L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 gennaio 2020

Ai palestinesi gli si nega il diritto di ritornare in patria. E' un atto di guerra fatta dagli Stati Uniti e dagli ebrei-palestinesi nei confronti della Palestina


Taglia ai fondi Usa e pressioni Israele, Unrwa sempre in bilico


18 gen 2020
by Redazione

A lanciare l’allarme è stato il commissario generale dell’agenzia dell’Onu, Christian Saunders, in una intervista alla Reuters

Il commissario generale dell’agenzia dell’Onu Christian Saunders. (Foto: Unrwa)

di Michele Giorgio il Manifesto

Gerusalemme, 18 gennaio 2020, Nena News – Si è placata solo a dicembre la bufera nell’Unrwa causata dalla diffusione, la scorsa estate, di un rapporto interno su abusi di potere e nepotismo ai vertici dell’agenzia dell’Onu che dal 1949 assicura assistenza scolastica e sanitaria ai profughi palestinesi della guerra arabo-israeliana del 1948. A calmare le acque agitate è stata l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha rinnovato a larghissima maggioranza, fino al 30 giugno 2023, il mandato dell’Unrwa, respingendo le pressioni di Usa e Israele che chiedono di interrompere l’assistenza ai profughi palestinesi: 72 anni fa erano circa 700mila, oggi sono oltre cinque milioni sparsi tra Libano, Siria, Giordania, Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. Rifugiati ai quali Israele, e lo ripete da sempre, non consentirà mai di rientrare nella terra d’origine, un diritto che invece è garantito agli altri profughi. Ma l’Unrwa resta in bilico. Il taglio delle donazioni annuali statunitensi (360 milioni di dollari), ordinato da Donald Trump, minaccia sempre l’esistenza dell’agenzia. Ed aumentano le pressioni dei gruppi filo-Israele.

A denunciarlo è stato due giorni fa il commissario generale ad interim dell’Unrwa, Christian Saunders, subentrato allo svizzero Pierre Krahenbuhl, costretto alle dimissioni dopo la diffusione del rapporto interno che, comunque, ha escluso corruzione e uso improprio dei fondi. Intervistato dall’agenzia Reuters, Saunders ha accusato non meglio precisate organizzazioni filo-israeliane di fare pressioni su parlamenti stranieri per fermare i finanziamenti all’Unrwa (già sospesi da Belgio, Paesi Bassi e Svizzera). Ha inoltre denunciato un tentativo di Israele di sostituire le scuole e altre strutture dell’agenzia con quelle del comune di Gerusalemme, in modo da affermare la sua sovranità sulla zona palestinese della città, sotto occupazione dal 1967 e trasformare i profughi in semplici residenti. «La cosa importante da ricordare – ha spiegato il commissario generale ad interim – è che l’Unrwa ha ricevuto un mandato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dai paesi membri per fornire servizi ai rifugiati palestinesi anche a Gerusalemme Est».

Saunders ha avvertito che l’Unrwa ha fondi sufficienti a coprire le spese per i profughi solo nel primo trimestre del 2020 e che il nuovo anno si prevede «ancora più difficile» rispetto al 2019 a causa di donazioni insufficienti. I vertici dell’agenzia non disperano di poter persuadere Washington a riprendere i finanziamenti. Un tentativo che a non pochi appare disperato. L’Amministrazione Trump e Israele negano il diritto al ritorno per i profughi palestinesi e affermano che l’esistenza dell’Unrwa perpetuerebbe il problema impedendo l’assorbimento dei rifugiati nei paesi arabi che li hanno accolti oltre 70 anni fa. Al Forum economico tenuto la scorsa estate a Manama (Bahrain), l’inviato Usa Jared Kushner ha teorizzato investimenti per decine di miliardi di dollari a favore dei paesi arabi che si diranno pronti ad integrare i profughi. Questa soluzione è stata respinta seccamente da Libano, Siria e Giordania. Nena News

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Guerra illimitata - operazioni non militari - gli ebrei-palestinesi usano la burocrazia, l'amministrazione per limitare impedire la vita il lavoro dei pescatori posti nella prigione a cielo aperto di Gaza dove i carcerieri hanno imposto un blocco economico fin dal 2007

Nel 2019 Israele ha sparato 347 volte sui pescatori di Gaza

News - 17/1/2020


The Electronic Intifada. Di Maureen Clare Murphy. (Da Zeitun.info).Israele e i suoi leader non provano vergogna di vantarsi per aver commesso crimini di guerra, benché siano sottoposti al controllo del Tribunale penale internazionale. 

Più volte l’anno scorso il COGAT, braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana [il COGAT è un’unità del ministero della difesa israeliano che si occupa di coordinare le questioni civili tra il governo di Israele, le forze di difesa israeliane, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’autorità palestinese, ndtr.], ha annunciato che stava adottando punizioni collettive contro i pescatori palestinesi, ponendo limitazioni all’accesso alle acque costiere di Gaza. 

In quattro casi ha proibito del tutto la navigazione ai pescatori di Gaza. 

Punizione collettiva. 

L’anno scorso per venti volte Israele ha annunciato modifiche riguardo l’accesso alle acque costiere di Gaza. Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, ha trattato l’industria della pesca di Gaza come “una leva per esercitare pressioni” sui due milioni di palestinesi che vivono nel territorio sottoposto al blocco economico israeliano dal 2007. 

La punizione di una popolazione civile per atti di cui non ha alcuna responsabilità è vietata ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, che Israele ha ratificato. 

Nel corso del 2019 Israele ha imposto restrizioni ai pescatori come punizione collettiva dopo il lancio dal territorio di palloncini incendiari e razzi. 

Ma Al Mezan, un’organizzazione per i diritti umani di Gaza [ONG con sede nel campo profughi di Jabalia nell’estremo nord della Striscia di Gaza che difende i diritti socio-culturali ed economici dei palestinesi, ndtr.] afferma che il vero obiettivo delle restrizioni e della violenza di Israele contro i pescatori è la distruzione del settore della pesca. 

Tradizionale pietra miliare dell’economia di Gaza, l’industria della pesca si è ridotta negli ultimi anni. Nel 2000 a Gaza erano impiegati nell’industria circa 10.000 palestinesi. Oggi ci sono solo circa 2.000 pescatori che pescano regolarmente. 

Nel 2019 Al Mezan ha registrato 351 violazioni contro i pescatori di Gaza. 

L’anno scorso si sono verificati 347 casi in cui Israele ha aperto il fuoco contro i pescatori di Gaza, causando 16 feriti. 

Nel febbraio dello scorso anno un pescatore, Khaled Saidi, è stato colpito mentre era in mare da numerosi proiettili di metallo rivestiti di gomma e i militari israeliani lo hanno arrestato. 

L’ occhio destro di Saidi è stato rimosso in un ospedale israeliano e lui è stato presto rimandato a Gaza. Ma non gli è stato permesso di rientrare in Israele per le cure all’occhio sinistro, anch’esso ferito, nonostante avesse un appuntamento in un ospedale israeliano. 

Alla fine si è recato al Cairo per le cure. I medici non sono stati in grado di rimediare alla lesione al suo occhio rimanente. 

“Ora la mia condizione economica è inferiore allo zero, non lavoro affatto”, dice il giovane padre in un breve video sulle violazioni di Israele contro i pescatori palestinesi prodotto da Al Mezan. 

I pescatori feriti sono [resi] inabili al lavoro, a volte in modo permanente, privando le loro famiglie di un reddito. 

Le forze israeliane inoltre inseguono e trattengono i pescatori e le loro navi. L’anno scorso sono stati fermati trentacinque pescatori, tra cui tre minori. Nove degli arrestati si trovano ancora nelle prigioni israeliane. 

Al-Mezan sostiene che le forze di occupazione ordinano ai pescatori fermati di togliersi i vestiti e di dirigersi a nuoto nelle acque marine verso le cannoniere israeliane, anche nel gelo invernale. I pescatori fermati dagli israeliani sono sottoposti a umilianti interrogatori e a varie forme di tortura fisica. 

In base alla documentazione di Al Mezan, nel 2019 le forze israeliane hanno sequestrato quindici imbarcazioni e ci sono stati 11 casi di danneggiamento alle proprietà dei pescatori. 

Violazioni. 

Secondo l’organizzazione per i diritti le violazioni contro il settore della pesca di Gaza impoveriscono ulteriormente coloro che dipendono da esso e aumentano l’insicurezza alimentare della popolazione in generale. 

Al Mezan afferma che gli abusi israeliani nei confronti dei pescatori di Gaza violano anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare [UNCLOS, entrata in vigore nel novembre del 1994 e ratificata da 156 Stati più la UE, fissa un regime globale di leggi ed ordinamenti degli oceani e dei mari, e stabilisce norme che disciplinano tutti gli usi delle loro risorse, ndtr]. 

