L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 5 agosto 2021

Essere ministri non significa non essere imbecilli. Monte dei Paschi di Siena una banca che può e deve rimanere pubblica

Mps: il ministro Franco apre alla vendita a Unicredit

Il ministro dell'Economia in audizione Parlamento: "Soluzione strategicamente superiore per l'interesse generale del Paese

aggiornato alle 23:0904 agosto 2021

© ©Aleandro Biagianti / AGF
- Monte dei Paschi di Siena, Mps

AGI - Il ministro dell'Economia, Daniele Franco, apre alla cessione di Mps a Unicredit. E lo fa davanti alle commissioni Finanze riunite di Camera e Senato. Le sue parole sono nette: l'operazione Unicredit "è la soluzione strategicamente superiore per l'interesse generale del Paese ed è motivata da ragioni industriali".

Del resto, il ministro mette in guardia sul fatto che il Monte Paschi possa restare da solo: "L'ipotesi 'stand alone' - afferma - è rischiosa".

Franco poi assicura che "l'operazione non sarà una svendita di proprietà statale", e che la soluzione Unicredit non porterà allo smembramento del gruppo senese.

Il ministro ha quindi ammesso che ci saranno circa 2.500 esuberi, ma ha garantito che "il governo offrirà la massima tutela ai lavoratori".

"Sarà un lavoro complesso"

"Auspico fortemente che si chiuda, lavoreremo per trovare una soluzione, credo che ci siano i margini per trovarla ma non chiuderemo a qualsiasi costo. Non lo faremo noi e non lo farà Unicredit", ha evidenziato il ministro. "Sarà un confronto complesso alla fine del quale si vedrà se la soluzione sarà adeguata. Spero che si arrivi in fondo e se questo avverrà, tornerò a spiegare quello che sarà raggiunto e spero in una soluzione accettabile per il territorio, il governo e il Parlamento". Per il titolare del Mef la soluzione Unicredit garantisce l'interesse generale. "Il presupposto è la dismissione della partecipazione statale. Vorrei sottolineare che non si tratterà di una svendita di proprietà statale". "L'avvio di un'interlocuzione con Unicredit è un'iniziativa doverosa. L'operazione rappresenta una soluzione strategicamente superiore dal punto di vista dell'interesse generale del paese e motivata dal punto di vista industriale", ha precisato il ministro.

No a ipotesi 'stand alone'

Con l'ipotesi 'stand alone', ha osservato, Mps "sarebbe esposto a rischi e incertezze considerevoli e avrebbe seri problemi di competitività. Allo stato attuale peraltro non si ravvisano i presupposti per aprire un'interlocuzione con l'Ue per concordare un piano di questo genere".

Piano Mps ha obiettivi non conformi a richieste Ue

Il ministro dell'economia ha spiegato che il piano industriale di Mps "presenta obiettivi non conformi alle richieste della Commissione europea" in particolare riguardo alla riduzione dei costi fissata al 51% dei ricavi dalla Commissione Ue, mentre in base al piano si prevede il 74% nel 2021 e ancora il 61% al 2025.

Governo tutelerà occupazione e marchio

Purtroppo gli esuberi dovrebbero essere superiori ai 2.500 stimati dal piano della banca senese. "Per raggiungere l'obiettivo di un rapporto costi/ricavi del 61% la banca ha stimato circa 2.500 esodi volontari. Nel caso probabile che l'interlocuzione con la Commissione Ue ponga obiettivi di costi/ricavi piu' ambiziosi, gli esuberi di personale potrebbero essere considerevolmente piu' elevati".

In ogni caso il governo garantirà al massimo la tutela dei lavoratori e del territorio. Mps ha "oltre 21.000 dipendenti. Il governo garantirà la massima attenzione alla tutela dei lavoratori utilizzando gli spazi negoziali e definendo i presidi a tutela dell'occupazione del territorio con una pluralita' di strumenti e iniziative. Anche la tutela del marchio rappresentera' una priorita' del governo. Il marchio ha un valore non solo storico ma commerciale", ha spiegato.

Aumento di capitale ben superiore a 2,5 mld

Sul fronte finanziario, è probabile che l'aumento di capitale necessario sia superiore ai 2,5 miliardi indicati nel piano dell'istituto senese. Gli stress test, ha spiegato il titolare del Mef, hanno confermato per Mps "l'esigenza di un rafforzamento strutturale di grande portata e richiederebbe un aumento di capitale ben superiore a quello previsto nel piano 2021-2025" fissato a circa 2,5 miliardi di euro. Allo stesso tempo, ha assicurato Franco, "non vi sono al momento elementi che facciano intravvedere rischi di smembramento della banca".

Cartabia puah! Questa riforma è una ghigliottina per i processi, i reati non sono più punibili, un invito diretto a delinquere. Insieme alla decapitazione delle regole sugli appalti e con gli affidamenti diretti si sancisce il patto di ferro con le mafie, vogliono usare i loro soldi per le infrastrutture. Patto scellerato perchè avremo delle strutture fatiscenti prima di essere terminate

RIFORMA CARTABIA
Giustizia, Gratteri: «In questo momento magistrati deboli per questo hanno fatto la riforma»

L’accusa del procuratore di Catanzaro a margine del Magna Graecia film fest: «Non prendiamoci in giro, se si candida un compare degli ‘ndranghetisti lo si fa per prendere voti»

di Redazione 4 agosto 2021 22:45


«In questo momento noi magistrati siamo deboli e per questo hanno fatto la riforma perché come si dice adesso o mai più». È netto come al solito il commento del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. A margine del Magna Graecia film fest ha risposto alle domande dei giornalisti presenti all’evento. Nel suo ragionamento non è entrata solo la riforma della giustizia, ma anche le imminenti elezioni regionali e l’insegnamento da dare ai ragazzi, alle nuove generazioni di calabresi.


«È l’impostazione della legge è sbagliata – ha dichiarato Gratteri, in merito alla riforma sulla quale il governo ha posto la fiducia in Parlamento - È il termine improcedibilità che è sbagliato. Un processo di primo grado non può durare 8 anni? Allora io gli chiedo perché allora non potenziate gli organici negli uffici giudiziari? perché non fate rientrare i 250 magistrati che sono nei ministeri a scrivere sentenze? perché non avete ridotto i motivi di appello e per cassazione? E ancora: perché non avete fatto una forte depenalizzazione? Prima facciamo queste modifiche, poi vediamo qual è il volume di carico. Io per questo sono arrabbiato perché pare che facciamo ragionamenti tra sordi e non tra addetti ai lavori. Questa riforma è una ghigliottina per i processi».

Gratteri pare avere le idee chiare anche sul perché c’è stato un largo fronte comune sul testo della riforma firmata dal ministro Cartabia. «Sono tutti d’accordo – ha aggiunto - solo Fratelli d’Italia non è d’accordo. La verità è che noi magistrati in questo momento siamo deboli, quindi hanno pensato “adesso o mai più”. In pochi hanno preso posizione contro perché parlare costa, per questo lo facciamo in pochi e io non faccio calcoli. Mi piace dire quello che penso e voglio continuare a essere libero».

Un passaggio importante dell’intervista a Gratteri ha riguardato il voto alle prossime elezioni regionali e la possibile infiltrazione nelle liste di uomini vicini alla ‘ndrangheta.

«Inutile prenderci in giro – ha attaccato Gratteri - in Calabria siamo meno di 2 milioni di abitanti ed è una regione fatta di piccoli centri dove ci conosciamo tutti. Se un candidato è un soggetto borderline o compare di qualche indranghetista, chi lo sa candida sa che portarà voti. Poi se verrà beccato con le mani nella marmellata si dirà che si ha fiducia nella magistratura. In una trasmissione televisiva ho detto “fate una legge che 60 giorni prima delle elezioni non possiamo arrestare nessuno, fate quello che volete". Noi dobbiamo essere messi nelle condizioni di poter lavorare, poi se un magistrato o un uomo delle forze dell’ordine sbaglia va punito e non ha alibi. Non ci deve essere pietà».

«Misurare le parole, perché i ragazzi sono come le spugne e assorbono tutto, il bene e il male. Quindi noi abbiamo la responsabilità di trasmettere quella che è la realtà, il mondo degli adulti. È importante coni ragazzi non è mai tempo perso, come fare un’indagine di mafie».

«Il mio è un problema di coscienza, siamo in un momento delicato per la Calabria, in questi anni è cresciuta. Voi da giornalisti percepite subito i cambiamenti. Si è accesa la speranza sopita per decenni, e questo è il merito di tutta la procura di Catanzaro. La Calabria è un grande laboratorio e sento il peso di questo mutamento. Sono contento di questi giovani che si avvicinano e prendono posizioni. La riforma ci ha ammaccato, siamo preoccupati come cittadini e primi che magistrati. Spero che con il tempo a freddo ci sia il modo di spiegare meglio e io non mi arrenderò e combatterò con tutte le mie forze per avere una Calabria diversa»

Trattare gli asintomatici da malati veri, tanto per farli andare fuori di testa. Questo ha fatto e continua a fare il governo italiano. Per non parlare di quelli che per caso sono stati in contatto con i positivi del tampone farlocco. E' chiaramente un labirinto voluto e applicato per scardinare resistenze ed opposizioni, per eliminare qualsiasi pensiero critico

04 AUGUST 2021


Capisco che l'argomento è sgradevole e ben poco "estivo", ma temo che dovremo occuparcene anzitempo, prima che avvenga l'irreparabile. Avrei potuto scrivere nel titolo "campi di detenzione", ma non mi piace usare eufemismi raffinati su questi temi. Quando Meluzzi berciava sull'ipotesi della Lamorgese dei container, dei terreni acquisiti, pensavo che esagerasse e fosse particolarmente mal pensante. Ma in certi paesi di area "democratica" certe cose si fanno, ma la stampa tace. Allora ho deciso di parlarne e chiamarli col nome brutale di "concentramento". Mi hanno inviato un filmato d Tik Tok dall'Australia dove la soldataglia si avventa su poveretti che scappano nei boschi per indurli a vaccinarsi. Mando in giro il video, e immediatamente spunta fuori il nesci ad asserire con sicumera che è una "fake news". E io prontamente: "Magari! Me l'auguro proprio". Fosse anche un filmato falso è bene proiettarsi sul futuro che ci prospettano. Qualcuno riesce ad avere fiducia nel futuro? In una classe politica che possa proteggerci dalle cose atroci che ci hanno finora fatto patire? Dov'erano quando ci lasciavano i 200 mt dietro casa e ci proibivano perfino le passeggiate? E quando ci imponevano il coprifuoco? perché dovrei credere che ora ci proteggeranno dall'apartheid del Green Pass, il marchio verde?

