L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 15 novembre 2019

Valori occidentali puah è solo per imbecilli creduloni tipo Hong Kong

ESTERI
LA CASA BIANCA E’ DIVENTATA LA MACELLERIA DI TRUMP

Pubblicato 14/11/2019

DI ALBERTO NEGRI



Trump incontra oggi alla Casa Bianca Erdogan, amico dei jihadisti, al quale lui stesso ha dato via libera per il massacro dei curdi siriani del Rojava. Un altro degli amici suoi, come il principe saudita Mohammed bin Salman, mandante dell’assassino del giornalista Jamal Khashoggi e a sua volta massacratore di yemeniti. La Casa Bianca è la passerella di assassini, macellai e golpisti. I governi europei e italiani approvano senza dire una parola. Non venite più a parlare di valori occidentali. Sotto il pezzo del Financial Times diretto ora da un’araba dell’establishment alla quale i giornali nostrani, emblema del provincialismo, elevano peana senza neppure conoscerla.
 

giovedì 14 novembre 2019

La Lega si nasconde dietro lo zombi Berlusconi, il corrotto euroimbecille Pd tace, ma tutti hanno mangiato a quattro ganasce sul Mose la grande opera pubblica che serve solo a crescere prebende ma non ad essere utile e così il Tav Torino-Lione, il buco sotto Firenze



Costanzo Preve e l'idealismo di Marx

Pensieri Talebani- 
Marx, l’idealista.. 

di Beatrice Mantovani
Redazione 15 novembre 2019

Ho sempre ritenuto Marx il filosofo materialista per eccellenza, colui che, criticando Feuerbach e la sinistra hegeliana, per primo offre un’interpretazione materialistica – in quanto considera determinanti per lo sviluppo della storia umana e per la creazione di un ordine sociale strutture materiali come la tecnologia e l’economia – della storia e della società. In questo modo Marx si distacca dall’idealismo che pone elementi sovrastrutturali, come la religione, la filosofia o l’arte, alla base dei cambiamenti politici e sociali.


Recentemente, Costanzo Preve ha espresso la convinzione che Marx sia da annoverare come un filosofo idealista in quanto unico e vero erede di Hegel. Nonostante Marx stesso si definisse materialista e ci tenesse particolarmente a distanziarsi da coloro che dispregiativamente annoverava tra gli idealisti, ovvero coloro che volontariamente offrivano un’interpretazione distorta della realtà, l’interpretazione di Preve ha scombinato i giudizi che reputavano Marx il filosofo materialista per antonomasia.

Preve, a sostegno del proprio ragionamento, adduce vari argomenti che, secondo lui, rivelano l’idealismo sostanziale di Marx. Gli argomenti di Preve possono essere riassunti in quattro punti centrali:
  1. concetto di alienazione 
  2. feticismo delle merci 
  3. definizione di modo di produzione e struttura economica 
  4. uso del principio logico di contraddizione dialettica
Esaminando brevemente le questioni elencate per accertarci che Marx possa seriamente essere considerato un filosofo idealista, è possibile notare diverse incongruenze. Preve afferma che per Marx la categoria di alienazione è una categoria di tipo qualitativo (riguarda la spiritualità umana in generale da intendere come la qualità spirituale che precede la quantità corporale estensiva). Secondo Marx, l’alienazione è un fenomeno psicologico-sociale che si manifesta quando i lavoratori salariati vengono estraniati durante il processo produttivo verso il prodotto della loro attività, verso l’attività lavorativa stessa, verso la loro essenza e verso il prossimo. La rivoluzione industriale capitalistica comportò lo smantellamento delle corporazioni, l’allungamento illimitato dell’orario di lavoro (il che provocò il Luddismo, cioè il sabotaggio delle macchine), lo sfruttamento forsennato della popolazione, compresi i bambini. Insicurezza, precarietà, distruzione dell’artigianato, controllo spietato dei ritmi di lavoro, licenziamento senza nessuna giusta causa: questo fu quello che poi fu chiamato progresso.

