1,2137.

Le mani rapaci dell'Occidente sulle ricchezze della Repubblica Democratica del Congo

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO: "MAGNIFICA TORTA DA SPARTIRE"


(di Julian Carax)
24/02/21 

I tragici eventi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo sono ormai noti: l’omicidio dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci campeggiano ovunque sulle prime pagine dei giornali.

Le domande sono molte, e nel tempo continueranno ad esserlo: chi ha qualificato il percorso come sicuro, chi ha gestito l’organizzazione dello spostamento, chi ha ritenuto di poter effettuare questo tipo di attività che non poteva essere ritenuta esente da rischi, visto che l’Ambasciata stava comunque tentando di approvvigionare mezzi blindati di cui non dispone ancora, quali sono stati moventi e mandanti dell’assalto.

L'attacco al convoglio del WFP, a bordo del quale viaggiavano Attanasio e Iacovacci, è avvenuto a nord di Goma, capoluogo della provincia orientale del Nord Kivu, provincia tormentata da violenze endemiche.

Un primo elemento posto in risalto è che, di questo quadrante e delle sue vicissitudini, non si hanno particolari nozioni. E questa, per un Paese che per dimensione politica ambisce a porsi tra i primi posti al mondo, è una colpa. Imperdonabile.

La RDC non è nuova a questo menage: tra il 1994 e il 2003 è stata il teatro di un conflitto che, per portata, partecipazione – 9 Paesi – e brutalità, è stato ribattezzato come Prima Guerra mondiale Africana, e che ha determinato circa 5 milioni di vittime.


L’ufficialità formale conferita alla fine del conflitto non ha tuttavia posto fine ai massacri ed agli stupri di guerra del Kivu, tanto che milizie e gruppi ribelli continuano ad imperversare ad est malgrado nell’area sia presente, una delle più consistenti missioni di peacekeeping ONU1.

La regione, posta al confine con Uganda e Ruanda, offre spazio anche agli scontri tra insorti e forze armate congolesi, per uno dei più banali e sanguinosi motivi di attrito: il possesso delle risorse pregiate. Il sottosuolo del Kivu è infatti ricco di oro, cobalto, nichel, diamanti e, soprattutto, di coltan, fondamentale per la produzione di smartphone e cellulari; è nel Kivu, infatti, che si concentra l’80% della produzione globale di columbite tantalite. Nell’area protetta del parco nazionale del Virunga, inoltre, sono stati scoperti nuovi giacimenti petroliferi, tanto da far considerare l’area di confine tra Uganda e Ruanda, come uno dei principali accumuli di risorse minerarie del pianeta.

I precari equilibri securitari del Nord Kivu contribuiscono a contestualizzare la situazione, con la Monusco, forte di 15.000 uomini con 724 osservatori provenienti da 49 nazioni diverse, ma inane di fronte all’attivismo dei gruppi armati, ed con l’assenza di un effettivo coinvolgimento dei principali attori politici della Regione dei Grandi Laghi, fattore che impedisce qualsiasi tipo di stabilizzazione. A questo si aggiunge la situazione degli oltre 5 milioni di sfollati, un numero tristemente superato solo dalla Siria, e dal carattere transfontaliero di una zona in cui ogni intervento potrebbe determinare la rottura del delicato equilibrio raggiunto con i paesi confinanti.


Questi anni, che avrebbero dovuto costituire la sessantesima pietra miliare dalla conquista delle indipendenze di molti Paesi dell’area, si sono aperti su uno scenario inedito, sconvolto dalla pandemia, e che dovrebbe condurre a considerare quanto è stato fatto, e quanto invece è rimasto incompiuto in termini economici, politici, sociali.

Gli elementi fondamentali sono diversi; innanzi tutto la regione subsahariana non ha raggiunto gli obiettivi auspicati, non riuscendo spesso a mantenere un avanzamento che mettesse in sincronia politica, tempo e risorse, e conservando un’arretrata omogeneità areale ed economicamente dipendente dall’estero, che ha visto effimere evoluzioni iniziali e marcate regressioni successive, eccezion fatta, ma non brillantemente, per gli anni compresi tra il 1995 ed il 2014. I Grandi Laghi, quindi, sono una regione fondamentale dell’Africa di Mezzo, dove si intersecano progetti geopolitici continentali ed internazionali, con l’insorgere della contesa per le materie prime sempre più alla portata del Dragone.

Dalla RDC si svolge la linea rossa che marca gli equilibri che dall’area dei Grandi Laghi spazia dal Corno d’Africa sull’Oceano Indiano, fino ad affacciarsi sull’Atlantico; un punto di raccordo nella lotta al terrorismo tra Somalia, Eritrea, Etiopia attraverso il Sudan, e con le riserve strategiche di petrolio del Golfo del Benin e del Golfo di Guinea.

Dominare il Congo significa controllare i giacimenti del Cabinda, della Guinea Equatoriale e del Congo-Brazzaville. Frantz Fanon2, immaginando l’Africa come una pistola, fu certo che il grilletto si trovasse nel Congo: una visione avvalorata dalle vicende riguardanti la splendente ascesa ed il tragico, rapidissimo declino di Lumumba, tradito dall’amico Mobutu, dalla secessione del ricco Katanga appoggiato dall’Unione Miniere belga; dal fallimento della missione ONU che portò alla morte dell’allora Segretario Generale Dag Hammarskjöld; dall’eccidio di Kindu; dall’insediamento voluto da americani e belgi di Mobutu come garante degli interessi occidentali.


Di Patrice Lumumba rimane il pensiero di un campione dell’indipendenza africana, di Mobutu una dittatura sanguinosa che permette l’accesso dei profughi ruandesi e la presa del potere di Laurent Kabila; a lui succede il figlio Joseph, che dilaziona le elezioni, coopta le opposizioni, e gode dell’appoggio di Francia e Belgio, di volta in volta messi intelligentemente a confronto, degli USA, grazie anche alla politica di Trump che non inasprisce i controlli sui cosiddetti minerali insanguinati, e della Cina, che lascia mano libera alle sue imprese.

Gli equilibri imposti dal post Guerra Fredda, hanno fatto sì che i Grandi Laghi Africani costituissero un punto di scontro delle varie istanze continentali; un attrito accelerato dal genocidio ruandese, che oscura l’opera anti apartheid di Mandela, e dalla conseguente Guerra Africana del 98, un confronto razionalmente inspiegabile alla luce delle potenzialità, dell’importanza e della ricchezza di un Paese determinante per l’estrazione di uranio, un Paese che avrebbe dovuto essere un punto di ricomposizione geopolitica da preservare nell’interesse di molti, potenti ed interessati attori internazionali. In tempi diversi, il Cuore di Tenebra di Joseph Conrad porta il pur rude Kurtz, dopo che ha visto quel che accade nella foresta pluviale del Congo, a mormorare "l’orrore! L’orrore!".

La terra del Congo è forse ancora intrisa del sangue versato da Leopoldo II del Belgio, che riuscì ad impossessarsi di un territorio quasi 80 volte più grande del suo regno, grazie ad un’abile e fraudolento battage filantropico volto ad aggiudicarsi il controllo delle ricchezze congolesi, in primis quelle derivanti dalla raccolta del caucciù. Un regime fondato sul terrore, di cui Leopoldo II tentò di cancellare memoria distruggendo i propri archivi.

Geograficamente il Congo è immenso, grande quanto l’Europa Occidentale, ma ancora poco e mal collegato, dove il mezzo radiofonico fa da padrone mediatico; tra est, ovest e centro sussistono forti differenze, anche sociali e linguistiche; all’est rimane irrisolta la questione hutu – tutsi, un continuo generatore di violenza. Di fatto un Paese in cui è certificato un vuoto di sovranità.


La legittimità statuale è minata dall’interno, ed attaccata dall’esterno, visto che alcune regioni spingono per una secessione di fatto. Molte le organizzazioni combattenti: le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FdlR), movimento etnico hutu con esigue disponibilità finanziarie; le Allied democratic forces, che dopo alcuni anni di crisi seguiti all’arresto del leader Mukulu, oggi si proclamano islamiste, ma la cui aderenza ai precetti coranici è piuttosto dubbia, e che vengono utilizzate da Kinshasa per ottenere aiuti per la lotta alla Jihad; le milizie di autodifesa chiamate Mai-Mai, attive per lo sfruttamento delle risorse congolesi. In questo contesto trovano spazio anche gli interessi del libanese Hezbollah, grazie ad una rete di alleanze sostenute dall’Iran, in particolare durante la gestione Ahmadi-Nejad.

Tutte queste organizzazioni, pur cercando di impadronirsi di giacimenti e foreste, si autofinanziano con i rapimenti sia di maggiorenti locali sia di stranieri, e mal tollerano la presenza dei caschi blu ONU, testimoni del contrabbando delle ricchezze del Kivu, peraltro flagellato dall’ebola, con i Paesi confinanti; il Ruanda risulta essere ai primi posti nella produzione di coltan anche se ufficialmente è privo di miniere; da notare che nella capitale ruandese Kigali hanno sede le direzioni di diverse, soprattutto belghe e americane.

Si può senz’altro dire che nella RDC è presente una nascente geoeconomia collegata agli investimenti infrastrutturali, tenuto conto che i progetti rivestono una funzione geopolitica, senza contare i nascenti interessi dell’ENI, colonna portante della politica estera italiana, che da Brazzaville sta già guardando alla nuova leadership della RDC.

L’Italia potrà anche apparire come un attore di relativa minor caratura, ma è da considerarsi partecipe della vicenda della RDC: una magnifica torta da spartire, citando le parole Leopoldo II.