Ma vengo ai campi di detenzione chiamati anche di "isolamento" e pure "villaggi di quarantena". Toh, nella Toscana sgovernata dai piddini apprendo da Milano-Finanza che ce n'è uno. L'articolo risale al 20/3/2020, ma resta a testimonianza che la messa in opera di terreni per villaggi del genere e container, non sono propriamente per alluvionati o terremotati, come si vuole far credere....

. È il villaggio della quarantena. Con 30 prefabbricati abitativi, ciascuno dotato di arredi e servizi igienici, più altri tre per la logistica, l'infermeria e la segreteria. In ogni container sarà ospitata per 14 giorni una persona alla quale verranno forniti assistenza e pasti. Un'iniziativa messa in campo dal Comune di Firenze col sindaco Nardella per tentare di debellare i contagi da coronavirus.


Fa eco un articolo di Brandon Smith ospitato sul sito di Blondet che racconta cosa accadde in Nuova Zelanda:


"Sei mesi fa, tra il panico e il clamore che circonda l’epidemia di coronavirus, il governo della Nuova Zelanda ha fatto un annuncio che è passato per lo più inosservato dai media mainstream. La Nuova Zelanda stava istituendo quelle che equivalevano a prigioni covid – “strutture di quarantena” mediche dove QUALSIASI cittadino sospettato di essere un portatore covid poteva essere detenuto senza un giusto processo per tutto il tempo che il governo lo riteneva opportuno. Non solo, ma questi campi cadrebbero sotto la giurisdizione dei militari. In altre parole, la risposta covid neozelandese veniva tranquillamente spostata nella legge marziale"."Le misure iper-totalitarie furono attuate a fronte di sole 22 morti covid per l’intera nazione in quel momento. I media hanno applaudito la risposta neozelandese, sostenendo che le politiche più pesanti oggi significheranno più libertà e un’economia migliore domani quando il numero di infezioni saranno ridotte. Ma, come ho avvertito dall’inizio della pandemia, i blocchi sono progettati per durare per sempre.!"

A ben pensarci avevano già iniziato con questa ghettizzazione segregativa coi Covid Hotel. Stavo per scrivere gli Overlook Hotel come quello di "Shining" di Kubrick, tanto per rimanere in tema horror. Ma come è possibile pensare di guarire i malati con un isolamento così punitivo? Solo menti perverse possono pensare che non esiste interazione fra corpo e mente! Soprattutto poi trattare gli asintomatici da malati veri, tanto per farli andare fuori di testa.

Ricorderete che durante un'assemblea legislativa dell'Ontario un deputato fa nome Randy Hillier fece un' interrogazione parlamentare sull'agghiacciante tema di una rete di campi di detenzione e isolamento per "isolare i cittadini positivi al Covid": Randy Hillier: “A settembre il governo federale ha pubblicato un avviso di manifestazione di interesse destinato agli imprenditori per fornire, costruire e gestire campi di quarantena/isolamento in tutte le province e in tutti i territori del Canada. Ma questi campi di isolamento non sono destinati solo alle persone con il covid, bensì a tutta una serie di altre categorie di persone.

Sicuramente il governo è al corrente dell’intenzione di costruire questi campi di isolamento in tutto il paese e la mia domanda al ministro è: quanti campi saranno costruiti e quante persone ha l’intenzione questo governo di detenere in questi campi?”

Al link sottostante potete seguire l'intero interrogatorio al quale il capo del governo della provincia dell'Ontari Doug Ford non dà risposte esaurienti e soddisfacenti.


Ma all'incalzare di domande del deputato indipendente Randy Hillier, gli viene spento il microfono. Capito? Non disturbate il manovratore....

Ecco perché il tweet stizzito di Claudio Borghi della Lega all'incalzare sulle domande dei container della Lamorgese, non mi convince neanche un po'...Eccolo!

"Dato che è la decima volta che mi arriva qualcuno con I CONTAINEEEERRR evidentemente ci deve essere un rubinetto aperto con questa cretinata, vediamo di chiuderlo subito perchè se non non se ne esce. Sono appalti che si fanno DA SEMPRE."


Una cosa è certa, là dentro la Lamorgese non ci metterà i suoi amati "migranti" le cui licenze di sbarco e di circolazione per il territorio italiano, non conoscono regole. Sarebbe considerato "razzista" e segregazionista. Per loro ci sono fior di stellati Hotel.

Come ho già detto, con l'eterna emergenza sanitaria sempre più rinviata, ora non c'è più il problema di identificare e acciuffare il dissidente politico, ora c'è il "malato Covid", un comodo alibi per trasformare la dissidenza in patologia.

San Giovanni Maria Vianney

Il Passaporto dei vaccini sperimentali è un palese strumento per obbligare tutti a far da cavie, per arrivare a questo punto significa che sono arrivati su un terreno dove la resistenza è forte e vogliono scardinarla con la forza e imposizione. Mai mettere gli "avversari" all'angolo, per la propria sopravvivenza saranno disposti a tutto. E' il principio cardine di chi fa politica

"Questa adesione acritica dei cittadini è più inquietante dell'autoritarismo"

di Carlo Freccero*
29 luglio 2021

È necessario arrivare ad un punto di rottura perché la rottura si realizzi. Dall'inizio della pandemia i popoli di tutto il mondo sono scesi in piazza innumerevoli volte. Gli italiani sembravano sedati da una sorta di ipnosi. Con il green pass il miracolo si è compiuto: le piazze italiane si sono riempite. Ed è interessante notare che in piazza a contestare c'erano non solo i no-vax, ma anche i vaccinati, che, per motivi di principio, protestano per tutelare le libertà costituzionali.

Lo stesso concetto è ribadito da Cacciari nell'articolo di ieri: io mi sono vaccinato, ma la democrazia è libertà di scelta e questa libertà di scelta va difesa. Nel contesto del generale risveglio si pone il pezzo firmato congiuntamente da Cacciari e di Agamben che, bisogna dargliene atto, è stato l'unico ad intervenire dai primi giorni della pandemia con i suoi interventi quotidiani su Quodlibet. Purtroppo la sua voce è stata isolata ed ascoltata solo da minoranze. Per attirare l'attenzione di un numero sufficiente di persone, bisognava esagerare. Ed si è esagerato.

La somministrazione dei vaccini è stata affidata all'esercito per sottolineare il clima di emergenza, di protezione civile in cui ci troviamo. Ma per chi ha la mia età l'idea di una scelta sanitaria imposta dall'esercito ha qualcosa di inquietante come inquietanti suonano le minacce di mandare l'esercito porta a porta a «stanare» i non vaccinati. Analogamente, per quelli della mia generazione, la morte di De Donno evoca il fantasma di Pinelli. Per la mia professione nella comunicazione il primo problema che ha attirato la mia attenzione è stato da subito la mancanza di alternativa imposta al discorso pandemico.

Democrazia significa tutela del parere delle minoranze. Questo parere è stato sradicato in nome della scienza, chi lo professava è stato zittito ed insultato nei dibattiti pubblici. Nell'articolo contro il green pass, pubblicato dall'Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli, Agamben e Cacciari criticano il green pass affermando che «la discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica».

L'art. 3 della Costituzione italiana vieta esplicitamente ogni forma di discriminazione. L'affermazione dei due filosofi dovrebbe quindi essere, in qualche modo,ovvia. Invece il fatto stesso che il sito Dagospia definisca l'articolo una «bomba» solo perché dissente dalla vulgata del «mainstream» è una conferma di quanto gli autori espongono nell'articolo citato e cioè del pericolo di una deriva totalitaria. Mi sembra di assoluta evidenza che un'informazione che bandisce qualsiasi forma di dissenso, sia di per sé sinonimo di propaganda.

E la propaganda ha poco di democratico. Da quando è iniziata la pandemia la televisione ci ha abituati alla consuetudine del dibattito unanimistico. Ci sono format e programmi come il talk show che hanno bisogno per esistere di un contraddittorio. Dato che gli invitati sono tutti della stessa idea, essi non sono tenuti a confrontarsi, ma fanno gara tra loro a superarsi in ortodossia ed obbedienza ai vari Dcpm ed ora a Decreti Legge che hanno sostituito la legislazione ordinaria. Mi si obietterà che tutto questo è fatto per il bene comune, un bene comune che autorizza uno stato di eccezione, previsto però in Italia, solo per lo stato di guerra (art. 78 della Costituzione).