L’articolo 3 di tale convenzione stabilisce che “Ogni Stato ha il diritto di stabilire l’estensione del suo territorio marino fino a un limite non superiore a 12 miglia nautiche [22,224 km. ndtr]”. 

Israele attualmente limita [l’accesso] alle acque ai pescatori fino a 6 miglia nautiche al largo della costa settentrionale di Gaza e tra le 9 e le 15 miglia al largo delle sue coste centrali e meridionali. Ai pescatori è proibito l’accesso alle acque di Gaza in un’area di 1,5 miglia situata parallelamente al suo confine settentrionale e in un’area di 1 miglio parallela al suo confine meridionale. 

L’articolo 56 della convenzione afferma che uno Stato costiero ha “diritti sovrani allo scopo di esplorare e sfruttare, conservare e gestire le risorse naturali” delle sue acque. 

Al Mezan afferma che le parti [contraenti] internazionali hanno la responsabilità legale e morale delle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. 

Traduzione per Zeitun.info di Aldo Lotta.

Iran - Stati Uniti avventurieri, Cina e Russia stabilizzatori

Alta tensione in Iran: la Cina, la via della Seta e il dilemma di Teheran

PRIMO PIANO > ESTERIVenerdì 17 Gennaio 2020 di Erminia Voccia


«Un atto di avventurismo militare. Gli Usa aggravano le tensioni favorendo le turbolenze nel Golfo». Così il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha criticato la decisione degli Stati Uniti di uccidere il generale iraniano Qassem Soleimani. Condannando apertamente l'operazione americana che ha eliminato a inizio anno il capo delle Forze Quds delle Guardie della Rivoluzione, la Cina ha fatto capire chiaramente da che parte sta nello scontro tra Washington e Teheran. La dichiarazione del ministro degli Esteri dimostra anche quanto iniziano a costare a Pechino le politiche nel Golfo, emanazione degli interessi cinesi nella regione. Il caso dell'Iran prova che per la Cina, dipendente dal petrolio del Golfo e interessata ad attuare i progetti delle Nuove Vie della Seta, niente può essere realizzato senza lasciare da parte la tradizionale politica del non intervento negli Stati in cui punta ad investite.


Una relazione speciale lega la Cina e l’Iran. Almeno fino a luglio 2019 la Cina ha importato ancora un grande quantitativo di petrolio dall'Iran. Nel 2016 i due Paesi hanno deciso di aumentare il volume degli scambi fino a raggiungere la somma di 600 miliardi di dollari entro i dieci anni successivi. Già da tempo Pechino ha rimpiazzato Mosca come maggiore partner commerciale degli Stati dell’area. Ma i rapporti tra Pechino e Teheran oltrepassano l’aspetto economico e commerciale. L'Iran è tra i maggiori beneficiari della Belt and Road, o Nuove Vie della Seta. La posizione geografica dell’Iran rende il Paese un collegamento terrestre tra la Cina e gli Stati dell’Asia centrale, che per gli investitori cinesi rappresentano un appetibile mercato da quasi 65 milioni di persone, e la regione del Caucaso. Pechino vede l’Asia centrale come una sorta di nervo scoperto che necessita di essere stabilizzato attraverso l’integrazione economica. La Cina, inoltre, investirà altri 120 miliardi di dollari a favore dei trasporti e delle infrastrutture iraniane. Il patto militare tra Cina e la Repubblica Islamica risale invece all’inizio degli anni Ottanta ed è stato ulteriormente rafforzato dopo la firma dell’accordo sul nucleare del 2015. Nel novembre del 2016 i due Paesi hanno sottoscritto un accordo per combattere il terrorismo e nel giugno del 2017 le acque comprese tra il Golfo dell’Oman e lo Stretto di Hormuz hanno ospitato l’esercitazione militare più importante tra l’Iran e una grande potenza.

Ma Teheran non può non riconoscere che l’amicizia con Pechino è ben lontana da costituire un’alleanza per le guerre che il regime combatte in Medio Oriente. I legami militari sono per i cinesi l’unico modo per salvaguardare gli ingenti interessi economici e commerciali. Pechino negli ultimi mesi ha ridotto il volume del petrolio importato dall'Iran compensandolo con quello dell'Arabia Saudita, nemico di Teheran, a causa delle tensioni internazionali. Un approccio all'apparenza ondivago funzionale tuttavia ai calcoli cinesi.


Mentre gli Usa nel maggio del 2018 sono usciti dall'accordo sul nucleare siglato nel 2015 con l'Iran, la Cina ha assunto, insieme alla Russia, una posizione molto più conservativa, mostrandosi impegnata nella stabilità della regione. Pechino si era già posta come uno dei maggiori artefici dell’uscita dall’isolamento internazionale dell’Iran. La provocazione Usa, spinta da Mike Pompeo, di uccidere Soleimani non ha fatto che rafforzare l'immagine della Cina quale stabilizzatore nell'area. Un effetto paradossale se si considera l'espansione militare di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Eppure, con l'amministrazione Trump accade anche questo. La morte di Soleimani ha inoltre annullato ogni speranza di tenere in vita l'accordo sul nucleare, nonostante i tentativi della Cina e le iniziative fallite degli europei. Dopo l'attentato a Soleimani, l'Iran ha compiuto il quinto e ultimo passo nella ripresa del proprio programma atomico. Di conseguenza, Francia, Germania e Regno Unito hanno denunciato l’Iran per il mancato rispetto dei termini sul programma nucleare del 2015, determinando con ogni probabilità la fine dell'accordo firmato da Obama con Teheran.

Gli Stati Uniti invadono l'Iraq e poi come il peggiore invasore chiedono moneta per andarsene, come i peggiori ladroni vogliono congelare i conti degli introiti del petrolio, buttando sul lastrico l'economia irachena

Baghdad li caccia ma gli americani minacciano e restano in Iraq. E l’Italia?

18 gennaio 2020 


L’Amministrazione Trump rinnova le pesanti minacce all’Iraq qualora Baghdad pretendesse di attuare davvero il ritiro delle truppe statunitensi e della Coalizione dal Paese mediorientale.

Oltre a ventilare lo stop agli aiuti militari, ai pezzi di ricambio dei mezzi veduti alle forze irachene (secondo il Wall Street Journal i tagli immediati sarebbero per 250 milioni di dollari di fondi già approvati dal Congresso) e richieste di risarcimento colossali per gli investimenti nelle basi Usa in Iraq, ora Washington minaccia di congelare i conti correnti aperti in banche americane, dove finiscono gli introiti dal petrolio, saranno bloccati.


Lo ha rivelato il Wall Street Journal citando funzionari anonimi del Dipartimento di stato americano. In particolare, Washington priverebbe Baghdad di miliardi di dollari depositati alla Federal Reserve Bank di New York. In tal caso Baghdad non sarebbe in grado di ritirare fondi, il che potrebbe portare alla paralisi dell’economia locale.

Un vero e proprio ricatto senza precedenti. Secondo il WSJ un funzionario americano ha informato il premier iracheno a interim, Adel Abdul Mahdi, con una telefonata, mercoledì scorso, della nuova punizione e del danno che ne deriverebbe.

La Federal Reserve Bank di New York fornisce servizi bancari a circa 250 banche centrali e istituzioni governative di tutto il mondo e già nel 2015 aveva bloccato per diverse settimane un conto corrente del governo iracheno in seguito ad alcuni sospetti versamenti a banche iraniane e ad ambienti vicini all’Isis. Non è chiaro a quanto ammontino al momento i fondi iracheni depositati alla Fed di New York, ma il Wsj aveva documentato che a fine 2018 il saldo era di 3 miliardi di dollari.


Il 10 gennaio il premier iracheno Adel Abdel Mahdi aveva fatto esplicita richiesta agli Usa di inviare una delegazione in Iraq per preparare il ritiro delle truppe statunitensi dal Paese, come da mozione approvata dal parlamento il 5 gennaio scorso in seguito al raid americano che all’aeroporto di Baghdad uccise il generale iraniano Qassem Suleimani e 5 cittadini iracheni.

Media panarabi hanno citato una nota dell’ufficio del premier iracheno. Abdel Mahdi ha parlato telefonicamente il 9 gennaio con il segretario di Stato americano Mike Pompeo chiedendo che venga mandata una delegazione governativa americana in Iraq per “fissare i meccanismi che rendano effettiva la decisione del parlamento iracheno di far ritirare le truppe straniere” dal Paese.

In Iraq sono presenti 5.200 militari statunitensi e alcune migliaia di militari della Coalizione anti-Isis (900 italiani) a cui Baghdad impone ora di fare le valigie.


