L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 9 luglio 2020

8 luglio 2020 - Enrica Perucchietti: Verso la dittatura della paura

9 luglio 2020 - Riscopriamo i virtuosismi del Paese

Questi imbecilli al governo pensano al covid-19 e non ai 50 milioni di persone che rischiano l'estrema povertà

Africa: 50 milioni di persone rischiano l'estrema povertà

La crescita economica del continente africano prevista quest’anno era intorno al 4%. La pandemia di Covid-19, unita ad altri gravi problemi registrati negli ultimi mesi, ha totalmente ribaltato la prospettiva. La Banca africana di sviluppo lancia l’allarme: sono decine di milioni i cittadini a rischio. L’intervista all’economista Riccardo Moro

Andrea De Angelis – Città del Vaticano 

L’Africa con i suoi 500 mila casi di Covid-19 è il continente meno colpito dal nuovo coronavirus. In percentuale, infatti, i contagi sono inferiori al 5% di quelli globali. Eppure i risvolti economici dell’emergenza sanitaria sono importanti e rischiano di aprire una crisi in numerosissimi Paesi. In Africa si doveva registrare nel 2020 una crescita economica pari a circa 4 punti percentuali. A causa della pandemia, la situazione è stravolta: ora si rischia una contrazione economica del 3,4% se l’emergenza coronavirus non cesserà. La previsione emerge dai dati forniti dalla Banca africana di sviluppo (Afdb), che prevede un crollo dell’economia nell’anno in corso. Il dato, dunque, vede un crollo superiore ai 7 punti percentuali, considerando il venir meno della crescita prevista per il 2020. Il prossimo anno, però, stando alle previsioni, ci potrebbe essere un rimbalzo con una crescita fino al 3%. Tale prospettiva rischia comunque di naufragare viste la pluralità di minacce esistenti.

I rischi 

Il rimbalzo previsto ed auspicato per il 2021 deve fare i conti, in sostanza, con il possibile perdurare della pandemia, che rovescerebbe tale pronostico. Inoltre restano altre problematiche: dai prezzi delle materie prime eccezionalmente bassi rispetto all’andamento medio degli ultimi anni, alle condizioni finanziarie globali volatili, senza dimenticare le catastrofi naturali come le infestazioni di locuste che hanno devastato nei mesi scorsi i raccolti di parte dell'Africa orientale. Tutto ciò, secondo la Banca africana di sviluppo, comporta un rischio enorme: sono 50 milioni le persone che potrebbero ritrovarsi in condizioni di estrema povertà.

Una contrazione inevitabile

"In una economia globalizzata" qual è quella del XXI secolo, "era inevitabile che anche l'Africa, nonostante un numero di contagi inferiore rispetto ad altri continenti, subisse una contrazione". Lo afferma nell'intervista a Vatican News Riccardo Moro, economista e docente di Politiche dello sviluppo all’Università Statale di Milano. "Dopo mesi di lockdown in Europa e in una crisi generale dell'economia mondiale, è evidente che la domanda di prodotti verso l'Africa è diminuita. Meno esportazioni comportano serie difficoltà economiche", spiega Moro.

Ascolta l'intervista a Riccardo Moro

Inoltre non va dimenticato che la situazione strutturale del continente africano è diversa rispetta ad altre. "I cittadini europei, ad esempio - prosegue l'economista - hanno potuto contare in alcuni casi sui loro risparmi, oppure su un sistema di protezione sociale", dunque ammortizzatori e cassa integrazione. "In Africa invece questo non è avvenuto, di conseguenza i tanti lavoratori giornalieri hanno subito un blocco del reddito che è risultato devastante". 

Le soluzioni

Ma che cosa fare in concreto per arginare l'annunciata crisi economica? "Le soluzioni ci sono: innanzitutto gli Stati africani dovrebbero fornire più risorse ai cittadini ed in parte lo stanno facendo. Queste però - evidenzia Moro - non abbondano di certo in numerosi Paesi". "La prima cosa da fare allora è non solo sospendere, ma cancellare il debito per almeno due anni, perché - prosegue l'economista - è sotto gli occhi di tutti che gli interessi del debito ammontano a cifre tali che potrebbero essere impiegate per politiche sociali e di sviluppo". Dunque, la ricetta presenta vari elementi. Occorre però la volontà. "Bisogna eliminare la logica dell'austerità in questo momento, ma - conclude Moro - non vedo grandi leader mondiali all'orizzonte...".

9 luglio 2020 - Luca Speciani: il ricorso contro Zingaretti



L'azione di Luca Speciani e del suo gruppo dimostra che qualcosa si può fare, contro lo strapotere delle case farmaceutiche che controllano i nostri politici come burattini. (Trasmesso da www.contro.tv l'8 luglio 2020)

Diritto internazionale fottiti - Gli ebrei sionisti son bravissimi a fare le vittime ma vogliono sterminare il popolo palestinese con una strategia raffinata togliendogli le case, terra, identità, cultura

Amman-Cairo-Parigi-Berlino contro annessioni Israele
Dichiarazione congiunta, violano la legge internazionale

08 LUGLIO, 17:37


TEL AVIV - I ministri degli Esteri di Francia, Germania, Giordania ed Egitto con una dichiarazione congiunta hanno respinto le annunciate annessioni di Israele di parti della Cisgiordania come "violazione della legge internazionale". Lo riferisce l'agenzia Petra secondo cui i ministri hanno denunciato che le annessioni "minano le prospettive di pace".

Nel corso di un incontro a quattro, il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi, quello egiziano Sameh Shoukry, quello tedesco Haiko Maas, il francese Jean Yves Le Drian, insieme al segretario generale del servizio esterno della Ue Helga Schmid, hanno affrontato le ripercussioni delle annessioni - qualora fossero portate a compimento - e gli sforzi per arrivare ad una pace giusta e completa. Safadi - secondo la Petra - ha ribadito che la Giordania "resta ferma nel respingere le annessioni" avvertendo che queste "avrebbero conseguenze catastrofiche" su tutti gli sforzi di pace. Per Safadi la Soluzione a 2 Stati "è la via per una pace basata sulla legge internazionale e la legittimità delle risoluzioni internazionali".

Siria e Iran stringono un'accordo militare globale nonostante le centinaia di missili degli ebrei sionisti e la presenza dei soldati statunitensi nelle terre siriane

Minacce e attacchi di USA e Israele non fermano Siria e Iran: Firmato accordo per rafforzare la cooperazione militare


La Repubblica araba siriana e la Repubblica islamica dell'Iran hanno siglato oggi un accordo militare globale per consolidare la cooperazione militare e di sicurezza in vari settori relativi all'azione delle forze armate nei due paesi amici.

L'accordo è stato siglato dopo numerosi incontri e sessioni di lavoro tenute tra la parte siriana guidata dal tenente generale Ali Abdullah Ayoub, vice comandante in capo dell'esercito e delle forze armate e ministro della difesa, e la parte iraniana guidata dal maggiore generale Mohammad Baqeri, capo dello stato maggiore delle forze armate iraniane, si legge in una dichiarazione rilasciata da entrambe le parti.

L'accordo prevede il proseguimento del coordinamento congiunto in diversi settori, in particolare la lotta contro il terrorismo sostenuto dalle potenze regionali e internazionali.

In una conferenza stampa congiunta, il capo della Difesa siriana ha confermato che la cooperazione militare strategica e speciale tra Siria e Iran continuerà e includerà tutte le aree, nonostante l'escalation di pressioni e minacce.

"Affronteremo ogni nuova sfida con maggiore determinazione e aderenza ai nostri principi, oltre a creare un ambiente favorevole alla capacità di superare questo nuovo capitolo della guerra aperta attraverso gli sforzi di tutti i siriani e la cooperazione con fratelli, amici e alleati interessati alla lotta contro tutte le forme e le nomine del terrorismo", ha sottolineato.

Da parte sua, il capo dello stato maggiore iraniano ha sottolineato che i popoli della regione, il capo della Resistenza, l'Iran e la Siria sono determinati a sviluppare e proteggere le relazioni militari, di difesa e di sicurezza e hanno confermato che la cooperazione fra i due paesi continuerà ad avanzare e che l'ultimo accordo porterà una maggiore cooperazione.