Tutela cioè la collettività, ma anche l'individuo. E i trattamenti sperimentali sono esclusi dal codice di Norimberga, dalla dichiarazione di Helsinki, dalla convenzione di Oviedo. Il processo di Norimberga basta da solo ad evocare il nazismo. Gli imputati si difesero sostenendo di aver obbedito agli ordini. Per evitare che queste aberrazioni si ripresentassero fu stabilito un codice a futura memoria. Tra l'altro esso prevede che la sperimentazione sia ammessa solo se «il soggetto volontariamente dà il proprio consenso ad essere sottoposto ad un esperimento».

Senza accettazione volontaria l'esperimento non può avere luogo. Il vaccino è ancora in fase sperimentale. Cito dal bugiardino Pfizer e quindi faccio parlare direttamente le case farmaceutiche produttrici, perché sia ben chiaro che non sto riferendo il mio parere personale: «Per confermare l'efficacia e la sicurezza di Comirnaty il titolare dell'autorizzazione alla emissione in commercio deve fornire la relazione finale sullo studio clinico» e a lato «Dicembre 2023».

Sino al 2023 il vaccino sarà una terapia sperimentale con esiti futuri incerti. In questi giorni la senatrice Segre, sopravvissuta all'Olocausto, è intervenuta dicendo che è folle paragonare vaccino e green pass alla Shoah. Ci sarebbe una sproporzione tra le cose. Ma la senatrice sembra dimenticare che c'è sempre un inizio e la discriminazione è quell'inizio. Per parlare di regime autoritario non è necessario poi arrivare sino ai forni crematori. Basta che la normale vita democratica ed i diritti dei cittadini subiscano delle limitazioni.

In senso opposto va invece l'intervento di un'altra sopravvissuta all'Olocausto che milita invece sul fronte opposto, la signora Vera Sharav. «Conosco le conseguenze - dice la sopravvissuta - di essere stigmatizzati come diffusori di malattie». Il suo calvario è incominciato a piccoli passi con la segregazione ed il divieto sempre più esteso a partecipare alla vita sociale, a entrare in determinati contesti, a viaggiare.

La cosa che più mi ha colpito nell'intervento di Vera Sharav è la lucidità con cui collega il nazismo all'uso autoritario della medicina. In nome della scienza - ci dice - viene cancellato ogni principio morale della società.

Questa affermazione mi fa ricordare il fondamentale intervento di Agamben con la sua «Domanda» rivolta a tutti gli italiani. «Com' è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte ad una malattia?». In nome della sopravvivenza e di quella che Agamben chiama «nuda vita» (una vita privata di ogni valore che travalichi la sopravvivenza biologica ), gli italiani hanno accettato di lasciar morire i loro anziani in solitudine negli ospedali, hanno accettato di incenerire i cadaveri senza sepoltura, hanno accettato la perdita di ogni principio morale. Ed hanno rinunciato alla vita sociale.

E questa adesione acritica da parte dei cittadini è per certi versi più inquietante dell'autoritarismo del governo. È un indice inequivocabile che i meccanismi dell'autoritarismo sono già stati introiettati da tutti noi come naturali e che appartengono ormai alla quotidianità e al nostro futuro.

* Da La Stampa

L'esproprio delle case dei palestinesi a Gerusalemme Est continua, più che un compromesso e un prender tempo, GIUSTO rimandarlo al mittente

MARTEDÌ 3 AGOSTO 2021
La Corte Suprema di Israele ha proposto un compromesso per risolvere il conflitto sul quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme, senza successo


Lunedì la Corte Suprema di Israele avrebbe dovuto emettere una sentenza sullo sfratto di tre famiglie palestinesi residenti a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme conteso tra gli attuali residenti palestinesi e gruppi di ebrei che ne rivendicano la proprietà. La contesa va avanti da decenni e lo scorso maggio era stata una delle cause scatenanti della guerra tra Israele e i gruppi palestinesi della Striscia di Gaza.

Anziché emettere una sentenza a favore di una delle due parti, tuttavia, la Corte ha cercato un compromesso: ha proposto ai residenti palestinesi di riconoscere a Nahalat Shimon, l’associazione di coloni che ha chiesto il loro sfratto, la proprietà sulle loro terre e sulle loro case. In cambio, riceveranno uno status di affittuari “protetti” e il diritto di rimanere su quelle terre per tre generazioni, pagando un affitto di circa 400 euro all’anno a Nahalat Shimon.

Sia Nahalat Shimon sia le famiglie palestinesi hanno rifiutato il compromesso: entrambi vogliono vedersi riconosciuta la piena proprietà sui terreni contesi. Inoltre, per le famiglie palestinesi lo status di affittuario “protetto” non sarebbe una difesa definitiva contro il rischio di essere sfrattate.

L’udienza si è dunque conclusa con un nulla di fatto e ne è stata programmata un’altra. Dalla sentenza della Corte Suprema dipendono non soltanto le tre famiglie palestinesi direttamente coinvolte, ma decine di altre famiglie residenti a Sheikh Jarrah che rischiano di essere sfrattate.

Gheddafi Sail al-Islam si riprende la Libia che la Francia e quegli imbecilli della Nato con il servo Napolitano hanno distrutto ottenendo solo caos e distruzioni e fin troppo morti. Nemesi

4 Agosto 2021
La restaurazione Il figlio di Gheddafi è vivo. E vuole riprendersi la Libia

Saif al-Islam, salvato dai suoi rapitori, ha ricostruito il partito del padre e preme per presentarsi alle prossime elezioni. Come ricorda il New York Times Magazine, punta sulla fattore nostalgia dopo anni di guerra, sugli errori dei suoi avversari e sull’aura di mistero che lo circonda

AP Photo/Mohamed Ben Khalifa

Fino al 2011 era il membro della famiglia Gheddafi più apprezzato in Occidente. Aveva studiato alla London School of Economics, si accompagnava a intellettuali e studiosi, parlava benissimo inglese, ma soprattutto mostrava un sincero interesse nei confronti della democrazia e dei diritti umani. Saif al-Islam Gheddafi, secondo figlio di Muammar, era il personaggio su cui convergevano le speranze di gran parte del mondo occidentale. O almeno, di chi sperava in un passaggio – lento, ma sicuro – del Paese verso una forma di governo più aperta e libera.

Poi sono arrivate le rivoluzioni arabe: Saif, all’inizio le accolse con grande favore. Parlava di riforme da fare, incoraggiava i governi degli altri Paesi coinvolti ad ascoltare le richieste del popolo e intraprendere il cammino verso la democrazia. Eppure, quando fu il momento decisivo, la sua posizione risultò molto diversa.

In un discorso televisivo attesissimo, il 20 febbraio 2011, Saif salutò le proteste degli altri Paesi come una «tempesta democratica», mentre quelle che avevano avuto luogo qualche giorno prima in Libia, in particolare a Bengasi, erano da attribuire a gruppi di fanatici pericolosi. Il Paese, spiegò nella rabbia generale, non era pronto per queste cose. I libici fuggiti all’estero approfittavano della confusione per fomentare la violenza, cercando di colpire il regime. «La Libia non è come l’Egitto e la Tunisia. Le sue radici tribali fanno sì che di fronte alla violenza possa dividersi in tanti micro-stati ed emirati». Nello stesso discorso predisse la distruzione dei confini, le migrazioni di massa e il rischio di dare spazio alle organizzazioni terroristiche.

La risposta a quelle parole fu rabbiosa: le proteste andarono avanti e la rivoluzione divenne presto una guerra civile, in cui il tentativo del regime di soffocare gli oppositori venne bloccato dall’intervento degli eserciti stranieri. Gheddafi stesso rimase ucciso, in una esecuzione sommaria condotta dai membri di una delle tante milizie che si erano create nel frattempo.

Saif, catturato mentre cercava di fuggire, fu fatto prigioniero, per sua fortuna, da un gruppo di ribelli indipendentisti, che decise di tenerlo vivo conoscendone il valore come arma di trattative o mezzo per ottenere riscatti. Venne custodito nella cantina di una casa dispersa nella zona di Zintan (luogo di fieri oppositori del regime di Gheddafi), restando sotto il controllo dei rapitori anche dopo le elezioni del 2012.

La fortuna di Saif Gheddafi fu che, nel giro di qualche mese, le sue previsioni si avverarono. Nonostante il primo sforzo elettorale, il Paese si spaccò in mille pezzi. Le milizie continuarono a farsi la guerra tra loro, le armi dell’antico esercito di Gheddafi finirono nelle mani dei terroristi, l’Isis pose le fondamenta della sua succursale africana, le migrazioni cominciarono a sconvolgere il Paese e il resto dell’Europa. In tutto questo, le violenze non sono mai cessate. Ogni tentativo è sfociato in nuovi scontri, con conseguenze tremende su tutta la popolazione.

È a quel punto che i rapitori decisero di cambiare strategia. Saif non era più un nemico, ma un alleato. La sua analisi – che all’inizio era stata considerata espressione di un regime che non voleva cadere – si era rivelata esatta. E dopo dieci anni di combattimenti e distruzione era arrivato il momento di dargliene atto. Saif, a quel punto, fu liberato.

E, come rivela a Robert F. Worth in questo incredibile articolo del New York Times Magazine, che dopo anni di ricerche lo raggiunge nel suo rifugio, sta preparando il suo ritorno nella politica.