L’atteggiamento intimidatorio e ricattatorio assunto da Washington desta preoccupazioni per i rapporti sempre più tesi che gli Usa riescono ad instaurare con gli alleati. Possibile che l’Amministrazione Trump ritenga di poter violare la sovranità irachena e umiliarne la leadership come ha fatto con l’omicidio Soleimani senza che questo comporti reazioni più che legittime?

Possibile che gli Stati Uniti pensino di poter imporre diktat a nemici ed alleati senza alcuna considerazione delle diverse sensibilità e del diritto internazionale? Se i militari americani non sono più graditi ma restano in Iraq contro il volere del governo di Baghdad diventano forze d’occupazione, non alleati (sono sempre stati una forza d'occupazione, niente ipocrisie)


“Le istruzioni che ho ricevuto dal segretario alla Difesa e dal Presidente sono che noi rimaniamo in Iraq”, ha detto il 13 gennaio a Bruxelles il generale Mark Milley, capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, intervenendo al Comitato Militare della NATO.

In un contesto simile è facile immaginare quali ostilità incontrerebbero in Iraq le forze americane e della Coalizione se dovessero restarvi col ricatto.

L’unico segnale distensivo tra Washington e Baghdad è stato, il 15 gennaio, la notizia che gli Stati Uniti hanno ripreso le operazioni militari congiunte con l’Iraq, sospese dopo il raid Usa che il 5 gennaio ha ucciso il generale iraniano Qasem Soleimani a Baghdad. Due funzionari militari statunitensi citati dal New York Times hanno affermato che il Pentagono ha voluto riprendere tali operazioni al fine di far ripartire la lotta contro l’Isis.

In ogni caso la rabbiosa reazione degli USA all’invito di Baghdad a ritirare le truppe dal paese conferma quale pericoloso precedente sia stato creato sotto diversi aspetti con l’uccisione del generale Soleimani. Innanzitutto un atto che per Trump è stato un clamoroso doppio autogol:
  1. sul piano internaziionale puntava a rompere l’alleanza tra Baghdad e Teheran, invece ha ottenuto l’effetto opposto, con il governo iracheno che non vuole più le truppe americane entro i suoi confini.
  2. sul fronte interno è apparsa a tutti ben poco convincente la giustificazione che uccidere Soleimani è stato necessario perchè il generale dei pasdaran iraniani pianificava attacchi e attentati contro 4 ambasciate statunitensi
Da oggi l’atteggiamento di Washington nei confronti della sovranità dell’Iraq potrebbe costituire un metro di valutazione per tutte le Nazioni che oggi ospitano forze militari statunitensi sul proprio territorio: un avvertimento per tutti specie ora che gli Stati Uniti vivono questa fase di “autoreferenzialità”internazionale.

Inoltre l’omicidio di Soleimani e di 9 cittadini iracheni uccisi con lui ha messo a rischio l’intera Coalizione impegnata in Iraq in missione di addestramento delle forze irachene impegnate contro l’Isis, compresi i soldati italiani.


A questo proposito il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha reso noto che le autorità di Baghdad hanno espresso apprezzamento per l’operato del contingente dell’Operazione Prima Parthica di cui Baghdad non vorrebbe il ritiro: i nostri militari hanno addestrato dal 2014 76.503 militari e agenti di polizia un quarto di quanto fatto dall’intera Coalizione.

Da un lato quindi il parlamento e il governo iracheno chiedono che statunitensi e la Coalizione da loro guidata lascino il paese, dall’altro la Difesa irachena vorrebbe che gli italiani restassero.

Da quanto ha detto il ministro Guerini, la soluzione sembra essere stata individuata in un maggior impegno della NATO in Iraq anche se è difficile immaginare che l’Alleanza abbia un ruolo di alto profilo in assenza del suo “maggiore azionista” americano.


Il contesto politico e militare non sembra rendere percorribile la trasformazione della Coalizione anti-Isis dell’operazione “Inherent Resolve” in Coalizione europea a guida Ue mentre ci sarebbe invece l’opportunità per trasformare la missione italiana in Iraq in bilaterale, staccandoci cioè da una Coalizione che gli Usa hanno snaturato (con l’omicidio del generale Soleimani e i raid contro le milizie sciite irachene) e che gli iracheni non vogliono più per stabilire una relazione militare diretta e autonoma col governo iracheno.

Un esempio che si potrebbe applicare anche in altri paesi e che darebbe per una volta la chiara idea che l’Italia è in grado di assumere e mantenere impegni autonomi al fianco dei paesi che considera alleati o fondamentali per i propri interessi. E di questi tempi non è necessario sottolineare quanto bisogno ci sia che Roma dia segnali di questo tipo.

Guerra illimitata - la guerra elettronica è una parte già usata dagli Stati Uniti. Compartecipe della morte di civili, come sempre nella loro storia, Hiroshima e Nagasaki

Guerra elettronica dietro il Boeing ucraino abbattuto: le valutazioni dei pasdaran

17 gennaio 2020 


Resta sempre aperta l’ipotesi (subito evidenziata da Analisi Difesa) che all’origine dell’abbattimento, l’8 gennaio scorso, del Boeing 737 dell’Ukraine International Airlines a Teheran vi sia un errore dovuto ad attacchi elettronici al sistema di difesa aerea iraniano, come sembrano confermare anche fonti di alto livello dei pasdaran.


“Abbiamo saputo dell’abbattimento accidentale dell’aereo ucraino sin dalle prime ore, ma abbiamo ritardato l’annuncio dell’errore umano come causa per non mettere in pericolo la sicurezza nazionale” ha detto il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, Amir Ali Hajizadeh (nella foto sotto), incontrando la famiglia di una delle 176 vittime.

“Non l’abbiamo annunciato subito per due ragioni. La prima era evitare di mettere in pericolo la sicurezza nazionale, perché un errore umano del sistema di difesa avrebbe messo in crisi la fiducia nel sistema, che si sarebbe paralizzato.

La seconda era che il quartier generale delle Forze armate e le altre autorità superiori avevano detto di sospettare che l’incidente potesse essere stato causato da una guerra elettronica del nemico e che quindi occorreva tempo per indagare su questa eventualità”, ha spiegato il generale Hajizadeh, citato dalla Fars, agenzia vicina alle Guardie della rivoluzione islamica.

Al netto delle esigenze di propaganda e della evidente necessità dei pasdaran di giustificare un errore così grave negli apparati difensivi della capitale, la questione del possibile attacco elettronico statunitense resta sul tavolo.


Ali Abdollahi, il vicecomandante del quartier generale delle Forze Armate per gli affari di coordinamento, sostiene che “le malizie degli Stati Uniti nella regione sono già state provate in passato, e finora i sistemi informatici iraniani hanno osservato e registrato oggetti virtuali prodotti dagli Stati Uniti nello spazio aereo del paese”, ha scritto il Teheran Times.

“Il disturbo delle prestazioni dei sistemi radar da parte degli Stati Uniti non è senza precedenti”, ha detto l’alto ufficiale alla TV nazionale. Abdollahi ha anche annunciato che è stata costituita una squadra per indagare su una tale possibilità.

L’aereo passeggeri è stato abbattuto l’8 gennaio, quasi quattro ore dopo che l’Iran aveva sparato decine di missili contro una base aerea statunitense in Iraq, come rappresaglia all’assassinio del generale iraniano
Qassem Soleimani a Baghdad il 3 gennaio.


L’esercito iraniano ha annunciato sabato mattina che l’aereo era stato scambiato per un missile da crociera. Abdollahi ha detto che c’è stato un rapporto su un attacco missilistico da crociera degli Stati Uniti sulla scia dei lanci di missili iraniani e ha aggiunto che l’operatore che ha lanciato il missile contro l’aereo ha avuto difficoltà a ricevere il messaggio del centro di comando.

Alle critiche per l’annuncio tardivo che l’aereo era stato abbattuto involontariamente dall’Iran Abdollahi risponde che l’indagine che ha portato all’annuncio e’ stata condotta nel minor tempo possibile.

“Il comandante della Forza aerospaziale del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica era in missione nell’ovest del Paese e dopo un’ora è stato informato (a riguardo) e ne ha riferito al suo superiore”, ha detto, secondo Tasnim.

“Chiunque ad ogni livello riporti (qualcosa) dovrebbe assicurarsi (l’accuratezza del) rapporto”, ha detto, aggiungendo: “Naturalmente, l’esame iniziale richiede tempo”. La portata della missione delle persone coinvolte era ampia ed era necessario parlare con tutti loro, quindi il processo è durato circa 38 ore, ha detto all’IRNA.