1 Monusco
2 psichiatra, antropologo, filosofo e saggista francese, nativo della Martinica e rappresentante del movimento terzomondista per la decolonizzazione

Foto: MONUSCO - 2021 United Nations

La Russia aiutando la Siria contro i mercenari tagliagola terroristi si è guadagnata la presenza in pianta stabile nel Mediterraneo

LA RUSSIA NEL MEDITERRANEO: CONSEGUENZE SUGLI EQUILIBRI LOCALI E GLOBALI


di Giacomo Barbetta –
24 febbraio 2021

Le mire della Russia sul Mediterraneo per rafforzare la propria posizione e promuovere i propri interessi nazionali hanno radici profonde. Già a partire dal XV secolo, infatti, la Russia guarda al Mediterraneo come “un obiettivo strategico da raggiungere a tappe” attraverso il rafforzamento delle proprie posizioni sui cosiddetti “mari ristretti” sui quali ha sbocco, primo fra tutti il Mar Nero.
In chiave geopolitica il Mediterraneo, e in particolare la sua parte orientale, costituisce la via maestra per raggiungere il Canale di Suez, il Mar Rosso e il Golfo Persico, corridoi privilegiati per le rotte mercantili internazionali e per gli spostamenti delle flotte militari statunitensi ed europee.

(Fonte: InsideOver, giugno 2019).

In pratica la Russia ha considerato e considera attualmente la sua presenza nel Mediterraneo come cruciale per garantirsi un ruolo da protagonista nello scacchiere globale. Questo, dopo la messa in sicurezza del Paese sul fronte interno (estirpazione della piaga del terrorismo soprattutto di matrice cecena) e il rilancio economico (anche attraverso la formazione di una classe media), è il terzo obiettivo che Putin si è prefissato di raggiungere nel periodo della sua permanenza al Cremlino, perseguendolo con la determinazione e spregiudicatezza che ha contraddistinto finora il suo mandato.
Ciò oltre a ridefinire profondamente gli equilibri nell’area e i rapporti di forza, ha avuto e avrà, come vedremo, anche ripercussioni sull’ordine mondiale poiché, secondo alcuni commentatori, la presenza non solo di facciata ma tangibile della marina russa nella questione siriana ha di fatto sancito la fine dell’egemonia ideale e militare statunitense e in generale una reazione al tentativo della NATO di ampliare la sua area di influenza ad est.
Per Mosca, infatti, come rilevato da autorevoli analisti (Centro Studi Internazionali – CeSI, 2020) “il Mediterraneo rappresenta un confine naturale della NATO: navigare liberamente nelle sue acque significa ampliare le opportunità di deterrenza nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati, vantaggio particolarmente importante nel periodo della Guerra Fredda, che tuttavia gode di assoluto rilievo anche oggi”.
Parag Khanna, stratega politico indiano, nel suo saggio dal titolo “Il secolo asiatico?”, ha evidenziato come “da quando è crollata l’Unione Sovietica, gli strateghi occidentali non hanno fatto altro che ripetere che la Russia non avrebbe avuto altra scelta che accettare l’espansione della NATO e un ruolo subordinato all’interno di una alleanza con gli Stati Uniti e con l’Europa”.
Evidentemente non è andata proprio così. La Russia si percepisce come una potenza globale e di conseguenza agisce spesso andando oltre le proprie possibilità come è evidentemente avvenuto nel caso del riarmo e potremmo dire della rifondazione della flotta sovietica praticamente inesistente alla fine della Guerra Fredda.

Il Mediterraneo: perché e come.
Il generale Carlo Jean in un suo recente articolo dal titolo “Il ritorno della Russia nel Mar Mediterraneo” (GNOSIS – Rivista italiana di intelligence, 3/2014), chiarisce i motivi per cui la Russia considera di assoluta rilevanza strategica la propria presenza nel Mediterraneo.
In primo luogo, tale presenza è la naturale applicazione di un modello di realpolitik in senso tradizionale “informata ai principi della ‘guerra non-lineare’, teorizzata da Vladislav Surkov” che prevede “una strategia indiretta, basata, come in Ucraina, sull’uso coordinato di tutti gli strumenti di potenza a disposizione (economici, politici, comunicativi e militari)”. Il successo di questa strategia, dal punto di vista della diplomazia militare, sta, non tanto nell’entità delle forze (aspetto sul quale evidentemente la marina russa è ancora soccombente nell’area rispetto a Usa e Europa) quanto piuttosto “dalla credibilità di concretizzare le minacce” (su cui invece la Russia registra un netto vantaggio – come ha dimostrato anche la recente esperienza ucraina). Quindi pur nell’impossibilità, a detta degli stessi Ammiragli russi, di garantire almeno per i prossimi anni, una stabile presenza navale nel Mediterraneo, certamente questo atteggiamento assertivo induce gli altri attori in gioco a tenere in debito conto la presenza della marina russa nell’area.
Il secondo motivo riguarda l’Ortodossia, componente significativa dell’identità nazionale. I russi rappresentano Mosca come la Terza Roma, erede di Bisanzio e si sono assunti la responsabilità di proteggere i cristiani d’Oriente. “La religione ortodossa, d’altra parte, rappresenta un riferimento importante sia per la coesione patriottica, sia per la politica estera sin dai tempi dell’impero zarista”, come chiarisce lo stesso Jean, il quale inoltre asserisce che “con l’avvicinamento fra Cattolicesimo e Ortodossia, seguito alla scomparsa di Giovanni Paolo II e del Patriarca Alexei II, la convergenza fra gli interessi geopolitici e quelli confessionali di Mosca è divenuta ancor più evidente”.
Il terzo punto riguarda il vantaggio che Mosca pensa di poter conseguire dall’instabilità dell’area medio-orientale e dalla crisi dell’Europa che lascia alla Cina e alla Russia (le quali negli anni hanno intessuto strette relazioni) una notevole possibilità di manovra nel Mediterraneo orientale e in Africa.
Pur non potendo spingere il confronto muscolare oltre una certa soglia, vista l’inferiorità delle forze che Mosca può mettere in campo e le eventuali rappresaglie Usa, non tanto in campo militare quanto su quello finanziario e speculativo sul prezzo del petrolio, è evidente la volontà russa di entrare a pieno titolo in questo “Great Game”, pur non possedendo ancora la statura necessaria.
Tuttavia, anche in questo frangente si dimostra valido l’assunto secondo il quale per il Cremlino l’obiettivo geopolitico è sempre più importante dei costi economici necessari per raggiungerlo.
Carlo Jean, nell’articolo sopra citato, mostra brevemente come la flotta russa, dal 1991, data in cui è terminata la sua presenza nel Mediterraneo, sia risorta dalle propria ceneri grazie a uno sforzo economico immenso e a una visione strategica a lungo termine maturata proprio durante i due decenni di “mondo unipolare” a guida americana.
Il Piano per gli armamenti 2011-2020 inaugurato dal Presidente Medvedev ha fatto poi uscire allo scoperto le ambizioni russe; oggi il bilancio militare russo è il terzo al mondo dopo quello di USA e Cina e circa un quarto di questo bilancio decennale straordinario (per un ammontare di circa 150 miliardi) è dedicato alla Marina.
Questo enorme investimento ha consentito la ricostituzione di una forza navale che, secondo quanto riportato da Jean, nel 2020 avrebbe dovuto annoverare “16 sommergibili – di cui otto a propulsione nucleare – e 51 navi moderne – di cui 15 fregate, 25 corvette e quattro navi d’assalto anfibio tipo Mistral. (…). È prevista, poi, l’acquisizione di una seconda portaerei e l’ammodernamento dell’aviazione della Marina e di tre dei potenti incrociatori corazzati tipo Kirov”.
La strategia russa, oltre all’arricchimento e all’ammodernamento dell’arsenale bellico è passata, come evidenziato dagli analisti, anche per un rafforzamento della propria posizione nei cosiddetti “mari ristretti” (Baltico, Caspio e soprattutto Mar Nero), attraverso il perfezionamento di una particolare tattica denominata littoral warfare strategy: “L’esperienza accumulata dalla Marina della Federazione Russa nelle operazioni contro la Georgia (2008) e nel recupero della Crimea (2009) ha, convinto l’Ammiragliato di San Pietroburgo a perfezionare una particolare strategia marittima per i mari ristretti, che sta avendo un’importante ricaduta sui programmi navali della presidenza Putin. Si tratta di una littoral warfare strategy in chiave slava, che si rifà a concetti russi degli anni cinquanta basati sull’entrata in servizio di unità di abbastanza modeste dimensioni, ma dotate di un potentissimo armamento”. Attraverso questa strategia gli analisti ritengono che “la Marina Russa ha mantenuto o addirittura accresciuto la sua capacità sia di sea control che di power projection surclassando le altre nazioni rivierasche in modo da assicurarsi attraverso il suo potere marittimo una capacità di presenza operativa e di deterrenza convenzionale. Inoltre le unità presenti nel Mar Nero e nel Baltico possono abbastanza comodamente trasferirsi in altre zone d’interesse, come sta avvenendo in questi giorni per l’area del Mediterraneo Orientale in considerazione della sempre più complessa crisi siriana” (Ramoino, P., in analisidifesa.it, gennaio 2017).
La Russia, quindi, ha compensato l’assenza di basi stabili nel Mediterraneo radicando la propria presenza nel Mar Nero con l’istituzione, nel 2014, delle basi navali di Novorossiysk e Sevastopol in Crimea “dedicate al supporto logistico e al comando e controllo della Formazione Operativa Permanente della Marina Russa nel Mediterraneo, sin dalla sua creazione nel 2013, sotto il comando operativo della Flotta del Mar Nero”.
Per comprendere ancora meglio la “proiezione” russa nel “mare nostrum”, basti pensare che con i mezzi d’istanza nelle basi del Mar Nero, come ad esempio le corvette di classe Buyan, dotate di sistemi di lancio verticale 3S-14 per i missili da crociera antinave Kalibr e Oniks, con raggio massimo di 1500 chilometri, è possibile colpire obiettivi sensibili nel Mediterraneo.