Rispetto a 2011, Saif è invecchiato. La barba è grigia e la mano ferita da una scheggia. Da tempo ha riorganizzato l’antico Movimento Verde, il partito del padre, ed è riuscito con una serie di trattative, a spianare la strada per una sua possibile candidatura alle elezioni di dicembre. Su di lui pende una condanna a morte, emanata da un tribunale di Tripoli nel 2015, oltre che un mandato di cattura del Tribunale Penale Internazionale, per il suo coinvolgimento nella repressione violenta delle proteste nel 2011. Ma non è preoccupato: se dimostra di avere il consenso del popolo dalla sua parte, spiega, la situazione diventa negoziabile.

Il fatto è che, a quanto pare, il consenso ce l’ha. In più parti del Paese, in quasi tutti gli strati sociali, il sentimento prevalente è quello della nostalgia. Tornare indietro, al periodo di Gheddafi, è il nuovo sogno (o meglio: la nuova illusione). Secondo un sondaggio (non si sa quanto affidabile), almeno il 57% della popolazione – di una parte della Libia – voterebbe per lui. I suoi slogan, dal sapore populista, sono un attacco nei confronti dei politici attuali: corrottissimi, a suo dire. Incapaci di gestire la situazione, fallimentari nella difesa degli interessi economici: «Esportiamo gas e petrolio all’Italia. Ne illuminiamo metà. E la popolazione locale ha continui blackout di energia». Il succo di tutto è Make Libya Great Again, che nella sua concezione significa riportarla sotto le mani del clan Gheddafi.

Una sua vittoria sarebbe salutata da più parti anche sul piano internazionale. Constituirebbe una legittimazione degli autocrati dei Paesi arabi – da sempre ostili alle Primavere – e, al tempo stesso, piacerebbe molto anche alla Russia. Mosca, impegnata (come tutte le maggiori potenze) sul campo libico, diventato negli anni una proxy war di livello quasi planetario, vedrebbe nel ritorno di un membro della famiglia la definitiva umiliazione dell’avversario americano. Sul punto – cioè sul sostegno da parte di protagonisti stranieri, preferisce non esprimersi.

In generale, la sua aura misteriosa contribuisce ad accrescerne il successo. Essere rimasto fuori dagli scontri, militari e politici, degli ultimi anni, gli permette di presentarsi sotto una luce benigna, cosa che non possono fare i suoi due maggiori avversari: il 58enne Fathi Bashagha, ministro dell’Interno per il governo di Tripoli fino al 2020, e il generale Khalifa Haftar, che controlla metà del Paese. Il primo, nonostante i suoi lodevoli sforzi per il disarmo delle milizie, si è dimostrato troppo succube delle forze militari di Misurata. Il secondo, nel suo tentativo di conquistare Tripoli tra il 2019 e il 2020, ha contribuito in maniera determinante nella distruzione di parte dell’area, rendendo impossibile ogni eventualità di riconciliazione.

Anche Saif è considerato un candidato divisivo. Il suo rifiuto di condannare il regime del padre, comprese le scelte più violente, potrebbero portare a una recrudescenza nei mesi vicini alle elezioni. Se la Libia vive, da almeno un anno, una situazione di pace relativa – ci sono meno controlli, la polizia sembra tenere in pugno la situazione dei rapimenti, il commercio sembra aver ripreso il respiro – il timore di tutti è che si riveli, anche in questo caso, momentanea. L’appuntamento delle elezioni, cercate e al tempo stesso temute, appare cruciale.

Saif, nonostante la sua presenza-assenza, conta di presentarsi. Ma il fatto che abbia già ricevuto minacce di morte e un killer sia stato pagato 30 milioni di dollari per farlo fuori lascia intuire che, nei prossimi mesi, le cose potrebbero peggiorare. La sua carta è sempre la stessa: parlare la lingua della democrazia (molto apprezzata all’estero). Ma è molto probabile che, se dovesse vincere, cercherà una restaurazione, forse meno brutale, dell’antica jamahiriya del padre.

Di certo ormai la pandemia è davvero poco convincente se per portare la gente alla vaccinazione bisogna pagarla oppure costringerla con il ricatto dei Passaporti dei vaccini sperimentali

PANDEMIA, VACCINI
Mille dollari per vaccinarsi: non ci sono limiti alla follia



Date: 4 Agosto 2021Author: ilsimplicissimus

Ci sono fatti che dovrebbero indurre chiunque a riflettere: che senso hanno i passaporti vaccinali quando è noto e provato in maniera inequivocabile che i preparati a mRna chiamati in maniera del tutto impropria vaccini non proteggono effettivamente dal Covid, non ne diminuiscono, ma anzi ne aggravano l’eventuale sintomatologia e oltretutto non impediscono che i vaccinati siano contagiosi e a volte super diffusori, non hanno dunque quella valenza sociale spacciata dai governi e creduta dagli imbecilli? Perché il potere vuole vaccinare a tutti i costi? La domanda diventa sempre più inquietante man mano che tale volontà diventa persino grottesca a fronte di quella che alla fine è una sindrome influenzale : in Usa dove molti stati hanno proibito i passaporti vaccinali o semplicemente non intendono adottarli e dove dunque non si può fare come in Italia e in Francia , Biden ha lanciato qualche giorno fa l’idea di dare 100 dollari a chi si sottopone alla puntura ( in realtà si è sbagliato come sempre e ha detto pateticamente 100 mila dollari) ma l’esempio è dilagato, Walmart ha alzato subito la posta e ha offerto 150 dollari al personale per farsi il vaccino e Vanguard uno dei più grandi gestori patrimoniali del mondo, che fra l’altro in via diretta o indiretta è uno dei grandi azionisti di Big Pharma ha  promesso 1000 dollari ai propri dipendenti che si vaccinano entro ottobre. Questo sta facendo incazzare i 165 milioni di americani che si sono vaccinati senza ricevere nessun “premio”, ma sta anche creando una corsa al rialzo per cui tutti adesso aspettano che l’offerta cresca.

Ora di certo l’indebita imposizione vaccinale esprime la volontà di ottenere obbedienza sopratutto dalle generazioni più giovani cosa che ha ben poco a che vedere con la salute pubblica, ma questa del pagamento in cambio della puntura si situa in una logica un po’ diversa e pone ulteriori interrogativi: perché lo spaccio di vaccini in gran parte inutili, anzi dannosi vista la marea di reazioni avverse e di decessi, è così importante da suggerire di pagare la gente purché si sottoponga all’inoculazione di intrugli genetici? Si è forse in vista di un cambiamento di narrazione oppure semplicemente si vuole che verranno immediatamente dopo le prime campagne vaccinali? Oppure molto più semplicemente siamo di fronte a una sorta di esplosione di follia che colpisce quelli che stanno tentando di causare la rovina altrui: è l’effetto caos che irrompe inatteso, ma anche inevitabile dentro un pianificazione attentamente studiata. e per averne conferma basta vedere la totale confusione che regna nell’amministrazione e nel congresso riguardo all’estensione della moratoria sugli affitti che non è stata prorogata dal congresso prima delle vacanze.

Di certo ormai la pandemia è davvero poco convincente se per portare la gente alla vaccinazione bisogna pagarla oppure costringerla con il ricatto dei passaporti vaccinali: il limite di credibilità è stato raggiunto e l’opera delle burocrazie sanitarie corrotte e dominate dalle multinazionali farmaceutiche ma ormai da molti anni si fa difficile perché ogni nuovo passo per imporre la vaccinazione come un obbligo di fatto in assenza di qualunque motivazione razionale, fa perdere di credibilità al potere e aumenta la resistenza provvedimenti liberticidi di utilità sanitaria pari a zero. Ed è probabile che non si possa nascondere per sempre la marea di decessi e lesioni anche gravissime provocate dai vaccini nell’immediato per non parlare del medio e lungo termine su cui nessuno sa nulla.

La Russia mette nero su bianco il suo comportamento e gli viene imputato un totalitarismo digitale. In Occidente al contrario non c'è niente di scritto ma la censura di Twiter, Facebook, You tube, Google è già in piena attività, Trump docet

Russia e hacker, blitz all’Onu. Putin prepara il bavaglio digitale

Di Francesco Bechis | 04/08/2021 -


All’Onu il governo russo presenta una convenzione sulla cybersecurity. Sulla carta l’obiettivo è dare la caccia ai cyber-criminali come quelli che tengono in scacco la regione Lazio. Ma in verità è un manifesto del totalitarismo digitale. Censura, bavaglio ai dissidenti, backdoor, ecco la ricetta di Putin

Perché rispettare le regole quando puoi riscriverle? La Russia di Vladimir Putin vuole rifare la cybersecurity mondiale a sua immagine e somiglianza. Mentre l’Italia si trova alle prese con uno dei più gravi attacchi hacker di sempre, il ransomware Lockbit 2.0 che ha preso in ostaggio i dati della regione Lazio, a New York, nel Palazzo di Vetro dell’Onu, si gioca la partita per cambiare le regole del gioco da qui a dieci anni.

Una bozza presentata nei giorni scorsi dal governo russo riassume la riforma del Cremlino per combattere i crimini cyber. Ai buoni propositi, però, si alternano passaggi preoccupanti e indicativi di un’idea ben poco democratica del dominio cyber.

Il documento di 68 pagine si intitola “Convenzione delle Nazioni unite per il contrasto all’uso dell’informazione e delle comunicazioni per scopi criminali” e si propone di aumentare a 23 la lista di “crimini cyber” rispetto ai 9 indicati nella Convenzione di Budapest del 2001. Causa sacrosanta, sulla carta: in questi anni, ha ricordato in una recente intervista a Formiche.net la direttrice della Polizia postale italiana Nunzia Ciardi, i crimini cibernetici “non solo sono aumentati quantitativamente, sono anche diventati più sofisticati”.