L'economia del debito non sta bene - stagnazione, disoccupazione, aumento del debito pubblico e privato

Il denaro di domani – economisti eretici
ne discutono Galloni e Sessa

Scritto da Redazione Consul Press il 17/01/2020. Pubblicato in Media | Editoria | Rassegna Stampa.

L’eurozona, a partire dal 2008, vive una gravissima crisi economica, pari, per i drammi sociali che ha prodotto, solo a quella del 1929. Non ne siamo ancora usciti: gli indicatori dicono di una situazione di stagnazione, caratterizzata da una diffusa disoccupazione, da un aumento esponenziale del debito pubblico e privato e di una conseguente paralisi dei consumi. Il sistema capitalistico vive una crisi senza precedenti.


Risulta utile la discussione che si terrà il 21 gennaio, presso l’HoraFelix, sul volume di Montgomery Butchart: Il Denaro di domani. Economisti eretici. La prefazione è di Antonino Galloni, economista formatosi alla scuola di Federico Caffè. Si tratta di uno studio uscito, in prima edizione, alla metà degli anni Trenta. Il volume raccoglie saggi dedicati alle teorie economiche non ortodosse, i cui autori sono eminenti studiosi della prima metà del secolo XX. Come opportunamente ricorda Galloni nell’Introduzione, negli anni Trenta, nel tentativo di dare una risposta efficace alla crisi del 1929: «le idee più avanzate di politica economica e monetaria hanno preso il sopravvento sulle idee tradizionali» (p. 7).

L'economia del debito non sta bene - liquidità in eccesso ma non per gli investimenti

17 GENNAIO 2020 / 13:03 / AGGIORNATO 19 ORE FA
MONETARIO-Brevissimi stabili, eccesso liquidità congela curva tassi a fine 2021

Reuters Staff

MILANO, 17 gennaio (Reuters) - Si mantiene rigidamente inchiodata poco oltre il riferimento Bce di -0,5% sui depositi la parte breve della curva dei tassi, con un mercato interbancario che ragiona quasi esclusivamente in termini di liquidità in eccesso.

** La media settimanale dei fondi aggiuntivi a disposizione del sistema bancario della zona euro è pari a circa 1.770 miliardi, sostanzialmente stabile dalla scorsa settimana, con un conseguente effetto distensivo dispiegato uniformemente sulla curva fino alle fine dell’anno prossimo.

** Per quanto a ritmo inferiore rispetto alle precedenti edizioni del ‘Qe’, sul mercato proseguono gli acquisti Bce. Francoforte, il cui portafoglio titoli ha una vita media di circa otto anni, resta inoltre impegnata a reinvestire i titoli in scadenza.

** Pubblicato ieri, il rendiconto dell’ultimo consiglio Bce sui tassi ha messo in evidenza un clima lievemente più fiducioso rispetto al passato in materia sia di crescita sia di inflazione.

** In calendario giovedì prossimo la nuova riunione di politica monetaria, che a giudicare dal movimento del mercato dovrebbe caratterizzarsi come cosiddetto ‘non evento’.

L'economia del debito non sta bene - la Fed continua a pompare miliardi nel Sistema ma gli investimenti restano al palo

NULLA E’ GRATUITO… C’E’ UN COSTO ANCHE PER QUESTO!

Scritto il 17 gennaio 2020 alle 08:00 da icebergfinanza


Ieri un altro governatore della Fed di Dallas Kaplan ha ammesso che la politica monetaria è in trappola che la Federal Reserve non ha alternative, sta creando una nuova bolla per tenere in piedi il sistema, il QE4 è ufficialmente partito nel settembre del 2019, mentre qualche ingenuo si beve le rassicurazioni di Powell…

"La mia opinione è che sta avendo effetto sulle attività a rischio", ha detto Kaplan. “È un derivato del QE iniettiamo più liquidità; influenza le attività a rischio. Questo è il motivo per cui dico che la crescita del bilancio non è gratuita. C'è un costo per questo. " Tic tac! https://twitter.com/icebergfinanza/status/1217847792590258177 …

“La mia opinione è che la politica monetaria sta avendo effetto sulle attività a rischio”, ha detto Kaplan. “È un derivato del QE, iniettiamo più liquidità; influenza le attività a rischio. Questo è il motivo per cui dico che la crescita del bilancio non è gratuita. C’è un costo per questo.

Qualcuno inizia a mettere le mani avanti, senza fretta.

Peccato che il problema non sia solo il QE, il problema maggiore è la creazione di un’enorme massa di debito, favorita da tassi ridicoli, come ridicolo è colui che ogni anno, analista o economista vi parla del rischio del ritorno dell’inflazione.

Oggi servono quasi 4 dollari di debito per aumentare di un dollaro la crescita economica, come direbbe il nostro Lacy, l’indebitamento improduttivo distrugge l’economia, e migliaia di aziende zombie fallite contribuiscono a metter in crisi e far fallire aziende sane.

Chi si esalta per la crescita americana del due virgola, non ha capito nulla, il debito improduttivo ha conseguenze devastanti a lungo termine sull’economia. Affascina osservare grandi banche americane come JPMorgan e Morgan Stanley, trimestralmente fare utili superiori al pil di interi stati, mentre la Federal Reserve è costretta a salvare quotidianamente da quattro mesi mezzo sistema bancario mondiale.

La Federal Reserve preferisce regalare denaro gratuitamente ad aziende fallite che a loro volta lo utilizzano nella maniera più improduttiva possibile, ovvero per riacquistare azioni proprie, fare contento qualche grasso e avido azionista, foraggiando e ingrassando i loro manager.

L’unico desiderio di un manager quotato a Wall Street è quello di aumentare il valore delle proprie azioni e non di fare investimenti o innovazione, assunzioni o incentivi.

Per il momento ci fermiamo qui e facciamo un salto indietro nella storia riprendendo alcuni passaggi del libro di JKGalbraith, il nostro economista preferito, un pezzo tratto da un nostro vecchio post, cronaca pura dalla Grande Depressione del ’29…

Torniamo agli anni venti, durante i quali un’infinità di piccole società si erano raggruppate con lo scopo principale di ridurre eliminare o regolare la concorrenza.
Ognuno di questi giganti dominava un settore dell’industria e quindi esercitava una notevole influenza sui prezzi e sulla produzione.
In quelli anni, un tizio qualsiasi della cerchia urbana di New York o Chicago poteva, senza imbarazzo, gloriarsi di essere un genio finanziario.
Erano gli anni dei cieli blu infiniti, ogni operazione finanziaria era benedetta come la più innovativa e spettacolare, ogni record veniva sistematicamente abbattuto e gli occhi stellati di Wall Street ignoravano completamente i segnali di deterioramento dell’economia reale scommettendo su una ripresa prossima ventura.

Secondo Galbraith, a quei tempi era vivo l’interesse per l’organizzazione ramificata dell’attività bancaria, ed era largamente diffusa l’opinione che le leggi statali o federali fossero un’arcaica barriera a un consolidamento che avrebbe riunito le banche dei piccoli centri in pochi gruppi regionali o nazionali. Furono tenuti in grande considerazione vari accorgimenti diretti ad eludere lo scopo della legge, fra essi in particolar modo le società finanziarie di credito.

Il capolavoro di architettura finanziaria speculativa in quegli anni, quello che, più di ogni altro espediente, permise di soddisfare la domanda di titoli ordinari, quindi di investimento, furono le cosiddette società di investimento, INVESTMENT TRUST, che io oggi paragonerei senza ombra di dubbio ai fondi hedge e private.
Una tipica Investment Trust, conteneva titoli di 500/1000 società di gestione. Di conseguenza il risparmiatore con poche sterline era in grado di ripartire il rischio come avviene oggi con l’acquisto di quote di fondi di investimento appunto.
Gli amministratori dei trust godevano della massima discrezione nell’investimento dei fondi a loro disposizione, togliendo al comune azionista la possibilità di interferire nelle decisioni societarie!

Una recente ricerca della SEC guarda caso ha scoperto che molti manager vendono quantità significative di azioni proprie, appeno dopo aver annunciato il riacquisto delle azioni delle società che amministrano, il massimo del conflitto di interesse, ma poco importa in un mondo di avidi speculatori.

Tenetevi forte dopo la crisi del 2009, la cifra spesa per riacquistare azioni, mentre il parco buoi se ne stava alla larga dal casinò è di oltre 1.200.000.000.000 (1.200 milioni di miliardi) di dollari e poi qualche idiota si chiede per quale motivo l’economia faccia fatica, i salari restino compressi e la classe media sparisce come neve al sole.