La Russia nel Mediterraneo.
La Russia quindi, fortemente motivata e pronta dal punto di vista strategico-militare a fare il proprio ingresso nello scenario mediterraneo, aveva solo bisogno di un pretesto. Questo gli è stato fornito dal conflitto Siriano. Infatti, “in cambio dell’intervento nel conflitto siriano a supporto del presidente Bashar al-Assad, avvenuto nel 2015, Vladimir Putin ha ottenuto la trasformazione della base navale di Tartus da scalo commerciale e hub logistico a vero e proprio porto militare russo sul Mediterraneo. Tra il 2017 e il 2019 Putin e Assad hanno finalizzato un accordo per la concessione della base navale, a cui si è aggiunta la base aerea di Khmeimim, nelle vicinanze di Latakia, sempre sulla costa mediterranea, per un periodo di 49 anni, rinnovabili alla scadenza per successivi periodi di 25 anni, senza corrispondere alcun pagamento”(Centro Studi Internazionali – CeSI, 2020).
Questo fatto ha segnato un punto di svolta, un vero e proprio “game changer” per gli equilibri geostrategici dell’area, poiché, oltre alla dimensione offensiva e di deterrenza, la base di Tartus (sul cui adeguamento i russi hanno investito molto) costituisce anche uno “scudo” difensivo fondamentale per le unità che operano nell’area e un hub logistico che consente (senza obbligare al passaggio per il Bosforo e i Dardanelli) di ampliare il proprio raggio d’azione. Opportunità che è stata subito colta da Mosca che, approfittando di una sempre maggiore libertà di movimento all’interno del Mediterraneo, è intervenuta in vari scenari di instabilità, primo tra tutti la guerra civile in Libia, rafforzando anche le relazioni con gli altri attori allineati con Haftar tra cui, primo fra tutti, l’Egitto in funzione della sua rilevanza strategica.

Conclusioni.


La domanda che a questo punto sorge è “come incidono i mutati equilibri di forza nel Mediterraneo sugli equilibri mondiali?”.
Per capirlo bisogna tener presente alcuni fatti. Le unità della Flotta russa che hanno navigato verso la Siria trasportavano circa quattromila uomini, e cioè il più imponente dispiegamento marittimo operativo messo in campo dai tempi della Guerra Fredda. Ed inoltre, nonostante l’attuale limitatezza di uomini e mezzi da dispiegare nell’area, la Flotta russa nel Mediterraneo non è affatto una tigre di carta, ma una concreta manifestazione di una volontà politica al servizio della realizzazione di un progetto strategico. Entro alcuni anni probabilmente il gap verrà colmato, visti anche i programmi in atto, e la marina russa nel Mediterraneo potrà dispiegare il proprio potenziale quale strumento per la tutela degli interessi nazionali.
Ciò considerato e riprendendo quanto detto in apertura, la vittoria, sotto molteplici punti di vista, non solo quello militare, della Russia in Siria e la sua affermazione nell’area del Mediterraneo, conseguente al disimpegno statunitense in Medio Oriente e alla crisi dell’Europa incapace di intraprendere una politica estera comune, secondo gli analisti sta accelerando e rendendo irreversibile il processo che porterà all’affermazione di un mondo multipolare caratterizzato da un protagonismo asiatico incarnato da Mosca e Pechino: “Dopo la vittoria siriana la sfida multipolare viene lanciata su tutti i fronti: nella crisi coreana, Mosca e Pechino si ergono quali mediatori e si oppongono sia alle provocazioni missilistiche di Pyongyang sia a nuove sanzioni contro la Repubblica Democratica di Corea ma soprattutto al dispiegamento del sistema antimissile statunitense Thaad. Nonostante i toni roboanti del (ex n.d.r.) presidente Trump, gli Stati Uniti non sembrano in grado di andare oltre la retorica bellicista né di opporsi alla road map russo-cinese che prevede una denuclearizzazione progressiva della penisola coreana” (Vernole, S., in Eurasia – Rivista di Studi geopolitici, Settembre 2017).
È evidente che la teoria del “Sea Power” sviluppata dall’Ammiraglio Alfred Thayer Mahan nel 1890, per cui il potere di una nazione è strettamente legato al dominio dei mari che la circondano, ottenuto attraverso il controllo dei principali stretti, la costruzione di basi navali e la capillare presenza della propria Marina, è ancora una chiave di lettura efficace per leggere la politica russa nel Mar Mediterraneo e le sue conseguenze a livello globale.

Non è la prima volta. Le autorità statunitensi convogliano nella popolazione un'ideologia distillato di odio puro, oggi contro i cinesi

Davai al campus del Mit a Cambridge, Massachusetts, 10 marzo 2020. (Erin Clark, The Boston Globe via Getty Images)

STATI UNITI
La diffidenza verso la Cina danneggia la ricerca scientifica negli Stati Uniti

Rory Truex, The Atlantic, Stati Uniti
24 febbraio 2021

In quella che sta ormai diventando una situazione frequente negli atenei degli Stati Uniti, uno scienziato di origine cinese in un’università di alto profilo è stato recentemente arrestato per i suoi legami con il governo di Pechino. Si tratta di Gang Chen, cittadino statunitense naturalizzato e rispettatissimo professore d’ingegneria meccanica al Massachusetts Institute of Technology (Mit), che circa un mese fa è stato incriminato da un gran giurì per “non aver rivelato contratti, nomine e premi ottenuti da varie entità della Repubblica Popolare Cinese”.

Secondo le autorità, Chen, che ha ricevuto sovvenzioni dal dipartimento dell’energia degli Stati Uniti per le sue ricerche sulle nanotecnologie, non ha debitamente informato l’agenzia statale di contratti che gli hanno fruttato “centinaia di migliaia di dollari in pagamenti diretti” provenienti da varie istituzioni cinesi. Gli avvocati di Chen hanno risposto in modo aggressivo, accusando il procuratore degli Stati Uniti, Andrew Lelling, di aver espresso commenti “falsi e altamente provocatori”, che hanno messo in discussione la “personalità e la reputazione” di Chen. L’Mit ha accettato di finanziare la difesa legale di Chen, e centinaia di suoi colleghi hanno firmato una lettera aperta in sua difesa.

Il caso di Chen rientra in un più ampio giro di vite del governo degli Stati Uniti sugli scienziati, che ha preso di mira cittadini cinesi e sino-americani, e ha rimesso in discussione il ruolo di primo piano degli istituti universitari statunitensi nella ricerca scientifica globale. Battaglie commerciali, violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, militarizzazione del mar Cinese meridionale: sono questi i fenomeni che vengono in mente quando gli statunitensi pensano alle crescenti tensioni con la Cina. Ma sotto molti punti di vista le università statunitensi sono un campo di battaglia più vicino. Sono centri di ricerca puri, che effettuano cioè studi sui fondamenti dei fenomeni naturali senza specifiche applicazioni commerciali o militari. Secondo le attuali linee guida del governo degli Stati Uniti, questo tipo di ricerca deve essere mantenuto il più aperto possibile. La preoccupazione di molti politici statunitensi è che Pechino stia usando dei cosiddetti fornitori non tradizionali di informazioni – studenti, docenti e altri ricercatori – per rubare segreti ai laboratori statunitensi e ottenere un vantaggio competitivo.

La natura della ricerca scientifica
Il caso di Gang Chen, e di altri che lo hanno preceduto, riporta così a galla una serie di interrogativi sulla natura della ricerca scientifica negli Stati Uniti: le università dovrebbero promuovere la collaborazione globale e accogliere talenti stranieri, oppure essere più strettamente statunitensi nel loro orientamento? Dovrebbero stringere forti relazioni in Cina oppure cercare di “sganciarsi” da essa? Come può la ricerca finanziata dai contribuenti statunitensi essere protetta dai malintenzionati, in un ambiente fondamentalmente aperto?

L’amministrazione Trump ha avuto risposte facili a simili domande: in primo luogo impedire agli studenti cinesi di recarsi negli Stati Uniti, e ordinare un giro di vite sulle persone con legami illeciti con la Cina.

Anche se la discriminazione è difficile da provare, le persone di origine cinese sono state prese specificamente di mira in passato

Nell’autunno del 2018 l’allora procuratore generale Jeff Sessions aveva annunciato la China initiative, un’iniziativa contro lo spionaggio economico e il furto di segreti commerciali, sostenuti da Pechino, nelle aziende e nelle università statunitensi. L’amministrazione aveva limitato la possibilità di studiare negli Stati Uniti per i cittadini cinesi, inclusa la cancellazione senza preavviso dei visti per gli studenti cinesi che avessero rapporti accademici con università e istituzioni legate all’esercito di Pechino.

Alcune proposte di legge si spingono anche oltre. Il Secure campus act, proposto nel 2020 da tre repubblicani – i senatori Tom Cotton e Marsha Blackburn, e il deputato David Kustoff – impedirebbe a tutti i cittadini della Cina continentale di ricevere visti di studio o ricerca negli Stati Uniti per seguire corsi universitari o post-laurea nelle materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). In molti si aspettano che la nuova amministrazione si mostri più flessibile in materia di immigrazione rispetto al suo predecessore, ma anche Joe Biden è stato spesso parecchio critico nei confronti della Cina.

Giro di vite discriminatorio
Anche se gli inquirenti federali hanno rivelato alcune irregolarità, non è ancora chiaro quale sia il volume di attività illecite oggi nei campus statunitensi. L’Fbi si vanta di avere più di duemila indagini in corso legate in qualche modo alla Cina, ma finora le autorità hanno effettuato arresti solo in una dozzina d’istituzioni accademiche. La maggior parte di questi casi riguarda frodi, non attività di spionaggio, e sembra che i ricercatori in questione non abbiano rivelato affiliazioni con entità cinesi o finanziamenti provenienti da esse.

Queste relazioni non sono generalmente illegali di per sé, e in alcuni casi sono attivamente incoraggiate dalle università degli Stati Uniti. Il caso di Gang Chen rientra in questo schema. La principale accusa nei suoi confronti è di aver ricevuto milioni di dollari di finanziamenti non dichiarati dall’Università di scienze e tecnologia del sud della Cina, anche se in realtà ha sviluppato questa partnership su indicazione dell’Mit.

Il giro di vite del dipartimento della giustizia degli Stati Uniti appare discriminatorio a molti sino-americani. Il Committee of 100, un’organizzazione senza scopo di lucro che riunisce esponenti di spicco della comunità, sostiene che “la lealtà dei sino-americani è stata ingiustamente messa in discussione, e la comunità è stata gravemente calunniata da un eccesso d’indagini e dalla fretta di emettere una sentenza”.