Ma non è questo il motivo per cui all’epoca la Russia fu l’unico Paese del Consiglio d’Europa a rifiutarsi di firmare la convenzione sulla caccia agli hacker. Una delle previsioni tutt’ora in vigore, ovvero l’autorizzazione all’estradizione dei criminali a precise condizioni e la “cooperazione transfrontaliera” per arrestarli, è categoricamente rifiutata da Mosca perché, ammette l’agenzia di Stato Tass, “permettere a stranieri di condurre operazioni cyber transfrontaliere potrebbe minacciare la sicurezza e la sovranità del Paese”.

È un punto dirimente che è tornato alla ribalta all’indomani dell’incontro fra Putin e Joe Biden a Ginevra, dove il presidente americano ha chiesto al governo russo di consegnare gli hacker responsabili dell’attacco all’azienda statunitense Solar Winds.

Ma la riforma avanzata dal Cremlino è molto più ampia. Alcuni articoli lasciano ampi spazi di interpretazione. L’articolo 10, ad esempio, prevede l’adozione di sanzioni e contromisure contro i diffusori dei “malware”, i software maligni progettati per distruggere, crittare o copiare i dati, fatta eccezione per quelli destinati alla “ricerca legale”. Non è chiaro di quale ricerca si tratti, né viene specificato quali malware debbano ritenersi “legali”.

Altri articoli invece sono fin troppo espliciti. Come il 19 contro “l’incitamento ad attività sovversive o armate”. Gli Stati aderenti, suggerisce il Cremlino, devono contrastare “l’uso di mezzi Ict per attività sovversive o armate dirette al violento rovesciamento del regime di un altro Stato”.

A questo si aggiunge l’articolo 21 sulle “offese connesse all’estremismo”. Anche qui, la Russia propone di fermare con ogni mezzo l’utilizzo di mezzi tech per “atti illegali” motivati da “odio politico, ideologico, sociale, razziale, etnico o religioso”. La vaghezza sembra, di nuovo, intenzionale. Come interpretare la definizione di “odio politico”? “I critici potrebbero chiamarla censura”, commenta su twitter Lukasz Olejnik, noto analista indipendente di questioni cyber.

Non è finita: la sezione che più di tutte fa della riforma di Putin un vero e proprio manifesto dell’illiberalismo digitale riguarda la sorveglianza di Stato. Per dare la caccia ai collettivi hacker le autorità statali, si legge nell’articolo 33, devono essere “potenziate” in modo da “obbligare un fornitore del servizio, qualora fosse in grado di farlo” a “raccogliere e registrare, attraverso l’utilizzo di strumenti tecnici nel territorio nazionale, informazioni elettroniche che includono dati sul contenuto e sono trasmesse da mezzi Ict”.

Dentro la definizione di “strumenti tecnici” così perimetrata può rientrare di tutto. Anche una backdoor che i provider, obbligati dallo Stato, sarebbero costretti a installare per raccogliere non meglio precisate informazioni.

Se queste sono le posizioni di partenza per riscrivere da capo le regole della cybersecurity internazionale, un compromesso fra Russia e Stati Uniti è tutto fuorché scontato. “La Russia dice all’Onu che vuole un’ampia espansione dei crimini cyber, e in più le backdoor nella rete e la censura online – titola tra il serio e il sarcastico il giornale americano The Register – e lo dice pure con una faccia tosta”.

mercoledì 4 agosto 2021

Euroimbecilandia va in guerra e ha già perso

Tra hacker e prezzi del gas già alle stelle, la russofobia diventerà il «nuovo Covid»?

03/08/2021
04/08/2021 - 09:40

Qualcuno accosta Mosca all’attacco verso la Regione Lazio e uno strano suicidio rimette Minsk nel mirino Ue. Ma Putin ha giocato d’anticipo, tagliando le forniture via Germania. Il risiko è iniziato


Ufficialmente, nessuno ha ancora avanzato il sospetto in maniera diretta. Ma qualche organo di informazione ha già dato il via a quella che si può definire una manovra di avvicinamento, facendo notare come l’internazionale degli hackers che sarebbe dietro all’attacco informatico contro il sistema sanitario della Regione Lazio abbia come unica regola quella di non toccare la Russia.

D’altronde, i recenti attacchi di cyber-terrorismo - con tanto di riscatto - avvenuti negli Usa contro infrastrutture energetiche e di logistica hanno immediatamente ringalluzzito un certo maccartismo della Casa Bianca, dopo la stagione degna di Netflix del Russiagate, sviluppata per destabilizzare l’amministrazione Trump e giustificare la cocente sconfitta di Hillary Clinton. Prove reali, la famosa pistola fumante? Zero. Lo stesso G20 ha messo in agenda il tema delle intromissioni russe nei processi elettorali occidentali e la Nato ha posto Mosca e la sua campagna di disinformazione sullo stesso livello di pericolo dei progressi cinesi nel campo delle infrastrutture sensibili Cina.

Insomma, sembra questione di tempo e la pista tedesca potrebbe trovare il proprio mandante più a Est. In contemporanea, poi, altri due fatti sembrano far alzare all’orizzonte il polverone rosso di una nuova russofobia, argomento di facile presa mediatica e soprattutto con immediate e molto profittevoli conseguenze geopolitiche. Il primo accadimento è la scoperta del cadavere impiccato dell’attivista bielorusso Vital Shyshiu, scomparso ieri a Kiev. Lo ha riferito la polizia ucraina, a detta della quale il corpo dell’uomo, punto di riferimento della diaspora bielorussa, è stato trovato in un parco nei pressi della sua casa. La polizia ha fatto sapere di aver aperto un’inchiesta anche per verificare se si tratti di omicidio mascherato da suicidio, visto che Shyshou era a capo della ong Belarusian House in Ukraine (BDU), organizzazione che aiuta i dissidenti bielorussi a fuggire dal regime di Aleksander Lukashenko.

Insomma, quando la fase più acuta della disputa fra Bielorussia e Ue a seguito del dirottamento del volo Ryanair da Atene a Vilnius per arrestare l’attivista Roman Patrosevich, culminata a fine maggio con l’imposizione di sanzioni verso Minsk da parte dei Ventisette, pareva rientrata, ecco che il governo di Lukashenko torna alla ribalta per una brutta storia di servizi segreti in missione nella vicina Ucraina, a sua volta altro snodo diplomatico nel conflitto più ampio tra Federazione Russa ed Europa-Usa. Al netto della deblacle per i servizi interni ucraini in cui si sostanzierebbe l’eventualità che agenti bielorussi abbiano perpetrato un omicidio su territorio estero e del fatto che da un atto simile Minsk abbia tutto da perdere e nulla da guadagnare, questa cartina

Fonte: Stratfor

mostra un primo tassello del mosaico: la Bielorussia è fondamentale Paese di transito della pipeline che da Yamal porta il gas naturale russo in Europa, nella fattispecie in Germania.

Detto fatto, un’eventuale conferma della responsabilità bielorusse nel decesso di Vital Shyshiu potrebbe portare a un irrigidimento delle sanzioni tale da sfociare in aperto embargo. Anche infrastrutturale. E alla strada obbligata per l’Unione della ricerca di un’alternativa, magari attraverso il transito in Ucraina. La quale è stata tagliata fuori di netto dalla nuova tratta del gasdotto North Stream 2, ormai alle soglie dell’inaugurazione ufficiale, nonostante la fiera opposizione statunitense.

Fonte: Gazprom

Ed ecco il risiko che si starebbe sviluppando. Al termine del loro incontro bilaterale di due settimane fa, infatti, Angela Merkel e Joe Biden avevano trovato un difficile compromesso sul tema, decisamente al ribasso per le mire americane di boicottaggio dei rapporti fra Mosca e Berlino. Washington deponeva l’arma dell’opposizione alla nuova pipeline ma la Germania si impegnava a inserire una clausola cosiddetta kill switch nelle regole operative del gasdotto, la quale consentirà a Berlino di sospendere i flussi di gas qualora la Russia metta in atto iniziative aggressive nei confronti dei suoi vicini o alleati occidentali.

Di fatto, una forte tentazione a destabilizzare. Magari in punta di false flag, le operazioni sotto copertura destinate a far ricadere le responsabilità di un casus belli sulla parte in causa che si vuole colpire, nonostante sia totalmente o parzialmente estranea all’accaduto. Ed ecco il punto di sintesi raggiunto sempre nella giornata di oggi e sostanziato da questi due grafici:

Fonte: Bloomberg/Zerohedge
Fonte: Bloomberg/Zerohedge

la Russia, forse fiutata l’aria, ha già drasticamente ridotto il flusso di gas verso l’impianto tedesco di Mallnow in Germania, spedendo alle stelle il prezzo dei futures del gas naturale europeo. Tradotto, Mosca ha cominciato a fare sul serio nel dimostrare a Bruxelles chi abbia la mano sul rubinetto, in vista dell’inverno.

Praticamente un dimezzamento delle forniture, cui si è unita poche settimane fa la decisione di Gazprom di non esercitare il diritto di opzione sulle prenotazioni di capacity per il trasporto di gas via Ucraina, l’altra strada alternativa verso l’Europa. Detto fatto, una situazione simile sembra prestarsi alla creazione di un leverage energetico e geopolitico proprio a favore di North Stream 2, alla faccia delle minacce statunitensi e delle clausole capestro inserite a forza da Berlino. La posta si alza, decisamente.