L’umanesimo degli illuministi contro l’umanità. Preve, rifacendosi al concetto di lavoro nel mondo greco e medievale dove quest’ultimo era inteso come poìesis, ossia come un agire guidato da un eidòs (un’idea) che implicava in sé creatività e poesia con cui una persona attuava il proprio bene e quello altrui, afferma che il più importante aspetto dell’alienazione è sicuramente quello che riguarda lo stravolgimento dell’essenza (Wesen) dell’uomo, poiché questi non lavora più per un progetto consapevole e creativo, ma solo per il profitto del capitale. Il valore materiale del denaro va a dominare la spiritualità fondamentale in cui ogni uomo può realizzare pienamente la propria personalità: ossia il lavoro, che è l’attività che rende libero e pienamente consapevole di sé una persona. “Il lavoro forma” scriveva Hegel nel descrivere la figura servo-signore, in cui il servo grazie al lavoro si emancipa dal signore. Con l’industrialismo capitalistico il lavoro diventa invece ripetizione scimmiesca, parcellizzazione, riduzione del lavoratore a macchina con la conseguente deformazione della natura umana. Ora se l’alienazione è da intendersi come una qualità spirituale, ossia come una determinazione propria dell’esserci umano, a rigore si avrebbe la conseguenza che l’economia capitalistica, che è soprattutto quantitativa, dovrebbe essere generata dall’alienazione stessa. Ma questa per Marx, in realtà, è il prodotto e la conseguenza del modo di produzione capitalistico. In altre parole col capitalismo la quantità, sotto tutti gli aspetti, da quello produttivo a quello scientifico, s’impone sulla qualità, provocando una distorsione dell’essenza umana che viene trasmutata in essenza alienata. Perciò in Marx la quantità precede la qualità, e in questo senso si viene a negare il suo presunto idealismo. Essa poi dovrebbe essere tolta (superata) attraverso la misura che rappresenta nella logica speculativa la negazione della negazione, ossia la sintesi fra qualità quantificata e la quantità qualificata.

Il secondo aspetto preso in esame è strettamente connesso con il primo, ed è il famoso e importante concetto del “feticismo delle merci”. Il feticismo delle merci dimostra in modo illuminante come gli uomini, o meglio i consumatori, siano completamente succubi di un mondo da loro prodotto attraverso il lavoro. La quantità ottenuta con la meccanizzazione e la riproduzione allargata domina sulla capacità di scelta dei più e quindi sulla qualità. Il terzo aspetto riguarda il concetto di modo di produzione, che è quello più importante perché concerne il pensiero fondamentale di Marx che era incentrato sulla concezione materialistica della storia, detta anche materialismo storico. Per questo la struttura economica (Struktur) in un determinato periodo storico costituisce la base su cui e attorno alla quale, secondo il filosofo, ruota la vita degli uomini. Ecco quindi che il modo di produzione socio-economico sostituisce, o meglio capovolge l’Idea hegeliana, cioè lo Spirito Assoluto. Il rovesciamento della filosofia di Hegel sta qui, sebbene il movimento logico interno della struttura sia quello della dialettica speculativa hegeliana. Per Marx le forze produttive materiali e i rapporti di produzione costituiscono la struttura sulla quale si eleva una gigantesca sovrastruttura composta dai rapporti politici, giuridici in generale, e dalle forme religiose, artistiche ecc., che dipende dalla struttura stessa. Questo suscita sicuramente dubbi sul suo ipotetico idealismo 

( continua )

Beatrice Mantovani

Quegli euroimbecilli di Banca Italia vorrebbero farci credere che si sono convertiti sulla via di Damasco

Conta la sostenibilità e non il livello del debito pubblico. Parola (finalmente) di Bankitalia

14 novembre 2019


Cosa ha detto a sorpresa il vicedirettore generale di Bankitalia, Signorini, in audizione alla commissione Bilancio su debito pubblico e non solo. L’approfondimento di Giuseppe Liturri pubblicato su La Verità

Non sono mancate le sorprese ieri durante l’audizione del vice direttore generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini presso la Commissione Bilancio di Senato e Camera in seduta congiunta. È infatti arrivata l’autorevolezza della Banca Centrale a dirci che 
il livello del debito pubblico, su cui si esercita costantemente il miglior terrorismo mediatico di casa nostra, conta poco o nulla.

Infatti, per illustrare i dettagli della manovra di bilancio per il 2020, Signorini ha presentato un documento che, nelle pagine finali, mostrava un grafico con l’andamento del rapporto debito/PIL attestatosi per il 2018 al 135% circa.

A quel punto al deputato Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio, non è sembrato vero poter fare la domanda che va ripetendo da alcune settimane: come mai quel livello è balzato al 135%, quando tutti i documenti ufficiali, tra cui la NADEF a fine settembre, e perfino lo stesso grafico nella relazione dello stesso Signorini, il 9 novembre 2018, riportavano il 132% circa? Cosa è accaduto nottetempo che ha fatto aumentare di 3-4 punti il debito/PIL relativo allo stesso periodo? Nella sua domanda, Borghi ha sottolineato l’enormità della faccenda, se solo si pensa che quest’anno la Commissione UE riteneva appropriato raccomandare al Consiglio Europeo l’apertura della procedura per debito eccessivo di fronte ad uno scostamento di pochi decimali. Conoscendo anche la risposta (una riclassificazione contabile), Borghi non ha perso l’occasione di sottolineare l’assurdità di tanti ragionamenti sul livello di debito pubblico, a partire dal metaforico fardello sulle spalle delle future generazioni, e la opportunità di parlare invece solo di stabilizzazione del suo livello, cosa ben diversa.

