L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 maggio 2021

Ida Magli - 45

Ex dissidente sovietico:
"La Ue sta diventando
uno stato di polizia"

03.12.2006 Source: Pravda.ru

Vladimir Bukovsky, un ex dissidente sovietico di 63 anni, teme che Unione Europea stia trasformandosi in un'altra Unione Sovietica. In un discorso tenuto a Bruxelles la scorsa settimana Bukovsky ha definito l'UE un “mostro” che deve essere abbattuto al più presto, prima che si trasformi in un vero e proprio stato totalitario.

Bukovsky ha fatto visita al Parlamento Europeo quest’ultimo giovedì, a seguito dell'invito del Fidesz, il maggior partito di opposizione ungherese. Il Fidesz, componente del gruppo Democratico Cristiano Europeo, aveva invitato l'ex dissidente sovietico dall'Inghilterra, dove vive, in occasione del cinquantesimo anniversario della rivolta ungherese del 1956. Dopo l ’incontro in mattinata con gli ungheresi, Bukovsky nel pomeriggio ha tenuto un discorso in un ristorante polacco ubicato in Trier straat, nei pressi della sede del Parlamento Europeo, dove in passato aveva già tenuto un altro discorso a seguito dell’invito del Partito per l'Indipendenza del Reno Unito, di cui è un attivista.

Nel suo discorso Bukovsky ha fatto riferimento a documenti classificati rinvenuti negli archivi segreti sovietici che ha potuto visionare nel 1992. Questi documenti confermerebbero l'esistenza di una “cospirazione” col fine di trasformare l’Unione Europea in una entità statuale di tipo socialista. Ero presente alla riunione ed ho registrato il suo discorso, la cui trascrizione è riportata di seguito. Inoltre ho avuto l’occasione di fargli una breve intervista. Anche la trascrizione dell’intervista è riportata di seguito. L'intervista sull’Unione Europea è stata bruscamente interrotta perché Bukovsky aveva altri impegni. Vladimir Bukovsky l’avevo già intervistato venti anni prima, nel 1986, quando l'Unione Sovietica, il primo “mostro” che così coraggiosamente aveva combattuto, era ancora vivo e vegeto.

Bukovsky è uno degli eroi del ventesimo secolo. Da giovane aveva denunciato l'uso del ricovero psichiatrico coatto dei prigionieri politici nell’ex URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, 1917-1991) ed è stato per ben dodici anni (dal 1964 al 1976), e cioè dall’età di 22 anni all’età di 34, nelle prigioni sovietiche, in campi di lavoro e in strutture ospedaliere psichiatriche. Nel 1976 i sovietici lo espulsero dal paese e si rifugiò in occcidente. Nel 1992 fu invitato dal governo russo in qualità di esperto per testimoniare nel processo tenutosi a Mosca con lo scopo di stabilire se il partito comunista sovietico fosse stata un'istituzione criminale.

Per dargli la possibilità di prepararsi per il processo, Bukovsky fu autorizzato ad accedere ad una notevole quantità di documenti presenti negli archivi segreti sovietici. Egli è pertanto uno dei pochi che hanno potuto visionare questi documenti, che ancora oggi sono segreti. Con un piccolo scanner e un computer portatile ne riuscì anche a copiare molti (alcuni “top secret”), compresi i rapporti del KGB allo stesso governo sovietico.


L’intervista a Vladimir Bukovsky

Paul Belien: Lei è un ex dissidente sovietico conosciuto in tutto il mondo. Recentemente ha evidenziato una inquietante somiglianza dell’Unione Europea con l'ex Unione Sovietica. Può chiarirci meglio il suo pensiero?
Vladimir Bukovsky: Mi riferisco alle istituzioni, ad una certa ideologia, ai programmi, alla direzione intrapresa, all'inevitabile espansione, all’annullamento delle diverse nazionalità. Ciò è anche stato lo scopo della stessa Unione Sovietica. La maggior parte della gente non si rende conto di quanto sta accadendo. Gli europei non lo sanno, noi invece sì perchè siamo stati educati in Unione Sovietica, in cui abbiamo dovuto studiare l'ideologia sovietica sia nelle scuole superiori sia all'università . Lo scopo finale dell'Unione Sovietica era quello di generare una nuova entità storica, il “popolo sovietico”, in tutto il mondo intero.

Lo stesso scopo è oggi perseguito dall'UE. Stanno tentando di generare un nuovo popolo. Lo chiamano il “popolo europeo”, qualunque sia il significato attribuito a questa espressione. Secondo la dottrina comunista così come in molte derivazioni del pensiero socialista, lo stato, lo stato-nazione, è destinato a scomparire. In URSS lo stato sovietico divenne molto potente e le diverse nazionalità che lo costituivano furono obliterate. Ma al momento del crollo avvenne il processo contrario. I sentimenti soffocati di identità nazionale riemersero nuovamente e hanno quasi distrutto il paese. E’ stato davvero terribile.

PB: Pensa che la stessa cosa possa accadere quando l’Unione Europea collasserà?
VB: Assolutamente si, la psicologia umana è come un elastico che può essere tirato, però non oltre un certo limite. Un elastico può essere tirato sempre di più, ma non bisogna mai dimenticare che nel frattempo sta accumulando l’energia per ritornare alla sua forma originaria. La psicologia umana è come un elastico che tende sempre a ritornare rapidamente alla sua forma originaria.

PB: Però tutti questi paesi che si sono uniti nell’Unione Europea lo hanno fatto volontariamente.
VB: No, non stanno così le cose. Si guardi per esempio alla Danimarca che ha votato due volte contro il trattato di Maastricht. Si guardi all'Irlanda [che ha votato contro il trattato di Nizza]. Si guardi a tutti gli altri paesi, sono tutti sotto pressione. E’ come una specie di ricatto. La Svizzera è stata costretta a votare cinque volte sullo stesso quesito referendario. Tutte e cinque le volte è stato respinto, ma non si sa cosa accadrà la sesta o la settima volta. E’ sempre la stessa storia. E’ un semplice trucchetto. L’elettorato viene fatto votare fino a quando non vota nel modo voluto. A questo punto non gli viene più chiesto di votare. Perché si fermano? Si continui a votare. L’Unione Europea sembra un matrimonio contratto sotto la minaccia di una pistola puntata alla tempia.

PB: Cosa pensa che i giovani dovrebbero fare riguardo all’Unione Europea? Su cosa si dovrebbe puntare, sulla democratizzazione dell'istituzione o si dovrebbe invece cercare di eliminarla del tutto?
VB: Penso che l’Unione Europea, come l'Unione Sovietica, non possa essere democratizzata. Gorbachev provò a farlo, e ciò malgrado si è dissolta. Questo genere di strutture politico-istituzionali non possono essere democratizzate.

PB: Però abbiamo un Parlamento Europeo scelto dalla gente.
VB: Il Parlamento Europeo è eletto sulla base di un sistema elettorale di tipo proporzionale, che non è però garanzia di rappresentatività. E poi su cosa vota? Sulla percentuale di grasso nello yogurt, quel genere di cose. E’ ridicolo. Ha le stesse funzioni del Soviet Supremo. Un parlamentare europeo in media parla sei minuti all'anno in Parlamento. Non è un vero e proprio Parlamento.

Trascrizione del discorso di Bukovsky tenuto a Bruxelles
Nel 1992 ho avuto una possibilità di accesso senza precedenti a documenti segreti del Comitato Centrale e del Politburo. Questi documenti, che da 30 anni sono ancora tenuti segreti, fanno molto chiaramente riferimento ad un “progetto comune” tra i partiti della sinistra europei e Mosca secondo il quale il mercato comune europeo si sarebbe trasformato in uno stato federale. Mikhail Gorbachev nel 1988-89 si riferiva ad esso come a “la nostra casa comune europea”.

L'idea era semplice. Venne alla luce negli anni 1985-86, quando i comunisti italiani fecero visita a Gorbachev, seguiti dai socialdemocratici tedeschi. Costoro temevano i mutamenti politici che stavano avvenendo nel mondo, specialmente dopo le privatizzazioni introdotte dalla Thatcher e le liberalizzazioni economiche. Questi mutamenti stavano minacciando le “conquiste” di generazioni di socialismo e di socialdemocrazia, stavano minacciando di invertire completamente il corso della storia.

Di conseguenza si stabilì che l'unico modo per affrontare questo rigurgito di “capitalismo selvaggio” era quello di tentare di introdurre gli stessi obiettivi socialisti in tutti i paesi di colpo. Prima di ciò, i partiti della sinistra e l'Unione Sovietica si erano sempre fortemente opposti all'integrazione europea perchè veniva percepita come un mezzo per frapporre un ostacolo al socialismo. Dal 1985 in poi cambiarono completamente opinione. I Sovietici giunsero infine ad un accordo con i partiti della sinistra dell’Europa occidentale: se avessero lavorato insieme avrebbero potuto assumere il controllo dell’intero progetto europeo e modificarlo completamente. L’area di libero scambio sarebbe stata trasformata in uno stato federale.