Niente fiducia a chi ruba

Esercito e Aeronautica, tutti i dettagli dell’inchiesta giudiziaria (anche su acquisti dalla Cina)

9 luglio 2020


Ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 31 indagati, tra i quali pubblici ufficiali – appartenenti ad Esercito e Aeronautica con diverso grado – e imprenditori accusati di frode nelle forniture, corruzione e turbativa d’asta negli appalti per gli approvvigionamenti delle Forze Armate.

Bufera giudiziaria su Esercito e Aeronautica.

Un generale ispettore dell’aeronautica militare, un colonnello dell’aeronautica, in servizio all’aeroporto di Pratica di Mare, e un brigadiere capo della Guardia di Finanza ai domiciliari oltre a due colonnelli, un tenente e un brigadiere generale dell’aeronautica militare sospesi dal servizio.

E’ il risultato dell’operazione condotta dalla polizia di stato, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Antonio Clemente, che ha svelato un sistema di tangenti e corruzione negli appalti per le forniture a Esercito, Carabinieri, Aeronautica e Guardia di Finanza per un valore complessivo di 18,5 milioni di euro.

Ecco tutti i dettagli.

I poliziotti della Squadra Mobile, coordinati dalla Procura di Roma, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip presso il tribunale di Roma, nei confronti di 31 indagati, tra i quali pubblici ufficiali – appartenenti alle Forze Armate con diverso grado – e imprenditori, accusati, tra l’altro, di frode nelle forniture, corruzione, turbativa d’asta ed altro negli appalti per gli approvvigionamenti delle Forze Armate.

L’ordinanza dispone per 7 indagati gli arresti domiciliari, 5 misure interdittive di sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio, nonché 19 misure di divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica Amministrazione e di esercitare attività imprenditoriali e uffici direttivi di persone giuridiche e impresa.

Le indagini, durate quasi un anno, inizialmente hanno fatto emergere episodi di frode contrattuale ai danni delle amministrazioni dello Stato appaltanti da parte delle ditte aggiudicatarie della produzione dei nuovi distintivi di grado per le Forze Armate, nell’ambito del riordino dei ruoli e delle carriere previsto dal decreto legislativo numero 94 del 2017 che ha introdotto nuove qualifiche apicali.

Nel proseguo dell’attività investigativa è stato documentato quello che secondo gli inquirenti era uno specifico e ben collaudato sistema corruttivo tra imprenditori ed ufficiali, ricostruito grazie alle attività di intercettazione telefonica, ambientale e telematica supportata da servizi di osservazione e pedinamento di alcuni soggetti ripetutamente coinvolti in episodi di corruzione e turbata libertà degli incanti in vari settori.

Nel primo troncone dell’inchiesta, le ditte aggiudicatarie della fornitura dei nuovi distintivi di grado per le uniformi delle Forze Armate hanno utilizzato, secondo l’accusa, un sistema basato sulla costituzione di un “cartello” concordato verso un unico fine, ovvero quello di non farsi concorrenza, o di un accordo post-aggiudicazione in favore di chi avrebbe poi prodotto effettivamente il materiale.

Nella seconda parte delle indagini, sono stati accertati autonomi e distinti episodi delittuosi commessi da ufficiali dell’Aeronautica Militare, secondo i magistrati in condizione di stabile asservimento ad interessi privati.

E’ stata inoltre acclarata una truffa contrattuale perpetrata nella fornitura di tende modulari a struttura pneumatica per l’Esercito Italiano e in particolare le truppe in missione all’estero tramite una “gara a procedura aperta” per un importo complessivo di 9.064.335,57 euro.

Complessivamente, le indagini hanno riguardato turbative d’asta e frodi negli appalti delle Forze Armate per un valore pari a 18 milioni e mezzo di euro. E’ stato disposto un decreto di sequestro preventivo in via d’urgenza delle somme di denaro corrisposte ad alti ufficiali delle forze Armate per il reato di corruzione.

Sarebbe stata accertata anche una truffa nella fornitura di tende per l’Esercito Italiano nel corso delle indagini della Squadra Mobile di Roma su presunte frodi negli appalti della Forze Armate. In particolare si tratterebbe della fornitura di tende modulari a struttura pneumatica per le truppe in missione all’estero tramite una “gara a procedura aperta” per un importo complessivo di circa 9 milioni di euro.

“Le scatole quelle degli alamari…c’hanno ‘Made in Cina’ fuori…ma se ci mettessimo una etichetta fuori? Se po’ levà la scritta ‘Made in Cina’… gliela copriamo ok”. E’ una intercettazione citata nell’ordinanza dal gip di Roma, nell’ambito dell’inchiesta su un giro di mazzette e corruzione che coinvolge appartenenti alle Forze Armate, da cui emerge che gli indagati si rifornivano in Cina ma la merce doveva risultare fabbricata in Italia, scrive l’Ansa: “La truffa ha riguardato la fornitura dei gradi in velcro da appuntare sulla divisa di Carabinieri e Guardia di Finanza (che erano prodotti a Shenzen), i gradi metallici, i cosiddetti ‘tubolari’ e anche una fornitura dei cappelli per gli Alpini”.

(articolo in aggiornamento)

L’economia mista della Cina non è un modello inedito nella storia. Persino l’Italia vantava un cospicuo apparato industriale sotto il controllo pubblico.

Cina: le ragioni di un’ascesa

di Davide Amato
1 luglio 2020

La Cina è la nazione protagonista di uno dei successi mondiali più grandi della storia umana. Il suo PIL, dalla fine della Rivoluzione in poi, cioè dal 1949, è cresciuto di «123 volte»[1]. Dal 1978, cioè a dire dall’inizio delle riforme di Deng Xiaoping “700 milioni di persone sono uscite dalla povertà“. E se nel 2020 il PCC aveva fissato l’obiettivo dell’eliminazione completa della povertà (“ormai a portata di mano”), nel 2025 un obiettivo straordinario “non fissato nei congressi di partito” viene invece pronosticato dalla Morgan Stanley, e cioè l’ingresso della Cina “nel novero dei paesi ad alto reddito”[2].

Del resto, con un tasso di crescita annuo esorbitante rispetto alle altre potenze mondiali, sembra evidente che la RPC stia per assurgere al ruolo di prima potenza egemone nel mondo, posizione contesa ovviamente con gli Stati Uniti di Trump. È in corso, insomma, una vera e propria “guerra economica”, la cui posta in gioco è per molti ancora poco chiara: si tratta di una “competizione tra sistemi” fra loro diversi, o è piuttosto un conflitto economico tra due nazioni in seno al sistema capitalistico?

Ovviamente riuscire a trovare una risposta a questa domanda parte inevitabilmente da una comprensione generale sul tipo di economia vigente nella Repubblica Popolare Cinese. Vladimiro Giacché prova a fare un’analisi approfondita nel suo saggio “L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea”. Si chiede: “La Cina è insomma ‘socialista’ o ‘capitalista’?”[3].

Bisogna innanzitutto operare una distinzione storica tra la Cina del periodo pre-1979 e quella successiva alle riforme iniziate da Deng Xiaoping, poi continuate dall’attuale Segretario Generale Xi Jinping. La rigida economia cinese del periodo maoista, costruita sul modello dell’Urss di Stalin, rese necessaria, alla morte dello storico leader, una riforma che partisse innanzitutto da una sostanziale riorganizzazione del settore agricolo, la cui crisi del 1959-1961 aveva causato milioni di morti. Il protagonista del cambiamento sarà Deng Xiaoping, che nel 1978 darà il via alla “politica di riforme e apertura”, caratterizzata dall’“incoraggiamento allo sviluppo dei rapporti mercantili e dall’apertura al mercato mondiale”[4].

L’apertura ai rapporti di mercato in effetti ci fu – tanto lenta quanto efficace – a tal punto da cambiare profondamente le connotazioni dell’economia cinese rispetto al periodo maoista. Dal 2004 nella Costituzione Cinese viene inserito il diritto alla proprietà privata in senso stretto. “Oggi sono di proprietà privata (POE, Private Owned Enterprises) i 2/3 delle imprese cinesi per quantità“. Esse, insieme agli investimenti del capitale estero, «realizzano quasi il 60% della produzione industriale e guadagnano il 60% dei profitti»[5].