E per quanto il caldo opprimente di questi giorni non renda la prospettiva intuitivamente percepibile, la stagione fredda non è poi così lontana come possa apparire. A quel punto, Mosca avrà davvero il coltello dalla parte del manico. A meno che qualcuno a Bruxelles non intenda approvvigionarsi di LNG statunitensi via container sull’Atlantico, spedendo i prezzi ulteriormente alle stelle. E l’inflazione in orbita, forse in ossequio agli over-shooting tollerati della nuova guidance Bce.

Oppure, qualcuno potrebbe ragionare in un ottica più ampia. Quella appunto della creazione a tavolino di una nuova, risorgente russofobia legata agli attacchi hacker, agli omicidi politici, alle interferenze nelle elezioni (a partire da quelle tedesche del 26 settembre, fino alle presidenziali francesi della primavera 2022) e al ricatto energetico, appunto. In modo tale da ottenere un duplice risultato: garantire al mercato e alle Banche centrali un nuovo capro espiatorio emergenziale e spalancare la porta a investimenti record nel comparto della difesa e della cyber-security. Insomma, il vecchio warfare. Il migliore e più efficace moltiplicatore di Pil della storia.

Il Mose rappresenta il prossimo presente futuro, l'eliminazione delle regole sugli appalti vuole usare i soldi delle mafie per gli investimenti che daranno prodotti scadenti ed inutili e Cartabia si è prestata con l'eliminazione della pena dei reati. L'alleanza è sancita avremo infrastrutture da buttare prima ancora che finiscono

Il Mose affonda nell’acqua alta dei debiti


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mose: tangenti, malaffare, leggi violate e leggi prodotte per legalizzare affarismo opaco, dissipazione del bene comune, uso dell’emergenza e per autorizzare misure eccezionali e autorità commissariali in grado di aggirare controlli e vigilanza.

A dirlo esplicitamente in un libro del 2014 è, insieme a Giorgio Barbieri, Francesco Giavazzi, attuale apprezzato e prestigioso consulente economico di quel Presidente del Consiglio al quale dobbiamo la semplificazione con i rimaneggiamenti profittevoli dell’impianto delle procedure e aggiudicazioni degli appalti, la soffice impunità della riforma della giustizia firmata Cartabia, l’elenco di grandi opere da finire o avviare grazie a un sistema che replica la ricetta del Consorzio Venezia Nuova con la nota croccante degli inviolabili poteri commissariali mutuati dal Ponte di Genova e il piccante della riduzione dell’accesso dei cittadini al processo decisionale in merito agli interventi sul territorio e il dolce dell’elemosina europea che appaga gli appetiti delle cordate del cemento sempre più cosmopolite.

D’altra parte è tempo di “ricostruzione” dopo l’evento bellico pandemico, sono passati anni dallo scandalo veneziano e i suoi echi si sono spenti con la radiosa epifania della messa in funzione delle paratie nel luglio 2020, benchè ancora sperimentali come i vaccini e appena più costose, più che un innalzamento un’ascensione al cielo della divinità del Progresso.

Quando esplose il caso di mafia serenissima, furono pochi a comprendere che il danno fatto all’erario dalla cosca era molto superiore rispetto alle tangenti, alle ruberie, al giro di consulenze, allo sperpero unito all’uso di materiali scadenti.

Consisteva nel fatto- Giavazzi aveva ragione allora- che era stato creato un mostro giuridico di interesse pubblico ad uso di interessi privati che aveva già all’origine ottenuto tutte le approvazioni necessarie a togliere di mezzo moleste concorrenze sia in materia di imprese realizzatrici, che progettuali, con il blocco di qualsiasi alternativa con costi più bassi e tempi più brevi.

Quella del Mose, quella dell’affidamento di qualsiasi intervento al Consorzio, grazie alla scandalosa convergenza delle competenze con le attività di controllo sulla realizzazione, erano state scelte fatali, che non sono mai più messe in discussione, malgrado l’oscura potenza e influenza della “cupola”, malgrado i continui ritardi, malgrado le continue disfunzioni, gli ostacoli anche in veste del riprodursi di cozze e di ruggine, la lievitazione dei costi, l’entrata e uscita dalle porte girevoli dei tribunali di manager delle aziende interessate.

Anche la banda degli onesti una volta avuto accesso ai palazzi si arrese alla ineluttabilità e incontrovertibilità dell’opera: occorreva completarla per salvare la reputazione del Paese, più lesa – si vede – dagli scandali giudiziari che da quelli della città più speciale e fragile del mondo offesa, umiliata e mandata in rovina fisica e morale, e per non incorrere in leggendarie sanzioni chiamate in causa ogni volta che si doveva venir meno ai principi e ai valori che avevano decretato il successo del movimento consegnato alla realpolitik

E adesso è la realpolitik a fare i conti con la politica che ha sponsorizzato l’opera in forma bipartisan, attraverso tutti i governi, tutti i ministri, tutti i presidenti del consiglio, in periodica passerella, che a Venezia si va sempre volentieri, e attraverso tutti i cambi di vertici e di management, di nome e di presenze in consiglio di amministrazione delle imprese che hanno partecipato della grande greppia.

La resa dei conti è ormai prossima: i lavori perenni sono interrotti fino a settembre, prosegue l’attività dei consulenti d’oro, uno dei quali, insostituibile, si merita secondo il Commissario sblocca-cantieri Elisabetta Spitz, 1.100 euro al giorno, mentre fervono quelli della magistratura. È stata infatti depositata la domanda di concordato preventivo per il Consorzio Venezia Nuova, firmata dal commissario liquidatore, Massimo Miani, e il dossier torna così al Tribunale di Venezia, che dovrà fissare un termine fino a 120 giorni per il deposito del piano “in continuità aziendale”, una tappa “doverosa” in seguito all’opposizione avanzata da diverse imprese creditrici, fra cui Kostruttiva e CCC, all’accordo di ristrutturazione inizialmente prospettato dal commissario.

Insomma le opere non sono finite, ma sono invece finiti i quattrini: il Consorzio non riceve più i trasferimenti di liquidità dallo Stato, le banche non rispondono più all’appello né del concessionario unico, né delle aziende esposte che esibiscono fatture inevase e contratti non rispettati, proprio come non sono stati rispettati dalle imprese gli impegni di tempo, qualità dei materiali, competenza del personale, congruità con gli obblighi di legge in materia di rapporto qualità/prezzo, di controlli della sicurezza.

Lo “stato di crisi” era iniziato tra fine marzo e inizio aprile 2021, quando il Ministero per le infrastrutture e la mobilità sostenibile ha comunicato al Commissario liquidatore l’impossibilità di utilizzare parte dei fondi stanziati per il Mose per il ripianamento dell’esposizione debitoria pregressa, pena incorrere nella procedura di infrazione Ue sugli aiuti di Stato. Già allora la posizione debitoria del Consorzio ammontava a una cifra approssimativa tra i 250 e i 300 milioni, un deficit patrimoniale di oltre 200 milioni e un contenzioso attivo e passivo per circa un miliardo di euro.

E difatti il tesoretto che il ministero delle Infrastrutture sarebbe stato pronto a sbloccare e consistente nei “risparmi per 538 milioni di euro, derivanti da minori oneri finanziari sui mutui contratti per la realizzazione del sistema”, potrebbero essere utilizzati per il completamento dell’opera e la sua messa in esercizio, per gli interventi paesaggistici e ambientali e per le attività di manutenzione, ma non per riempire la voragine debitoria.

Fino a maggio i pochi soldi che arrivavano bastavano a malapena a pagare i 250 dipendenti e all’occorrenza sarebbero serviti a un innalzamento delle paratie in caso di emergenza e a scopo simbolico, purché compatibile con le esigenze prioritarie del porto commerciale, visti i costi di ogni performance, superiori a 300 mila euro, ma non bastavano a pagare le aziende che lavorano per completare l’ultima parte dell’opera.

A patire non sono certo i colossi consorziati che già da tempo si sono guardati intorno, seduti alla mensa, forse immaginaria come in Miseria e Nobiltà, delle risorse del Pnrr (oltre 60 miliardi), vezzeggiati dalle promesse del Ponte e di qualche Alta Velocità aggiuntiva o di nuove autostrade per il traffico fantasma con telepass e green pass, pronti a convertirsi ai fasti della logistica e a approfittare della ipotetiche opportunità neocoloniali, attrezzandosi a ricostruire oltremare dopo aver partecipato di imprese belliche e dentro ai confini grazie all’applicazione interna dei teoremi imperialistici.

Penalizzate sono invece le piccole medie imprese (più di 500 che aspettano oltre 21 milioni e cui è stato offerto generosamente un taglio delle somme dovute del 70%) che hanno capito di essere condannate dai progetti dell’esecutore testamentario d’Italia, dalla subalternità alla rete privatistica della instauranda Autorità per la laguna di Venezia, dalla impotenza dichiarata e rivendicata dei commissari che si sono avvicendati, dalla fuga degli istituti di credito scappati come sorci della nave che affonda.

Sono quelli che stanno fallendo, come potrebbe fallire il principale creditore, lo Stato, che attraverso il Provveditorato avrebbe diritto a un risarcimento di oltre 145 milioni di euro, dovuti in gran parte a “lavori mal eseguiti o con carenze progettuali”.