Io credo che siano tutti d’accordo, gestori, banche d’affari e banche centrali, in cuor loro credono ancora al trickle down, pensano che qualche gocciolina continui a scendere e riesca ad oliare l’economia reale, ma in realtà questa gente è più pericolosa di un esercito, come direbbe il buon Thomas Jefferson.

Ricordo a tutti quanto accadde una quarantina di anni fa in Giappone…

Ecco alcuni passi tratti da ” Un mondo di bolle ” di Edward Chancellor, studioso di storia a Cambridge ed Oxford, editorialista del Financial Times e dell’Economist.

Riferendosi alla grande crisi giapponese, alla ormai tripla lost decade giapponese, Chancellor scrive:

” Il giorno dopo il crollo di ottobre i rappresentanti delle più importanti società di brokeraggio del Giappone – Nomura, Daiwa, Yamaichi e Nikko, chiamate le “quattro grandi” – furono convocati al ministero delle Finanze. Ricevettero l’ordine di mantenere il mercato delle azioni NTT e di impedire all’indice Nikkei di scendere sotto quota 21.000. Ubbidendo a questa richiesta i broker offrirono ai loro clienti più importanti garanzie contro le perdite per incoraggiarli a rientrare nel mercato. Nel giro di pochi mesi l’indice Nikkei aveva recuperato le perdite e stava puntando verso nuovi picchi. In forma ufficiosa i funzionari del ministero delle Finanze si vantarono che la manipolazione del mercato azionario era più facile del controllo del mercato valutario.”

Credo che non vi sia bisogno di aggiungere nulla, ma proseguiamo:

” Nel complesso i “quattro grandi” pesavano per più di metà degli scambi del mercato azionario di Tokyo.(…) In un rapporto intitolato “Theme Chasing: The Engine of the Tokyo Stock Market” una banca d’investimento americana avvisava i suoi clienti: “L’istinto del gregge è un solido istinto di sopravvivenza in un ambiente di eccessiva liquidità”. Grazie alle loro ampie partecipazioni azionarie nella stampa i “quattro grandi” broker riuscirono a manipolare l’informazione che raggiungeva i loro clienti.

Più o meno quanto è accaduto alla fine del 2018 quando stava collassando tutto e Mnuchin, fece un paio di telefonate ai suoi amici di Wall Street per ordine di Trump, mi raccomando ragazzi, non scherziamo, tenete in piedi la baracca, non importa come, frodate, manipolate, ma tenete in piedi la baracca. Quattro aziende a Wall Street tengono in piedi la baracca da sole, Apple e Microsoft valgono l’intera capitalizzazione del mercato tedesco il DAX, su 500 azioni che compongono lo S&P500 solo 15 hanno ottenuto performance spettacolari!
Solo un demente non ha ancora capito cosa sta succedendo, un demente e migliaia di operatori che non possono permettersi che il baraccone si fermi.

Date un’occhiata ai grafici qui sotto e mi raccomando continuate ad investire in qualche fondo di investimento a caso, senza sapere cosa c’è dentro di bello…



Le vedete queste aziende qui sopra, non producono nulla o quasi, non investono, l’unica cosa che sanno fare è emettere bond a tassi negativi per poi ricomprarsi le proprie azioni. Dite che esagero, a pensare male si fa peccato ma spesso e volentieri si colpisce il bersaglio.

Non so quanto durerà, a noi non interessa, nel frattempo incassiamo cedole generose, poi passeremo all’incasso.

Il prossimo giro non ci saranno prigionieri, migliaia di società spazzatura falliranno in mezzo ad una semplice recessione e non basteranno i tesorucci in circolazione per salvare patrimoni e redditi. Lo so che i vostri consulenti, non solo quelli della banca sotto casa, vi suggeriscono quotidianamente di comprare titoli illiquidi o corporate, confidando di stare lontani dagli inutili bond sovrani, lo so che vi affascinano con nuovi spettacolari traguardi per il 2020, ma un minimo di consapevolezza non fa mai male, perchè nessuno vi avvertirà quando arriverà il momento della festa.

Lo sapete per quale motivo il buon Donald, qualche giorno fa gloriandosi dell’ultimo record faceva riferimento alle pensioni degli americani, i famigerati 401K?

Semplice, non c’è più nulla in quei contenitori vuoti, nessun rendimento, solo mercati pompati possono produrre un’illusione, al prossimo giro, le pensioni dovranno pagarle direttamente con i soldi stampati dalla Federal Reserve.

Consiglio a tutti di rileggersi attentamente questo pezzo, soprattutto i nove punti chiave di una deflazione da debito e cosa insegna la storia, come andrà a finire al prossimo giro…


Le banche centrali, quelle che qualcuno di Voi considera onnipotenti, non vi salveranno dalla prossima crisi, anzi la crisi la stanno creando loro, una bolla spettacolare, la storia insegna come direbbe il nostro Galbraith che la perniciosa inutilità della politica monetaria e i rischi che derivano dal fare affidamento su di essa sono oggi una realtà.

Come sempre nella storia capacità finanziaria e perspicacia polita sono inversamente proporzionali. La salvezza a lunga scadenza non è mai stata apprezzata dagli uomini d’affari se essa comporta adesso una perturbazione nel normale andamento della vita e nel proprio utile. Cosi si auspicherà l’inazione al presente anche se essa significa gravi guai nel futuro. Questa è la minaccia per il capitalismo (…) E’ ciò che agli uomini che sanno che le cose vanno molto male fa dire che la situazione è fondamentalmente sana!

Suvvia, stavo scherzando, non succederà più nulla, loro hanno tutto sotto controllo, come direbbe il buon Machiavelli ne suoi manoscritti, in fondo una crisi è anche un’opportunità!

Guerra illimitata - mai mai mettere all'angolo il proprio avversario a meno che ...

Iran, Khamenei “Attacco Allah vs Trump-Usa”/ Soldati americani feriti in raid Iraq

Pubblicazione: 17.01.2020 - Niccolò Magnani

Iran, l’Ayatollah Khamenei torna in pubblico dopo 8 anni per sermone del venerdì: “morte all’America, attacco di Allah agli Usa”. Novità su raid in Iraq

Iran, l'ayatollah Khamenei (LaPresse, 2020)

L’Ayatollah Ali Khamenei è tornato a tenere un sermone del venerdì in pubblico dopo 8 anni e non è certo un caso: l’occasione è quella di massima tensione interna al suo Paese, con le proteste che in piazza contestano il Regime dell’Iran non solo per la guerra “accennata” con gli Usa ma per le politiche di repressione delle libertà che sembrano accentuarsi negli ultimi mesi da Teheran. L’Ayatollah vuole però ribadire la supremazia teocratica e facendo fronte “comune” contro il nemico americano, rilancia l’operato del suo stesso Governo: «Nelle ultime due settimane ci sono state giornate amare e dolci, un punto di svolta nella storia. I due grandi avvenimenti dei funerali del generale Soleimani e del giorno in cui l’Iran ha attaccato le basi Usa sono stati ‘Giorni di Allah». Dopo l’uccisione del generale da parte di Trump e il conseguente raid contro le basi Usa in Iraq, Khamenei non cita l’errore madornale (se così si può parlare, le indagini internazionali sono ancora in corso) dell’aereo ucraino abbattuto in quella stessa tragica notte, facendo 177 vittime. La guida suprema si “limita” a ribadire il senso di “resistenza” che il popolo iraniano è chiamato a rilanciare contro il nemico americano: «I due episodi hanno mostrato il potere di una nazione che ha dato uno schiaffo agli Usa».

IRAN VS USA: CI SONO SOLDATI AMERICANI FERITI DOPO IL RAID IN IRAQ

È un sermone religioso e politico assieme, un grande “classico” per l’Ayatollah iraniano: «Con l’attacco missilistico contro la base militare statunitense in Iraq, l’Iran ha colpito il prestigio e l’orgoglio dell’America». I suoi sostenitori all’interno della Moschea di Teheran hanno poi srotolato una bandiera con su scritto «Morte all’America», con immense fotografie del generale Soleimani e del suo funerale. L’attacco di Khamenei passa poi dagli Stati Uniti direttamente al loro Presidente e guida: «Donald Trump è un terrorista dell’America, ha commesso il crimine di uccidere Soleimani non nel campo di battaglia, ma in modo vigliacco. Soleimani era il più importante comandante nei combattimenti contro l’Isis in Siria e in Iraq ma gli americani non hanno avuto il coraggio di affrontarlo sul campo di battaglia e lo hanno ucciso mentre era in vista a Baghdad dietro invito del governo iracheno». Anche qui viene tralasciato quanto parte della piazza iraniana contesta allo stesso Soleimani, ovvero le persecuzioni e le politiche di repressione delle Guardie della Rivoluzione sul popolo “non allineato” al regime. Nel frattempo, emergono novità in merito all’attacco alle basi Usa in Iraq: sono 11 i soldi americani ricoverati in ospedale per commozione cerebrale avvenute durante il raid di Teheran. Lo ha confermato alla CNN il capitano Bill Urban, portavoce del comando centrale degli Stati Uniti: «I sintomi sono emersi alcuni giorni dopo il fatto e sono stati trattati con abbondante cautela». Secondo il Pentagono, «La procedura standard prevede che tutto il personale presente sul luogo di una esplosione venga sottoposto a screening per lesioni cerebrali traumatiche e, se è il caso, viene sottoposto ad un livello di assistenza più elevato»; non solo, «Se saranno ritenuti idonei al servizio dopo lo screening, torneranno in Iraq», ribadisce il Dipartimento della Difesa.