Secondo documenti segreti sovietici, gli anni 1985-86 rappresentarono il punto di svolta. Ho pubblicato la maggior parte di questi documenti[http://www.junepress.com/coverpic.asp?BID=741]. Si possono trovare anche in internet. I colloqui trascritti in questi documenti sono davvero illuminanti. Si intuisce che ci fu una “cospirazione”, il che è abbastanza comprensibile, in quanto stavano cercando tutti di salvarsi politicamente la pelle. Nei paesi dell’est i sovietici avevano bisogno di un cambiamento dei rapporti con l’Europa perchè stavano entrando in una crisi strutturale prolungata e molto profonda; in occidente i partiti di sinistra avevano timore di essere spazzati via e di perdere la loro influenza e prestigio. Così c’è stata una vera e propria cospirazione, evidentemente da loro stessi messa in piedi, nella quale tutti erano d’accordo e alla quale tutti hanno lavorato.

Nel gennaio del 1989, per esempio, una delegazione della Commissione Trilaterale fece visita a Gorbachev. C’era [l’ ex Primo Ministro giapponese Yasuhiro] Nakasone, [l’ex presidente francese Valèry] Giscard d’Estaing, [il banchiere americano David] Rockefeller e [l’ex Segretario di Stato USA Henry] Kissinger. Essi ebbero una conversazione molto schietta durante la quale fecero presente a Gorbachev che la Russia sovietica avrebbe dovuto integrarsi nelle istituzioni finanziarie del mondo, quale il GATT, l’FMI e la Banca Mondiale.

Nel bel mezzo dei colloqui Giscard d' Estaing prese improvvisamente la parola e disse: “Signor presidente, non posso dirle esattamente quando accadrà - probabilmente fra 15 anni - ma l’Europa si sta avviando ad essere uno stato federale e dovete incominciare a prepararvi. Dovete lavorare con noi ed i leader politici europei sulla reazione che avrete quando ciò accadrà, su come consentirete ai paesi dell’est europeo di interagire con questo nuovo stato federale e su come voi stessi diventerete parte di esso. Dovete essere pronti”.

Era il gennaio 1989, un momento in cui il trattato di Maastricht [1992] neppure era stato abbozzato per sommi capi. Come diavolo ha potuto Giscard d' Estaing sapere cosa sarebbe accaduto nei 15 anni successivi? E sorpresa, sorpresa, come mai è diventato l'estensore della costituzione europea [nel 2002-03]? Una domanda molto interessante. Si sente odore di cospirazione, è vero?

Fortunatamente per noi la parte sovietica di questa cospirazione è collassata prima e Mosca non si è trovata nel momento in cui avrebbe potuto influenzare il corso degli eventi. Ma l'idea originale fu di creare ciò che fu chiamata una “convergenza”, in base alla quale l'Unione Sovietica avrebbe dovuto ammorbidirsi verso posizioni più socialdemocratiche, mentre Europa occidentale sarebbe passata da un regime politico di tipo socialdemocratico ad un regime di tipo più rigidamente socialista.

Allora si sarebbe realizzata la convergenza. Le strutture politiche delle due entità si sarebbero adattate con precisione l’una all’altra. Ecco come le istituzioni politiche dell’Unione Europea inizialmente furono progettate: allo scopo di adattarsi successivamente alle istituzioni sovietiche. Ecco anche perché sono così simili nella loro struttura e nel loro funzionamento.

Non è un caso che il Parlamento Europeo, per esempio, faccia venire alla mente il Soviet Supremo. Funziona come il Soviet Supremo perché è stato progettato nello stesso modo. Idem per quanto riguarda la Commissione Europea. che assomiglia al Politburo. Voglio dire che è simile in tutto e per tutto, tranne che per il fatto che la Commissione oggi ha 25 membri mentre il Politburo ne aveva 13/15. A parte questo hanno le medesime funzioni, non rispondono a nessuno, i membri che la compongono non sono scelti direttamente dai cittadini. Quando si esamina questa strana attività dell’Unione Europea con le sue 80.000 pagine di regolamentazioni sembra il Gosplan. Quest’ultima istituzione pianificava qualunque dettaglio in campo economico, anche la forma e la dimensione dei dadi e bulloni, fino a cinque anni prima.

La stessa identica cosa sta avvenendo nell'UE. Quando guardate il tipo di decadimento della UE, si tratta esattamente dello stesso tipo sovietico di decadimento, che si propaga dall'alto al basso piuttosto che il contrario.

Se si esaminano le istituzioni e le caratteristiche di questo mostro europeo che sta emergendo si può notare che sempre più assomiglia all'Unione Sovietica. Naturalmente, è una versione più edulcorata dell'Unione Sovietica. Per favore, non fraintendetemi. Non sto dicendo che in Europa ci sono i Gulag. Non c’è nemmeno il KGB - non ancora - ma sono da osservare con molta attenzione strutture quali per esempio la Europol. Ciò che più preoccupa è che questa polizia avrà probabilmente maggiori poteri di quelli del KGB. Avrà l’immunità diplomatica. Immaginate un KGB con immunità diplomatica. Svolgerà la sua funzione poliziesca per reprimere e perseguire 32 tipi di reato - due dei quali sono particolarmente preoccupanti.

Uno è il razzismo, l’altro è la xenofobia. Nessuna legislazione penale sulla terra considera perseguibili questi comportamenti [con l’eccezione del Belgio]. Quindi: questi sono due nuovi reati, e siamo avvertiti. Qualcuno del governo britannico ha già detto che coloro che faranno obiezioni all'immigrazione incontrollata dal terzo mondo saranno considerati razzisti. Coloro che si opporranno ad una ulteriore espansione ed integrazione europea saranno considerati xenofobi. E’ stata Patricia Hewitt che ha fatto queste dichiarazioni.

Quindi siamo avvertiti. Nel frattempo stanno ideologizzando sempre più il sistema. L'Unione Sovietica si è retta in piedi grazie all'ideologia. L'ideologia dell’Unione Europea è socialdemocratica, statalista, con una buona dose di “political correctness”. Si osservi come il “political correctness” si diffonde e si trasforma in un'ideologia oppressiva. Per non parlare poi del fatto che ormai è proibito fumare quasi dappertutto.

Si consideri la persecuzione di persone come quel pastore svedese che è stato perseguito per parecchi mesi per aver detto che la Bibbia non approva l'omosessualità. La Francia ha approvato leggi contro l’istigazione all’odio nei confronti degli omosessuali. La Gran Bretagna si accinge a varare leggi che sanzionano penalmente espressioni del pensiero contrarie alle relazioni interrazziali e relative a questioni religiose e così via. Ciò che emerge, in prospettiva, è che questo tipo di ideologia viene sistematicamente inglobata nella legislazione penale.

E’ questa ideologia che sarà quindi in futuro fatta rispettare coercitivamente. Questo sembra che sia lo scopo prevalente dell’Europol. A cosa servirebbe altrimenti ? l’Europol mi insospettisce molto. Guardo con molta attenzione quando c’è qualcuno che viene perseguito da essa. Mi chiedo quali siano i motivi e cosa sta davvero accadendo. E’ un campo in cui sono un esperto. So bene come si generano i Gulag.

Viviamo in un periodo di veloce, sistematico e costante smantellamento della democrazia. Si prenda per esempio questo Legislative and Regulatory Reform Bill [progetto di legge di riforma legislativa e normativa]. I ministri diventano legislatori che possono legiferare senza preoccuparsi di dare conto al Parlamento o a chicchessia. La mia reazione immediata è: perché tutto questo? La Gran Bretagna è sopravvissuta a due guerre mondiali, alla guerra con Napoleone, all' Armata Spagnola, per non parlare della guerra fredda, di quel periodo in cui ci veniva detto che in qualsiasi momento sarebbe potuta scoppiare una guerra mondiale nucleare. Nel passato non è mai stata evidenziata l'esigenza di introdurre questo tipo di legislazione oppure di sospendere le libertà civili o di introdurre poteri di emergenza. Perché ne abbiamo bisogno proprio ora? Tutto questo può trasformarsi in una dittatura in qualunque momento.

La situazione attuale è molto seria. I partiti politici più importanti sono stati completamente cooptati nel progetto della nuova UE. Nessuno di essi realmente si oppone a questo progetto. I partiti sono diventate istituzioni decadenti. Chi difenderà le nostre libertà? Sembra che ci stiamo dirigendo verso il collasso, la crisi del sistema. Il risultato più probabile è che ci sarà un collasso economico in Europa, che avverrà a tempo debito e che accadrà a causa di questa crescita a dismisura delle spese e delle tasse. L'incapacità di generare un ambiente competitivo, la regolamentazione eccessiva dell'economia, la burocratizzazione, tutto questo porterà al collasso economico. Specialmente l'introduzione dell'euro è stata un'idea pazzesca. La moneta non dovrebbe essere mai politicamente imposta.