Anche se la discriminazione è difficile da provare, le persone di origine cinese sono state prese specificamente di mira in passato. A metà degli anni dieci del duemila, diversi cittadini di origine cinese e naturalizzati statunitensi – Xi Xiaoxing, Sherry Chen, Guoqing Cao e Shuyu Liu – sono stati coinvolti in accuse di spionaggio, salvo poi essere scagionati. Ma nel frattempo la loro vita e la loro reputazione sono state distrutte. Uno studio delle incriminazioni effettuate ai sensi dell’Economic espionage act, tra il 1997 e il 2015, mostra che almeno un imputato asiatico su cinque accusato di spionaggio alla fine è stato assolto, rispetto a solo un imputato su dieci tra quelli con nomi occidentali.

Vantaggio competitivo
Anche se la China initiative fosse attuata in maniera non discriminatoria e si rivelasse efficace nel neutralizzare alcuni scienziati malintenzionati, l’amministrazione Biden non dovrebbe ignorare il lato negativo della faccenda. Quanti buoni scienziati rinunceranno a venire negli Stati Uniti? Ogni anno, in media, decine di migliaia di scienziati cinesi si recano negli Stati Uniti, arricchendo le università e le comunità di ricerca di cui entrano a fare parte. Considerando tutte le discipline Stem, si stima che 41mila studenti di master e 36mila dottorandi nelle università statunitensi siano cittadini cinesi. Questo rappresenta il 16 per cento del totale degli studenti laureati negli Stati Uniti in quelle discipline. La maggioranza – circa l’85-90 per cento – cerca di assimilarsi e ottenere la cittadinanza statunitense. Quando rimangono nel loro paese d’adozione, creano aziende, posti di lavoro e nuove tecnologie di cui traggono beneficio gli Stati Uniti. L’attrattiva delle università statunitensi è un fondamentale vantaggio comparativo di Washington nella sua competizione con Pechino.

Il governo cinese lo sa, e si è dato da fare per trovare modi con cui richiamare i suoi cittadini di talento. Adottando politiche che gettano ombre sugli scienziati nati in Cina, il governo degli Stati Uniti potrebbe in realtà aver fatto un favore alla Cina.

La scienza negli Stati Uniti dovrebbe essere fondata sull’equità e la trasparenza, e l’amministrazione Biden può usare il potere del governo per affrontare le violazioni di questi valori. Molti scienziati sono preoccupati per la pratica del “double dipping”– una ricerca finanziata da più borse contemporaneamente – che è il motivo per cui i professori sono tenuti a rivelare tutti i finanziamenti che ricevono alle loro università e alle agenzie degli Stati Uniti che forniscono borse di ricerca. Alcuni scienziati statunitensi potrebbero infatti avere relazioni eticamente compromettenti con entità cinesi.

I politici statunitensi devono ricordare che l’attrattiva scientifica del paese non risiede solo nel numero di citazioni o brevetti che genera

Il dipartimento della giustizia sostiene che [Charles Lieber](https://www.justice.gov/opa/pr/harvard-university-professor-indicted-false-statement-charges#:~:text=Lieber%20has%20served%20as%20the,in%20the%20area%20of%20nanoscience.&text=It%20is%20alleged%20that%2C%20unbeknownst,Technology%20(WUT), ex preside della facoltà di chimica di Harvard, ha ricevuto fino a cinquantamila dollari al mese dall’Università tecnologica di Wuhan in qualità di “scienziato strategico”. Secondo i documenti dell’accusa, una scuola secondaria cinese ha pagato a Gang Chen 355.715 dollari in spese di consulenza. Non è chiaro quali servizi siano inclusi in transazioni come queste, ma gli accordi non sembrano andare a vantaggio degli interessi di Harvard, dell’Mit o degli Stati Uniti.

L’amministrazione Biden e le università statunitensi dovrebbero rivedere i criteri in base ai quali considerare accettabili degli accordi finanziari con istituzioni straniere – in Cina o altrove – e come questi dovrebbero essere resi pubblici. Il dipartimento della giustizia sta saggiamente valutando l’opportunità di una sanatoria che permetterebbe alle persone di segnalare legami attuali con l’estero, evitando indagini sul proprio conto.

Gli Stati Uniti possono affrontare i conflitti d’interesse passati e futuri, e allo stesso tempo accogliere scienziati di tutte le provenienze. Un buon primo passo sarebbe una [revisione pubblica](http://public review of the China Initiative) della China initiative per permettere al congresso degli Stati Uniti e alla comunità scientifica di capire meglio come viene applicata e quante prove concrete di spionaggio e d’attività illecite da parte di Pechino abbia raccolto. I legislatori dovrebbero anche valutare se il lavoro del dipartimento della giustizia includa o meno delle tutele contro indagini e procedimenti discriminatori.

Una simile revisione sarebbe coerente con il recente rifiuto, espresso dall’amministrazione Biden, del razzismo contro gli statunitensi di origine asiatica. E farebbe sentire i ricercatori cinesi membri stimati della comunità scientifica degli Stati Uniti.

Nell’affrontare le sfide poste da una Cina in ascesa, i politici statunitensi devono ricordare che il potere dell’attrattiva scientifica del loro paese non risiede semplicemente nel numero di citazioni o brevetti che genera, ma nel numero di persone brillanti, provenienti da ogni paese del mondo, che vogliono stabilirsi qui a fare ricerca grazie al modo in cui ci occupiamo di scienza, parliamo di politica, e offriamo opportunità indipendentemente dal paese di origine di una persona.

In fin dei conti il governo degli Stati Uniti deve anche accettare che un certo volume di furti, plagi e perdita di proprietà intellettuale è il prezzo da pagare per l’approccio aperto del nostro paese. I dati e i codici informatici sono condivisi, i documenti di lavoro vengono fatti circolare, la ricerca è diffusa pubblicamente e la partecipazione è aperta a tutti. La forza di questo modello sta nella sua socialità: comunicando i risultati in modo ampio, gli scienziati ricevono commenti, collaborano e innovano ulteriormente. È questa la filosofia che ha spinto la scienza degli Stati Uniti più avanti rispetto al resto del mondo. Può darsi che di questo modello abusino soggetti malintenzionati – forse anche spie – ma funziona comunque molto meglio di un’alternativa più restrittiva. Se gli statunitensi isoleranno le nostre comunità scientifiche in nome della sicurezza, sacrificheremo il nostro più grande vantaggio e la nostra stessa essenza.

(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è uscito sul sito dell”Atlantic.

Solo OMOLOGATI e INDIFFERENZIATI sono accettati, il pensiero altro viene messo a tacere

Youtube toglie a Byoblu la pubblicità e tutti gli abbonamenti.

Maurizio Blondet 24 Febbraio 2021 

Colpo alla nuca alla libera informazione

YOUTUBE CANCELLA
GLI ABBONATI DI BYOBLU


Mi rivolgo a tutti i cittadini che ancora credono in un futuro democratico, dove le pari opportunità siano reali e dove il pluralismo nell’informazione sia un valore.

Nessuno può ormai negare che i tempi in cui stiamo scivolando prefigurano un futuro diverso, fatto di monopoli, oppressione, verità autorizzate, privazione della libertà e coercizione anche fisica.

Chi sta dalla parte giusta, la parte del potere, la parte delle multinazionali, viene omaggiato con onorificenze e riconoscimenti. Chi ancora si illude di avere la libertà di pensare diversamente, di stare dalla parte dei cittadini, viene infangato, calpestato, ostacolato e infine cancellato.

Io mi sono illuso di stare dalla parte giusta, quella dei cittadini. Io mi sono illuso di fare una televisione che desse loro voce, rispondesse alle loro domande e li aiutasse a formarsi una prospettiva. Una televisione dei cittadini, antitetica alle televisioni del potere.

Per farlo ho creato dei presidi protetti dalla legge, perché la voce dei cittadini non si potesse censurare così facilmente. Ho creato una testata registrata, ho creato una televisione sul digitale terrestre. Ho comprato le concessioni. E tutto questo, grazie ai fondi che ogni mese i cittadini stessi ci mettono a disposizione. Una televisione dal basso che non si era mai vista in nessuna parte del mondo. Dovremmo essere su tutti i libri di storia. E invece, mentre omaggiano i servi con le loro medaglie, proprio per questo tentano di cancellarci non solo dalla storia, ma anche dal presente.

Dopo due settimane di sospensione assolutamente illegittime, da parte di Youtube, oggi all’improvviso anche a Byoblu è stata revocata la possibilità di fare pubblicità, e le migliaia di abbonati maturati nel tempo sono stati tutti sospesi unilateralmente.

Cosa ci può essere di più illiberale, di più dispotico e di più tirannico di un potere privato, invisibile, che toglie i soldi ai cittadini per bene, rei di non pensarla come il sovrano?

Una volta, quando una forma di democrazia ancora esisteva, ti facevano fuori. Nell’era del controllo globale, nell’era della democrazia esibita ma ormai svuotata dall’interno, ti portano via il raccolto e ti lasciano morire di fame.

Da quanto Byoblu esiste, ho sviluppato quasi duecento milioni di visualizzazioni video solo su Youtube. Byoblu è una forza della natura. La forza del diritto di farsi le domande giuste. La forza del dovere di non accettare qualsiasi cosa a scatola chiusa. La forza dei cittadini, che tutti insieme spostano le montagne.

In guerra si bruciano i depositi di grano, per affamare il nemico. Le multinazionali ti affamano allo stesso modo: togliendoti da mangiare. Byoblu è cresciuta tanto nell’ultimo anno. Per questo fa paura. E da Youtube raccoglievamo legittimamente oltre 20 mila euro al mese. Un quarto di quello che ci serve per continuare a trasmettere ogni mese.

Ventimila euro, in abbonamenti da 3 euro al mese, tolte le spese e le commissioni, significa che ci servono circa 8 mila abbonati in più ad un piano di sostegno, solo per pareggiare i conti e comprare tempo.

Tempo per realizzare una concessionaria di pubblicità che dia voce ai piccoli e medi imprenditori onesti, che non delocalizzano, che non sfruttano la manodopera, che realizzano prodotti salutari, che generano benessere. Tempo per terminare il portale di commercio elettronico che darà spazio ai loro prodotti e vi permetterà di fare la spesa sostenendo il tessuto imprenditoriale italiano e rinforzando l’informazione libera e indipendente.