Ma perché siamo finiti dal 132 al 135%, addirittura cambiando retroattivamente le cifre fino al 1998, in una notte ed i mercati non hanno fatto una piega? Perché a fine 2018 c’erano in circolazione circa €13 miliardi di Buoni Postali Fruttiferi i cui interessi (€58 miliardi circa maturati al 2018) saranno pagabili in unica soluzione al momento del rimborso degli stessi che avverrà progressivamente fino al 2031. Ad agosto di quest’anno Eurostat ha cambiato le regole contabili ed ha preteso che anche quei 58 miliardi fossero contabilizzati nel debito. Da notare che tale nuovo criterio contabile è decisivo ai fini del calcolo del valore facciale del debito, rilevante per la procedura per debito eccessivo. Quindi nonostante se ne tenesse conto sia nei conti finanziari di Banca d’Italia che nella contabilità nazionale (indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni), mancava il tassello più importante, quello del calcolo del rapporto ai fini della procedura per debito (e non deficit) eccessivo.

Ma nessuno ha fatto una piega perché, ai fini della dinamica del debito/PIL, pur partendo da un livello più elevato, la discesa dal 2015 al 2017 e, ancor più, quella fino al 2024 dovrebbe essere più rapida, proprio a causa del rimborso di tali titoli e dei relativi interessi. Insomma, l’ennesima conferma che conta la dinamica e non il livello del debito/PIL.

La risposta di Signorini è stata altrettanto netta. Ribadendo che la riclassificazione contabile ha effetti decrescenti nel tempo, ha dichiarato apertamente, che non rileva il livello quanto la sostenibilità nel tempo del debito pubblico, poiché gli investitori hanno bisogno di chiarezza di prospettive e su queste basano le proprie decisioni.

Queste considerazioni trovano un importante sostegno teorico in un articolo pubblicato nello scorso ottobre sul sito Voxeu.org dal prestigioso economista Paul De Grauwe, in cui si chiede se non sia giunto il momento di un ripensamento delle politiche fiscali nell’eurozona.

L’assunto di partenza di De Grauwe è che, per stabilizzare il debito/PIL è sufficiente avere un tasso nominale di crescita del Pil superiore al tasso di interesse sul debito, senza necessità di conseguire un avanzo primario di bilancio. Ha quindi analizzato la situazione dei paesi dell’eurozona ed ha concluso che quasi tutti i Paesi, esclusa la Grecia, hanno spazio per ridurre l’avanzo primario di bilancio.

In questa speciale classifica dei paesi che hanno più spazio fiscale, l’Italia figura tra quelli che hanno meno spazio di manovra, perché la differenza tra crescita del PIL e tasso di interesse sul debito è davvero esigua, seppur positiva. Tuttavia, questo per il nostro Paese significa poter avere un saldo primario pari a zero e quindi evitare di sottrarre all’economia la bellezza del 1,2% del PIL, come evita di fare la Francia che si permette un abbondante disavanzo primario del 1,5% senza destabilizzare il rapporto debito/PIL.

Dal 1995 l’Italia ha conseguito avanzi primari cumulati per ben €724 miliardi. È un miracolo se siamo ancora vivi. 
L’amara realtà di questi anni è invece quella di essere costretti a conseguire un obiettivo di deficit strutturale tendente a zero sulla base di regole che la gran parte degli economisti ritengono controproducenti, con l’aggiunta della beffa di subire il quotidiano bombardamento mediatico sul livello del debito con tanto di ridicoli contatori in giro per il Paese.



Gli Stati Uniti hanno invaso la Siria e non se ne vogliono andare


Siria, Pentagono: manterremo 600 soldati 

'Ma numeri potrebbero cambiare con rinforzi da alleati europei' 

© ANSA/AP

Redazione ANSAWASHINGTON
14 novembre 201904:25NEWS

(ANSA) - WASHINGTON, 14 NOV - Gli Stati Uniti manterranno complessivamente circa 600 soldati in Siria. Lo ha annunciato il capo del Pentagono, Mark Esper, durante il suo viaggio a Seul, dove inizia un tour in Asia.