Il resto, cioè la produzione non ascrivibile all’economia privata, è altrettanto centrale nella struttura dell’economia cinese. Questo tipo di aziende nel loro complesso impiegano “il 70% della forza lavoro”[6]. Solo una parte di esse sono imprese pubbliche in senso stretto (SOE, State Owned Enterprises) e si stima producano circa il 25% del PIL cinese [7], pur svolgendo un ruolo trainante rispetto a tutto il resto dell’economia. Il punto è proprio questo, infatti: nel corso delle riforme avviate da Deng non si è mai registrato un abbandono deciso all’economia privata, come quanto successo nell’Urss e nell’Est Europa dopo la caduta del muro. Al contrario: la riforma “corre su due binari paralleli, in cui il piano disegnato dallo Stato si integra con le dinamiche di mercato”[8]. Questo percorso ha peraltro ottenuto risultati qualitativamente superiori rispetto alla shock therapy, cioè alla transizione fondata sulla privatizzazione totale delle imprese di Stato[9].

È qui dunque che si scopre la natura del “socialismo con caratteristiche cinesi”: negli articoli 6 e 7 della Costituzione cinese vediamo ribadita la centralità delle imprese di Stato, che si conferma essere la forza trainante dell’economia del paese. Eppure “questa forma di proprietà coesiste con altre forme di proprietà”[10]. Si tratta insomma di un sistema misto, in cui le SOE svolgono una funzione fondamentale, ribadita dagli stessi documenti ufficiali del PCC. Xi Jinping nel 2016 ha affermato che le “SOEs fanno da fondamento materiale e politico per il socialismo con caratteristiche cinesi” e che quindi occorre “rafforzare e migliorare la leadership del partito nelle SOE e il ruolo che gioca in queste imprese”[11]. Si è provato a sostenere che le queste aziende fossero poco redditizie, meno efficienti rispetto alle imprese private. Eppure giudicare la loro funzione con lo sguardo limitato all’accumulazione piuttosto che sul ruolo sociale che rivestono significa “ridurre l’economia socialista a economia di mercato”[12].

Quando si misura l’efficienza dell’impresa di Stato nell’economia cinese bisogna in altri termini guardare non alla capacità di massimizzare il proprio rendimento, come ci si aspetterebbe da qualsiasi impresa privata, bensì la capacità di imprimere all’economia nazionale la spinta per svolgere una funzione sociale; si tratta insomma di garantire la distribuzione equa di benessere, la riduzione delle disuguaglianze e il miglioramento delle classi lavoratrici. Queste aziende funzionano altresì da traino per gli investimenti in periodi di crisi laddove il governo decida di indicare all’economia una direzione strategica da seguire: lo si è visto anche durante l’emergenza COVID-19. L’ospedale di Wuhan che abbiamo ammirato costruire in tempi record, comprensivo di 1.600 posti letto, era stato commissionato proprio ad una SOE. E utilizzando questo tipo di impresa, la Cina ha recentemente affermato di voler aumentare le politiche occupazionali, con particolare attenzione ai neolaureati.[13]

È qui che risiede l’elemento di distinzione fondamentale dell’economia cinese rispetto a quella delle nazioni occidentali, che non a caso hanno attaccato le SOE in vari modi, esortando alla loro privatizzazione. A tal proposito gli studiosi cinesi rifiutano categoricamente la definizione attribuita alla Cina come “capitalismo di Stato”, perché a loro giudizio rappresenterebbe solo un modo per mascherare il fallimento del capitalismo liberale e dell’economia di mercato, quando le ragioni del successo cinese risiedono proprio nella connotazione socialista.

Un “socialismo con caratteristiche cinesi”, in cui “la proprietà pubblica è, anche in base alla Costituzione, ‘predominante’, sia perché i settori chiave dell’economia sono sotto il controllo statale tramite le SOE, sia perché lo Stato esercita un coordinamento e una regolamentazione a livello macroeconomico: attraverso i Piani Quinquennali è infatti possibile attuare una programmazione dello sviluppo, e questo rappresenta un vantaggio della economia socialista di mercato rispetto alle economie capitalistiche”[14].

Ma il PCC è perfettamente consapevole delle disuguaglianze che colpiscono il paese, e riconosce pubblicamente di essere soltanto “nello ‘stadio iniziale‘ (o ‘primario‘) del socialismo“. Una fase che temporalmente è iniziata nel 1949 con Mao, ma che finirà (secondo quanto stabilito nel XIII Congresso del PCC) nel 2049, quando “la Cina raggiungerà l’obiettivo di portare il reddito pro capite dei propri abitanti al livello medio dei paesi sviluppati”[15]. È ovvio dunque che la Cina non è ancora una nazione pienamente socialista (ma di fatto nessuna esperienza di governo anti-capitalista, inclusa l’Urss, lo era).

Ma ciò che la legittima ad esser definita tale è la compresenza di diversi modi di produzione; la titolarità del potere di essere indirizzato verso il superamento dell’economia di mercato; la pianificazione dell’economia; il controllo del tasso d’interesse da parte della propria banca centrale non autonoma; servizi pubblici piuttosto estesi [16]. Del resto, neppure le economie occidentali possono in questo senso definirsi pienamente democratiche, e forse non lo saranno mai.

Ora che dunque si è operata una opportuna distinzione tra il capitalismo neoliberista sul modello adottato in Occidente e il “socialismo di mercato” adottato in Cina, è probabile che siano persino più chiare le ragioni della crescita esponenziale di cui tale nazione è stata ed è ancora interessata. La capacità di rispondere ad una crisi economica, sanitaria od anche ambientale tramite una pianificazione della produzione e il controllo diretto di interi settori dell’economia è un vantaggio notevole rispetto alle economie neoliberiste presenti in Occidente.

Eppure, tutto ciò non deve farci credere che l’economia mista della Cina sia un modello inedito nella storia. Persino l’Italia vantava un cospicuo apparato industriale sotto il controllo pubblico. Parliamo ovviamente dei tempi dell’Iri, “quando lo Stato italiano divenne il più grande proprietario d’industria in Europa, dopo l’Unione Sovietica”[17]. Se gli stati occidentali non vogliono dunque soccombere inermi all’ascesa dell’economia cinese, un intelligente ripensamento della produzione e del ruolo dello Stato nell’economia, magari rispolverando (non solo, ma anche) le vecchie ricette, potrebbe essere preliminare per ogni tentativo di ripresa.

Note
[1] V. Giacché, L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, in Aa. Vv., Più vicina. La Cina del XXI secolo, a cura di P. Ciofi, Roma, bordeaux, 2020, pp. 11-71. p. 12.
[2] Ivi, p. 69.
[3] Ivi, p. 29.
[4] Ivi, p. 19.
[5] Ivi, p. 23
[6] Ivi, p. 30
[8] V. Giacché, L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, cit., p. 25.
[9] Ibidem.
[10] Ivi, p. 28
[11] Ivi, p. 34
[12] Ivi, p. 39
[14] V. Giacché, L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, cit., p. 42.
[15] Ivi, p. 64
[16] Ivi, p. 67

La dirigenza del paese odia gli italiani, se non non si spiega la scelta delle loro decisioni

Se scuola e sanità fossero banche

di Marco Bersani
30 giugno

Basta un semplice passaggio del piano Colao di rilancio del paese per comprendere dove risiedano le priorità: vanno messi a disposizione subito 54 miliardi per nuove autostrade e 113 miliardi per l’alta velocità ferroviaria. Cifre ancora superiori piovono sul sistema bancario mentre, per quanto riguarda i fondi alla scuola e alla sanità, si propone di procedere ricorrendo ai “social impact bond”, come innovativa (?) forma di finanziamento pubblico-privato

In oltre 60 piazze italiane si è espressa in questi giorni l’indignazione di famiglie, lavoratrici e lavoratori della scuola contro le linee guida del governo in merito alla riapertura delle scuole a settembre, per l’inizio del nuovo anno scolastico.

A fronte di una situazione che ha visto pregiudicati per cinque mesi il diritto all’istruzione e alla socialità di otto milioni di minorenni, nessuno si sarebbe aspettato una tale dimostrazione di indifferenza e una totale assenza di soluzione di continuità.