A tal proposito non ho alcun dubbio. Ci sarà un collasso della Unione Europea, così come è avvenuto per l'Unione Sovietica. Ma non dimentichiamoci che quando questi momenti della storia avvengono lasciano dietro di sè una tale devastazione che ci vuole una generazione affinché si richiudano le ferite. Pensiamo a cosa accadrà quando ci sarà la crisi del sistema. Emergeranno forti tensioni fra le nazioni. Potrebbe saltare tutto.

Guardiamo all’enorme numero di immigranti dai paesi di terzo mondo che ora vivono in Europa. Tutto ciò è stato voluto dall' Unione Europea. Cosa sarà di loro se ci sarà un crollo economico? Probabilmente alla fine ci saranno, come nell'Unione Sovietica, tante di quelle dispute etniche che il loro numero è oggi difficile da immaginare. In nessun altro paese ci sono state tante tensioni etniche come in Unione Sovietica, con l’eccezione probabilmente della ex Iugoslavia. Accadrà la stessa cosa qui. Dobbiamo tenerci pronti. Questa enorme struttura burocratica sta per crollarci addosso.

Voglio essere molto schietto a questo proposito: prima si chiude con l'UE, meglio è. Prima collasserà, meno danni farà a noi e agli altri paesi. Ma dobbiamo essere rapidi perchè gli eurocrati stanno muovendosi molto velocemente. Sarà difficile affrontarli. Oggi è ancora relativamente più semplice. Se per esempio un milione di persone marcia su Bruxelles oggi questi individui se ne scapperanno via alle Bahamas. Se domani la metà della popolazione britannica si rifiuterà di pagare le tasse, non accadrà niente di drammatico e sicuramente nessuno andrà in prigione. Ancora oggi una iniziativa del genere si può abbastanza tranquillamente intraprendere. Ma non so cosa accadrà domani con una Europol che nel frattempo si sarà completamente sviluppata e riempita di ex agenti della Securitate o della Stasi. Può succedere di tutto.

Stiamo perdendo tempo. Dobbiamo batterli. Dobbiamo fermarci a riflettere ed elaborare la strategia più efficace per ottenere il massimo effetto. Altrimenti sarà troppo tardi. Cosa vi posso dire? Le mie conclusioni non sono ottimiste. Per adesso, nonostante ci siano alcuni movimenti anti-UE in quasi ogni paese, non sono sufficienti. Per adesso siamo perdenti e stiamo sprecando tempo.

Paul Belien

© 1999-2006. «PRAVDA.Ru». When reproducing our materials in whole or in part, hyperlink to PRAVDA.Ru should be made. The opinions and views of the authors do not always coincide with the point of view of PRAVDA.Ru's editors.

 
Avevamo a suo tempo dato notizia della prima intervista rilasciata dal dissidente russo a proposito dell'Unione Europea. Posso aggiungere soltanto una cosa. La situazione è molto più grave di quanto non dica Bukowski a causa della assoluta mancanza di informazione e di discussione che vige attualmente nei paesi coinvolti nella dittatura europea, e soprattutto in Italia.
In Italia tutto quello che è stato fatto e che continua ad essere fatto per distruggere la nazione italiana non è mai stato sottoposto a referendum con la motivazione che si tratta di politica estera, esclusa in base alla Costituzione da qualsiasi voce dei cittadini. Neanche l'assurdo che siano "politica estera" i soldi che abbiamo in tasca è riuscito a suscitare un minimo commento da parte dei giornalisti. Nel frattempo è stato attivato il mandato di arresto europeo per i reati di opinione, ossia qualsiasi giudizio sulle religioni, sugli stranieri, sugli immigrati e i loro costumi. Per questi reati è stata sottoposta a giudizio e condannata Brigitte Bardot, che, notoriamente paladina degli animali, aveva criticato le sofferenze inflitte dai musulmani agli animali con la tecnica rituale dello sgozzamento; è stata sottoposta a giudizio, cui l'ha sottratta soltanto la morte, la nostra Oriana Fallaci; è stato sottoposto a giudizio e imprigionato lo storico, cittadino britannico, David Irving per aver pubblicato venti anni fa un libro che metteva in dubbio lo sterminio degli ebrei, il che significa che niente e nessuno è al sicuro da questa forma di persecuzione. Quando mai gli Inglesi avrebbero tollerato che un proprio cittadino fosse incriminato e messo in prigione in un paese estero?
Questa non è soltanto una dittatura, è l'Inquisizione, con tutta la pienezza del Sacro, ossia con il totale distacco dalla ragione e dalla libertà del pensiero. Gli Italiani, che sono stati sudditi dello Stato Pontificio per quasi tutta la propria storia, conoscono gli estremi cui giunge il Potere Sacro meglio di qualsiasi altro popolo: per questo io combatto contro l'unione europea fin da quando è stato firmato il trattato di Maastricht, il trattato che distrugge la sovranità, l'indipendenza, la patria, la giustizia di tutti i popoli di Europa, e insieme a me la combattono i pochi ma coraggiosi e fidati amici che amano l'Italia e la sua civiltà e che firmano il sito degli Italiani Liberi.
Ida Magli

martedì 11 maggio 2021

I grandi sconfitti sono la società palestinese e alcuni segmenti di quella israeliana, in forte dissenso con le pratiche repressive e discriminatorie dello Stato ebraico

Questa crisi di Gerusalemme conviene quasi a tutti


Carta di Laura Canali.
11/05/2021


Netanyahu, Abu Mazen e Hamas beneficiano dell’inasprimento delle tensioni. I paesi arabi sostenitori degli Accordi di Abramo supereranno l’imbarazzo, mentre Erdoğan può mostrarsi interessato ai luoghi santi. Il sorriso dell’Iran. Unici sconfitti, i palestinesi.

di Lorenzo Trombetta

La “crisi di Gerusalemme” e i suoi sanguinosi sviluppi a Gaza e dintorni possono apparire come l’ennesima puntata di uno scontro politico e identitario senza fine tra Israele e Palestina. Eppure il contesto locale e quello regionale offrono degli elementi inediti, che rendono gli eventi in corso parte di una dinamica dai contorni poco prevedibili.

Come in ogni inasprimento di tensione, emergono degli attori interessati a sfruttare la situazione di violenza e di radicalizzazione retorica a proprio favore. Sul piano politico interno palestinese e israeliano questi attori sono proprio quelli dominanti.

A partire dal primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, che non riesce a imporsi nelle ripetute tornate elettorali e deve fare i conti con la presidenza di Joe Biden, intenzionata a gestire l’Iran in maniera diversa rispetto all’amministrazione precedente degli Stati Uniti d’America. In quest’ottica, sostenere l’elemento sionista più radicale e provocatore attorno a Gerusalemme è una mossa tanto consumata quanto valida per spingere il confronto sul lato dell’uso massiccio della violenza.

Quando si tratta di fare la guerra, Israele è una potenza quasi incontrastata. E certamente nei Territori palestinesi le Forze armate israeliane non hanno pari. Anche in termini di repressione poliziesca, il monopolio della forza è in mano allo Stato ebraico.

In Palestina, il rinvio delle tanto attese elezioni legislative e presidenziali sembra esser stato deciso anche per far salire al massimo la temperatura di una società allo stremo economicamente e senza prospettive sociali, priva del minimo strumento di rappresentatività e inclusione.

La questione di Gerusalemme, lasciata scoppiare nel momento di massima tensione collettiva e a pochi giorni dalla fine di Ramadan, il mese islamico del digiuno, è da molti decenni uno degli strumenti più efficaci dei leader palestinesi per incanalare verso l’esterno la rabbia e la frustrazione di una popolazione abbandonata al destino dell’occupazione, della deportazione, dell’esclusione, della privazione dei diritti.

Sia l’Autorità nazionale palestinese del presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) sia Hamas, sebbene con retoriche e atteggiamenti apparentemente diversi, traggono beneficio – almeno nel breve termine – dai drammatici sviluppi in corso. In un contesto di graduale crisi della loro legittimità, la questione di Gerusalemme toglie le castagne dal fuoco ai potenti di Ramallah e di Gaza.

Sul piano regionale, nessun attore è danneggiato da quanto sta succedendo. Piuttosto, ci sono leadership politiche che beneficiano degli eventi in corso e altre che, non senza imbarazzo, rimangono per ora a guardare in attesa di sviluppi.

L’Iran, principale sostenitore del Jihad islamico a Gaza e detentore di un legame tattico con Hamas, può soffiare con maggior efficacia sulla retorica del “Giorno di Gerusalemme” per rafforzare la propria posizione di apparente intransigenza e “resistenza” contro il nemico sionista. Gli Hezbollah in Libano e le milizie irachene filo-iraniane riescono con maggior facilità a spostare l’attenzione delle opinioni pubbliche di Beirut e Baghdad, esasperate da crisi economiche senza via d’uscita, illuminando gli eventi di al-Aqsa – terzo luogo santo dell’Islam – per oscurare le difficoltà attraversate nei contesti domestici.

Nei giorni scorsi, gli Hezbollah libanesi avevano lanciato vari messaggi tramite i propri canali politici e mediatici. Invitavano alla massima allerta lungo il confine meridionale, in corrispondenza di quella che era stata annunciata come la maggiore esercitazione militare israeliana degli ultimi anni. Nelle ultime ore, un presunto collaboratore di Hezbollah è stato preso di mira sulle Alture siriane del Golan in raid aerei attribuiti allo Stato ebraico.