NoTav - quell'opera creata per dare prebende e miliardi ai privati e a cui la Francia non partecipa economicamente

ATTUALITÀ | 16 gennaio 2020, 17:12

Tav, il Consiglio di Stato dice no a espropri rapidi dei terreni: "necessario contraddittorio con i proprietari"

Il provvedimento interessa oltre mille persone in Val di Susa


Un parere del Consiglio di Stato rallenta gli espropri dei terreni nel comune di Chiomonte, in Val di Susa, destinate a lavori per l'alta velocità Torino-Lione.

I supremi giudici hanno, nella sostanza, bocciato la proposta di una procedura "semplificata", chiarendo che è sempre necessario un "contraddittorio con i proprietari". Il provvedimento interessa oltre mille cittadini, in gran parte attivisti e simpatizzanti del movimento No Tav, che alcuni anni fa hanno acquistato piccoli lotti di terreno nella zona.

Lo scorso settembre i proprietari avevano ricevuto da Telt (la società francese incaricata della costruzione della ferrovia) una raccomandata con l'annuncio dell'inizio della procedura di esproprio. A rivolgersi al Consiglio di Stato, per avere chiarimenti sull'ter da seguire, erano stati vari soggetti, tra i quali - il 23 maggio 2018 - il ministro delle Infrastrutture.

I giudici, nella loro pronuncia, scrivono che "pur comprendendo le ragioni di celerità dell'azione amministrativa" per una "sollecita realizzazione dell'importante e strategico collegamento Torino-Lione" il contraddittorio con il proprietario espropriato deve essere sempre garantito.

Per chi avesse dubbi e la quantità che si trasforma in qualità

TECNOLOGIA
Nel mondo pubblicati 2,5 milioni di articoli scientifici. La Cina ha superato gli Stati Uniti

Cristina Da Rold 
17 gennaio 2020

I paesi leader nella ricerca scientifica nel 2018


Premessa: stiamo parlando di quantità, di numero di articoli pubblicati, non necessariamente di qualità. La National Science Foundation (NSF) degli Stati Uniti ha pubblicato un’analisi – a partire dal database Scopus, un archivio creato nel 2004 dalla casa editrice Elsevier – che mostra che nel 2018 sono stati pubblicati in tutto il mondo 2.5 milioni di articoli scientifici (compreso l’ambito ingegneristico). Un aumento considerevole, rispetto ai 1.7 milioni registrati dieci anni fa.

La produzione globale di ricerca in quel settore è cresciuta del 4% circa negli ultimi dieci anni e il tasso di crescita della Cina è risultato il doppio della media mondiale, tanto che anno dopo anno la Cina ha sostituito gli Stati Uniti come primo paese per numero di pubblicazioni scientifiche.
Nel 2008 negli Stati Uniti erano stati pubblicati 394.979 articoli su riviste peer-reviewed, contro i 249.049 della Cina. Nel 2018 la situazione si è ribaltata, con 528.263 articoli pubblicati in Cina (il 20% del totale) e 422.808 negli Stati Uniti (il 16%). L’India è arrivata terza nel 2018 con 135.788 articoli; a seguire la Germania (106.000 articoli), il Regno Unito (99.000 articoli) e il Giappone (98.000 articoli). Se considerati insieme, i paesi dell’Unione Europea (UE) rappresentano un quarto delle pubblicazioni scientifiche, con 622.000 articoli.
E l’Italia? Il nostro paese rappresenta nel 2018 il 2,9% degli articoli pubblicati nel mondo, per un totale di 71.240 papers.

Il tasso di crescita medio annuo nel numero di articoli varia da paese a paese: negli Stati Uniti ci si attesta intorno all’1%, una crescita rispetto alla media mondiale (4%). I paesi dell’UE tra i 15 maggiori produttori del mondo (fra cui l’Italia) hanno registrato tassi di crescita annui inferiori alla media globale negli ultimi 10 anni. In Germania dal 2007 il numero di pubblicazioni scientifiche è cresciuto del 2%, nel Regno Unito e in Francia dell’ 1%, in Italia e Spagna del 3%. Tassi di crescita medi annui superiori alla media globale hanno invece riguardato l’Australia (+4% in 10 anni), la Corea del Sud (+5%), il Brasile (+7%), la Cina (+8%), la Russia (+9%), l’India (+11%), e l’Iran (+15%).

Stando a questi dati, anche le collaborazioni internazionali sono aumentate negli ultimi 10 anni. Oltre un articolo su cinque è scritto da coautori provenienti da paesi diversi. La percentuale di articoli scientifici prodotti con collaborazioni internazionale, vale a dire da almeno due paesi di provenienza, è passata dal 17% al 22% tra il 2007 e il 2017.

La leadership degli Usa resta. In ogni modo, l’impatto scientifico complessivo, misurato da quanto le pubblicazioni vengono citate, mostra che gli Stati Uniti sono tra i paesi leader con quasi il doppio delle citazioni che ci si aspetterebbe dai livelli di produzione statunitensi. Un impatto rimasto stabile negli ultimi 20 anni. Gli autori statunitensi hanno sperimentato una tendenza simile di crescente collaborazione internazionale e hanno collaborato a un ritmo più elevato rispetto alla media mondiale. Il 38% degli articoli prodotti da autori affiliati alle istituzioni statunitensi aveva un coautore internazionale nel 2017, rispetto al 26% nel 2007.

Per quanto riguarda i settori scientifici, su scala globale, il 37% degli articoli analizzati è stato pubblicato da riviste peer-reviewed, atti di convegni e libri classificati. Il 21% afferisce alle scienze mediche, il 15% alle scienze biologiche, mentre gli articoli di ingegneria costituiscono il 18% della produzione globale.
Gli articoli pubblicati dagli Stati Uniti e dai paesi dell’Ue mostrano una specializzazione e un impatto relativamente maggiori nei settori dell’astronomia e dell’astrofisica, delle scienze biologiche e biomediche, delle geoscienze, delle scienze della salute, della psicologia e delle scienze sociali. I paesi dell’UE mostrano maggiore specializzazione e impatto nel campo delle scienze della terra, in matematica e statistica. Le pubblicazioni cinesi mostrano invece una maggiore specializzazione e impatto nei settori delle scienze agrarie, in chimica, informatica e e in ingegneria.

La Strategia del Mare Nostrum prevede che i nostri soldati vengano spostati dall'Iraq, Serbia e Afghanistan a Misurata, tanto per iniziare e che bisogna contrastare la strategia della Fratellanza Musulmana che ha come propellenti la Turchia e il Qatar, organizzazione che è ben presente in Euroimbecilandia con il metodo della dissimulazione e che vuole imporre la sharia e sta lavorando per accrescere il suo potere nel Mediterraneo

Dopo un bombardamento nel quartiere di Tajoura, a Tripoli, il 29 dicembre 2019. (Mahmud Turkia, Afp)


17 gennaio 2020 14.26

Il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte potrebbe aver sovrastimato l’influenza esercitata dall’Italia sul presidente del governo di accordo nazionale (Gna) Fayez al Sarraj quando ha tentato di coinvolgerlo in un incontro a sorpresa l’8 gennaio 2020 a Roma con il suo avversario, il generale Khalifa Haftar, capo delle Forze armate arabe libiche (Faal, il modo in cui Haftar chiama le sue forze sui mezzi d’informazione arabi). L’iniziativa di Conte era molto ambiziosa, ma il premier italiano non è riuscito neanche a far sì che i due contendenti si ritrovassero nella stessa città, meno che mai allo stesso tavolo. Il 12 gennaio, su pressione di Russia e Turchia, il Gna e le Faal di Haftar hanno accettato una tregua temporanea. Il giorno dopo, due delegazioni dei governi rivali sono andate a Mosca. In questo caso, se non altro, i due rivali sono arrivati nello stesso edificio, ma non nella stessa stanza (com’è stato erroneamente riportato).