Esper ha tuttavia precisato che i numeri potrebbero cambiare, ad esempio se gli alleati europei rafforzeranno la loro presenza in Siria. Una risposta potrebbe arrivare oggi dal vertice a Washington dei ministri degli Esteri della coalizione globale anti Isis, a cui partecipa anche Luigi Di Maio.


Solo gli euroimbecilli di tutte le razze considerano il debito pubblico separato dai risparmi privati

Debito pubblico. Zibordi (consulente finanziario), “trasformarlo in moneta. Il debito perpetuo è legale”

13 Novembre 2019


Agenpress – “Le banche hanno tagliato circa 300 miliardi alle imprese. Il motivo principale della crisi della produzione industriale è che da noi le banche hanno tagliato il credito di un quarto alle imprese, cosa che non è successa da nessun’altra parte tranne la Grecia. Logicamente migliaia di imprese sono fallite. Noi siamo penalizzati dal debito pubblico per le regole dell’UE e abbiamo fatto più austerità”.

Così Giovanni Zibordi, consulente finanziario, intervenuto ai microfoni di Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.

Per Zibordi occorre che lo Stato offra un nuovo tipo di debito pubblico, che possa essere utilizzato come moneta.

“E poi abbiamo banche che sono quasi tutte in mano a stranieri, che preferiscono comprare bond turchi. Siccome il debito pubblico è sempre il perno di questo problema, bisogna trovare il modo di risolvere il problema del debito pubblico e dello spread. In Italia possiamo farlo perché ci sono 5mila miliardi di ricchezza finanziaria.

Soltanto gli svizzeri e i danesi hanno una ricchezza patrimoniale netta più alta della nostra. Se devi risolvere questo problema il modo più semplice è trasformare il debito pubblico in moneta. Tecnicamente è semplicissimo perché oggi è tutto digitale, i costi delle transazioni sono praticamente azzerati. Tu hai i tuoi soldi, invece di averli a Banca Intesa o a Unicredit, tu li hai al Ministero del Tesoro che ti riconosce un tasso d’interesse.

Per fare ogni tipo di acquisto, istantaneamente tu addebiti i tuoi acquisti al tuo portafoglio di btp. Tu offri del debito perpetuo ed è perfettamente legale. In questo modo ti liberi del ricatto del mercato finanziario”.

Gli Stati Uniti non sono nostri alleati ci impongono dazi. In Euroimbecilandia la Francia vuole una difesa sotto il suo dominio. L'Italia veleggia non è ne carne ne pesce è serva degli euroimbecilli e degli statunitensi

Vi spiego i perché dell’affondo di Macron sulla Nato. Il commento di Gaiani

13 novembre 2019


Dopo l’incursione di Macron, l’Italia rischia infatti di trovarsi schiacciata tra Stati Uniti e le due potenze europee continentali. Il commento di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisidifesa

Nonostante le reazioni suscitate in Europa e negli Stati Uniti, le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron sullo stato di “morte cerebrale” in cui si troverebbe la Nato non dovrebbero risultare sorprendenti.

Già un anno or sono l’inquilino dell’Eliseo aveva espresso la necessità di sviluppare una maggiore indipendenza nella difesa europea, perché “dobbiamo proteggerci nei confronti della Cina, della Russia e persino degli Stati Uniti”.

Una frase che ha scandalizzato solo coloro che si ostinano a fingere che i rapporti tra gli alleati occidentali sulle due sponde dell’Atlantico non siano profondamente mutati negli ultimi anni.

Inoltre Macron ha costituito nel giugno 2018 la European Intervention Initiative (EI2), al di fuori sia dagli ambiti Nato sia della Pesco (Cooperazione Strutturata Permanente nel settore della Difesa) prevista dai Trattati dell’Unione Europea (qui l’analisi).

Per queste ragioni non sorprendono le dichiarazioni del presidente francese mentre la mole di reazioni registratesi un po’ ovunque in difesa dell’Alleanza, dalla Germania agli Stati Uniti, confermano come Macron abbia messo il dito nella piaga.

In una lunga intervista all’Economist, a poche settimane dal summit dell’Alleanza di dicembre a Londra, il presidente francese ha dichiarato che “stiamo vivendo la morte cerebrale della Nato: non c’è alcun coordinamento del processo decisionale strategico tra gli Stati Uniti e i suoi alleati. C’è un’azione aggressiva non coordinata da parte di un altro alleato della Nato, la Turchia, in un’area in cui sono in gioco i nostri interessi”.

Macron s’interroga sull’articolo 5 del patto atlantico, che prevede la solidarietà fra i paesi membri in caso uno di loro venga attaccato. E si chiede cosa succederà se la Siria attaccherà la Turchia, in risposta all’offensiva di Ankara nel nord del paese arabo.