Non è qui in discussione la necessità o meno dei provvedimenti presi dall’inizio di marzo ad oggi (sui quali i pareri sono diversi), ma la costante rimozione dei bisogni dei bambini, dei giovani e delle loro famiglie, conculcati dentro il lockdown e non riconosciuti come priorità neppure ora che la fase critica dell’epidemia appare finalmente superata.

A fronte della messa a disposizione di risorse pubbliche per centinaia di miliardi per il mondo delle imprese, sulla riapertura delle scuole – che vuol dire la riammissione simbolica e materiale dei bambini nella società – si fanno dichiarazioni fantasmagoriche a cui non seguono piani né risorse, personale né assunzioni di responsabilità.

Analogo scenario riguarda la sanità, rispetto alla quale, l’unico passo, fatto dopo decenni di misconoscimento, è stata la distribuzione della patente di eroi a medici e infermieri senza nessuna modifica sostanziale del quadro complessivo del loro lavoro e della salute dei cittadini (d’altronde, avete mai visto Superman o Wonder Woman firmare un contratto di lavoro?)

Al contrario, con l’abbuono alle imprese della rata Irap di giugno, si è fatto un ulteriore passo di definanziamento della sanità per 4 miliardi in piena pandemia!

Più che molti discorsi, basta un semplice passaggio del piano Colao di rilancio del paese per comprendere dove risiedano le priorità: in quel piano si dice che vanno messi a disposizione subito 54 miliardi per nuove autostrade e 113 miliardi per l’alta velocità ferroviaria, mentre per quanto riguarda i fondi alla scuola e alla sanità si propone di procedere ricorrendo ai “social impact bond”, come innovativa (?) forma di finanziamento pubblico-privato.

E mentre si attendono miliardi dall’Unione europea – tutti ipotetici, a debito e con condizionalità – piovono soldi sul sistema bancario, che, non più tardi di una settimana fa, ha ricevuto dalla Bce qualcosa come 1.308 miliardi di euro a tasso negativo (!), 178 dei quali finiti a cinque banche italiane (94,3 a Unicredit, 35,8 a Intesa San Paolo, 22 a Banco Bpm, 14 a Bper e 12 a Ubibanca).

Naturalmente, accompagnati dall’auspicio (si sa, alle banche non si danno gli ordini) che questi soldi si riversino nell’economia reale favorendo il credito alle famiglie e alle piccole imprese, nonostante già il Quantitative Easing 2015-2018 abbia dimostrato come questo avvenga solo molto parzialmente (27%), e lo stesso Decreto Rilancio del governo (soldi alle banche per finanziare le famiglie) sia al palo dopo meno di un mese.

La realtà è che, accantonata ogni retorica di unità nazionale e del “siamo tutti sulla stessa barca” dei primi giorni di epidemia, ceti alti, lobby bancarie e finanziarie e grandi imprese stanno utilizzando la crisi per accelerare il drenaggio della ricchezza collettiva e brandiscono il “niente sarà più come prima”, non più come speranza collettiva di un futuro diverso, bensì come minaccia per disciplinare compiutamente la società.

Che sia giunto il momento, anche per chi in questi mesi si è fatto irretire da appelli in senso contrario, di disturbare il manovratore, opponendo all’ideologia del profitto individuale la costruzione collettiva di una società della cura?

NoMes - Più insistono e più fanno capire che sono in malafede. Odiano gli italiani

10 ragioni per dire no al MES. Una volta per tutte

di Redazione Kritica Economica
2 luglio 2020

Ormai una parte consistente dell’apparato politico e industriale italiano è a favore del Meccanismo Europeo di Stabilità. A fine giugno Nicola Zingaretti, segretario del Partito Democratico, ha esposto le ragioni per cui varrebbe la pena accettare i fondi del MES. Questa ossessione che il centrosinistra – ma non solo – nutre per il MES non ci stupisce più di tanto: il Partito Democratico, ormai, è vittima innocente del proprio servilismo compulsivo.

L’assenza di senso critico e l’accettazione passiva di una narrazione favolistica distinguono la maggior parte dei pro-MES. Ciò che ci lascia sconvolti non è tanto la posizione in sé a favore del MES ma il vuoto che riempie quei contenuti posti a difesa della propria posizione. Nella sua intervista Zingaretti (senza l’ombra di un’analisi politica ed economica) si limita a descrivere una lista dei desideri: 10 proposte realizzabili, a suo dire, soltanto attraverso l’utilizzo dei 36 miliardi del MES (briciole, in politica economica).

Tutte spese in conto corrente che dimostrano come il Partito Democratico e i cantori del MES non siano più capaci di andare oltre l’ordinario. A questo punto, ci sentiamo in dovere di aiutare i sostenitori del MES di destra e sinistra ad uscire da questo mondo fantastico. Ecco le 10 ragioni per cui l’Italia dovrebbe evitare il ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità.

1) Il debito nei confronti del MES è soggetto al diritto internazionale.

Questo significa che l’Italia sarebbe vincolata nei confronti di un’istituzione di diritto internazionale sulla cui governance incidono i Paesi membri dell’Unione Europea. Dunque, dal momento che attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità risulta possibile l’alterazione dei rapporti di forza tra gli Stati dell’unione, l’accesso al MES da parte dell’Italia permetterebbe ai paesi rigoristi di consolidare la loro posizione e di condizionare ulteriormente la politica economica del nostro Paese (in misura maggiore di quanto già accade). Si tratta di un “costo” che sussiste a prescindere dalle condizioni a cui è sottoposto il ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità.

2) Si tratta di prestiti.

I fondi del MES sono concessi a titolo di prestito. Questo significa che la spesa di oggi sarà ripagata con i tagli di domani. Insomma, questi soldi entrano dalla porta ed escono dalla finestra.

3) La questione delle condizionalità.

Le condizionalità possono essere forse “irrilevanti” in un primo momento, ma in punta di diritto, e data l’attuale struttura dei trattati europei, sono suscettibili di modifiche in qualsiasi momento successivo, e c’è da scommettere che le modifiche verranno proposte presto, una volta usciti dalla fase acuta dell’emergenza. Infatti, l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (nella nuova versione approvata nel 2011) afferma che “la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”.

Per modificare questo articolo sarebbe necessario modificare i trattati europei, ma per la revisione è necessario un accordo unanime di tutti gli Stati membri (articolo 48 del Trattato sull’Unione europea). Una strada impraticabile, almeno nel breve periodo.

La lettera di Dombrovskis e Gentiloni a Centeno del 7 maggio recita testuale:

A Member State benefitting from precautionary financial assistance from the European Stability Mechanism is subject to enhanced surveillance by the Commission when the credit line is drawn.

(Uno Stato membro che beneficia dell’assistenza finanziaria precauzionale del meccanismo europeo di stabilità è soggetto a una sorveglianza rafforzata da parte della Commissione quando viene concessa la linea di credito).

Inoltre, viene esclusa l’applicazione dei soli articoli 3(3), 3(4), 3(7) e 7 dove sostanzialmente si richiedono programmi di aggiustamento macroeconomico. Tuttavia, il resto del two-pack (regolamento n. 472/2013) rimane intatto, come ad esempio l’articolo 6 che richiede valutazione sulla sostenibilità del debito. Soprattutto, la lettera di Dombrovskis e Gentiloni in cui si esclude l’aggiustamento macroeconomico è solo un impegno politico. Nulla vieta che esso non venga rispettato: tale mancanza sarebbe del tutto legittima in quanto protetta dalla legislazione vigente.

Infine, altro punto fondamentale riguarda il numero di tranche con il quale il prestito verrebbe erogato. Infatti, se le tranche fossero più di una, significa che ad ogni erogazione potrebbero essere ridiscusse, chiaramente a favore del creditore, le condizioni per ricevere la successiva parte di credito.

4) Il privilegio creditizio del prestatore.

Quello nei confronti del MES è un debito privilegiato, questo aspetto porrebbe in essere una pericolosa dinamica di “juniorizzazione” dei nostri titoli di debito nazionali, polverizzando sostanzialmente il suddetto risparmio. Difatti se il debito che contraiamo con il MES è sovraordinato rispetto agli altri, cioè gode di priorità di risarcimento in una eventuale situazione di crisi, è ragionevole pensare che chi sottoscriverà i nostri titoli di debito (ad esempio i Btp) potrebbe chiedere un tasso d’interesse maggiorato a “indennizzo” della sua posizione meno favorevole.