Anche la Turchia, che come l’Iran aspira a un ruolo di leadership politica a tinte islamiche, trae vantaggio indiretto dal carnaio di Gaza e dalla polarizzazione identitaria attorno a Gerusalemme. La retorica populista consentirà al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan di mostrarsi genuinamente interessato alla difesa dei luoghi santi.

I luoghi santi, appunto, chiamano in causa l’Arabia Saudita. Che può forse apparire in imbarazzo ma che ha da tempo superato ogni remora nel prendere decisioni che sembrano impopolari nel contesto arabo-islamico. Riyad è in questi giorni impegnata a ricucire con la Siria del presidente Bashar al-Asad, alleato degli Hezbollah, e a confermare l’avvenuta riconciliazione col Qatar, sostenitore di Hamas. Soprattutto, la dirigenza saudita ha avviato ad aprile a Baghad colloqui con la controparte iraniana. Vista da Riyad, la crisi di Gerusalemme è da seguire con attenzione ma sono lontani i tempi in cui l’establishment saudita svolgeva mediazioni e si ergeva a paladino della causa palestinese.

I paesi che hanno normalizzato i rapporti con Israele, siglando gli accordi di Abramo nei mesi scorsi, non avranno enormi difficoltà a gestire l’apparente imbarazzo. Egitto e Giordania, in “pace” con lo Stato ebraico rispettivamente da 42 e 27 anni, hanno superato due intifada e numerose campagne militari israeliane su Gaza senza veder mai scosse le stabilità delle loro strutture di potere sotto i colpi del dissenso popolare solidale con la causa palestinese.

L’amministrazione Usa di Joe Biden, infine, è sicuramente l’attore esterno che viene messo alla prova in maniera più esplicita. E che finora ha tenuto un profilo estremamente cauto. Washington rimane l’alleato di ferro di Israele in Medio Oriente. Alcune decisioni prese dall’ex presidente Donald Trump non saranno sconfessate da Biden, che pare interessato non tanto alla questione israelo-palestinese, quanto al negoziato con l’Iran.

I grandi sconfitti sono la società palestinese e alcuni segmenti di quella israeliana, in forte dissenso con le pratiche repressive e discriminatorie dello Stato ebraico. Invece di prepararsi ad andare al voto, i palestinesi di Cisgiordania e Gaza si ritrovano a fare le barricate, a temere la morte e l’arresto, a urlare slogan identitari ed esclusivi che li escluderanno ancora di più dalle stagioni politiche future. Quando ad alzarsi è la “voce della battaglia”, le altre voci non riescono a farsi più sentire.

10 articoli su Israele e Palestina


Carta di Laura Canali – 2019

https://www.limesonline.com/gerusalemme-scontri-bombardamenti-israele-gaza-razzi-hamas/123487

Per la comunità dei sionisti ebrei di Milano i razzi diventano missili basta questo gioco di parole per constatare la loro cattiva fede

Dalla Comunità ebraica di Milano, solidarietà a Israele, sotto attacco missilistico da Gaza
10 Maggio 2021

di Redazione

Israele è sotto attacco; per l’ennesima volta, razzi lanciati da Gaza stanno bombardando il sud del Paese, ma le sirene sono suonate anche a Gerusalemme, dove la Knesset è stata evacuata. Di fronte a questa situazione, che giunge in un momento in cui, dopo le elezioni di marzo, Israele non ha ancora un nuovo governo, e proprio nel giorno di Yom Yerushalaim, “la Comunità ebraica di Milano – dichiara il Presidente Milo Hasbani – è vicina allo Stato ebraico in questo difficile momento rinnovando la propria solidarietà al Paese”.
Hamas ha pubblicato questa foto di una batteria di missili che stanno per essere lanciati contro Israele

Hamas sta lanciando decine di razzi da Gaza sui cittadini israeliani.

Benyamin Netanyahu, riferendosi agli attacchi di razzi a Gerusalemme, ha dichiarato: «Hamas ha varcato una linea rossa (l’attacco mirato alla Capitale, ndr). Israele colpirà con grande potenza, non tolleriamo attacchi al nostro territorio, alla nostra capitale, ai nostri cittadini e ai nostri soldati. Chi ci attacca pagherà un duro prezzo».


A Gerusalemme, – secondo quanto riferisce il Corriere della Sera, – dopo le 18 ora locale di lunedì, si è sentito il suono delle sirene, il segnale di un attacco missilistico: almeno sette razzi sono arrivati nell’area della città, dove si sono sentite diverse esplosioni (al momento non ci sono notizie di danni, feriti o morti). L’esercito israeliano ha affermato che almeno un missile anticarro è stato sparato dalla Striscia di Gaza. La Knesset è stata sgomberata e la seduta è stata chiusa in anticipo. Evacuati anche i fedeli al Muro Occidentale del Tempio, Muro del Pianto. Hamas e Saraya al Quds, ala militare della Jihad islamica, hanno rivendicato il lancio dei missili, in risposta al ferimento dei 300 palestinesi con gli scontri con la polizia fuori dalla moschea di Al Aqsa.

Lo Stato di Israele è stato vittima anche di nuovi attacchi dai terroristi palestinesi che hanno provocato almeno 35 incendi nella zona Sud del territorio israeliano attraverso il lancio di palloni incendiari da Gaza. La vegetazione ha preso fuoco proprio nel periodo più caldo della primavera mediorientale, procurando ingenti danni ambientali.

Il passo euroimbecille dello "stregone maledetto" che dura sei mesi taglia fuori tutto il personale sanitario vaccinato a gennaio. Il semplice ragionamento mette fuori causa l'ideologia politica che sta dietro a queste decisioni

Green Pass, che cosa (non) va

11 maggio 2021


Tutte le novità in Italia sul Green pass o certificato vaccinale: fatti, obiettivi, problemi e tempi

Il Green pass europeo, o Green Digital Certificate, dovrebbe essere “pienamente operativo all’inizio della stagione estiva”.

Lo ha detto oggi il ministro francese per gli Affari Europei Clément Beaune, a margine del Consiglio Affari Generali a Bruxelles. “Speriamo che i lavori del Parlamento e del Consiglio permettano di concludere all’inizio di giugno, affinché questo certificato europeo armonizzato, che si fonda sulle vaccinazioni ma anche sui test, possa essere pienamente operativo all’inizio della stagione estiva e facilitare gli spostamenti in Europa”. Anche il presidente del Consiglio Mario Draghi ha fatto sentire la propria voce al social summit Ue a Porto lo scorso week end, chiedendo un’accelerazione, decisa e definitiva, sul green certificate europeo.

Ma come già riportato la settimana scorsa, l’Italia non aspetta il modello europeo e intanto procede da sola.

Il governo italiano ha introdotto infatti il pass verde nazionale che permetterà alle persone di muoversi liberamente tra le Regioni. Il pass entrerà in vigore a partire dalla seconda metà di maggio.

“Quindi non aspettiamo la seconda metà di giugno per avere quello europeo, ma già dalla seconda metà di maggio i turisti potranno avere quello italiano”, ha dichiarato Draghi in occasione della la riunione ministeriale del G20 Turismo il 4 maggio.

“Il green pass sarà molto semplice da ottenere: vale per chi vaccinato, per chi ha fatto il tampone nelle 48 precedenti, per chi ha avuto il Covid e ancora ha gli anticorpi” ha affermato Mariastella Gelmini a Domenica In. “Il ‘green pass sarà rilasciato dalle autorità sanitarie”, ha spiegato il ministro per gli Affari regionali.

Ma restano al momento irrisolti i dubbi sollevati dal Garante della Privacy italiano (qui l’approfondimento di Start) e non solo. “Chi ha lanciato in fretta e furia questo documento senza consultarsi con il Garante non conosce il concetto di privacy by design introdotto nell’art. 25 del Gdpr”, ha sottolineato Leonardo Felician, Docente di Progettazione del Software e Sistemi Informativi II, Università di Trieste su MF/Milano Finanza.

Tutti i dettagli.

COME SARÀ IL GRANN PASS EUROPEO SECONDO IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO UE

Il green pass è “un certificato vaccinale europeo. Non è passaporto, ma l’attestazione che una persona ha fatto un percorso sulla strada del vaccino e del test, e questo può consentire di riaprire con ordine”. Lo ha spiegato il presidente del parlamento europeo David Sassoli parlando domenica a “Che tempo che fa”. “Naturalmente siamo impegnati — spiega — perché non ci siano elementi discriminatori ma certamente è uno strumento che può essere efficiente. Pensate alle persone che vanno in vacanza, all’autotrasporto, io credo che per tutto quello che riguarda la mobilità può essere molto utile. Se tutto va bene per il mese di giugno, lo avremo”, ha concluso Sassoli.