A Mosca le delegazioni libiche hanno partecipato a incontri separati con funzionari russi e turchi per negoziare la proposta che avrebbe dovuto porre fine alla guerra in Libia. Dopo ore di trattative il Gna ha firmato l’accordo, ma stavolta è stato il generale Haftar a fare i capricci e ad andar via senza firmare.

Perché l’ha fatto?

L’accordo proposto dalla Turchia e dalla Russia e il rifiuto di firmarlo da parte di Haftar hanno suscitato commenti diversi. L’analista politico libico Mohamed Eljarh ha optato per il più facile dei cliché nel tentativo di dipingere Haftar come il jolly imprevedibile, senza approfondire più di tanto il senso di quello che ha fatto. Ecco il suo commento su Twitter:

Despite the enormous pressure that #Haftar & Co came under, they left #Moscow without signing the ceasefire agreement. Once again, Haftar proves he is not bound by the wishes of his backers & those that sympathize with him. Not #Cairo, not #AbuDhabi, and not #Moscow. #Libya

“Nonostante l’enorme pressione esercitata su di loro, Haftar e i suoi sono andati via da Mosca senza firmare l’accordo di cessate il fuoco. Ancora una volta Haftar dimostra di non farsi condizionare da quello che vogliono i suoi sostenitori e i suoi simpatizzanti. Questo vale per Il Cairo, per Abu Dhabi e per Mosca”.

Secondo Emadeddin Badi, ricercatore e analista politico esperto di Libia e Sahel, Haftar non ha firmato l’accordo “perché sapeva di poter contare sul sostegno di uno dei suoi partner, cioè gli Emirati Arabi Uniti. Con l’offensiva lanciata ad aprile Haftar ha cercato di evitare un accordo di condivisione del potere. Ora sarebbe difficile presentarsi ai suoi sostenitori con un accordo in cui lui non appare essere l’unico vincitore”.

L’ex consigliere politico dell’Alto consiglio di stato in Libia Ashraf al Shah ha dichiarato che a Mosca Haftar era accompagnato da un diplomatico emiratino, un’informazione confermata da Khalid al Mishri, capo dell’Alto consiglio di stato, che ha dichiarato: “Ai negoziati a Mosca erano presenti i paesi del Golfo, compreso l’incaricato d’affari dell’ambasciata degli Emirati in Russia. Quest’ultimo è stato tra coloro che hanno ostacolato la firma dell’accordo di cessate il fuoco”.

La tv saudita Al Arabiya, vicina ad Haftar, ha riferito che il generale non avrebbe firmato l’accordo perché il testo non chiedeva il ritiro delle truppe turche dalla Libia. Al Jazeera, vicina alle posizioni del Gna, ha invece riferito che “Haftar non è stato in grado di controllare le sue milizie, nonostante avesse acconsentito al cessate il fuoco. La nona brigata di Tarhuna, in particolare, non ha rispettato la tregua”. Secondo Al Jazeera, Haftar non ha firmato l’accordo per colpa dei comandanti di quella brigata, ex soldati di Gheddafi.

Gli ultimi sviluppi in Libia lasciano intravedere la possibilità di un ulteriore peggioramento del conflitto, che potrebbe avere un impatto negativo sulla conferenza di pace prevista il 19 gennaio a Berlino. Secondo Badi la situazione complessiva è peggiorata perché “non solo gli attori interni, ma anche quelli internazionali, come Turchia ed Emirati, stanno accelerando verso una nuova fase del conflitto, consapevoli del fatto che per la guerra non potrà esserci una soluzione politica, ma una qualche forma di soluzione militare”.

In un discorso al Cairo, il presidente della camera dei rappresentanti di Tobruk (”capitale” della Cirenaica), Aguila Saleh, ha chiesto ai paesi arabi di sostenere Haftar contro l’invasione turca. Saleh ha accusato il presidente turco di voler ristabilire “l’eredità dell’ingiustizia ottomana” in Libia. Per lui la campagna militare non si fermerà finché Tripoli non sarà stata “liberata” e ha chiesto ai paesi arabi di ritirare il riconoscimento al Gna.

A Tripoli Al Sarraj ha confermato la sua partecipazione alla conferenza di Berlino e ha aggiunto che la mancata firma dell’accordo di cessate il fuoco da parte di Haftar è un tentativo di sabotare l’incontro. Al Sarraj ha inoltre lodato il ruolo svolto da Turchia e Russia, mettendolo a confronto con l’impotenza dell’Europa.

“Credo che con il suo gesto Haftar abbia già influenzato l’esito di Berlino”, commenta Badi. “Sembra che, dopo che si è tirato indietro dall’accordo di cessate il fuoco e non ha firmato l’intesa proposta a Mosca, Haftar sia stato ulteriormente premiato con un invito al vertice di Berlino, pensato inizialmente come un forum a cui non era invitato nessun attore libico”.

Non ci sono neanche garanzie del fatto che Haftar prenderà seriamente in considerazione proposte future. In passato ha mandato all’aria molti progetti. L’ultimo è stata la conferenza nazionale promossa dall’Onu che avrebbe dovuto tenersi il 14 aprile 2019 a Ghadames, in Libia. Quel vertice avrebbe dovuto risolvere le divisioni interne e portare a nuove elezioni nel 2019. Dopo aver accolto con favore l’iniziativa, Haftar ha attaccato Tripoli, dieci giorni prima dell’inizio della conferenza. Mettere fine al conflitto armato e riprendere il dialogo politico significa porre fine al ruolo di Haftar e al suo progetto di governare la Libia con la forza, come recita il titolo di un libro scritto da lui nel 1995, Una visione politica del percorso di cambiamento con l’uso della forza.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Leggi anche:
L’uomo forte della Libia. Le battaglie con Gheddafi, le sconfitte, la vita negli Stati Uniti, i legami con la Cia: un ritratto di Khalifa Haftar scritto da Jon Lee Anderson.

Togati malati - è la massoneria più o meo deviata la colla che tiene insieme il Sistema

Giudice Petrini: soldi, sesso e ora anche l’Opus Dei

-17 Gennaio 2020

Il Giudice Petrini e l'avvocato Tassone (fonte: nextquotidiano)

L’inchiesta “Genesi”ha portato all’arresto clamoroso del Giudice Marco Petrini, Presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro, che in cambio di soldi “predisponeva” i processi, oltre a pretendere rapporti sessuali in cambio di favori.

Infatti, secondo le indagini effettuate, Petrini avrebbe aiutato l’avvocato Marzia Tassone in diversi processi, compreso uno dove l’avvocato aveva come cliente un imputato di duplice omicidio, in cambio di favori sessuali documentati almeno due volte dalle videoriprese. Ma si contano altri 16 rapporti sessuali consumati con un altro avvocato, Palma Spina.

Ora spunta anche un legame con la massoneria che trova fondamento in alcune intercettazioni telefoniche tra due indagati: Ottavio Rizzuto ed Emilio Santoro. Il primo è Presidente del Consiglio di Amministrazione della Banca di Credito Cooperativo di Crotone e il secondo è un ex dipendente dell’Asp, intermediario tra Petrini e Pino Tursi Prato, ex consigliere regionale che aveva bisogno di “aggiustare” la sua sentenza che lo obbligava a restituire quanto incassato a titolo di vitalizio, revocato dopo la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. La somma era pari a 156 mila euro.

Nello specifico, pare che ci sia l’ombra de “L’Opus Dei”, trattasi di massoneria deviata.

E di massoneria deviata riferisce anche Andrea Mantella, collaboratore di giustizia di Vibo Valentia. Il pentito, già ad aprile 2019, faceva riferimento all’appartenenza del giudice Petrini alla massoneria deviata. L’interrogatorio fatto a Mantella riguardava le relazioni esistenti tra i giudici di Catanzaro e la ‘ndrangheta.

Mantella si esprime con queste parole: “Petrini è un massone deviato, chiamato in gergo “il bolognese”. Oppure “quello con la gonnella” o “il porco”. In merito a quest’ultimo soprannome riferisco che il riferimento è anche in riferimento alle donne”.

E ancora: “Sono stato scarcerato attraverso certificati che attestavano la mia malattia; io ho dato 65.000 o 70.000 euro”.

Guerra illimitata - fatta con operazioni non militari - Stracciare accordi internazionali, produrre sanzioni e obbligare gli stati europei a partecipare strangolando di fatto l'economia iraniana, fomentare la piazza, assassinare statisti, agire sulle contraddizioni interne, attuare anche in Iran la Strategia del Caos e della Paura come in Iraq, Siria, Libia, proteggere ideologicamente gli ebrei-Palestinesi e l'Arabia Saudita

SULL’IRAN DILAGA LA DISONESTÀ INTELLETTUALE
Pubblicato 17/01/2020
DI ALBERTO NEGRI

Gli europei devono stare bene attenti. Ora Trump bastona arabi e iraniani, poi toccherà anche a noi. Anzi ha già iniziato, sciogliendo la vecchia Nato… Ma la propaganda dei media italiani fa sì che andremo al macello senza lamentarci

In onda si perde tempo a correggere errori marchiani di gente che per ignoranza o evidenti motivi ideologici – demonizzare l’Iran e sostenere Usa e Israele – non sa neppure la sequenza degli eventi.