5) L’Italia non ha problemi di accesso ai mercati.

Il Btp Italia, di recente ha battuto ogni record: 22,4 miliardi di euro di sottoscrizioni del titolo di Stato pensato per mobilitare il risparmio nazionale in risposta alla crisi sanitaria ed economica del coronavirus. L’Italia, pur presa nel mezzo di quella che si prevede essere la recessione economica più grave degli ultimi decenni, ha mandato un segnale di resistenza e l’ha mandato soprattutto attraverso quei 14 miliardi di titoli raccolti attraverso il risparmio delle famiglie, frutto di anni di lavoro e consolidamento. Dal momento che il nostro Paese riesce a finanziarsi egregiamente sui mercati, non si capisce per quale ragione ci si dovrebbe vincolare nei confronti di un’organizzazione di diritto internazionale.

6) Il MES significa austerità.

Gli Stati che ricorrono al MES dovranno impegnarsi a rafforzare i fondamentali economici e finanziari. Tradotto, tutto questo significa che i Paesi di cui sopra dovrebbero predisporre un piano di rientro dalle spese effettuate (austerità a go go).

7) Il risparmio di interessi non è molto elevato e in un’ottica dinamica non è neanche certo.

A differenza di quanto sostenuto molto, troppo, spesso dai media principali e da voci cosiddette autorevoli quale Enrico Mentana, il tasso di interesse totale della linea di credito MES non è dello 0,1%. Questo è il tasso marginale al quale, come riportato da Eugenio Gaiotti in un’audizione alla Camera, va aggiunta una commissione annuale di 0,5 punti base più un’altra commissione una tantum (da versare al primo anno) di 25 punti base. Questo comporterebbe un risparmio stimato di circa 500 milioni all’anno – per 10 anni – rispetto al finanziamento sui mercati finanziari tramite emissione di titoli del debito pubblico. Sempre che il risparmio ottenuto grazie al MES non sia vanificato da tassi di interesse maggior sul debito ordinario. Sorge quindi spontanea una domanda: per un risparmio presunto di circa 500 milioni siamo davvero disposti a sottoporci a vigilanza sorvegliata e tutte le altre condizioni del regolamento 472/2013 – oltre ai nuovi dettagli ancora tutti da definire legati a questa specifica linea di credito?

8) La cifra di 36 miliardi del MES risulta comunque troppo bassa per essere efficace.

L’agenzia Cerved ha stimato per il 2020 un crollo del fatturato pari a 470 miliardi di euro. Questo ci lascia pensare che le misure anti-crisi necessitino di somme ben più consistenti rispetto ai 36 miliardi messi a disposizione dal MES. Dunque, piegandoci a chiedere il MES non solo non otterremmo grandi benefici, ma rischiamo addirittura di favorire l’arrivo della Troika.

9) L’accesso al MES crea un clima di sfiducia.

L’ombra del memorandum (punto 3) e il privilegio creditizio (punto 4) scoraggiano i potenziali futuri investitori. Lo stesso Vitor Constâncio (ex vice-governatore della BCE) ha affermato che i programmi del MES non sono affatto attrattivi per le nazioni più deboli perché darebbero un cattivo segnale per i mercati.

10) È inutile dal punto di vista delle necessità sanitarie.

Le principali riforme necessarie al sistema sanitario richiedono una totale messa in discussione del federalismo sanitario introdotto dalla riforma del titolo V ( con cui lo Stato ha consegnato la sanità alle regioni allo scopo di aprirla alle logiche di mercato, concorrenziali e aziendalistiche). Questo ha portato al secondo dei principali problemi attuali del sistema sanitario, ovvero: l’esternalizzazione dei servizi ospedalieri, dalle pulizie agli infermieri, che ha generato condizioni di disparità per stessa occupazione e svalutazione salariale. In questi due casi, ad esempio, non è necessaria nessuna spesa in conto capitale perché si rientra nella spesa corrente.

I problemi di sottodimensionamento del sistema sanitario – carenza di personale medico-sanitario, di medici di base, di specializzandi e insufficienza di borse di studio – non possono e non devono essere risolti con finanziamenti conto terzi. Il finanziamento della spesa corrente attraverso la spesa in conto capitale è contrario a qualsiasi logica e principio contabile. Per gli investimenti strutturali, quindi impianti/macchinari e nuova tecnologia, così come l’ammodernamento delle strutture sanitarie o il recupero di quelle dismesse, sono richieste sì fonti di finanziamento in conto capitale, ma queste possono essere reperite sui mercati date le condizioni favorevoli grazie all’intervento della BCE – che resterebbe il first-best nonché il canale più rapido ed efficiente per affrontare la crisi attuale.

Tenuto conto di queste considerazioni, ci auguriamo che i pro-MES abbandonino una volta per tutte quel mondo fiabesco che circonda il loro immaginario e ritornino nel mondo reale, il cui quadro è ben più nero.

Hanno contribuito all’articolo Alessandro Bonetti, Jacopo Magurno, Luca Giangregorio, Matteo Lipparini e Salvatore La Marca.

NoMes - Gli stessi che per anni hanno mangiato a quattro ganasce sulla sanità pubblica regalando soldi a quella privata che hanno esternalizzato il possibile che non hanno assunto per anni e anni medici ed infermieri facendo chiudere centinaia e centinaia di servizi aumentando logicamente i tempi d'attesa vogliono il mes sulla sanità. Il loro motto è continuare a mangiare

Zingaretti, l'indecente

di Leonardo Mazzei
3 luglio 2020

Ma come, i soldi sono lì, già pronti ad involarsi per la penisola, e voi non li volete? Ma che italiani siete diventati? La pressione di Angela Merkel è forte: il Mes «non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato». Insomma, certi “regali” non si possono proprio rifiutare, chissà perché!

La cosa più penosa di questi giorni è l’insistenza dei media. “Mes subito!” è il loro grido quotidiano. Almeno formalmente la maggioranza del parlamento resta contraria? E chissenefrega! Pd e Forza Italia lo vogliono, i Cinque Stelle dovranno piegarsi: è solo questione di tempo. Ma il tempo stringe, a Bruxelles devono perfezionare il “pacchetto”, e l’Italia deve finire ben impacchettata.

Ovviamente i cosiddetti “democratici” (democratici? – è messa maluccio la democrazia…) sono i più scatenati. Lo vogliono subito, anche prima di stasera. Il più insipido di loro, che han fatto pure segretario, ha pensato bene di portare il suo contributo alla causa. «Il governo non può più tergiversare sul Mes, sul tavolo risorse mai viste per la sanità», questo il titolo del suo intervento sul Corriere della Sera.

Ecco servito il nuovo imbroglio. Chi vorrebbe mai rinunciare a tutto questo bendiddio per la salute degli italiani? Lo Zingaretti difensore della sanità pubblica è commovente. Grazie al Mes vuole più ricerca, il rafforzamento della medicina territoriale e di base, riformare i servizi per gli anziani, assumere e pagare meglio il personale, e chi più ne ha più metta.

Tutto molto bello, se non fosse che dalle nostre ricerche anagrafiche il Nicola Zingaretti di cui stiamo parlando, nato a Roma l’11 ottobre del 1965, risulterebbe essere lo stesso che da oltre 7 anni ricopre la carica di presidente della Regione Lazio. Periodo nel quale la sanità di quella regione ha visto la chiusura di 16 ospedali, il taglio di 3.600 posti letto e del 14% dei dipendenti. Tutti segni meno? No, non dobbiamo essere così ingenerosi col segretario del Pd. Nel suo modello laziale c’è anche un segno più, peccato sia quello del +90% dei tempi di attesa per le prestazioni sanitarie.

E’ mai possibile che un simile personaggio, uno che anche come dirigente del Pd non ha mai detto una parola contro le politiche di austerità targate Europa, abbia ora la faccia tosta di presentarsi come novello sostenitore del rilancio della spesa sanitaria? E che lo faccia senza neppure una parola di velata autocritica? Sì, è possibile. Nel regno della realtà capovolta dell’attuale narrazione europeista è possibile questo ed altro.