Stiamo lavorando con tutte le nostre forze in questa direzione. E nel frattempo abbiamo anche avviato una casa editrice che dà voce ai libri e agli autori che volete davvero leggere. E i risultati lo dimostrano: gli ultimi libri di Citro, “Eresia, Riflessioni politicamente scorrette sulla pandemia di Covid-19“, e di Galloni, “Come è stata svenduta l’Italia“, così come il libro di Carraro, Manuale di Autodifesa per Sovranisti, sono veri e propri casi editoriali. E tanti altri ne abbiamo in cantiere. Anche qui, dovremmo essere citati come esempio da seguire per la capacità di dare risposte ai cittadini, e non diffamati o tutt’al più nascosti sotto lo zerbino.

Questo tempo, adesso, il tempo che serve per convertire la nostra economia da quella che dipende dai capricci di multinazionali estere ad una interamente basata sui cittadini e sull’imprenditoria onesta, ce lo potete regalare solo voi.

Ci abbiamo messo un anno a mettere insieme 14 mila abbonati ai piani di sostegno mensili. In un giorno sono stati dimezzati. Quale è la nostra colpa? Essere onesti, autentici, non fare calcoli sull’opportunità di lusingare il potere, non accettare i milioni di euro di stato destinati alle televisioni che accettano di diffondere bollettini Covid tutto il giorno, ma insistere con la difesa dei vostri interessi e con la risposta alle vostre domande.

Per questo, Youtube, dice che diffondiamo contenuti incentrati su argomenti controversi e dannosi per gli spettatori. Il mondo che vogliono loro è un mondo dove i contenuti sono invece tutti schiacciati su posizioni non controverse, cioè un mondo nel quale sono tutti d’accordo sulla versione unica autorizzata (da chi?). Pensare è dannoso. E infatti, leggendo le politiche da loro stessi indicate, non si capisce che cosa avremmo violato. Non si capisce perché non lo possono scrivere. Non lo possono scrivere perché i nostri contenuti sono dannosi solo per loro. Sono dannosi per chi vuole controllare e manipolare i cittadini. Sono dannosissimi per chi controlla i media, addirittura letali per gli spin doctor, per il grande editore unico globale, per i potenti di Davos. Noi non dobbiamo esistere: siamo dannosi. I debunker invece, pagati dal potere finanziario, sono utili.

Byoblu ha oltre mezzo milione di iscritti su Youtube e altre centinaia di migiliaia che ogni giorno lo guardano sui social, sulle App che abbiamo creato per voi, per darvi un luogo libero da censure dove guardare i vostri video, sul digitale terrestre, in cinque regioni. Ecco perché siamo dannosi, perché a fronte di 4 mila ore di visualizzazione pubbliche richieste da Youtube per essere “monetizzabili”, noi ne sviluppiamo periodicamente quasi 11 milioni. Siamo dannosi perché siamo troppo bravi per loro. E si sa, che la libertà te la danno ma solo se non sei capace ad usarla.

Noi la nostra parte la facciamo. E crediamo anche che alla fine vivere non sia solo una questione di avere o non avere successo: al contrario, si tratta di quante botte puoi prendere, e ciononostante continuare ad alzarti da terra ancora ed ancora ed ancora…

Abbiamo bisogno di comprare tempo. Noi ci rialziamo, ma voi suonate un’altra volta quel gong e fateci fare un altro round. La TV dei cittadini è dei cittadini e nessun potere opaco ce la deve sfilare via, tentando la facile strada del soffocamento in culla.

Se credete che dobbiamo andare fino in fondo, sottoscrivete un piano di sostegno mensile (ne servono ottomila), oppure fateci una donazione singola. Ma rialziamoci, tutti insieme. Oppure gettiamo la spugna. Voi avete lo straccio in mano. A voi questa scelta difficile.


L’indirizzo della nostra newsletter è:
via Castellammare 14, 20157 MILANO

Siamo troppo pochi!

“No, mio caro cugino. Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria.
In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più. Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.
Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.
Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravvivrà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.
Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”. Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia. Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi.
Noi felici, pochi.
Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!».

Notizie dall'Italia, cambia la banda ma NON cambia la musica. Quindi la terza ondata non c’è, ma arriverà

Notizie dal Canada

Maurizio Blondet 24 Febbraio 2021 


Il primo ministro del Canada Justin Trudeau:”se i vostri test saranno negativi, farete la quarantena a casa. Questa quarantena è obbligatoria e sarà fatta rispettare. Se i vostri test saranno positivi, vi sarà richiesto di fare una quarantena immediata nelle strutture designate dal governo.”


Lockdown durissimo per “negativi” a al covid e “positivi” (asintomatici: questi nei campi).

Che dire? Che Trudeau è in perfetto orario sulla tabella di marcia uscita lo scorso ottobre proprio da un membro non identificato del Partito Liberale (il suo partito) con i piani per l’esproprio generale dei popoli superflui.

Precisamente, il punto che sta applicano Trudeau sembra essere questo:

Proiezione della mutazione COVID-19 e / o coinfezione con virus secondario (indicata come COVID-21) che porta a una terza ondata con un tasso di mortalità molto più elevato e un più alto tasso di infezione. Previsto per febbraio 2021.

Notevole coincidenza, anche da noi si parla nelle stesse ore di “terza ondata”. Alcuni titoli freschissimi:

Elevato a 4 il livello di attenzione delle rianimazioni

I reparti di rianimazione a Brescia sono “sotto stress” e per questo Areu ha “già trasportato pazienti nelle aree limitrofe”.
(ANSA).


Quindi la terza ondata non c’è, ma arriverà –

Un popolo di neoprimitivi – ossia di gente che vive nella complessità tecnica moderna come fosse la foresta primigenia, – non può capire che “elevato a 4 livello di attenzione” non significa rigorosamente niente, e “terza ondata di contagi” non significa “morti per le strade”, come nella vera peste del Manzoni, che non rileggeranno. o non hanno mai letto.

Il neopèrimitivo sarà preda inerme delle “varianti” che preparano la fase descritta nella tabella di marcia canadese.

Noi happy few siamo in grado di prevedere le prossime azioni:

Nuovi casi giornalieri di ricoveri per COVID-21 e decessi correlati a COVID-19 e COVID-21 supereranno la capacità delle strutture di assistenza medica. Previsto Q1 – Q2 2021.

– Saranno implementate restrizioni di blocco avanzate (denominate terzo blocco). Saranno imposte restrizioni di viaggio complete (comprese le inter-province e le inter-città). Previsto Q2 2021.

E via verso la

Transizione degli individui al programma di reddito di base universale. Previsto per la metà del secondo trimestre del 2021. – – Interruzioni della catena di approvvigionamento – Impiego di personale militare nelle principali aree metropolitane per Limitare viaggi e movimenti.

Fino ad obbligare la popolazione ad accettare il World Debt Reset approntato dal FMI. Il quale, scrive l’anonimo,

Funziona così: il governo federale si offrirà di eliminare tutti i debiti delle persone (mutui, prestiti, carte di credito, ecc.) a cui verranno forniti tutti i finanziamenti in Canada dal FMI nell’ambito di quello che diventerà noto come il programma World Debt Reset.

In cambio dell’accettazione di questo condono totale del debito, l’individuo perderà per sempre la proprietà di qualsiasi proprietà e bene. L’individuo dovrebbe anche accettare di prendere parte al programma di vaccinazione COVID-19 e COVID-21.

E chi si ribella?

“Quelli che si rifiutano di partecipare sarebbero considerati un rischio per la sicurezza pubblica e sarebbero trasferiti in strutture di isolamento.

Una volta in quelle strutture avrebbero avuto due opzioni, avranno due opzioni, parteciperanno al programma di cancellazione del debito e saranno stati rilasciati, o rimarranno indefinitamente nella struttura di isolamento secondo la classificazione di un grave rischio per la salute pubblica e avranno sequestrato tutti i loro beni”.

Ma andranno in malora le loro macchinazioni. Cadranno nella rete che hanno tesa.

Le milizie mercenarie tagliagola terroristiche che hanno invaso la Siria sono tante e di notevole diversità

Siria, le milizie filo-Turchia a Nord implodono

24 Febbraio 2021 


Le milizie filo-Turchia nel Nord della Siria stanno implodendo. Scontri interni tra i jihadisti di Al-Jabha Al-Shamiyyah, dopo quelli di Jaysh al-Sharqiy e della Sultan Murat Division

Le milizie filo-Turchia nel nord della Siria stanno implodendo a causa di violenti scontri interni. Questa volta è coinvolta la “Al-Jabha Al-Shamiyyah”, i cui membri si sono combattuti per alcune ore a Tel Abyad, a nord di Raqqa. Secondo fonti locali il bilancio è di tre jihadisti feriti. Solo pochi giorni fa un episodio analogo aveva coinvolto i combattenti della Sultan Murad Division ad Al-Ra’i, a nord di Aleppo, mentre in precedenza c’erano stati forti attriti all’interno di Jaysh al-Sharqiy nell’area di Jinderis e attentati contro Hayat Tahrir al-Sham (HTS) a Idlib. Il denominatore comune è il crescente nervosismo tra i gruppi alleati delle TAF, tagliati fuori dai sempre più esigui aiuti inviati da Ankara e di fatto gestiti in via esclusiva da HTS, che decide a chi, quando e in che quantità distribuirli.

L’obiettivo: recuperare peso e risorse, oggi in mano esclusivamente ad HTS. Il gruppo qaedista, però, si è indebolito sia nei confronti di Ankara sia della popolazione

HTS, però, recentemente si è indebolita a Idlib. Sia nei confronti della Turchia, non essendo stata in grado di garantire la sicurezza sulla M4 e a evitare attacchi contro le basi delle TAF nell’area, sia in quelli della popolazione, ormai stanca delle continue vessazioni e limiti imposti dalla milizia siriana. L’ultima, derivata peraltro dal taglio degli aiuti economici di Ankara, ha visto il gruppo imporre nuove tasse e raddoppiare quelle esistenti ai negozi del quadrante per poter colmare il gap. Le altre formazioni locali, spesso assoggettate a HTS con la violenza, da una parte cercano di rialzare la testa per approfittare della debolezza del competitor. Dall’altra, hanno cominciato a combattere tra loro per cercare di reperire risorse e non perdere le poche che hanno a disposizione.