Chi si può fidare del piano di ristrutturazione del debito, che dovrebbe “garantire, da un lato, il miglior soddisfacimento dell’intero ceto creditorio, dall’altro, preservare il patrimonio consortile e quindi la garanzia che esso rappresenta anzitutto per i creditori”, quando è evidente che per il Consorzio e i suoi patron imprenditoriali e politici Venezia è una carogna spolpata dagli sciacalli, che il business è altrove e non vale accontentarsi dell’ipotesi remota di scavare qualche canale per far passare grandi navi ormai diventate vascelli fantasma nel mare pandemico.

Tuttalpiù una volta affondata sotto i debiti, svuotata dei suoi abitanti, negletta dal turismo mordi e fuggi e schifata da quello di chi la voleva resort dell’impero, potrà interessare i giostrai degli acquapark.

L'ideologia dei vaccini produce morte e menzogne

Mediapart: il marketing vaccinale è un crimine


Dopo aver pubblicato un post sugli ultimi studi Pfizer che dimostrano come i vaccini non proteggano affatto contro forme gravi di Covid o diciamo di patologie simili in presenza di positività anzi le aggravino, vorrei pubblicare qui la traduzione della seconda puntata di un’inchiesta condotta dalla rivista francese Mediapart che mi pare particolarmente significativa per ampiezza, chiarezza e sintesi, ma anche per onestà visto che la pubblicazione è stata a lungo “dalla parte del Covid” per così dire cominciando a distaccarsi dalla versione ufficiale man mano che i dati contraddicevano le versioni ufficiali. La premessa che va all’attacco della menzogna dell’esecutivo francese assolutamente analoga a quella del governo italiano da cui sono nati i passaporti vaccinali , è che non ci si trovi di fronte a problemi sanitari ma “un’ideologia della vaccinazione completa portata avanti dalle industrie farmaceutiche, dai governi e dai media mainstream. Questa vaccinazione di massa, tuttavia, porta a una mortalità senza precedenti nella storia della medicina moderna. Urge sospenderla per valutare caso per caso il rapporto rischi/benefici”.

“Nella precedente puntata della nostra miniserie sulla vaccinazione, abbiamo mostrato che i dati epidemiologici più facilmente disponibili a livello globale sono sufficienti per dimostrare che la vaccinazione non protegge dalla contaminazione e dalla trasmissione di Sars-Cov-2, in particolare dell’attuale Delta (o indiana) il che contraddice decisamente le ripetute dichiarazioni rilasciate dai rappresentanti del potere esecutivo francese in merito alla “protezione vaccinale”. Negli Stati Uniti, il direttore del NIAID, Antony Fauci, lo ha appena riconosciuto pubblicamente , raccomandando addirittura l’uso di mascherine in casa da parte delle persone vaccinate. Un altro esempio: in Inghilterra i turisti francesi devono essere messi in quarantena anche se vaccinati. È quindi chiaro che la vaccinazione non è la soluzione miracolosa annunciata per arginare l’epidemia e che il ricatto formulato dall’esecutivo francese (vaccinazione generale o nuove segregazioni ) si basa su una menzogna. Una seconda menzogna ripetuta più volte sia dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della Salute (e da altri eletti che assumono atteggiamenti sanitari autoritari, come il sindaco di Nizza Estrosi ) è probabilmente la presunta sparizione virtuale (“96 %”) di forme gravi di Covid grazie alla vaccinazione. In Israele, uno dei Paesi dove la popolazione è più vaccinata al mondo, le autorità hanno appena deciso di chiudere i confini del Paese ai turisti vaccinati., indicando non solo che la vaccinazione non protegge dalla contaminazione e dalla trasmissione, ma anche che la maggior parte delle persone ricoverate per forme gravi sono ormai persone vaccinate. Tutto ciò suggerisce chiaramente che un abisso separa il marketing industriale (ripreso dalla propaganda politica) dalle realtà della sanità pubblica. Ed è anche in fondo a questo abisso che per il momento è stata dimenticata la questione dei più gravi effetti indesiderati della vaccinazione anti-covid, oggetto di questo nuovo articolo.

In un precedente articolo della nostra indagine , abbiamo mostrato come e perché la maggior parte dei giornalisti francesi che lavorano nei media mainstream hanno tradito alcuni principi etici fondamentali della loro professione, non esercitando più il loro ruolo di contropotere per diventare, al contrario, semplici relais di governo comunicazione. In particolare, la fine del giornalismo investigativo, sostituito da un fact-checking d’ ufficio che altro non è che un giornalismo fittizio. Per quanto riguarda la sicurezza dei vaccini anti-covid, lo pseudo-giornalismo cerca di negare la realtà degli effetti negativi, in linea con il discorso del governo. Un esempio tra tanti altri è fornito dai fact-checker del gruppo televisivo TFI-LCI che, dal gennaio 2021, si sforzano di negare qualsiasi conseguenza medica negativa della vaccinazione (l’ultimo articolo al riguardo è da leggere qui ). L’argomento è sempre lo stesso, ed è risaputo. Su tutti i siti di farmacovigilanza nel mondo troviamo le stesse precauzioni interpretative che indicano che le segnalazioni di reazioni avverse attribuite a un determinato farmaco sono solo una presunzione di causalità (imputabilità). Questa presunzione è tuttavia notevolmente rafforzata quando i decessi si verificano molto rapidamente dopo la vaccinazione , come vedremo con i dati americani (la stragrande maggioranza dei decessi dichiarati è avvenuta entro 48 ore).

Inoltre, queste riserve interpretative sono da applicare alla farmacovigilanza in generale, e vedremo che il confronto con altri farmaci mostra che qualcosa di nuovo sta effettivamente accadendo per questi vaccini genetici anti-covid. . Come al solito, i giornalisti sono accecati dalla loro dipendenza dal potere politico e da fonti istituzionali direttamente legate al Ministero della Salute, e mostrano uno spirito critico a geometria estremamente variabile. Le stesse precauzioni si applicano, ad esempio, al conteggio dei decessi imputabili al Covid (morti da Covid o con Covid?), argomento sul quale non abbiamo quasi mai letto un articolo critico sulla stampa. Altro esempio lampante di pregiudizio: a fine marzo 2020 sono bastati 3 casi di morte (legati in realtà ad automedicazione per overdose) denunciati dalla farmacovigilanza per scatenare in Francia una bufera politico-mediatica sul tema della pericolosità dell idrossiclorochina . In altre parole, per la maggior parte dei giornalisti, le statistiche sulla salute sono indiscutibili quando vanno d’accordo con la narrativa ufficiale, ma diventano improvvisamente discutibili quando contraddicono quella stessa narrativa. Questa disonestà intellettuale dovrebbe essere ovvia.”

A queste considerazioni segue una parte in cui sono esposti i numeri dei decessi e delle reazioni avverse per la Francia, gli Usa e l’Europa che ho ritenuto inutile ripotare visto che gli ultimi dati disponibili sono in questo post già pubblicato qualche giorno fa. Le conclusioni sono invece interessanti perché non è possibile leggerle in nessun organo di stampa del seguito e dell’importanza di Mediapart:

“La questione dei gravi effetti negativi dei vaccini anti-covid è oggetto di smentite e silenzio da parte del governo e delle principali agenzie sanitarie (Agenzia nazionale per la sicurezza dei medicinali, Haute Autorité de santé, Haut Conseil de la santé publique, ecc.). Tutto accade come se fosse un vero e proprio tabù, in Francia come nella maggior parte degli altri paesi occidentali. L’importanza di questi effetti porta infatti a una contraddizione troppo flagrante e devastante per l’ideologia della vaccinazione integrale che guida i governi che hanno scelto di abbandonarsi tra le braccia dell’industria farmaceutica. Quest’ultimo è quindi al centro di tutta la gestione di un’epidemia che costituisce per essa una manna senza precedenti nella storia: quale prodotto commerciale brevettato ha come mercato potenziale l’intera umanità, rinnovabile ogni anno? I capi e gli azionisti di queste aziende farmaceutiche e biotecnologiche sono diventati immensamente ricchi. In considerazione del modo in cui queste industrie hanno lavorato (in emergenza, per generare il massimo profitto, senza mettere alla prova le persone più a rischio – età e comorbilità -, con una grande quantità di formule di tipo pubblicitario), in particolare in negli Stati Uniti e in Inghilterra, per sviluppare questi nuovi vaccini genetici (DNA o RNA), potevamo quindi temere fin dall’inizio che questi prodotti non fossero di ottima qualità. Ma la realtà va oltre queste paure e mostra che questi vaccini hanno più effetti collaterali, più o meno gravi di quelli che li hanno preceduti. Abbiamo visto che nei Paesi Bassi si raggiunge un tasso di 2,7 decessi per 100.000 vaccinati (16,5 milioni di vaccinati, 448 decessi). In Francia e negli Stati Uniti, questo tasso sale a circa 3,7 decessi ogni 100.000 vaccinati. E in Gran Bretagna questo tasso sale addirittura a 4,3 decessi ogni 100.000 vaccinati, molto probabilmente a causa della preponderanza del vaccino AstraZeneca, noto dal marzo 2021 come il più pericoloso dei quattro vaccini comunemente usati. particolare per le numerose trombosi che provoca e che iniziano ad essere documentate nella letteratura medico scientifica,

Questa mortalità da vaccino (che è solo la punta dell’iceberg degli effetti avversi gravi) è quindi senza precedenti, e il suo occultamento lo è ancora di più. Intendiamoci: nascondere in qualche modo un tale pericolo è semplicemente criminale nei confronti della popolazione. Anche ridotto ai suoi più elementari principi etici ( primum non nocere), l’approccio a tale questione in termini di sanità pubblica dovrebbe portare a sospendere urgentemente la campagna vaccinale, ad approfondire i dati di tale farmacovigilanza (in particolare secondo le fasce di età e secondo i vari fattori di rischio) e, al termine di una meticolosa analisi beneficio/rischio, per determinare a quali specifiche categorie della popolazione è possibile offrire la vaccinazione senza il rischio che gli effetti avversi gravi siano più numerosi delle forme gravi di Covid da cui si suppone di voler proteggere. Qualsiasi altro approccio non è una questione di salute pubblica, ma di posizioni ideologiche o di marketing commerciale. E la storia ha già dimostrato (sul tabacco, sui pesticidi, sull’inquinamento da petrolio, ecc. ) che queste posizioni e questo marketing erano responsabili di veri crimini contro le popolazioni civili. Che si impegnino nel nome del Bene non dovrebbe in alcun modo rendere ciechi sulla loro realtà e la loro natura. Tutti coloro che vi si abbandonano potrebbero ormai essere considerati complici di questa nuova mortalità vaccinale che sembra senza precedenti nella storia della medicina moderna.”