INIZIATA LA FASE DI TEST PILOTA IN VISTA DELL’OPERATIVITÀ 1° GIUGNO

Il 10 maggio è iniziata intanto la fase di test pilot per il green pass digitale Ue. “Sono coinvolti 18 Stati membri e l’Islanda, per le prossime due settimane”, ha comunicato ieri un portavoce della Commissione europea durante il briefing, rispondendo a una domanda. “Si tratta di un test, l’interoperabilità funziona, la struttura che sorregge il green pass digital è operativa, stiamo anche testando l’upload e il download dei dati. Finora non abbiamo utilizzato dati reali ma dati test. In questo momento, questo tipo di operazioni non coinvolgono i cittadini o i certificati nello specifico, ma l’infrastruttura. Per il primo giungo gli Stati membri, se sono pronti, potranno caricare dati reali”, ha aggiunto.

Il certificato europeo sta per diventare dunque operativo ma manca ancora il semaforo verde dell’Ue.

IL SOLLECITO DI MARIO DRAGHI

Proprio per questo, il premier Draghi, insieme ad altri leader Ue, ha insistito sabato scorso al Social Summit Ue affinché Bruxelles dia al più presto il via libera al green pass. Perché senza un modello unico si rischia solo confusione. Secondo la presidente della Commissione europea, Von der Leyen, un accordo tra Consiglio e Parlamento europeo è prevedibile per fine maggio.
L’ITALIA PROCEDE INTANTO DA SOLA

Tuttavia, come dicevamo, il nostro paese è pronto a procedere in maniera autonoma dal green pass europeo. Già la settimana scorsa — alla conferenza seguita alla riunione ministeriale del G20 Turismo — Draghi aveva annunciato che l’Italia intanto farà da sola, a metà maggio sarà pronta a riaprire al mondo cancellando i 5 giorni di quarantena per chi è munito di tampone negativo, di un attestato di avvenuta e completa vaccinazione o guarito dal Covid negli ultimi sei mesi.

SILERI: “GREEN PASS STIMOLO A VACCINARSI”

Sul green pass ieri Pierpaolo Sileri, sottosegretario alla Salute, in un’intervista al Corriere della Sera ha detto che “arriverà entro due settimane. Sarà un ulteriore stimolo a farsi vaccinare”.

E LE QUESTIONI SOLLEVATE DAL GARANTE PRIVACY?

Ma resta da sciogliere la questione legata alla privacy.

In relazione al progetto nazionale di certificazione verde introdotto con il decreto “Riaperture”, il Garante della privacy ha segnalato al governo che i trattamenti dei dati personali connessi all’avvio di iniziative che limitano fortemente i diritti e le libertà delle persone possono avvenire solo nel quadro di un’idonea base giuridica. A seguito inoltre di una valutazione dei rischi e con l’adozione di adeguate misure a tutela degli interessati.

L’ISTRUTTORIA AVVIATA SU CORONAPASS ALTO ADIGE

E sul tema l’Autorità presieduta da Pasquale Stanzione è rimasta in allerta.

A fine aprile il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto un’istruttoria per verificare la liceità del progetto locale di “certificazione verde” Covid, avviato dalla Provincia autonoma di Bolzano.

In base alle dichiarazioni pubbliche rilasciate dall’ente provinciale e al testo di una specifica ordinanza adottata dal suo presidente — spiega il Garante — verosimilmente già dal 26 aprile solo i possessori del cosiddetto “CoronaPass Alto Adige” possono accedere a determinate strutture ricettive; luoghi ricreativi e di formazione; nonché partecipare ad altre attività, come eventi e pratiche sportive. Il pass viene rilasciato solamente alle persone che hanno completato il ciclo di vaccinazione, a chi è guarito dal Covid o ha da poco eseguito un test negativo.

Il Garante, inviando una comunicazione alla Provincia Autonoma di Bolzano, “si riserva ogni valutazione in ordine all’adozione di provvedimenti finalizzati ad imporre una limitazione provvisoria o definitiva del trattamento dei dati previsto nel progetto di certificazione verde locale, incluso il divieto di trattamento”.

I PROBLEMI DI PRIVACY SECONDO IL PROF. FELICIAN

“Chi ha lanciato in fretta e furia questo documento senza consultarsi con il Garante non conosce il concetto di privacy by design introdotto nell’art. 25 del Gdpr” ha sottolineato Leonardo Felician, Docente di Progettazione del Software e Sistemi Informativi II, Università di Trieste su MF.

“Se pertanto il Green Pass, per come è stato concepito e dichiarato, serve esclusivamente per gli spostamenti delle persone, ogni altro uso è escluso e ogni dato non pertinente a questa finalità è vietato. Il nome del vaccino, il numero di serie del lotto e il numero di dosi non rilevano per questi fini e dunque non vanno riportati nel documento. L’informazione che il via libera allo spostamento dipenda dalla vaccinazione oppure dalla guarigione è addirittura aberrante — incalza Felician —: chi ha avuto il Covid ha diritto che ciò resti altamente riservato senza farlo conoscere a chiunque controlli i suoi spostamenti, non solo le forze dell’ordine, ma magari anche per l’accesso a uno spettacolo culturale o sportivo, a una discoteca o a un centro termale. Secondo la legge sulla privacy i dati sensibili, e questo lo è assolutamente, devono essere trattati con il più alto livello di protezione”.

“Per poter legittimamente contenere i dati che attualmente sono riportati, si devono ampliare le finalità del Green Pass e preventivamente informare gli interessati che il documento ha anche altre finalità e proprio per esse i dati suppletivi sono stati inseriti” ha aggiunto il professore.
IL TWEET DELLA GIURISTA VITALBA AZZOLLINI

Il green pass nazionale è la dimostrazione che siamo campioni nel costruire edifici partendo dal tetto. Il certificato ancora non esiste, un Dpcm ne definirà le specifiche tecniche, non si sa chi debba emetterlo, ma alcune attività sono già condizionate al suo possesso. Assurdo.

CARTABELLOTTA (GIMBE): “TAMPONE GRATUITO PER GREEN PASS”

#tampone per #GreenPass deve essere gratuito. Altrimenti si penalizza libertà di chi non ha ricevuto #vaccino #COVIDー19

LA PROTESTA DI FNOMCEO

Infine anche gli ordini dei medici protestano contro il green pass.

Con la sua durata di sei mesi dalla vaccinazione, il certificato “escluderebbe di fatto i medici, vaccinati a gennaio, dalla possibilità di spostarsi questa estate”. Si legge in una nota del presidente degli ordini dei medici, Filippo Anelli.

Dietro ci sono mesi di ulteriori “violenze legali” che fin troppo sbrigativamente sono state individuate con un nome di un quartiere di Gerusalemme, Sheik Jarrah. La sorte di altre venti famiglie palestinesi sfrattate dalle loro case, dove risiedevano da più di 60 anni, è diventata l’icona della sorte che incombe sugli abitanti palestinesi di Gerusalemme. L’arroganza dei coloni israeliani che si fa scudo della “legge” è diventata via via insopportabile

CAOS GERUSALEMME/ Dietro i razzi di Hamas, un conflitto che non si può più nascondere

Pubblicazione: 11.05.2021 Ultimo aggiornamento: 08:04 - Filippo Landi

Escalation di violenza tra israeliani e palestinesi: sette razzi sono stati lanciati da Gaza verso Gerusalemme, mentre Israele ha bombardato la Striscia

Gerusalemme, incidenti sulla Spianata delle Moschee (LaPresse)

Non sempre la storia si ripete, neppure a Gerusalemme, neppure a Gaza. Dal punto di vista dei feriti, a Gerusalemme, oltre trecento in due giorni tra i palestinesi, tutto sembra rinviare ad altri scontri di un passato lontano, ma a ben vedere solo di pochi anni. La polizia israeliana oggi è tornata ad occupare la Spianata delle Moschee, né si è fatta scrupolo di colpire, con lacrimogeni e bombe stordenti all’interno della Moschea di al Aqsa.

Essere all’interno del periodo del Ramadan non è stato un velo per il decisionismo dei nuovi capi della polizia israeliana. Questi ultimi si erano già distinti per aver introdotto, un mese fa, all’inizio del periodo del Ramadan, un ulteriore divieto: l’impossibilità di pregare il venerdì fuori della Porta di Damasco. In questi giorni è un luogo quasi obbligato, visto che ai giovani palestinesi musulmani è fatto divieto di salire alla Spianata delle Moschee, con l’intento di “evitare” incidenti. Un divieto, quello davanti alla Porta di Damasco, considerato incomprensibile e provocatorio da molti commentatori israeliani o filo israeliani.

Eppure tutto questo non riesce a spiegare la vastità della protesta e la violenza della polizia. Dietro ci sono mesi di ulteriori “violenze legali” che fin troppo sbrigativamente sono state individuate con un nome di un quartiere di Gerusalemme, Sheik Jarrah. La sorte di altre venti famiglie palestinesi sfrattate dalle loro case, dove risiedevano da più di 60 anni, è diventata l’icona della sorte che incombe sugli abitanti palestinesi di Gerusalemme. L’arroganza dei coloni israeliani che si fa scudo della “legge” è diventata via via insopportabile.