L’idea che il Mes sia la carta vincente per la sanità pubblica è un trucco facilmente dimostrabile. In primo luogo, perché ricorrere al Mes quando le aste del Tesoro per il collocamento dei Btp registrano un record dopo l’altro? Solo nell’asta di inizio giugno la domanda di Btp è stata pari a 108 miliardi, ma il governo ha deciso di collocarne solo 14. Insomma, se davvero si vuole aumentare la spesa sanitaria altri sarebbero gli strumenti da usare, anche perché Mes o Btp sempre debito sono. Con la differenza che il Mes è la trappola che sappiamo.

Ma c’è un’altra considerazione, che sta a lì a dimostrarci come la furbesca accoppiata Mes-sanità sia solo un ignobile inganno. La sanità italiana ha bisogno, e non da oggi, di più posti letto, più personale, più strutture ospedaliere e territoriali. Ma questo non si risolve con un intervento una tantum come quello del Mes, ma con l’aumento strutturale della spesa sanitaria, oggi una delle più basse d’Europa.

Aumento strutturale significa più spesa anno dopo anno. Da questo punto di vista i 36 miliardi del Mes sono troppi e sono pochi. Sono “troppi” nell’immediato, sono pochi per il futuro. Dice: ma cosa vuoi che sia, intanto spendiamoli tutti e poi si vedrà. Un simile modo di ragionare, come se i problemi della sanità fossero solo quelli del Covid 19, ha un unico prevedibile sbocco. Quello tipico di ogni situazione gestita con criteri emergenzialisti: qualche cattedrale nel deserto, fondi a gruppi di potere amici, nessuna vera soluzione ai problemi strutturali causati da decenni di politiche austeritarie targate euro.

Alcuni punti indicati dal governatore del Lazio sembrano andare decisamente in questa direzione. Il punto 2 del decalogo zingarettiano pone come centrale il tema della digitalizzazione, chiedendo: «nuovi strumenti per la telemedicina, le televisite e i telemonitoraggi». Insomma, tutto “tele”, alla faccia dei diritti e degli interessi dei pazienti. A quando medici ed infermieri in smart working?

Ma ancora più scivoloso è il punto 1 sulla ricerca, laddove si chiedono: «nuovi investimenti nei settori delle scienze della vita e della farmaceutica». Anche qui il trucco è quello solito dei buonisti, quelli che si sono autoeletti difensori del bene: si indica genericamente un obiettivo in sé giusto e si è vaghi su come perseguirlo. Oggi la ricerca medica e farmaceutica è in parte pubblica ed in parte privata. Spesso, poi, pure quella pubblica risponde in ultima istanza ad interessi privati. Si vuole investire seriamente nel settore? Lo si faccia con decisione, ma si sancisca allora il carattere pubblico dell’intero sistema sanitario e si nazionalizzi, come strategico, il settore farmaceutico. In caso contrario saremmo al solito finanziamento pubblico di interessi privati. Ma su questo nodo, ça va sans dire, il segretario del Pd non può che tacere.

Per il momento chiudiamola qui, denunciando quanto sia vergognosa la campagna pro-Mes portata avanti dai partiti e dai media sistemici. Abbiamo segnalato, in particolare, l’indecente ruolo assolto dal successore di Renzi, ma la questione non riguarda solo i singoli personaggi scesi in campo. Essa è ben più complessa, e descrive alla perfezione quale sia il ruolo delle nostrane oligarchie nel sostenere attivamente il disegno tedesco sull’Italia. Parleremo meglio di tutto ciò in un prossimo articolo.


Energia pulita - anche Euroimbecilandia ha capito che il futuro è l'idrogeno verde e quindi, aperta parentesi, quando il Tav in val di Susa sarà terminato la merce continuerà a viaggiare su gomma con i motori a idrogeno e i passeggeri potranno continuare a prendere la Torino-Lione che passa per il Frejus, l'opera inutile costosa si può arrestare con benefici subito certi

Idrogeno: La Ue vara la strategia per il futuro

8 LUGLIO 2020


Dal 2020 al 2024, Bruxelles sosterrà l’installazione di almeno 6 gigawatt di elettrolizzatori a idrogeno rinnovabile nell’Ue

Puntuale così come era stata annunciata, la Commissione europea ha svelato la strategia per accelerare sull’idrogeno nel Vecchio Continente. Bruxelles ha infatti reso noti i piani per il lancio del “sistema energetico del futuro e l’idrogeno pulito” e avviato contestualmente “l’Alleanza europea per l’idrogeno pulito per alimentare un’economia neutrale dal punto di vista climatico”. Piani che fanno parte della nuova agenda per gli investimenti nell’energia ‘green’, in linea con il pacchetto Next Generatio Eu e il Green deal europeo.

GLI OBIETTIVI UE

L‘obiettivo dell’esecutivo Ue, è “diventare neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050” ma per fare ciò l’Europa deve trasformare il suo sistema energetico, che rappresenta il 75% delle emissioni di gas serra dell’Ue. In questo senso le strategie per l’integrazione dei sistemi energetici e l’idrogeno, adottate oggi, “apriranno la strada a un settore energetico più efficiente e interconnesso, guidato dagli obiettivi di un pianeta più pulito e di un’economia più forte”.
“Gli investimenti previsti hanno il potenziale per stimolare la ripresa economica dalla crisi del coronavirus, creano posti di lavoro europei e rafforzano la nostra leadership e competitività nelle industrie strategiche, che sono cruciali per la resilienza dell’Europa – sottolinea Bruxelles -. Per contribuire all’attuazione di questa strategia, la Commissione lancia oggi l’Alleanza europea per l’idrogeno pulito con leader del settore, societa’ civile, ministri nazionali e regionali e la Banca europea per gli investimenti”. L’Alleanza “costituira’ uno strumento di investimento per la produzione su larga scala e sosterra’ la domanda di idrogeno pulito nell’UE e si basera’ sui principi di cooperazione, inclusione e trasparenza”.

I PILASTRI DELLA NUOVA STRATEGIA UE

Sono tre i pilastri principali di questa nuova strategia Ue. In primis, un sistema energetico più “circolare”, con l’efficienza energetica al centro. Poi, una maggiore elettrificazione diretta dei settori di uso finale, quindi utilizzando sempre più l’elettricità ove possibile: in questo senso, la Commissione punta ad una rete di un milione di punti di ricarica per veicoli elettrici, insieme all’espansione dell’energia solare ed eolica. Per quei settori in cui l’elettrificazione è difficile, la strategia promuove combustibili puliti, tra cui idrogeno rinnovabile, biocarburanti e biogas sostenibili.
Infine, la Commissione propone un nuovo sistema di classificazione e certificazione per i carburanti rinnovabili e a basse emissioni di carbonio con un masterplan di 38 azioni per creare un sistema energetico più integrato che includono la revisione della legislazione esistente, il sostegno finanziario, la ricerca e la diffusione di nuove tecnologie e strumenti digitali, l’orientamento agli Stati membri sulle misure fiscali e graduale eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili, riforma della governance del mercato e pianificazione delle infrastrutture e miglioramento delle informazioni per i consumatori.

LA STRATEGIA SULL’IDROGENO

In un sistema energetico integrato, l’idrogeno può sostenere la decarbonizzazione dell’industria, dei trasporti, della produzione di energia e degli edifici in tutta Europa, sostiene la Commissione Ue. “La strategia dell’Ue sull’idrogeno si occupa di come trasformare questo potenziale in realtà, attraverso investimenti, regolamentazione, creazione di mercati e ricerca e innovazione. L’idrogeno può alimentare settori che non sono adatti all’elettrificazione e fornire stoccaggio per bilanciare i flussi variabili di energia rinnovabile, ma questo può essere ottenuto solo con un’azione coordinata tra il settore pubblico e quello privato, a livello europeo. La priorità è sviluppare l’idrogeno rinnovabile, prodotto utilizzando principalmente l’energia eolica e solare. Tuttavia, nel breve e medio termine sono necessarie altre forme di idrogeno a basso contenuto di carbonio per ridurre rapidamente le emissioni e sostenere lo sviluppo di un mercato sostenibile.