“Se il regime di Bashar Assad decide di replicare alla Turchia, noi ci impegneremo? Questa è la vera questione. Noi ci siamo impegnati per lottare contro Daesh (lo Stato Islamico). Il paradosso è che la decisione americana e l’offensiva turca hanno avuto lo stesso risultato: il sacrificio dei nostri partner che si sono battuti contro Daesh”, ha detto Macron, riferendosi ai curdi.

L’Europa “sparirà” se non inizia a pensarsi come potenza mondiale, ha ammonito Macron, insistendo nuovamente sull’importanza di una difesa europea, di un Europa “con un’autonomia strategica e di capacità sul piano militare”. Valutazione che ha almeno due pregi.

Il primo è di spazzare via tutta la fragile e futile retorica che da anni vede dipinta l’iniziativa di difesa comune della Ue come “complementare ma non alternativa” alla Nato.

Luogo comune la cui inconsistenza è dimostrata anche solo dal fatto che, dopo il referendum per il Brexit che ha tolto di mezzo l’ostilità con cui Londra ha sempre ostacolato ogni iniziativa militare europea, la Ue ha fatto consistenti passi avanti nella Pesco (Cooperazione Strutturata Permanente) e nella definizione di programmi congiunti per la Difesa.

Il secondo pregio è legato al fatto che, mentre i programmi militari targati Ue sono a evidente “trazione” franco-tedesca, l’appello di Macron all’autonomia strategica dell’Europa non riesce a celare le velleità di Parigi di porsi da sola alla guida indiscussa di un’Europa della difesa alternativa alla Nato.

Un’alleanza in cui l’ombrello nucleare statunitense (che Trump fa tanto pesare chiedendo ai partner europei di ricambiare la cortesia acquistando in misura ancora maggiore armamenti “made in USA”) può essere sostituito solo dall’arsenale nucleare della Francia, unica potenza atomica della Ue dopo l’uscita della Gran Bretagna.

Un concetto su cui è meglio soffermarsi: Parigi non sembra certo voler condividere la “Force de Frappe” con greci, finlandesi, italiani estoni e altri governi europei, ma mira piuttosto a garantire ai partner la deterrenza del suo ombrello atomico per assicurarsi la leadership strategica sull’Unione.

Le capacità belliche, la disponibilità a “fare la guerra” (rara oggi in Europa e del tutto assente in paesi quali Germania e Italia), costituiscono con l’arsenale nucleare prerogative strategiche nazionali che Macron intende sfruttare al meglio anche nei confronti di una Germania con cui l’asse privilegiato emerso col trattato di Aquisgrana non sembra decollare proprio a causa delle divergenze circa export militare, politica di difesa e priorità industriali.

Del resto la pretesa egemonica francese non poteva non cozzare contro la reazione della Germania che già con il Libro Bianco della Difesa del 2016 del ministro Ursula von der Leyen si candidava, “superando vecchi preconcetti, ad assumere la guida anche militare dell’Europa”.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, che pure guida in paese da anni impegnato in un braccio di ferro con gli Usa in diversi campi, ha detto che Macron “ha usato parole drastiche, che non collimano con la mia visione della cooperazione nella Nato. Non abbiamo bisogno di opinioni così generiche, anche di fronte all’ esistenza di problemi ai quali bisogna applicarsi insieme”.

Benché lo stesso Trump abbia più volte definito la Nato “inutile” e composta da parassiti (gli europei) che lasciano sulle spalle degli Stati Uniti il peso finanziario della loro difesa, a Washington le parole del presidente francese hanno fatto scalpore.

Per Macron il presidente Trump “pone la questione della Nato come un progetto commerciale, un progetto in cui gli Stati Uniti assicurano una sorta di ombrello geostrategico, ma come contropartita c’è un’esclusiva commerciale. Bisogna comprare americano. La Francia non ha firmato per questo”.

“Credo che la Nato resti una delle partnership più cruciali e strategiche nella storia”, ha affermato il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, nel corso di una visita a Lipsia. Ecco perché “è un imperativo assoluto che ciascun Paese membro contribuisca in modo adeguato alla missione per una sicurezza comune”.

Risposta scontata poiché il progetto espresso dal presidente francese punta a ridurre l’influenza di Washington sull’Europa. Non stupisce quindi il consenso espresso da Mosca alle parole di Macron. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito quelle di Macron “parole d’ oro” e “sincere, che riflettono l’essenziale, una definizione precisa dello stato attuale della Nato”.