A fronte di questo, il trasferimento delle ambasciate straniere da Tel Aviv a Gerusalemme, a cominciare da quella degli Stati Uniti, ma anche gli accordi tra Israele e alcuni paesi arabi mostrano tutta la cecità della diplomazia internazionale, incapace di risolvere le aspirazioni nazionali ma arrogante nel tentativo di considerare chiuso un problema chiave del conflitto tra israeliani e palestinesi: questo problema ha un nome, Gerusalemme. Per questo i nuovi scontri a Gerusalemme hanno una valenza politica internazionale che in passato non avevano così evidente. Un problema, un’aspirazione nazionale che va ben oltre l’interesse religioso.

Né si possono liquidare le proteste come ispirate e dirette da Hamas. Semmai è da riflettere sulla capacità di Hamas di raccordarsi, oggi più di ieri, su quanto accade a Gerusalemme, e nelle proteste a Nazareth, Haifa, Lod (periferia di Tel Aviv). Il monito alla polizia israeliana a sgomberare la Spianata delle Moschee e poi il lancio di razzi da Gaza è un atto di Hamas militarmente irrilevante, ma politicamente importante. La risposta israeliana appare una riproposizione di forza, che non aggiunge nulla di nuovo se non l’incremento delle vittime palestinesi (altre venti solo ieri e tra questi molti bambini). Si ripropone, verso Gaza e a Gerusalemme, la vecchia politica, dove la “sicurezza” e la forza militare hanno la preminenza. I partiti che in Israele stanno discutendo la possibilità di un governo alternativo a Netanyahu, per il momento, sono anch’essi dentro la vecchia politica.

Occorre cominciare a guardare alla Cina e all’Asia più in generale come a un’opportunità (enorme) alternativa e paritetica a quello che offrono gli Stati Uniti, poiché sono i fatti a confermarlo

SPY FINANZA/ La svolta sulla Cina della Germania che l’Europa non ha capito

Pubblicazione: 11.05.2021 - Mauro Bottarelli

La Germania ha capito le opportunità che offre il mercato asiatico. L’Europa appare invece desiderosa di schierarsi con gli Stati Uniti

Angela Merkel, cancelliera della Germania (LaPresse)

Per capire cosa accadrà il 10 giugno alla riunione spartiacque (l’ennesima) della Bce, la strategia del bilancino appare la migliore. Occorre soppesare al milligrammo ogni accadimento, farne la tara. E poi, azzardare. Perché la variabile Covid è tutt’altro che fuorigioco. Pensate che le deliranti scene giunte nel weekend dalla Spagna non avranno ripercussioni da qui a un mese? Casualmente, a ridosso dell’appuntamento di Francoforte. Direte voi, così si bruciano la stagione turistica? Certo. Ma forse si garantiscono un po’ di supporto Bce in più rispetto all’ipotesi di graduale ritiro già da settembre. Occorre ragionare così, ormai. E la conferma indiretta della deriva distopica in atto ci arriva da una notizia apparentemente scollegata: BionTech, la casa farmaceutica tedesca che ha prodotto il vaccino anti-Covid insieme a Pfizer, ha comunicato la sua intenzione di installare la produzione in un nuovo mega-stabilimento di Singapore che sarà pronto entro il 2023. Di più, la nuova sede diverrà anche quartier generale regionale per il mercato asiatico.

E qui sono due le notizie. Primo, se si opera su tempi così dilatati e con cifre di investimento simili – oltretutto in modalità di delocalizzazione tale da sfidare le criticità sulla catena di fornitura emerse proprio durante la pandemia – è perché si è convinti che il gioco valga la candela: tradotto, la pandemia è già oggi endemia. E BionTech ci mette il carico da novanta. Seconda, e più importante notazione, tenendo ben presente la collocazione geografica di Singapore, ce la offre questo grafico, dal quale si evince come la quota di export tedesco destinato alla Cina sia in continua espansione a danno di quella verso Francia e Stati Uniti.


La decisione di Angela Merkel di accelerare il memorandum di intesa commerciale fra Cina e Ue lo scorso dicembre, capace di mandare su tutte le furie Washington, aveva un senso strategico. E di visione. Il business comincia solo ora in campo farmaceutico, : stando a studi già in fase di sviluppo, i vaccini basati su mRNA potrebbero un domani risultare fondamentali nella lotta contro le principali forme di patologie oncologiche. E chi sarebbe in pole position rispetto a questa rivoluzionaria frontiera della ricerca? BionTech e Moderna.

Capito perché i tedeschi si spostano in Asia con tale magnitudo di investimento? Scelta di campo, perché se si vuole competere in seno a Big Pharma, l’Europa risulta troppo piccola come campo da gioco e gli Stati Uniti giocano in base a regole tutte loro, come dimostrato dal fallito blitz buonista di Joe Biden sui brevetti. L’Asia opera in base a un principio mercantilista molto meno ipocrita: tutti devono guadagnarci, Cina in testa. È così dai tempi di Marco Polo. Una volta che lo sai e lo accetti, vivi certamente più sereno rispetto a certe false alleanze che si tramutano in coltellate alle spalle alla prima occasione.

E sapete cosa sta accadendo ancora in Asia? Il gigante alimentare filippino Monde Nissin sta discutendo proprio con il fondo sovrano di Singapore, GIC, e con il colosso assicurativo di Hong Kong, AIA, rispetto alla sua IPO, destinata a diventare il più grande collocamento di sempre nell’area, l’Aramco con gli occhi a mandorla. Ma non basta. Il proprietario del gigante filippino della logistica, LBC Express, starebbe valutando la cessione di una quota di partecipazione: un business di fondamentale importanza, praticamente una delle chiavi per aprire le porte d’accesso al mondo 2.0.

Non a caso, mentre i tg hanno le telecamere puntate sulla Spianata della Moschee, Israele ha firmato un accordo di libero scambio commerciale con la Corea del Sud. Insomma, la frontiera è l’Asia. Soprattutto nel mondo post-pandemico ed endemico. E trattare con l’Asia, piaccia o meno, significa fare i conti con la Cina. La Germania lo ha capito e si è adeguata, poiché pragmatismo impone che si debba guardare in faccia la realtà. Quello di Pechino è certamente un regime autoritario e con un’economia basata ancora su rigido controllo statale (lo spericolato Jack Ma ne sa qualcosa), vero. Ma gli Stati Uniti post-Lehman cosa rappresentano, invece? Il basare qualsiasi scelta di politica economia, finanziaria e monetaria sulle necessità manipolatorie e di profitto di Wall Street e su una Fed che è divenuta l’unico potere reale, rappresenta qualcosa di molto differente dal concetto di Soe cinese o dall’onnipotenza della Pboc?

Se Ford o Boeing (non la drogheria all’angolo o la tintoria dei Jefferson) per restare in piedi devono prima razziare le linee di credito con le banche per timore che vengano congelate (credit crunch) e poi aspettare che la Federal Reserve cambi i criteri di classificazione del rating per operazioni di finanziamento, al fine di depotenziare i downgrades in cui sono incorse nel frattempo, dove sarebbe il libero mercato? E quale differenza ci sarebbe rispetto alle aziende cinesi che non falliscono per legge, essendo più o meno tutte a controllo statale?

Smettiamola di raccontarci panzane sul liberismo selvaggio e la libertà di intrapresa: l’America è una nazione basata sull’indebitamente strutturale e il deficit sistemico, esattamente come la Cina pre-Xi. L’operatività di Prime Brokers e Primary Dealers del debito non rappresenta forse il corrispettivo in grisaglia da 10.000 dollari dello shadow banking cinese, un colossale schema Ponzi che – infatti – ogni 5 anni richiede una crisi globale e l’intervento alluvionale di un Qe per evitare il collasso dell’intera impalcatura di sistema? Piaccia o meno, è così. Ed è l’America stessa a saperlo, visto che per quanto possa abbaiare, le sue sanzioni le applica contro Russia e Venezuela, ma quando si tratta di Cina e Iran, il più delle volte si limita a mostrare i denti. E poi abbozza.

La ragione? Ce la mostra quest’altro grafico, dal quale si evince come Pechino abbia di fatto chiuso in angolo gli Usa, tanto da aver operato uno shift strategico nelle detenzioni di debito statunitense proprio nel pieno della pandemia: a febbraio del 2020, Pechino “custodiva” Bills a breve termine per 3 miliardi di dollari di controvalore, oggi per 76 miliardi. Il tutto, come mostra la biforcazione del grafico, a scapito delle detenzioni di titoli di Stato americani a lungo termine, quei Treasuries che sono (stati) di fatto il benchmark globale per il costo del denaro e le politiche sui tassi. Ora non più, stante una Fed che cambia criteri valutativi in base alle necessità di Wall Street e accetta tranquillamente l’attuale overshoot inflazionistico, trincerandosi dietro al numero di occupati come nuovo indicatore di salute dell’economia e quindi di ricalibratura della politica monetaria.