Lotta di classe

STALIN, TROTSKY E MARCO RIZZO di Mauro Pasquinelli

GIU 14, 2020di SOLLEVAZIONEin STORIA


Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Marco Rizzo, l’assassinio di Trotsky e la piccozza di Mercader

Dopo aver commesso l’errore fatale di votare i 5 stelle nel 2018, alle ultime regionali stavo per commetterne un altro, votando il Partito Comunista di Marco Rizzo. Mi spingevano a farlo le sue condivisibili esternazioni contro il Governo Conte, contro la Nato e l’Euro, che ho sempre fatto mie. Ma una volta entrato nell’urna qualcosa mi ha trattenuto dal farlo, ed è il nostalgico stalinismo del suo gruppo dirigente.

Puntuale è giunta la conferma della giustezza delle mie remore, in una forma che più esplosiva e paradossale non si poteva.

L’8 Giugno scorso Marco Rizzo, scrive nella sua pagina Facebook questo indegno e riprorevole post:

“L’8 giugno 1960 Ramón Mercader venne insignito della Stella di Eroe dell’Unione Sovietica. Parente stretto di Maria Mercader, la moglie di Vittorio De Sica. Era stato appena rilasciato dopo vent’anni di carcere duro in Messico, durante i quali non rivelò mai la sua vera identità e la sua appartenenza all’NKVD. Nel 1963 l’onorificenza gli fu revocata da Kruscev non a caso. Continuò però a tenersi la Stella. Morì a L’Avana nel 1978, ma venne sepolto a Mosca, dove tuttora si trova la sua tomba, con il nome di Ramon Ivanovich Lopez nel cimitero Kuntsevo, un posto d’onore per i cekisti e per chi ha servito la patria sovietica. GRANDE ONORE a MERCADER”.

Il primo pensiero che mi è venuto in mente, leggendo queste righe, è proprio il detto di Marx a proposito di Luigi Bonaparte: “la storia si ripete sempre due volte prima come tragedia e poi come farsa”.

Marco Rizzo non è insolito esibire, in una vera e propria caduta di stile, la sua professione di fede stalinista, ma questa volta ha passato il segno e mi costringe ad una dura replica. Non me ne vorranno i molti compagni che militano in questo partito, o che lo votano, pensando ingenuamente che esso rappresenti una alternativa rivoluzionaria a questo sistema. Molti di essi godono della mia stima, ma è giunto il momento di fare chiarezza e di aprire gli occhi su questo stravagante personaggio che li guida.

Una figura che io definisco senza peli sulla lingua, dottor Jekill e mister Hide, un homo duplex, totalmente scisso tra l’essere e il non essere, tra l’essere e l’apparire, tra una parte degna, rappresentata da molte sue giuste dichiarazioni pubbliche, ed un’altra demoniaca, che non solo contrasta con la prima, ma la schianta e la annulla.

Marco Rizzo è una di quelle figure tipiche della fauna di sinistra degli ultimi 80 anni che io definirei “rivoluzionario di carriera”, di contro al “rivoluzionario di professione” di leniniana memoria. Il rivoluzionario di carriera è un attivista per antonomasia, che fa della predica rivoluzionaria un ufficio per apparire, per dare sfogo al proprio narcisismo, oggi diremmo per fare comparse televisive, ricevere like e firmare autografi.

Se Guy Debord fosse ancora in vita lo definirebbe un comunista da avanspettacolo, un bravo attore che recita una parte “sinistra” nel teatro osceno della società spettacolarizzata. Di bravi arrampicatori come Rizzo ne abbiamo visti tanti in Occidente, dopo la fine della seconda guerra mondiale, passando per il ’68 e il ’77: da Daniel Cohn Bendit a Bertinotti, da D’Alema a Beppe Grillo: iniziano come incendiari e finiscono come pompieri, magari con una bella villa in campagna e un’altra al mare, senza mai farsi sfuggire la pensioncina d’oro!

Il rivoluzionario di carriera, tipico esponente della fauna folkloristica di sinistra, vive di rendita sulle conquiste dei veri rivoluzionari di professione. Ogni tanto commemora anniversari e celebra ricorrenze per tenere desta la memoria dei suoi adepti addormentati e smarriti.

Marco Rizzo non sfugge a questo stantio cerimoniale, solo che questa volta ha ribaltato i termini: invece di ricordare il grande rivoluzionario di professione Trotsky, uno dei migliori talenti universali che il movimento socialista abbia mai prodotto, ha celebrato il suo vile assassino, la canaglia che in pieno stile mafioso, gli ha fracassato il cranio con un colpo di Piccozza. Per fare una analogia è come se invece di commemorare Che Guevara avesse riabilitato il suo assassino!

Parafrasando ciò che di Hume disse Hegel possiamo affermare: con Marco Rizzo si e’ toccato il punto piu’ basso della storia comunista italiana negli ultimi 70 anni.

Chi era Trotsky?

Prima di passare ad una serrata critica del post, occorre ricostruire la scena del delitto magnificato dal nostro.

Si sta parlando dell’assassinio di Leone Trotsky un gigante del XX secolo, presidente del Soviet di Pietroburgo già a 25 anni, nella prima rivoluzione russa del 1905, una figura di intellettuale che molti critici hanno classificato ai vertici del pensiero e della letteratura russa del XX secolo, da tutti gli storici considerato il più brillante oratore dell’Ottobre Rosso. Se fosse morto prima della rivoluzione non avrebbe sfigurato difronte a personaggi storici del movimento operaio come Bakunin, Herzen o Rosa Luxemburg.

Il 1917 lo ha consacrato come il fondatore dell’armata rossa e il dirigente più influente, secondo solo a Lenin, alla guida della prima grande rivoluzione proletaria vittoriosa nella storia.

Il 25 Ottobre di quell’anno Trotsky era alla guida del comitato rivoluzionario che diede l’assalto al Palazzo di Inverno provocando la caduta del governo provvisorio di Kerensky. Per quattro anni, dal suo treno piombato, guidò vittoriosamente il primo esercito proletario, l’armata rossa nella difesa della patria sovietica dagli attacchi degli eserciti occidentali.

Alla morte di Lenin avvenuta nel gennaio del 1924, fu chiaramente indicato dal leader bolscevico, nel suo testamento, come suo successore, per essere il compagno più capace dell’intero Comitato Centrale del partito, nonostante ne criticasse la tendenza amministrativista.

Scrive Lenin

“Io penso che, da questo punto di vista, fondamentali per la questione della stabilità siano certi membri del CC come Stalin e Trotski. I rapporti tra loro, secondo me, rappresentano una buona metà del pericolo di quella scissione, che potrebbe essere evitata e ad evitare la quale, a mio parere, dovrebbe servire, tra l’altro, l’aumento del numero dei membri del CC a 50 o a 100 persone.”

Poi continuava:

“Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D’altro canto, “il compagno Trotski come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del commissariato del popolo per i trasporti, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra i membri dell’attuale CC, ma ha anche una eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo dei problemi.” (1)

Che fosse il più capace e il migliore per rivestire il ruolo di sostituto di Lenin, era chiaro non solo a quest’ultimo ma a tutti i membri dell’Internazionale comunista compresi Gramsci e Bordiga, fondatori del PCI. A tutti tranne che a Stalin, che verso di lui covava un odio irrefrenabile.

Trotsky si rifiuta inspiegabilmente (qui il suo errore fatale) di portare il testamento di Lenin al XII Congresso del Partito Comunista (bolscevico) Russo, permettendo a Stalin, già segretario generale dal 1921, di riorganizzare la struttura del partito, piazzando i suoi uomini di fiducia in tutti i posti chiave.

Nell’autunno del 1923, quando già Stalin aveva assunto il controllo del potere, Trotsky si pone alla testa dell’opposizione di sinistra anti-staliniana allo scopo di combattere l’involuzione autoritaria e burocratica, e riportare lo Stato post-rivoluzionario sui binari della democrazia sovietica. Ma la storia, a causa della stanchezza delle masse russe e del riflusso della rivoluzione internazionale, non gli gioca a favore.

Nel 1926 viene espulso dall’Ufficio politico e nel 1927 dal Comitato Centrale. Nel 1928 viene deportato ad Alma Ata, nell’Asia centrale sovietica, per essere poi espulso dall’Urss l’anno seguente.

Iniziava cosi il suo terzo esilio che si sarebbe concluso con il suo assassinio avvenuto a Città del Messico il 20 agosto del 1940 ad opera del sicario Ramon Mercader, al soldo della Ghepeu, il famigerato servizio segreto russo.
La scena del macabro delittoSiamo giunti sulla scena del macabro delitto, commemorato da Rizzo.
Stalin temeva di perdere la guerra e con essa la direzione del PCUS.
Chi se non Trotsky avrebbe potuto essere chiamato alla guida di un nuovo corso, se Stalin avesse fallito la strategia di difesa dell’Urss durante la seconda guerra mondiale?
Il rivale Trotsky, doveva essere eliminato. Ma eliminato nella forma peggiore e criminale, con un colpo di piccozza alla nuca, che avrebbe dovuto spegnere lentamente il suo cervello, tra atroci sofferenze.Il sadico piano è stato studiato nei minimi dettagli dopo che il primo assalto alla casa di Trotsky, guidato dal pittore messicano Alfaro Siqueiros, fallì miseramente il 24 maggio del 1940.
Furono stanziati 600.000 dollari per la riuscita dell’operazione. (2)
Un agente della Ghepeu, già infiltrato nella Quarta Internazionale, riesce a far incontrare a Parigi la sorella della Segretaria di Trotsky, Sylvia Agelof, con Ramon Mercader, ex combattente nella guerra civile spagnola.
Lui la corteggia e lei si invaghisce di lui.
Attraverso vari strategemmi, Ramon Mercader riesce a trasferirsi in Messico insieme a Sylvia e successivamente a farsi accreditare come simpatizzante della Quarta Internazionale.
Entra in amicizia con un altro esponente di spicco di questa organizzazione, Alfred Rosmer, e di li a poco con Trotsky e sua moglie, che inizia a frequentare, seppure sporadicamente per non destare sospetto.
Il 20 Agosto Mercader si reca per l’ultima volta nell’abitazione di Trotsky, sorvegliata da sette guardie del corpo, per comunicargli che sarebbe partito il giorno dopo con Silvia alla volta degli Usa, prima però voleva fargli leggere un suo documento in difesa della Quarta Internazionale.
Era presente anche la moglie di Trotsky, Natalia Sedova, che accompagnò entrambi dal giardino, dove il leader sovietico ogni giorno si prendeva cura dei propri conigli, verso lo studio.
Una volta giunti allo studio di Trotsky, Natalia si ritira in un’altra stanza e lascia soli i due. Mentre Trotsky seduto si appresta a leggere lo scritto, Ramon Mercader estrae una piccozza dal suo impermeabile e gli sferra un colpo micidiale alla nuca.
La piccozza penetra per sette centimetri nel cervello di Trotsky ma non lo uccide.
Egli emette un urlo straziante e riesce persino a bloccare la mano omicida dell’infame sicario, mentre era in procinto di sferrargli il secondo colpo.
Le urla del rivoluzionario russo attirarono le guardie, che bloccarono immediatamente Mercader facendolo arrestare.
Trotsky riusciva ancora a parlare quando, con il volto coperto di sangue, pronunciò faticosamente: “non uccidetelo deve confessare tutto sui suoi mandanti”.
Egli morì il giorno seguente all’ospedale.