Più cauto e ironico il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, per il quale “non spetta a noi decidere se la Nato sia viva o morta e quali parti del corpo di questa alleanza siano in stato comatoso. Non siamo le persone giuste per decidere, non siamo patologi”.

Del resto negare la crisi profonda della Nato è impossibile pur riconoscendo che non sembra esistere attualmente nulla che la possa sostituire.

L’Alleanza non ha ancora metabolizzato la sonora sconfitta sofferta contro i Talebani in Afghanistan, mascherata da ritiro programmato delle forze da combattimento né il ruolo passivo dell’Europa emerso palesemente con il “golpe” in Ucraina del 2014, una crisi creata ad hoc dagli Usa con alcune complicità europee che ha portato a una nuova guerra fredda sostenuta da Usa e Gran Bretagna, principali azionisti “ della Nato).

Ma non certo da gran parte del resto d’Europa che aspira invece ad avere rapporti distesi con Mosca e vorrebbe occuparsi della reale minaccia jihadista e la destabilizzazione del “Fianco Sud” invece che della minaccia creata ad hoc sul “Fianco Est”.

La crisi turco-siriana ha dato infine il colpo di grazia alla credibilità della Nato, con la Ue pronta a non alzare i toni con Erdogan per timore che riversi milioni di immigrati illegali verso l’Europa e gli Usa e la Nato preoccupati che Ankara si avvicini ancora di più a Mosca, come ha detto chiaramente il segretario alla Difesa, Mark Esper, invitando gli alleati a non essere troppo severi con la Turchia.

Il problema sollevato provocatoriamente da Macron dovrebbe (in teoria) aprire un vivace dibattito anche in Italia dove le linee programmatiche della Difesa espresse recentemente dal ministro Lorenzo Guerini ribadiscono il collocamento strategico nazionale tra i “pilastri” Nato e Ue.

Formula datata che forse merita una rivisitazione ora che l’Italia rischia infatti di trovarsi schiacciata tra le diverse pretese egemoniche degli “alleati” americani e delle due potenze europee continentali.

In base alle linee programmatiche resteremo in Iraq e in Afghanistan (ma senza combattere) perché ce lo chiede Washington ma solo in attesa che le esigenze di rielezione alla Casa Bianca non inducano Trump (come prima di lui Obama) a ritirare le truppe statunitensi da quei teatri operativi senza neppure chiedere il nostro parere e vanificando anni di sudore, sangue e miliardi spesi.

Del resto dovremmo anche chiederci se sia possibile considerare militarmente e politicamente amica e alleata una nazione che minaccia di porci dazi commerciali come se fossimo uno “Stato canaglia”.

Nel Sahel il ministro della Difesa ha indicato in maggiori sinergie con la Francia la strada da perseguire nonostante il disastro libico sia stato creato e poi alimentato contro i nostri interessi soprattutto da Parigi (con Washington e Londra) e che per molto tempo i francesi abbiano “imposto” il congelamento della nostra missione in Niger semplicemente perché non era stata pianificata sotto la loro egida.

Nel Mediterraneo Guerini ha parlato della possibilità di riaprire la componente navale dell’operazione europea Sophia sospesa dopo che il precedente governo aveva preteso che ogni nave europea sbarcasse nei propri porti i migranti illegali raccolti in mare. Oggi i nostri partner sono pronti a riavviare l’operazione, peraltro rivelatasi inconcludente nel contrastare i trafficanti, ma solo se l’Italia accetterà di nuovo che gli sbarchi avvengano nei suoi porti.

La provocazione di Macron suona quindi come l’ennesima conferma che gli assetti strategici stanno rapidamente mutando e le pretese egemoniche di partner e alleati che sono causa di gran parte dei nostri guai impongono all’Italia di giocare le sue carte tenendo il timone ben fermo sugli interessi nazionali.

(Estratto di un articolo pubblicato su Analisidifesa.it)

mercoledì 13 novembre 2019


Gli ebrei palestinesi si sono specializzati in omicidi

Siria: raid Israele a Damasco, 2 morti
Sana, presa di mira abitazione dirigente Jihad palestinese

© ANSA/EPA

Redazione ANSA
12 novembre 201915:43NEWS

(ANSAmed) - BEIRUT, 12 NOV - È di due morti e 10 feriti il bilancio del raid aereo compiuto alle prime ore del giorno da Israele sulla capitale siriana Damasco. Lo riferisce l'agenzia siriana Sana, secondo cui è stata presa di mira l'abitazione del dirigente della milizia Jihad palestinese Akram Ajoury nel quartiere di Mezze, alla periferia della città.
L'attacco dell'aviazione israeliana, afferma la Sana, è avvenuto alle 4.10 locali (le 3.10 in Italia) e ha colpito la palazzina dove abitava Ajoury. Quest'ultimo è però scampato all'attacco mentre è stato ucciso il figlio Muadh e un altro civile. Tra i 10 feriti c'è la giovane nipote del dirigente palestinese, Battul Ajoury. (ANSAmed).