D’altronde, se Washington continua a minacciare con sanzioni, per quale motivo la Safe (State Administration of Foreign Exchange) cinese dovrebbe mettersi in pancia debito a lungo termine che potrebbe essere congelato o confiscato dal Tesoro Usa? Insomma, Washington bluffa. E Pechino risponde. Avendo il coltello dalla parte del manico.

Occorre quindi svendersi alla Cina, tradendo i rapporti atlantici? No. Occorre però cominciare a guardare alla Cina e all’Asia più in generale come a un’opportunità (enorme) alternativa e paritetica, poiché sono i fatti a confermarlo. Altrimenti, continuiamo pure a basare la nostra crescita su business sclerotizzati con partner che utilizzano l’Europa come vaso comunicante dei propri eccessi, salvo mantenere mano libera nell’ampliare i propri orizzonti in base a opportunità e interessi di parte.

Trattare con la Cina significa doversi sedere a un tavolo dove, in partenza, le condizioni di dialogo non sono quelle esistenti tra pari? Forse è vero. Trovatemi però un esempio di accordo fra Ue e Usa dal dopo-Lehman in poi che non abbia visto soccombere gli interessi europei, nel breve o nel lungo periodo. Il motto sui mercati, si sa, è uno solo: Don’t fight the Fed, non combattere la Federal Reserve. Certo, se sei la piccola Europa non ti conviene. Ma se cerchi alleanze, magari con chi quella stessa Fed la tiene per il bavero di un doppio ricatto basato su detenzione di debito e leva dell’impulso creditizio globale, magari dall’altra parte dell’Oceano tornano su più miti consigli.

L’Asia è un cantiere a cielo aperto, un fermento continuo di business e investimento. E lo è proprio oggi, perché il mondo tenta di ripartire dal lockdown globale per entrare in una nuova fase di convivenza con il virus e con nuovi assetti ed equilibri geopolitici, economici e finanziari. La Germania lo ha capito, ha messo la freccia e svoltato verso Est. Noi, cosa facciamo? Ci gingilliamo con pregiudizi e stereotipi?

Google, Apple, Facebook, Amazon, LinkedIn, Twitter, TikTok stanno costruendo grandi recinti dove le mandrie potranno pascolare, ma non potrà non esserci intorno una foresta ricca di animali e di novità

Siamo nell'epoca del web chiuso


Le novità sul fronte della privacy, la fine dei cookie di terze parti e come i giganti del web stanno cercando di creare luoghi chiusi da sfruttare per l'advertising: cronache di un'internet sempre più fatta di recinti

“Il web è morto”, scriveva circa quattro anni fa l’informatico e attivista Andrè Staltz. Denunciava un World Wide Web sempre più grande e allo stesso tempo sempre più chiuso: il contrario di ciò che sarebbe dovuto essere. Se all’epoca poteva sembrare una provocazione, oggi la sua sembra più una profezia.

La musica del tracciamento

In principio fu la condivisione di informazioni tra utenti. Poi gli stessi utenti divennero creatori inconsapevoli di informazioni nuove, molto più numerose e relativamente semplici da raccogliere. Così, a quasi trent’anni dalla sua pubblicazione al di fuori del Cern (era il 6 agosto 1991), potrebbe essere sintetizzata la non più breve storia del web. Cookie, codici di identificazione e tool di tracciamento online sono le note con cui preso forma la sinfonia della digital economy, ma ora la musica sta definitivamente cambiando.

Gli utenti sono stati inseguiti fin troppo nella loro navigazione, come avremmo detto un tempo, ed è tempo di finirla. Anche i protagonisti del web lo hanno capito. Anzi, la decisione è proprio loro e la ragione è più che giusta: la privacy. Eppure le trasformazioni annunciate da Google e già messe in atto da Apple, sui cui ora gli esperti di tutto il mondo si stanno arrovellando, potrebbero rendere il web un posto forse non migliore di come lo conosciamo e sicuramente non molto vicino all’idea con cui Tim Berners Lee lo ideò. Perché? Per capirlo, almeno l’ultimissima parte di quella non più breve storia va raccontata.

La novità di iOs 14.5

Da qualche giorno è stato rilasciato l’ultimo aggiornamento di iOs, giunto alla versione 14.5, che introduce una novità senza precedenti: l’App Tracking Transparency. Adesso, ogni volta che si scarica una nuova app, il sistema operativo di Apple chiede all’utente se vuole che essa invii ad altre app i dati che ha su di lui, a fini di profilazione pubblicitaria. In che senso? Beh, se vi è capitato di cercare un prodotto online e di vedere un annuncio su quello stesso prodotto dopo qualche secondo, vi è chiaro di cosa stiamo parlando.

Ogni piattaforma è in grado di conoscere ciò che gli utenti fanno al di fuori di essa: nome, data di nascita, indirizzo email, numero di telefono, cronologia di navigazione e altri dati si possono scambiare direttamente tra piattaforme o comprare da apposite banche dati. Per gli iPhone alla base di questo mercato c’è l’Identifier For Advertisers (Idfa): semplificando, si tratta di un codice univoco associato a ciascun utente che consente di riconoscerlo e seguirlo in giro per il web. Rispondere “no” alla domanda di autorizzazione posta dal sistema operativo significa impedire all’app di accedere all’Idfa, ovvero di ricevere dati sul profilo utente o di associarvene di nuovi.

Chrome e la fine dei cookie di terza parte

Google si prepara a una mossa simile. Dal 2022 – è la promessa fatta due anni prima – il suo browser Chrome non supporterà più i cookies di terza parte, seguendo l’esempio di browser meno utilizzati come Mozilla Firefox, Safari e DuckDuckGo. In concreto i cookie sono stringhe di codice informatico che permettono al server su cui è ospitato un sito web di inviare pacchetti di dati a un browser perché le ricordi. Questi dati hanno a che fare con la navigazione dell’utente generalmente intesa: credenziali, prodotti aggiunti a un carrello, cronologia, eccetera. Se per esempio entrate nell’area riservata di un sito e la volta successiva non dovete inserire nuovamente nome utente e password, è merito dei cookie.

Su un sito però possono essere presenti cookie di soggetti esterni, le cosiddette terze parti che utilizzano i dati degli utenti per propri fini, come la profilazione pubblicitaria. Le piattaforme per il programmatic advertising (che consentono l’acquiso automatico di spazi per i banner pubblicitari sui siti web in base agli interessi di navigazione degli utenti) piazzano dei cookie sui siti partner che mettono a disposizione i loro spazi a fronte di un guadagno: servono a memorizzare l’attività degli utenti su tutti quei siti per mostrargli annunci adatti all’interno di quegli stessi siti. La domanda è: nonostante le informative e la richiesta di consenso introdotte dal Gdpr, quanti utenti ne sono davvero consapevoli? Pochi. Negli anni, però, l’attenzione sul tema della privacy in rete e l’insofferenza verso pratiche poco trasparenti sono cresciute. Così Chrome ha deciso una volta per tutte di far fuori i cookie di terza parte.

Una rivoluzione nella pubblicità online

Google ha annunciato la sua mossa nel gennaio 2020 e poco dopo, in mancanza di comunicazioni analoghe sul suo sistema operativo Android, Apple ha rincarato la dose svelando la funzione App Tracking Transparency appena attivata. Si sapeva, eppure da qualche settimana se ne sta parlando come non mai: anche i meno attenti e più restii devono aver realizzato che siamo a un punto di svolta. Con iOs 14.5 Apple sta dando all’utente una possibilità di scelta inedita relativa alle app, che il concorrente Android non sembra ancora pronto a seguire. Facendolo ha rafforzato la posizione del brand in difesa della privacy, tema di cui ha fatto una bandiera. Google non arriva a questo punto, ma rinuncia a qualcosa che è stato un cardine del suo modello di business. Perché, privacy a parte, le mosse delle due aziende colpiscono la profilazione pubblicitaria.

Facebook ha messo un piedi una campagna di comunicazione in favore del tracciamento, fino a spiegare agli utenti di iOs che proprio il tracciamento garantisce la gratuità del social network. E questo nonostante Facebook sia al vertice di una piramide di cui fanno parte moltissimi altri attori che – ha denunciato lo stesso Mark Zuckerberg – si troveranno in grandi difficoltà. Sviluppatori di software ed esperti di pubblicità sono al lavoro su possibili soluzioni, ma in sottofondo resta una musica che sta cambiando per l’intero settore dell’advertising.

Gli attori coinvolti

Al di là delle alternative e dei tecnicismi in materia, la fine dei cookie di terza parte non può che portare a una valorizzazione dei cookie cosiddetti di prima parte: quelli che un sito web utilizza al proprio interno e che gli permettono in sostanza di ricordare chi sono i suoi utenti. Da soli, però, i cookie non bastano. Ci vogliono dati in grandi quantità se si vogliono utilizzare in ambito pubblicitario. Per ottenerli servono molti utenti, e preferibilmente anche molto attivi. Come si fa ad attirarli e ingaggiarli? Semplice: con i contenuti, siano essi articoli, photogallery, filmati, podcast, videogiochi o esperienze in realtà virtuale.