Ontologia del crimine

Torniamo a Marco Rizzo.
Nel post in difesa del sicario Mercader io intravedo in filigrana l’essenza della sua persona dietro la falsa apparenza delle pubbliche dichiarazioni.
Leggo una vera e propria apologia del crimine politico, che diventa ontologia e weltanschauung.
Una Ontologia che si dipana in poche frasi e che passa dalla rivendicazione della canagliata di un sicario, alla sua commemorazione, dal rimprovero a Krusciov che revocò l’onoreficenza a Mercader alla esaltazione di stelle e medaglie alla memoria.
Brilla una forma mentis da tipico gerarca, lascio a voi giudicare se stalinista o altro!Mi chiedo: a chi pretende di rivolgersi con questo epitaffio alla sua carriera, l’homo duplex? Semplice, agli ultimi cascami dello stalinismo, cioè ad una minoranza della minoranza del movimento comunista, già in frantumi e nel punto più basso della sua parabola storica secolare.
Una minoranza che definirei non solo stalinista ma rancorosa, satanista, piena di osceni sentimenti di odio contro altre tendenze del movimento operaio e comunista, di cui quella trotskista è parte integrante.
Andate a leggere i commenti in calce al post di Rizzo su Facebook.
Spuntano elogi dell’eroe Mercader, e piccozze da tutte le parti.
Un osceno e tragicomico flashback sul Partito di Rizzo.
Una regressione culturale che peggio non si poteva scorgere nella pagina di un “leader” politico.

E’ questa la base militante del PC di Rizzo?

La lezione di Gramsci sulla costruzione di un blocco egemonico nazional-popolare, largo e maggioritario, la sua esortazione ai giovani ad usare tutta la loro intelligenza, non poteva essere più distante da queste riprorevoli dimostrazioni di odio settario.
Subito dopo la pubblicazione del post un amico mi ha scritto: “Ce lo vedi Rizzo a capo di una cricca di criminali Nkvd che piccozza i cervelli degli oppositori, dopo aver votato la fiducia ad un governo neoliberista come quello di Prodi, (che ha firmato il trattato di Mastricht), l’infame pacchetto Treu nel giugno del 1997, e dopo aver sostenuto il governo NATO- D’Alema nel 1999, mentre bombardava la Iugoslavia di Milosevic?”.
Gli ho risposto: sinceramente no.
Marco Rizzo oggi rassomiglia più ad un pistoleros con la pistola ad acqua, ad un cavaliere col cavallo a dondolo. Ma attenzione: tutti gli anonimi personaggi che Stalin utilizzò per scatenare le grandi purghe contro l’opposizione di sinistra, mi riferisco ai Vyshinsky, Ezov, Yagoda, Beria, a loro volta uccisi, tranne l’ultimo, per non lasciare tracce ed avere testimoni, erano persone apparentemente comuni.
Ciò che si cela nell’animo umano è sempre imponderabile. In determinate condizioni storiche il subdolo, che è in molti uomini, può scatenarsi come una furia incontrollata. Quindi è piu’ probabile che Rizzo finirà la sua carriera di “rivoluzionario” sul cavallo a dondolo, ma nessuno può sapere cosa sarebbe capace di fare, nell’ipotesi altamente improbabile che le condizioni storiche lo lanciassero al potere, magari come uomo solo al comando.
Il post riprorevole su Mercader ci dice solo una cosa: non bisogna dimenticare né sottovalutare.Qui abbiamo a che fare con la famosa critica dell’ideologia, di Marxiana memoria.
Marx ci rammentava giustamente che, come non si può giudicare una classe sociale da quello che dichiara di essere, così non si può giudicare un uomo da suoi pensieri, o da quello che dice di se stesso..
Rizzo va giudicato per i fatti e i fatti ci dicono che è un classico socialdemocratico che parla di comunismo come il prete parla dell’al di là, che usa la narrazione comunista come uno specchietto per le allodole, mentre scinde Rifondazione da destra e vota la fiducia a Prodi. Ma la butade su Mercader è interessante per due motivi, primo perché ci offre la dimensione della sua scissione schizofrenica, del suo bipolarismo, (ultrastalinista a parole e riformista nei fatti) nonchè del suo subconscio malato, rancoroso, spudoratamente sadico (parte irrazionale).
Secondo perchè ci regala in poche battute l’immagine della sua idea di rivoluzione e di comunismo (parte razionale).
Una sorta di nuova prigione dei popoli, un universo concentrazionario dove chi non è in linea con la politica del leader Maximo o del partito-stato, viene liquidato senza pietà.Abbiamo visto che Trotsky non fu un uomo qualunque.
Egli fu il primo capo dell’armata Rossa e del comitato rivoluzionario che ha dato vita alla rivoluzione d’ottobre. Fu il numero due dopo Lenin.
Ciò che Rizzo e gli stalinisti non perdonano a Trotsky, come a tutti gli artefici della rivoluzione liquidati da Stalin, è la loro battaglia indomita ed eroica contro la degenerazione interna del regime, compiuta sotto le insegne del Socialismo, della democrazia sovietica e dei diritti della classe operaia. L’apertura degli archivi sovietici dopo l’89 ha scoperchiato il vaso di Pandora, confermando tutte le accuse di Trotsky sui crimini di Stalin.
Oramai nessuno storico ha più dubbi: decine di migliaia di oppositori politici, molti dei quali amici di Lenin, furono liquidati con la menzogna di essere cospiratori e agenti del nazismo, e costretti a confessarlo pena il sequestro, la tortura e la morte dei propri famigliari.
A capo di questa cospirazione anti sovietica, secondo la versione ufficiale di Stalin, ci sarebbe stato Trotsky, il principale agente di Hitler.
Mai calunnia fu così insensata, spudorata e dimostrata come falsa.
Ci sarebbe da ridere per non piangere, ma per decenni, grazie al mito di Stalin “eroe della gloriosa vittoria contro il nazifascismo”, e grazie anche alle calunnie sparse a piene mani da agenti staliniani come Togliatti, molti hanno creduto alla infame narrazione.
Tutto ciò ricorda alla perfezione l’inquisizione medievale e la caccia alle streghe.
Tutti oramai sanno fin dove si spinse la scuola della falsificazione staliniana: a cancellare le stesse foto che ritraevano Trotsky insieme a Lenin o a eliminare il suo nome persino dai manuali della storia sovietica.

Leggete la storia del partito bolscevico scritta da Stalin per averne prova.

Su questa scuola della falsificazione George Orwell ha scritto il romanzo più bello del XX secolo, 1984: il ministero della verità stalinista riscriveva la storia per obnubilare le menti e controllare il futuro, ricorrendo all’uso di una neolingua che presentava la guerra come pace, la schiavitù come libertà.
Ma la verità prima o dopo emerge come la pianta dal seme.
Essa non è mai di parte, è sempre rivoluzionaria.
Rizzo si gonfia il petto con le menzogne, oramai smascherate, della scuola della falsificazione staliniana.
Ciò mette il sigillo definitivo sulla sua pochezza di uomo e sulla sua bassa statura di intellettuale e di politico.
Rizzo esalta il “gesto eroico” di una canaglia, di un sicario che colpisce alle spalle una persona inerme dopo aver conquistato la sua amicizia e simpatia. Ci può essere più vile apologia della codardia e del disumano? Il pensiero corre a Giulio Cesare pugnalato a tradimento dal suo figlio adottivo e beniamino Bruto. O a Giuda Iscariota che con il suo bacio tradì Cristo, facendolo crocifiggere.

Quanta arte e letteratura scorre su questi episodi? Quanta bellezza in rime da parte di Shakespeare nel suo testo memorabile dove fa recitare in modo sublime Marco Antonio?! Eppure nessuno dei grandi artisti ha composto opere per esaltare il traditore, il Bruto, il Giuda Iscariota o il Ponzio Pilato. Il tradimento che porta alla morte del tradito ne esalta le doti e ne attutisce le colpe storiche. Nel caso di Cesare i molti crimini compiuti in guerra, soprattutto in Gallia. Marco Rizzo è forse il primo nella storia del pensiero politico, o meglio il secondo dopo Stalin e i suoi ascari, che si sforza di dare dignità al gesto di una canaglia che colpisce a tradimento.

Conclusioni

Ricapitolando, le affermazioni di Rizzo sono gravi sotto quattro aspetti: storico-politico, etico-morale, psicanalitico e comunicativo. Sull’aspetto storico politico ho già accennato.
Voglio qui aggiungere alcune brevi considerazioni.
Marco Rizzo esalta Stalin come il vero continuatore della politica di Lenin. Non tiene conto però di un “piccolo” particolare: l’ultima battaglia di Lenin.
Costui il 22 dicembre del 1922 ruppe i rapporti personali con Stalin e chiese a Trotsky di costruire un blocco politico per destituire il Georgiano dalla carica di Segretario generale (3).