Gli ebrei palestinesi scambiano i razzi per missili che poi non uccidono mai a differenza degli assassini compiuti da questa maledetta progenie


Oltre 190 missili contro le città e i civili in Israele. Colpita Ashkelon
12 Novembre 2019

di Ilaria Ester Ramazzotti

Israele si prepara a giorni di combattimento, dopo il lancio di missili dalla Striscia di Gaza contro il Sud e zone centrali dello Stato ebraico, martedì 12 novembre. L’attacco di missili è stato successivo all’uccisione mirata del leader della Jihad islamica palestinese (PIJ) Bahaa Abu Al-Ata, compiuta all’alba con un attacco aereo di precisione israeliano. Ne parla oggi la stampa israeliana.

L’IDF, le forze armate di Israele, rendono noto di aver contato oltre 190 missili sparati contro il Paese, di cui 60 sarebbero stati intercettati dal sistema di difesa Iron Dome. Nella città di Ashkelon sono stati aperti i rifugi antiaerei per la popolazione e le scuole sono state chiuse per gravi motivi di sicurezza. Ashdod è in stato di emergenza. Sderot, dove è stato colpito l’edificio di una fabbrica, ha subito la pioggia di alcuni missili. A Netivot un razzo ha centrato una casa, causando una grande quantità di danni, mentre un altro ha danneggiato il tetto di un’altra abitazione civile nella regione di Eshkol. A Rishon Lezion un razzo è caduto lungo una strada.

Le sirene sono risuonate fino a Tel Aviv. Migliaia di persone hanno ricevuto l’ordine di rimanere vicino ai rifugi o a stanze protette delle loro abitazioni. Intanto l’IDF ha rafforzato il dispiegamento di truppe vicino a Gaza e ha dichiarato di essere preparato per eventuali e molteplici sviluppi della situazione.

Ci sarebbero dei feriti, quasi tutti non gravi. il Times of Israel riporta che un israeliano è rimasto lievemente ferito da un razzo caduto nei pressi di Gan Yavne, mentre una bambina di otto anni ha avuto un grave malore dopo il lancio di un razzo contro la città di Holon, ed è stata rianimata con un defibrillatore e ricoverata incosciente in ospedale.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato: “I terroristi pensano di poter colpire i civili e nascondersi dietro i civili. Abbiamo dimostrato che possiamo colpire un terrorista con danni minimi ai civili. Chiunque pensi di poter colpire i nostri civili sbaglia. Se ci colpisci, ti colpiremo”.

Aviv Kochavi, a capo dell’IDF, ha affermato che Al-Ata aveva cercato di minare gli sforzi di Israele di raggiungere un cessate il fuoco con Hamas nella Striscia di Gaza. Lo riferisce il Jerusalem Post. “Negli ultimi giorni stava lavorando per perpetrare attacchi contro Israele – ha sottolineato -. Abbiamo cercato di contrastare i suoi sforzi in diversi modi senza successo e quindi abbiamo avanzato un omicidio mirato”. Il portavoce dell’IDF, generale Hidai Zilberman, ha comunicato che i militari avevano ricevuto informazioni specifiche sulla posizione di Al-Ata e preso di mira la stanza dove dormiva. L’operazione era stata svolta in collaborazione con lo Shin Bet.

La stampa israeliana riporta anche alcune reazioni le dichiarazioni di alcuni capi palestinesi. La Jihad islamica palestinese, confermando la morte del suo comandante militare Baha Abu al-Ata, ha detto in un volantino diffuso a Gaza: “La nostra reazione farà tremare l’entità sionista”, mentre il capo politico Ziad Nahale ha affermato, secondo i media locali, che «Israele ha oltrepassato tutte le linee rosse. Reagiremo con forza”. Il segretario generale dell’OLP Saeb Erekat ha condannato come un crimine l’uccisone di Al-Ata. Il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum ha invece dichiarato che “il sangue del nostro popolo e dei nostri leader è una linea rossa e preziosa per tutti i palestinesi”.

Ilva - Lo Stato deve indicare linee strategiche, priorità, vigilare sugli accordi tra le varie parti che compongono la parte produttiva


Ilva e deindustrializzazione, l’analisi di Nino Galloni

REDAZIONE 12 NOVEMBRE 2019

Ilva, Nino Galloni: “Sbaglia Di Maio a dire a Mittal che deve rispettare l’accordo. Questi contratti non hanno senso perché è il mercato che determina i livelli occupazionali e produttivi”

Il Prof. Nino Galloni, economista, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.