Questa transizione graduale richiederà un approccio graduale, a giudizio della Commissione Ue: “Dal 2020 al 2024, sosterremo l’installazione di almeno 6 gigawatt di elettrolizzatori a idrogeno rinnovabile nell’UE e la produzione fino a un milione di tonnellate di idrogeno rinnovabile; dal 2025 al 2030, l’idrogeno deve diventare parte integrante del nostro sistema energetico integrato, con almeno 40 gigawatt di elettrolizzatori a idrogeno rinnovabili e la produzione di fino a dieci milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile nell’Ue; dal 2030 al 2050, le tecnologie dell’idrogeno rinnovabile dovrebbero raggiungere la maturità ed essere impiegate su larga scala in tutti i settori difficili da decarbonizzare”.

TIMMERMANS: NUOVA ECONOMIA IDROGENO MOTORE CRESCITA E RIPRESA POST COVID-19. UN FUTURO SOSTENIBILE ANCHE PER TARANTO

Il vicepresidente esecutivo dell’accordo verde, Frans Timmermans, ha dichiarato: “Le strategie adottate oggi rafforzeranno il Green Deal europeo e la ripresa verde, e ci metteranno sulla strada della decarbonizzazione della nostra economia entro il 2050. La nuova economia dell’idrogeno può essere un motore di crescita per aiutare a superare i danni economici causati da COVID-19. Sviluppando e dispiegando una catena del valore dell’idrogeno pulito, l’Europa diventerà un precursore globale e manterrà la sua leadership nel settore delle tecnologie pulite”.
Non solo. Grazie all’idrogeno “potremo dare un futuro sostenibile a Taranto mantenendo allo stesso tempo la produzione di acciaio in Europa e dando un’aria molto più pulita ai cittadini” della città, ha aggiunto Timmermans. “Mi auguro che il governo italiano abbia interesse a lavorare con noi e usare anche le risorse” del Recovery fund.

SIMSON: IDROGENO RUOLO CHIAVE PER SISTEMA INTEGRATO E FLESSIBILE

“Con il 75% delle emissioni di gas serra dell’Ue provenienti dall’energia, abbiamo bisogno di un cambiamento di paradigma per raggiungere i nostri obiettivi per il 2030 e il 2050 – ha dichiarato il Commissario per l’Energia Kadri Simson -. Il sistema energetico europeo deve diventare più integrato, più flessibile e in grado di accogliere le soluzioni più pulite ed economiche. L’idrogeno avrà un ruolo chiave in questo, poiché il calo dei prezzi delle energie rinnovabili e la continua innovazione ne fanno una soluzione praticabile per un’economia neutrale dal punto di vista climatico”.

BRETON: INVESTIMENTI IN IDROGENO A SOSTEGNO DECARBONIZZAZIONE

Il commissario per il mercato interno, Thierry Breton, ha dichiarato: “L’Alleanza europea per l’idrogeno pulito lanciata oggi incanalerà gli investimenti nella produzione di idrogeno. Svilupperà una serie di progetti concreti per sostenere gli sforzi di decarbonizzazione delle industrie europee ad alta intensità energetica, come quelle siderurgiche e chimiche. L’Alleanza è strategicamente importante per le nostre ambizioni di Green Deal e per la resilienza della nostra industria”.

L'incongruenza del vaccino come misura di una classe politica che odia gli italiani, una prospettiva illuminante

Società
Sapelli: «Il popolo si è rimesso in marcia e sta facendo tramontare il populismo» 

8 luglio 2020

Secondo l'economista e storico «da alcune figure politiche, passando per la crisi della magistratura fino agli Stati Popolari dei braccianti ci sono tanti spiragli che mi fanno ben sperare. C'è voglia di auto rappresentazione»

«Personalmente penso che, soprattutto per le persone di età adulta, l’idea dell’obbligo del vaccino debba essere considerata con grande cautela e con prudenza. La mia impostazione non è quella di natura securitaria che punta sull’obbligatorietà. Credo che dobbiamo costruire un rapporto di fiducia coi nostri cittadini. Il vaccino sarà la vera svolta. Oggi viviamo una situazione difficile in cui il virus circola ancora e quindi – conclude – il vaccino sarà il passaggio veramente fondamentale. Ma questo dobbiamo spiegarlo bene alla persone. Sull’obbligo o non obbligo, è evidente che dovremo discutere. Ma io non parto dal dire che il vaccino deve essere obbligatorio. Io parto dal dire che mi fido dei miei concittadini». Così il Ministro della Salute Roberto Speranza ospite di “In Onda” (La7), rispondeva ai giornalisti che lo incalzavano chiedendogli l'obbligatorietà di controlli prima e vaccini poi da settembre. Una posizione molto in controtendenza rispetto al periodo dei lockdown e dei decreti legge ma anche rispetto allo stile e al profilo espresso da molti suoi colleghi nel ricoprire un ruolo istituzionale. Che secondo l'economista e storico Giulio Sapelli, insieme ad altri, è uno dei tanti timidi segnali di un declino del populismo.

Giulio Sapelli 

Lei è rimasto piacevolmente colpito dal Ministro della Salute. Perché?

Speranza è un bravo ragazzo. Fa piacere vedere che ci sono ancora dei civil servant, che cercano di mantenere un certo status. Lui sa, glielo hanno insegnato alla scuola politica da cui proviene, che se sei ministro lo sei di tutti e rappresenti sempre la nazione. Non solo una parte. È il concetto di sovranità nazionale che altri usano stupidamente in chiave sovranista. Speranza ha questo aplomb, come lo ha lo stesso Gualtieri. Non è un caso che vengono entrambi dalla tradizione comunista. Un altro che interpreta benissimo questo ruolo è Guerini. Lui è stato segretario di Forlani e rappresenta la migliore tradizione democristiana. Vuol dire che i partiti erano una grande scuola. Questo va detto. Queste figure sono il frutto dei grandi partiti storici di massa.

Anche la Lega però è stata un partito della prima repubblica...

La Lega avrebbe potuto diventare un partito di questo tipo. Ha perso una grande occasione. Un possibilità definitivamente archiviata con il Papeete. Matteo Salvini sulla lunga distanza non tiene questo passo istituzionale. Ma potrei dire di più...

Cioè?

Che al contrario della Lega tanti esponenti di Fratelli D'Italia hanno questo passo. La stessa Giorgia Meloni. Alleanza Nazionale aveva le radici nel MSI, un'altra grande scuola politica, al netto delle opinioni

È stata tangentopoli quindi a spazzare via queste scuole politiche?

Certamente ha contribuito. Ma non è bastata. È un lungo percorso. Oggi a farla da padrone è il modello Macron, che si è imposto anche in Italia con Conte. Un modello che disgrega i partiti e non costruisce una classe dirigente. Forse però questa deriva si sta interrompendo

Come mai?

Ho letto quello che ha detto Marco Revelli sugli stati popolari dei braccianti. Sono molto d'accordo con lui. Quello non è populismo è popolo. Ho seguito quella manifestazione ed è stata più istituzionale degli Stati Generali dell’Economia a Villa Pamphili di Conte. Un'operazione di marketing in cui i corpi intermedi sono stati trattati male. Con i braccianti c'è stata una vera assemblea generale. Questo è uno dei tanti spiragli che mi fanno ben sperare

Ce ne sono altri?

Bé il caso Palamara è un altro segnale. Questa crisi della magistratura è positiva, potrebbe scaturirne un nuovo equilibrio istituzionale che era completamente andato in pezzi alla fine della prima repubblica.

E tutti questi segnali in cosa la fanno sperare?

Sono fiducioso perché vedo che ci sono tanti buoni propositi che vengono dalle classe popolari e dai lavoratori. Vedo che la vecchia talpa marxiana ha ricominciato a scavare. Il popolo si è rimesso in marcia. C'è voglia di auto rappresentazione. Di vera politica.

Gli ebrei sionisti fanno le vittime quando vittime non sono con il codazzo degli statunitensi

Il Tiro al bersaglio di Usa e Israele che i media fanno finta di non vedere


di Alberto Negri

Dall’Iran alla Siria, dalla Libia alla Serbia, ecco il tiro al bersaglio.

Usa e Israele hanno colpito istallazioni nucleari iraniane, Israele colpisce ogni giorno in Siria pasdaran e Hezbollah con l’approvazione di Mosca che li ritiene alleati scomodi, Francia ed Emirati colpiscono i turchi nelle basi libiche. E ora con la rivolta serba per il Covid-19 si apre a Belgrado un possibile scenario ucraino. Ecco il tiro al bersaglio in vista delle elezioni Usa.