La cattiva comunicazione proviene da un castello di menzogne a cominciare dai tamponi farlocchi su cui hanno costruito percorsi obbligati e hanno coscientemente insistito sui "contagiati" la cui grande massa è asintomatica sta benissimo ma gli si è imposto una quarantena che non ha ragione di esistere nella presunzione che si "isolavano" i focolai quando focolai non erano e poi la mascherata questa imposizione che non serve a niente se non simbolo di atto di sottomissione. Ma veramente questi imbecilli tutti possono pensare di prendere in giro milioni e milioni di persone? e per anni e poi la VIGILE ATTESA ignorando completamente la cura a domicilio

Perché gli italiani non si fidano più della scienza?

3 Agosto 2021, di Leopoldo Gasbarro

Perché gli italiani non si fidano più della scienza? Perché, a differenza del passato, non accettiamo più quello che la medicina ci consiglia di fare? Perché oggi ci preoccupiamo più di quanto guadagni una casa farmaceutica nel vendere un prodotto rispetto a quanto quel prodotto soddisfi o meno i bisogni per cui è nato?
Perché pensiamo che un vaccino possa farci del male invece che guarirci o proteggerci dagli effetti dell’azione del Covid_19? Perché ci sono decine e decine di Capi di Stato che spingono in una direzione le popolazioni e contemporaneamente nascono e proliferano migliaia di blog che vanno esattamente nella direzione opposta?

Credo che sia davvero difficile rispondere a tutte queste domande. Probabilmente verranno scritti nei prossimi mesi, nei prossimi anni, migliaia di trattati che serviranno a spiegare ciò che stiamo vivendo.
Io non voglio naturalmente arrogarmi il diritto di avere le risposte a tutto questo, ritengo però che sulla base dell’esperienza degli ultimi mesi delle nostre vite e della mia vita personale, che alcune considerazioni qui le si possa fare.

Qual è la leva che orienta le vite delle persone?

E soprattutto che cosa le unisce in rapporti sociali e relazioni sempre più strette? Proviamo a rispondere alla prima di queste due domande: la maggior parte delle persone vuole essere felice. La maggior parte degli esseri umani è impegnata consciamente o inconsciamente in azioni volte a migliorare i propri livelli di felicità.
La felicità può essere funzione della quantità di tempo in cui ne apprezziamo gli effetti:
  • qui e ora: rappresenta l’insieme di sentimenti ed emozioni attuali;
  • la soddisfazione di vita soggettiva: è il riferimento all’apprezzamento complessivo della propria vita nel suo complesso;
  • l’approccio consapevole alla prosperità: è l’espressione che Aristotele definì attività virtuosa secondo ragione, quella che tende a proiettarci positivamente verso il futuro.

Già facendo riferimento a questi tre tempi della felicità ci si rende conto di quanto, ciò che stiamo vivendo, non soddisfi alcuna delle tre definizioni di felicità esposte.

Ma c’è un motivo che le sovrasta tutte: l’assenza di fiducia. La fiducia, per rispondere alla seconda domanda che ci siamo posti, è il tessuto connettivo che permette di costruire, mantenere e rafforzare qualsiasi relazione.
Così, se non ci fidiamo più della scienza è perché non riusciamo a misurare, o più semplicemente ad immaginare, gli effetti che questa potrebbe avere sulla nostra felicità. Tutto questo si lega in più alla libertà di scelta che, per mancanza di fiducia e quindi per carenza di felicità, non ci sentiamo più di avere.

Perché gli italiani non si fidano più della scienza?

Quello che vi sto raccontando sembra più un trattato di filosofia o psicologia che l’analisi del momento che stiamo vivendo, ma sta di fatto che leggere episodi come quello dell’Evento 201 che anticipano premesse pandemiche identiche a quelle che stiamo vivendo soltanto poche settimane prima che tutto cominciasse davvero non aiuta a creare fiducia, anzi.

Se poi questi eventi sono gestiti dai potenti del mondo, gli stessi che predicano la necessità di una riduzione drastica della popolazione mondiale (leggi Bill Gates) o che addirittura immaginano un Reset mondiale qual è quello proposto da Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum, ecco che il quadro di antifelicità e di antifiducia è bello che completato. A questo si aggiunge la continua incertezza costruita nella gestione dell’analisi e del controllo della Pandemia da parte dell’OMS a cui ha fatto eco il contrasto continuo tra i virologi di mezzo mondo che in qualche modo hanno creato, e continuano a creare, ancor più confusione di quanto non avrebbero fatto restando in silenzio.

Così è normale che le ultime dichiarazioni di Mario Draghi, rischino di risultare molto forti. Per questo l’imperativo imposto da Draghi, probabilmente, ha scatenato polemiche e contestazioni perché finisce per diventare l’ultimo anello di una catena comunicativa sull’argomento che è stata erroneamente costruita fina dall’insorgere dei primi casi di Coronavirus.

Prima di continuare a scrivere ciò che penso, voglio premettere però, poche cose che ritengo importanti:
avendo contratto il Covid_19, ed avendo passato ben quaranta giorni della mia vita chiuso in casa, per fortuna senza aver avuto complicazioni importanti, non posso assolutamente considerarmi un negazionista, anzi invito i negazionisti a rendersi conto di ciò che gli corre attorni. Io sono consapevole degli effetti deleteri che questa malattia possa avere sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico;
nella mia vita mi sono sempre fidato della scienza e l’ho fatto anche in quest’ultima occasione seguendo in maniera pedissequa le cure a cui i medici mi hanno sottoposto;
non sono assolutamente contrario ai vaccini: la storia ci insegna che proprio grazie a questi, milioni di persone in tutto il mondo hanno avuto la possibilità di vivere vite che altrimenti sarebbero state spezzate da malattie di ogni genere. Ma cos’è cambiato nell’interpretazione generale?

Volete un esempio? La terapia che probabilmente mi ha evitato complicazioni importanti sembra non essere contemplata nei protocolli consigliati dalle organizzazioni internazionali del farmaco. Eppure i dottori me l’hanno prescritta ugualmente, ed è stata efficace. Inoltre, la discussione in campo scientifico è talmente forte da costringere migliaia di medici a chiudersi in gruppi di lavoro inaccessibili per confrontarsi liberamente, questo lascia intendere cosa?.

Ma non basta, tutti i medici genitori di figli minorenni con cui direttamente o indirettamente ho avuto modo di confrontarmi in questi ultimi giorni, alla domanda: “Avete fatto vaccinare i vostri figli?”, nel 99% dei casi hanno risposto: “No”.

E allora, in qualche modo è normale sentirsi disorientati.

Quando ero ragazzino ricordo che andai da solo, senza neanche chiederlo ai miei genitori, a vaccinarmi contro il colera. Appena dopo averlo fatto mi sentii felice: avevo la consapevolezza e la fiducia di aver fatto qualcosa di importante. Avevo scelto liberamente per il mio presente e per il mio futuro. Mi fidavo.

Oggi trovatemi uno in grado di sentirsi esattamente come mi sentii io quel giorno. Fiducia, libera scelta e felicità non sono più connesse, purtroppo, e pur ritenendo personalmente che non possa esistere un sistema così abbietto e delle persone così assetate di potere e di denaro da trasformare l’intero globo in una sorta di laboratorio degli orrori, molti continuano a vivere questo momento con profonda inquietudine e con una visione incerta del futuro che noi e i nostri figli saremo chiamati a vivere.

Ho tanta stima di Mario Draghi e l’ho testimoniata più volte nei miei articoli ed è per questo, che se lo incontrassi personalmente, gli chiederei: “Diteci la verità, raccontateci le cose come stanno, raccontateci anche i vostri dubbi, costruiamo assieme un percorso che ci renda parallelamente responsabili e capaci di costruire quel futuro che tutte le persone oneste di questo mondo vorrebbero realizzare”.

Soprattutto gli chiederei di rispondere alle tante domande scritte nelle prime righe di questo articolo. Se c’è bisogno di lottare e di stringere i denti lotteremo e stringeremo i denti, se c’è bisogno di fare sacrifici lo faremo.
Basta però lasciarsi governare da un tweet o da una fake news, basta lasciare a FB, Google, a Twitter o Linkedin o a qualunque altro social il potere di decidere cosa sia giusto farci leggere o scrivere, basta lasciare che siano loro ad orientare il nostro giudizio. Ecco, ridateci la capacità di giudicare e di comprendere i perché, che le tante domande che ci facciamo, trovino le risposte, qualunque esse siano.