Sull’ex Ilva e la deindustrializzazione. “Le storie sono tre –ha spiegato Galloni-. La prima è lo scenario di deindustrializzazione a cui siamo stati sottoposti dopo la scellerata scelta di far crescere a dismisura i tassi d’interesse negli anni 80. Il secondo aspetto è che quando i privati firmano questi accordi che sono tutti uguali dove si impegnano a mantenere i livelli occupazionali e produttivi in cambio di soldi, poi non li mantengono mai questi impegni. Qui possiamo distinguere tra privati mascalzoni che vogliono prendere i soldi e scappare, e quelli in buona fede che firmano l’accordo, ma questi accordi non hanno senso perché è il mercato che determina i livelli occupazionali e produttivi. Lì sbaglia Di Maio a dire: dovete rispettare l’accordo. Se si modificano le condizioni del mercato, è chiaro che quel contratto faccia la fine che fa. Poi c’è la terza cosa. Nei comparti ad alta redditività non solo c’è bisogno di meno occupazione, ma anche di meno materie prime. Facciamo l’esempio dell’acciaio. Quando ero massimo responsabile dell’amministrazione per la cassa integrazione straordinaria e a Palazzo Chigi firmai l’accordo con Riva. A quei tempi non c’erano né Ministero della sanità né dell’ambiente, ma già allora si sapeva che c’era un problema di salute pubblica per quanto riguarda Ilva. Se gli apparati di tutela dell’ambiente e della salute delle persone non mettevano fuori mercato l’azienda, perché a quei tempi non ci si è preoccupati di questa necessità?”

“Il compito dello Stato non è quello di andare a firmare il contratto come se fosse un qualsiasi privato. Lo Stato deve indicare linee strategiche, priorità, vigilare sugli accordi tra le varie parti che compongono la parte produttiva. Negli ultimi 10-15 anni è cambiato tutto. Si è guardato solo allo zero virgola e non si è guardata la cosa più importante, cioè che nei comparti in cui l’occupazione poteva crescere, cioè i servizi di cura dell’ambiente, delle persone, del patrimonio esistente, la redditività è troppo bassa, è lì che serve la spinta strategica dello Stato. L’industria è importantissima, però l’occupazione è quella che è in questi comparti perché la domanda di lavoro è decrescente. Questa situazione dell’ex Ilva potrebbe diventare la madre di tutti i cambiamenti. Dobbiamo capire che non è il contratto che fa i livelli occupazionali. Non mi hanno chiamato né nel governo gialloverde né nel governo giallorosso perché dicendo queste cose mi considerano un sovversivo, ma la realtà è quella, il re è nudo”.

13 novembre 2019 - Diego Fusaro - Putin sostiene il socialista Evo Morales, il Pd va dai pa...


Guaidò in salsa boliviana - Militari traditori, venduti agli stranieri

Bolivia: la senatrice golpista Jeanine Áñez si autoproclama presidente ad interim


Un Guaidò in salsa boliviana per portare a compimento il golpe contro il legittimo presidente Evo Morales, costretto alle dimissioni e riparare in Messico perché i fascisti che parlano di democrazia da restaurare in Bolivia volevano ammazzarlo. 

La senatrice dell'opposizione di destra, Jeanine Áñez, si autoproclamata presidente provvisoria di della Bolivia, dopo l'apertura dell'Assemblea Legislativa al Senato e dopo la sospensione della sessione della Camera dei Deputati a causa della mancanza di quorum.

"Assumo immediatamente la presidenza dello Stato e prometto di prendere tutte le misure necessarie per pacificare il paese", ha affermato Añez

La Camera dei Deputati ha tentato di installare una sessione; tuttavia, non esiste alcun quorum per portarlo avanti perché i membri dell'Assemblea del Movimento per il Socialismo non hanno partecipato. 

Il gruppo del MAS non ha partecipato al Parlamento, dopo aver richiesto "garanzie" affinché i deputati potessero arrivare in sicurezza a La Paz.

Il Parlamento si trova circondato dalle barricate e dai militari golpisti. Insomma, mancano i requisiti minimi per l’agibilità politica dei legislatori del Movimento al Socialismo. 

Qualcuno ancora non riesce a definirlo golpe. Da non credere. Cos’altro sarebbe, vien da chiedersi a questo punto? 

Fonte: teleSUR - RT
Notizia del: 13/11/2019