Schauble detta le regole per continuare il Progetto Criminale dell'Euro

Wolfgang Schauble smonta il Recovery Fund punto per punto


di MUSSO
8 luglio 2020

Wolfgang Schäuble ha pubblicato sulla FAZ un intervento diluviale [https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-wolfgang_schauble_su_faz_scrive_con_le_proprie_forze/11_36024/], approssimativamente 3500 parole, per dire la sua sulle “speciali responsabilità di guida” (Führung, letteralmente) della Germania nel semestre di presidenza della Ue, che è appena iniziato.

* * *

Ci tiene di far sapere di volere “sostenibilità sociale ed ecologica - lotta contro il cambiamento climatico e per la conservazione della diversità biologica”, “una maggiore autonomia strategica” in campo sanitario correggendo “gli eccessi della globalizzazione”, nonché “l’unione di libertà e giustizia sociale, di progresso e sostenibilità, di democrazia, stato di diritto e diritti umani universali”. A tal fine, egli crede necessario che l’Europa debba far fronte alla Cina ed al ripiegamento degli Stati Uniti d’America, dunque “molto più di prima assumersi responsabilità nel mondo e per la propria sicurezza.

Ciò comprende pure la disponibilità ad impiegare in ultima analisi la forza militare, quanto meno di poter minacciare di usarla” e, a tal fine, implica che l’autorizzazione all’uso della ‘forza’ militare tedesca sia trasferito dal Parlamento al governo, sul modello francese.

È comunque consapevole che “cambiamenti in Europa sono difficili da imporre, senza la pressione di una grave crisi, che apre nuove possibilità di intervento e aiuta a superare gli ostacoli”, al punto che il lettore è percorso un istante dal dubbio che il vecchio stia cercando una nuova guerra, dubbio subito superato solo pensando alla notoria immaterialità dell’investimento militare tedesco.

* * *

In ogni caso, occorre “convincere i propri cittadini” epperciò “l'Europa deve riformarsi urgentemente”, pur non modificando i trattati. Qui compare l’Euro, come uno esempio di come non bisogna fare. Essendo costretta a procedere per piccoli passi, si è combinato di fare una moneta unica senza politica economica e finanziaria comune, un difetto che ormai – scrive Schäuble – avrebbe capito “pure l’ultimo arrivato”. Ed offre le sue soluzioni.

[1] Costituire un FME-Fondo Monetario Europeo, con esplicito richiamo alla sua proposta del 2010 (i bei tempi in cui il vecchio credeva ancora che “le distorsioni sarebbero molto maggiori con le precedenti valute nazionali” ed ordinava alla Grecia di “stringere la cintura”). Allora aveva detto: “per l’equilibrio interno della zona euro abbiamo bisogno di un'istituzione che abbia l'esperienza del FMI e il diritto di intervenire”. Oggi è percorso dalla nostalgia: “sono convinto che oggi saremmo in Europa molto più avanti, se nella crisi della Grecia del 2010 si fosse imposta l'idea di istituire un Fondo Monetario Europeo”. Un richiamo implicitamente evocativo al ritorno della mano dura nel controllo delle politiche fiscali.

[2] Obbedire alla sentenza di Karlsruhe[http://www.atlanticoquotidiano.it/quotidiano/ribellione-tedesca-la-sentenza-di-karlsruhe-si-abbatte-su-bce-trattati-e-corte-di-giustizia-ue/], lì dove essa “getta una luce su questo difetto di costruzione del Trattato di Maastricht”, per tramite della futura ‘Conferenza sul futuro dell'Europa’ la quale – secondo Schäuble e con tanti saluti al romantico Adam Tooze[https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-
storico_inglese_adam_tooze_sul_principale_quotidiano_tedesco_la_sentenza_di_karlsruhe_avr_conseguenze_esplosive_per_lordinamento_giuridico_europeo/82_36005/] ed al pur cinico Münchau [https://www.ft.com/content/a9f11763-6e3e-446c-bf77-8bae0dc630cf] – dovrebbe “concentrarci su essenziali chiarificazioni delle competenze”. E qui il lettore non può esimersi di pensare alla pretesa di Karlsruhe che Bce abbia allargato la propria competenza di politica monetaria sino ad invadere la competenza di politica economica dei governi nazionali.

[3] “Trasformare, attraverso il Recovery Fund, l'unione monetaria in un'unione economica”, attraverso “rigidi orientamenti ed un uso efficiente dei fondi” che consentano di “stimolare attraverso idee creative una nuova dinamica”: segue lungo elenco che spazia da “la trasformazione verso un'economia digitalizzata basata sulla conoscenza”, a “l'intelligenza artificiale”, a reti europee veloci, a “campioni europei in settori quali, ad esempio, le comunicazioni, l'aviazione o i servizi di pagamento”, a “l'espansione delle tecnologie dell'idrogeno” pure in Nord Africa e del Vicino Oriente. Notasi una certa apertura al modo di finanziare questi investimenti, addirittura tasse comunitarie (a fronte di una qualche estensione dei poteri del Parlamento europeo): il che potrebbe accendere qualche €-entusiasmo non si sapesse che Merkel le ha appena cassate in blocco[http://www.atlanticoquotidiano.it/quotidiano/silenzio-parla-angela-ecco-la-vera-bomba-dellintervista-alla-merkel-fa-sua-la-sentenza-di-karlsruhe/], sicché al lettore resta solo la solita sensazione che in Germania lo sport nazionale sia il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.

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Per l’Eurozona non v’è altro, a parte un omaggio di prammatica ai Francesi, coinvolti nel disegno dei suddetti investimenti strategici e formalmente nella invenzione del Recovery Fund. Significativo l’imbarazzo di Le Monde [https://www.lemonde.fr/international/article/2020/07/07/wolfgang-schauble-en-defense-de-la-souverainete-de-l-ue_6045465_3210.html], che solo riesce in una premessa enfatica (paragona l’articolo di Schäuble al discorso di Macron del 2017 alla Sorbona e definisce il vecchio “il portavoce di un movimento abbastanza profondo, che mostra un nuovo approccio alle questioni europee in Germania” addirittura), senza darle nel resto dell’articolo alcuna sostanza.

* * *

Per i Mediterranei il menzionato cenno all’idrogeno (che crediamo non sarebbe un cattivo affare: Snam Eni Enel hanno la tecnologia e quanto prodotto in Nord Africa e nel Vicino Oriente giungerebbe via gasdotti italiani; benché sia ben difficile che tali investimenti si riflettano in un significativo effetto diretto sul Pil italiano e, quanto agli effetti indiretti, troppo poco si sa ancora del futuro costo dell’energia così veicolata).

Eppoi la vaga proposta di “centri di soccorso e asilo al di fuori dell'UE”, ma che i paesi del Nord Africa hanno già respinto, per giunta accompagnata dalla sottolineatura del “salvataggio marittimo nel Mediterraneo, al quale siamo umanitariamente impegnati, consapevoli di incoraggiare così un cinico traffico di immigranti illegali”, nonché dalla promessa di una “una legge europea comune in materia di diritto di asilo”, cioè con esclusione dei migranti economici che rappresentano la massima parte degli sbarcati. Vaga promessa immediatamente smentita dalla grande attenzione che Schäuble riserva ai Paesi dell’Est, che non debbono essere forzati a ricevere Asilanti, presso di loro “Nazione ed Europa non devono essere giocate l’una contro l’altra”, la Polonia viene anzi invitata “ad entrare nel giro dei grandi Stati membri”, viene loro promesso che ulteriori passi integrativi verrebbero compiuti per la via della cooperazione rafforzata quindi consentendo loro di stare fuori, nell’attesa che emerga “un sentimento di appartenenza” europeo, di tutte le capitali cita Berlino-Parigi-Budapest-Varsavia.

* * *

Il lettore italiano può trarre per sé le conclusioni: avrà zero in difesa, zero in migrazione, mano dura nel controllo delle politiche fiscali, meno Bce, investimenti in digitale ed idrogeno continentali. Insomma darà via Bce e subirà mano dura nel controllo delle politiche fiscali in cambio di digitale ed idrogeno. Basta saperlo.