Lenin considerava Stalin un dirigente pericoloso, a causa dei suoi metodi brutali, per il futuro dell’unita’ del partito e dello Stato. Per marcare definitivamente la sua distanza da Stalin, Lenin scrisse nel testamento le seguenti parole:

“Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire una piccolezza insignificante. Ma io penso che, dal punto di vista dell’impedimento di una scissione e di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotski, non è una piccolezza, ovvero è una piccolezza che può avere un’importanza decisiva.” (4)

Il testamento di Lenin fu nascosto da Stalin fino alla sua morte avvenuta nel 1953. Lo trovarono in un cassetto della sua scrivania al Cremlino. Fu pubblicato per la prima volta in Russia nel 1956. Da vero genio del male, nascose il testamento di Lenin, mentre fece imbalsamare la sua mummia ed erigere in suo onore un mausoleo. Divinizzando Lenin si preparava a inaugurare il dispotismo assoluto e il culto della propria personalità.La Krupskaia, moglie di Lenin, fu ostinatamente contraria alla costruzione del mausoleo e scrisse: “la volontà di Lenin per l’avvenire non era costruire statue o mausolei in suo nome ma scuole, strade ed ospedali”.
Nel 1926, rincarò la dose “se Lenin fosse sopravvissuto sarebbe già in galera”.
Siamo nel 1926 anno in cui lo stesso Antonio Gramsci, arrestato dai fascisti, scrisse la famosa lettera a Togliatti, allora in Russia, in cui denuncia la durezza e arbitrarietà dei metodi staliniani contro l’opposizione, quando ancora sangue non era scorso tra i membri e i dirigenti del partito bolscevico, ma volavano solo insulti, calamai e portaceneri.
Passano 10 anni e dai calamai si passa alle grandi purghe, cioè all’assassinio sistematico di tutti i dirigenti della rivoluzione d’Ottobre. Il 90% dei membri della vecchia guardia bolscevica fu eliminato fisicamente da Stalin. Solo Sverdlov, Dzerzinskij e |Lenin morirono di morte naturale. Dei 139 membri e supplenti del Comitato centrale del partito, eletti al XVII congresso del 1934, nei due anni successivi 98 furono arrestati e fucilati.
E’ il Termidoro sovietico.
La famosa reazione che ingoia la rivoluzione. La rivoluzione che divora i propri figli.
Questa pagine vile e vergognosa della storia del movimento operaio viene esaltata da Rizzo come necessita’ per epurare il partito dai “traditori” e salvare l’unita’ dello stato sovietico.
Fecero un deserto e lo chiamarono comunismo.
Passiamo all’aspetto etico-morale.
Il gesto di Mercader è esecrabile dal punto di vista morale, a prescindere dalle posizioni politiche dell’avversario, e dalla gravità delle accuse a lui mosse. Esaltare un omicidio compiuto in quelle modalità mafiose e criminali significa offrire di sé un immagine eticamente oscena, mostruosa.
Significa aver perso ogni barlume della ragione, togliere ogni dignità e credibilità al progetto politico, soprattutto se ci si dichiara democratici e comunisti.
Significa sdoganare la piu’ vile forma di violenza impolitica.
Quello di Mercader è il mezzo infame che scredita il fine, qualunque esso sia.
E’ la slealtà eretta a prassi politica. Del comunismo ci sono tante varianti politiche, ma nessuna, tranne quella di Stalin e di Marco Rizzo, inneggia all’uso della tortura come mezzo politico.
L’uso della brutale violenza è la corda con cui si impiccano, insieme ai nemici, i propri principi.
Sarebbe stato d’accordo anche Macchiavelli.
Per un comunista il raggiungimento di un fine rivoluzionario non puo’ essere disgiunto da mezzi rivoluzionari. Il fine è nello stesso mezzo, e il mezzo nel fine.
Mi chiedo cosa accadrebbe in questo paese agli oppositori politici se il Partito di Rizzo, che esalta la piccozza e la tortura, andasse al potere? Che ne sarebbe della cultura, del dissenso? E qui vengo alla critica di carattere psicanalitico. Bisogna essere degli psicopatici per avere nostalgia dei metodi staliniani di tortura ed eliminazione delle opposizioni.

E’ oramai acclarato che sotto la dittatura di Stalin il solo sospetto di contraddirlo veniva punito con l’eliminazione fisica o l’internamento nei Gulag.
500.000 comunisti uccisi e 5 milioni di internati nei campi di lavoro come schiavi, è il triste bilancio storico di questo regime.
Fare apologia dello stalinismo nel 2020 denota secondo me un disturbo grave sul piano psicanalitico prima che politico.
Cosa è uno psicopatico?
E’ una personalità scissa che scambia un oggetto per un altro, un gatto per un orso, un criminale per un benefattore.
Ognuno di noi in forme diverse è un dottor Jeckill e Mister Hide.
Ma una sorta di pudore ci porta a celare la nostra ombra, a frenare a limitare la nostra parte oscura e irrazionale.
Il “compagno” Rizzo non ha di queste remore: offre al pubblico il peggio di stesso, esibendolo addirittura come un vanto, un trofeo.
E arriviamo al piano comunicativo.
Nella letteratura socialista e comunista, la forma è stata sempre considerata importante quanto la sostanza. Scrivere un testo sgrammaticato indebolisce e scredita i contenuti dello stesso. Fare un comizio in piazza, usando epiteti volgari, squalifica chi lo fa a prescindere da quello che dice.
Karl Marx scolpiva e limava i suoi testi in modo maniacale, perchè non ci dovessero essere sbavature che ne incrinassero la bellezza. Antonio Gramsci era un perfezionista della forma letteraria e del metodo politico.
Nella lotta tra Stalin e Trotsky, seppur si schierò all’inizio con la maggioranza guidata da Stalin, ne deploro’ subito i metodi autoritari e persecutori (5).

Marco Rizzo a quale tradizione comunista si riallaccia? Non c’è alcun dubbio: alla peggiore, a quella che, sotto la pressione degli eventi e della lotta di classe ha contribuito, a tirar fuori la parte peggiore dell’uomo.
Che dire del suo post sul piano della tattica politica e della comunicazione? Pensare di costruire una forza egemonica e un blocco sociale nell’Italia del 2020 esaltando il gesto di una canaglia nel 1940, parafrasando Hegel, è il reale che si fa assurdo. Forse Rizzo, dopo la scissione della sua sezione giovanile che lo accusa di Rosso-Brunismo, voleva rifarsi una sorta di verginità ideologica, ritornando alle origini.
Peccato che per lui le origini non sono Spartaco, il Manifesto del ’48 o la grande rivoluzione d’Ottobre, è la piccozza di Mercader.


Note

(1) V. I. Lenin, il testamento, Opere complete vol 36, Editori Riuniti, Roma 1969, pag 427-432. La lettera al Congresso, meglio nota come Testamento di Lenin, venne dettata dal leader sovietico alle proprie segretarie tra il 23 e il 29 dicembre 1922 (con una aggiunta datata 4 gennaio 1923)

(2) Leandro sanchez Salazar, Julian Gorkin, Così fu assassinato Trotsky, Res Gestae edizioni 2019, pag 269.

(3) Moshe Lewin, l’ultima battaglia di Lenin, Laterza 1959, pag 99. Stalin fu incaricato dal comitato centrale di vegliare che il regime del malato Lenin fosse scrupolosamente rispettato. Le prescrizioni erano date dai medici ma in coordinamento costante con Stalin. Il 22 dicembre del 1922, apprendendo dai suoi informatori che il giorno prima la Krupskaja aveva scritto una lettera (in realta’ un biglietto) sotto la dettatura di Lenin, Stalin la chiamo’ al telefono e la copri’, afferma la stessa Krupskaia di ingiurie indegne e di minacce. Pretendeva di incriminarla davanti la commissione centrale di controllo per la sua infrazione alle prescrizioni del regime del malato. Lenin non perdonò la sua impertinenza e due mesi dopo scrisse a Stalin queste testuali parole “Non ho intenzione di dimenticare troppo facilmente ciò che è stato fatto contro di me e va da se che ciò che è stato fatto contro mia moglie, lo considero come fatto contro di me”.

(4) V. I. Lenin, Ibidem aggiunta del 4 gennaio 1923

(5) Il 1926 è, per motivi diversi, un anno cruciale non solo nella nostra ma anche nella storia dell’ Urss perché dopo la dura controversia che ha contrapposto Stalin e Bucharin a Zinoviev e Trotzky, certifica la definitiva presa del potere da parte di Stalin e la vittoria della prospettiva della costruzione del socialismo in un solo paese. La controversia che dilania il partito russo, investe, attraverso l’ Internazionale, tutti i partiti comunisti. Compreso quello italiano cui da mesi, fin dalla primavera di quell’ anno, Togliatti chiedeva, a nome dell’ Internazionale, di prendere posizione e di schierarsi a favore di Stalin e contro Trotzky. Da mesi gli italiani rimandavano, esitavano, fino al punto di essere sospettati, a Mosca, di qualche simpatia per le posizioni trotzkiste. Il che non era vero, ma era certamente vero che Gramsci aveva una concezione del valore dell’ unità del gruppo dirigente, dei metodi di gestione del partito e della battaglia interna assai diversa da quella di Stalin. E lo dirà in modo esplicito nella famosissima lettera che, lungi dall’ essere quel documento di appoggio alla maggioranza che Mosca aveva richiesto, ne criticava apertamente i comportamenti. “L’ unità e la disciplina”, scriveva il dirigente italiano, “non possono essere meccaniche e coatte; devono essere leali e di convinzione e non quelle di un reparto nemico imprigionato o assediato… Vogliamo essere sicuri che la maggioranza del Comitato Centrale del P.C. dell’ Urss non intenda stravincere e sia disposta ad evitare le misure eccessive”. (Altro che “misure eccessive”! Non solo gli oppositori di Stalin, ma anche i suoi momentanei alleati come Bucharin, conosceranno presto l’ espulsione dagli organismi dirigenti e dal partito e, infine, i processi e le condanne a morte). Togliatti legge la lettera di Gramsci con sorpresa e disappunto. Non ne condivide il tono e i contenuti, la fa conoscere solo a Bucharin e non la inoltra agli organismi dirigenti del partito russo, cui pure era destinata. Fa di più: risponde subito a Gramsci con toni molto duri: “La vostra visione di ciò che sta succedendo qui a Mosca è miope, errata in partenza… dobbiamo abituarci a tenere i nervi a posto e a farli tenere a posto ai compagni della base…”