È la propaganda del nostro regime mediatico, asservito a Washington e a Israele, sostenuto dai cosiddetti sovranisti con la complicità di una sinistra ufficiale inesistente. Soprattutto adesso che l’Europa – con Gran Bretagna, Francia e Germania – contesta agli iraniani la violazione dell’accordo sul nucleare del 2015 in seguito alla ripresa dell’arricchimento dell’uranio che è seguita all’uccisione da parte di Trump del generale Qassem Soleimani.

RIEPILOGHIAMO I FATTI. L’accordo, un trattato internazionale supervisionato dall’Onu, entra in vigore alla fine del 2015 e con molte difficoltà l’Iran rientra nel circuito degli scambi internazionali. In realtà neppure con Obama era facile: le banche occidentali erano costantemente bersaglio del Tesoro americano se aprivano linee di credito con Teheran. L’Italia che aveva 30 miliardi di euro di commesse con l’Iran dovette rinegoziare con il governo iraniano arrivando a un accordo per una linea di credito da 5 miliardi di euro, che doveva coprire le nostre esportazioni. Il governo Gentiloni aspettò la vigilia delle elezioni nel 2018 e non fece mai il decreto attuativo perché messo sotto pressione di Usa e Israele. Così abbiamo perso altri soldi e posti di lavoro.

Nel 2018 Trump straccia l’accordo sul nucleare ma per un anno l’Iran non vìola nessuna delle regole del trattato e non arricchisce l’uranio. Il governo del moderato Hassan Rohani, tenendo a freno i falchi del regime, aspettava che l’Europa mettesse a punto un sistema, definito Instex, per l’aggiramento delle sanzioni. A questo sistema, voluto da Gran Bretagna, Francia e Germania, aderiscono oggi sei nazioni europee ma l’Italia non vi partecipa ancora. Ufficialmente perché lo sta studiando, in realtà in quanto ha subito nuove pressioni americane e israeliane, anche da parte dei sovranisti della Lega che al governo con i Cinquestelle sostenevano soprattutto Israele e non gli interessi nazionali. I Cinquestelle, prima ancora della rottura con la Lega, hanno adottato le stesse posizioni con Conte e Di Maio nonostante una parte del movimento fosse contrario.

Il sistema Instex comunque non ha ancora funzionato e il governo iraniano si è così trovato strangolato da continue sanzioni: ecco perché Teheran, sotto attacco di Trump, ha ripreso l’arricchimento dell’uranio. Il presidente americano continua falsamente a dire di essere pronto a negoziare una nuova intesa con Teheran che comprenda anche i missili balistici, non solo il nucleare. Ma invece di incoraggiare il negoziato prima fa assassinare il vero numero 2 del regime poi impone altre sanzioni giugulatorie.

TRUMP NON VUOLE NEGOZIARE con Teheran ma strangolarla e spingere se possibile verso un cambio di regime sfruttando le piazze e le laceranti divisioni interne. Senza naturalmente sapere bene chi mettere al posto degli ayatollah, magari aprendo altre voragini come è accaduto in Iraq o in Libia o come stava per accadere in Siria.

È parso evidente che Trump in Medio Oriente ha a cuore soltanto le sorti di Israele e quelle dell’Arabia saudita, il suo maggiore cliente di armi. Il prossimo G-20 a Riad sancirà la piena assoluzione del principe ereditario Mohammed bin Salman, mandante, anche secondo la Cia, dell’assassinio del giornalista Jamaal Kashoggi. In questo ultimo anno Trump ha riconosciuto l’annessione israeliana di Gerusalemme e del Golan e sarebbe pronto a farlo anche per la Cisgiordania: contro tutte le risoluzioni Onu. Trump odia i trattati multilaterali e la legalità internazionale: li considera un impedimento all’uso della forza.

GLI EUROPEI devono stare bene attenti. Ora Trump bastona arabi e iraniani, poi toccherà anche a noi europei. Anzi ha già iniziato, praticamente sciogliendo la vecchia Nato e consentendo a un suo membro, la Turchia, di acquistare armi dalla Russia, di fare una strage di curdi siriani, i nostri maggiori alleati contro il terrorismo e l’Isis, e di tentare l’avventura libica con soldati e mercenari jihadisti. La Nato gli serve soltanto per mettere i soldati italiani ed europei al posto dei marines in Iraq se gli americani se ne dovessero andare o ridurre le truppe: carne da cannone per avere mano libera nei raid con i droni.

Ma la cieca propaganda dei media italiani e in parte europei fa sì che andremo al macello senza lamentarci. Non come agnelli sacrificali di biblica memoria ma come asini felici di essere bastonati. Anzi, meno ancora degli asini, perché ogni tanto pure loro si ribellano e mollano quale calcione. E i media dietro, a tirare il carro della propaganda. Che stampa, bellezza!

https://ilmanifesto.it/sulliran-dilaga-la-disonesta-intellettuale/

Togati malati - Il Tar del Lazio obbediente al Sistema massonico mafioso politico. Si conferma la potenza delle confraternite aretine. Il Rossi ha sempre archiviate tutte le indagini sul Boschi anche quelle precedenti a Banca Etruria omettendo di non conoscerlo in audizione al Consiglio Superiore della Magistratura, dopo inchieste giornalistiche integrando la sua versione non potendo eliminare fatti inerenti la sua attività

Il Tar del Lazio: «Reintegrate il procuratore di Arezzo Roberto Rossi»

Davigo ne aveva chiesto la rimozione. Secondo l’ex pm del pool milanese il magistrato aveva compromesso il «requisito dell’indipendenza» perchè aveva un incarico a palazzo Chigi


Il Tar del Lazio ha accolto questa settimana la richiesta di sospensiva della delibera, votata da tutti i consiglieri tranne che dai tre togati di Unicost, con cui Palazzo dei Marescialli aveva deciso lo scorso ottobre di non confermare Roberto Rossi nell’incarico di procuratore di Arezzo.

La pronuncia sul merito è stata fissata per giugno. Intanto, però, Rossi può tornare al vertice della Procura toscana, per la quale il Csm aveva già bandito il concorso per la nomina del nuovo capo.

Secondo il Csm – relatore Piercamillo Davigo – Rossi aveva compromesso «il requisito dell’indipendenza da impropri condizionamenti”, almeno «sotto il profilo dell’immagine», avendo mantenuto un incarico di consulenza presso Palazzo Chigi, sotto i governi Letta e Renzi, anche dopo aver aperto l’indagine su Banca Etruria del cui consiglio di amministrazione faceva parte il padre dell’allora ministro Maria Elena Boschi.

Rossi in una memoria, non tenuta in considerazione, aveva chiarito i vari addebiti, definendo «clamoroso e sconcertante travisamento dei fatti» ciò che gli veniva contestato, ricordando inoltre di aver terminato l’incarico a Palazzo Chigi il 31 dicembre 2015, prima dunque del fallimento della banca che è datato 11 febbraio 2016. Non ci fu, quindi, alcuna contemporaneità. Alla contestazione di essersi “auto assegnato” il fascicolo, Rossi aveva spiegato che il primo fascicolo, quello sull’ostacolo alla vigilanza e che non riguardava Boschi padre, gli pervenne in base ad un meccanismo di routine, come magistrato dell’area economica. E il non aver chiesto inizialmente l’insolvenza di Banca Etruria, infine, fu perché la Banca d’Italia stava ancora tentando il salvataggio dell’istituto di credito dal fallimento con l’amministrazione straordinaria.

Rossi, tornato sostituto in sovraorganico, in queste settimane aveva ricevuto la solidarietà dei colleghi dell’ufficio e dell’avvocatura aretina. Il personale amministrativo della Procura di Arezzo aveva voluto ricordare gli esiti di una recente ispezione ministeriale, secondo la quale l’ufficio «ha funzionato con costante armonia nonostante le carenze di organico, fornendo un puntuale servizio alla cittadinanza».

Piero Melani Graverini, già presidente dell’ordine degli avvocati di Arezzo e ora consigliere del Cnf, aveva affermato come «sia difficile trovare uno con le sue qualità: con lui la porta è sempre aperta, il confronto costante. Cosa può sperare di meglio un avvocato?».