I siti web e le app che vogliono vendere spazi pubblicitari avranno bisogno di molti contenuti di qualità per portare traffico e hit sui banner. I professionisti e le agenzie che vogliono realizzare avvisi pubblicitari efficaci, potendo contare su profilazioni meno accurate in mancanza dei cookie di terza parte, dovranno lavorare a contenuti più curati e accattivanti (concept, copy, immagini, eccetera). Le aziende che vogliono ottenere nuovi clienti o fidelizzarli potranno contare meno sulle banche dati esterne per la definizione delle audience da colpire, perciò molti brand sceglieranno di costurirsele direttamente, usando come criterio la fruizione dei nuovi contenuti che inizieranno a produrre da parte degli utenti. Per Facebook, Google e le grandi piattaforme pubblicitarie della nostra epoca invece il discorso è sensibilmente diverso.

All’ombra dei giganti

Come ogni sito web o app, i giganti possiedono dati di prima parte sui propri utenti, con la differenza che ne hanno a centinaia di milioni o a miliardi. A sufficienza, cioè, per garantire agli inserzionisti un servizio di qualità e per non spaventarsi troppo. Anzi, considerando le difficoltà che avranno i concorrenti – sempre che si possano chiamare così – Facebook, Google e poi Amazon, LinkedIn, Twitter e TikTok potrebbero essere visti come l’unico porto sicuro per quanto riguarda la qualità dei risultati, sottraendo ulteriori risorse a piattaforme più piccole. Pensiamo alla stessa Google: mettendo al bando i cookie di terze parti su Chrome fa una rinuncia, ma può contare sui dati forniti dal motore di ricerca, da Gmail, da Maps, da YouTube e da decine di altre applicazioni. Eppure anche i giganti saranno in qualche modo intaccati dalle novità su Chrome e iOS: banalmente, non potranno più disseminare il web di tracciatori a loro piacimento. E tra le soluzioni per far fronte a questo problema ce n’è una particolarmente interessante.

La costante è che l’attenzione e la disponibilità sono risorse scarse, dunque la partita si giocherà come sempre su dove gli utenti troveranno contenuti interessanti, apprezzabili e fruibili con semplicità. Probabilmente accadranno due cose che, anzi, in parte stanno già accadendo. La prima, come abbiamo accennato, è che molti soggetti che prima non lo facevano inizieranno a produrre contenuti. La seconda è che le grandi piattaforme cercheranno di portare quanti più contenuti possibile al loro interno. Lo hanno sempre fatto, perché mantenere gli utenti attivi su un sito o in un’app significa fargli rilasciare più dati. Oggi, però, hanno un motivo in più. Facciamo un esempio: se Facebook convince un giornale a pubblicare un articolo non sul suo sito ma in esclusiva all’interno del social network, chi vuole leggerlo lo farà proprio lì e non più altrove. Semplificando molto, ad avere i dati sulla lettura di quell’articolo non sarebbe quindi il giornale – almeno non direttamente – ma proprio Facebook, che in questo modo eviterebbe di perdere i dati forniti dai cookie di terza parte e, anzi, magari ne otterrebbe anche di nuovi.

Un web chiuso

È in quest’ottica che, al di là del contentino economico dato a un settore in difficoltà, vanno letti gli accordi che Facebook e Google stanno stringendo con gli editori di news. Lo stesso vale per la continua attivazione di nuove funzionalità, l’ultima delle quali è la chat in diretta audio che Twitter, LinkedIn, Spotify e Facebook hanno copiato da Clubhouse. Pensiamo ai podcast, che ormai troviamo praticamente ovunque e che presto saranno ascoltabili anche su Facebook. Ricordiamoci le Storie, lanciate dalla presto dimenticata Snapchat e portate anche sulle piattaforme più impensabili. Riflettiamo sul perché Instagram si sia dotato di uno shop interno, che consente ai brand di vendere prodotti ai follower direttamente all’interno dell’app, senza chiedergli di uscire per raggiungere un ecommerce. E che dire di tutto ciò che sta avvenendo nel mondo di web creator e influencer? Concorsi a premi, sistemi di monetizzazione, partnership per contenuti inediti, accordi di produzione in esclusiva. Apple, Instagram, TikTok stanno investendo milioni per avere i contenuti migliori e di maggior successo al loro interno. Con l’obiettivo di mantenere sintonizzata o espandere la propria audience, com’è fin dagli albori della televisione, ma anche per ottenere dati da essa.

I giganti del web, ammoniva Andrè Staltz, stanno diventanto sempre più ricchi e funzionali, ma sempre più chiusi. E non ha tutti i torti. I contenuti sono tanti, ma esclusivi. I link sono sempre più spesso interni e, anzi, quelli che rimandano a piattaforme diverse sono spesso penalizzati. Il World Wide Web si basava su collegamenti di questo tipo: era aperto e plurale, secondo Staltz. Oggi anche la pluralità è in mano a un oligopolio di colossi tecnologici e il nostro web è fatto di recinti, in cui inequivicabilmente ci piace moltissimo pascolare. E così il paradosso vuole che gli avazamenti sul fronte della privacy possano avere conseguenze diverse, non direttamente legate alla sfera del diritto. E che a volere quegli avanzamenti siano stati proprio i colossi e non qualcun altro. Come la politica, per fare un nome a caso.

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10 maggio 2021

Uno studio di Excellence Consulting rivela che il livello di liquidità che giace sui conti correnti degli italiani è legato alla maggiore o minore capacità di fare consulenza da parte della banca

C’era una volta il conto corrente, fino a qualche anno fa considerato un prodotto entry level e utilizzato come leva commerciale per attrarre clientela a suon di promozioni, da indirizzare poi verso prodotti più evoluti e la consulenza finanziaria.

Oggi ad offrire conti correnti a zero spese sono rimaste pochissime banche – e solo per alcune fasce di clientela (ad esempio gli under 35) – mentre altre hanno adottato politiche commerciali volte a scoraggiare chi non diversifica il proprio patrimonio su più prodotti della casa e non.

A far scattare la tendenza inversa sono state le politiche monetarie fortemente espansive adottate nell’ultimo decennio che hanno portato le banche – a causa dei tassi negativi imposti dalle Bce – ad applicare costi aggiuntivi. Così molti istituti hanno deciso di invertire la rotta e avviare una stretta sui conti correnti, troppo onerosi per gli intermediari, e cominciare a raccogliere i frutti delle politiche commerciali del passato.

Così le banche reti come Fideuram, Mediolanum, Fineco, Banca Generali o Allianz Bank mettono a sistema la propria capacità di fare consulenza ai clienti sulla gestione della loro ricchezza finanziaria, con conseguente allocazione del patrimonio verso i prodotti di risparmio gestito.

Maurizio Primanni, Ceo di Excellence Consulting

Il presidio sul fronte consulenziale ha consentito a queste realtà di arginare l’incremento della liquidità: secondo una ricerca di Excellence Consulting, che esamina la relazione tra incremento della liquidità e i diversi modelli di business delle banche, nel 2020 per le reti la percentuale di conti correnti rispetto alla ricchezza gestita dei clienti è stata nell’ordine del 16% contro il 38% per il resto del sistema bancario (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps, Bper).

“La nostra ricerca – afferma Maurizio Primanni, Ceo di Excellence Consulting – dimostra che la liquidità non messa a reddito che giace sui conti correnti degli italiani, oltre che alla paura e all’incertezza nel futuro conseguenti all’emergenza del Covid, è legata anche alla maggiore o minore capacità di fare consulenza da parte della banca”.
Chi fa consulenza riduce la liquidità sui conti dei clienti

Negli ultimi dieci anni, dal 2010 al 2020, la quota di liquidità presso i conti correnti degli italiani, tra famiglie e imprese, è cresciuta di circa il 3% raggiungendo la cifra monstre di 1.750 miliardi. Dall’ altra parte, ancora nel medesimo decennio, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, pari a 4.421 miliardi, è aumentata solo del 1,84%.

Con la pandemia nell’ultimo anno, secondo l’Associazione bancaria italiana (Abi), i depositi degli italiani si sono ampliati di circa 200 miliardi di euro. Il blocco delle attività economiche e gli stop alla circolazione hanno spinto le persone a essere più prudenti, risparmiare maggiormente e temere la volatilità e l’instabilità dei mercati, così alla decrescita del pil conseguente al lock-down si è associata anche la ridotta espansione della ricchezza finanziaria.

“A guardare i dati di Banca d’Italia – sostiene Primanni – se è vero che dal 2010 al 2020 la quota di quest’ultima detenuta sotto forma di liquidità dalle famiglie italiane è cresciuta di circa il 3% all’anno, tuttavia l’andamento evidenzia una progressiva accelerazione: fino al 2015 l’incremento è stato nell’ordine del 1,27% all’anno, dal 2015 al 2018 del 3%, per arrivare al 4,74% del biennio 2018-2020”.

L’anno chiave sembra il 2015, quello dei fallimenti bancari con la risoluzione di Banca Etruria, Banca delle Marche, Cariferrara e Carichieti, ma è indubbio che a velocizzare molto la crescita nell’ultimo biennio sia anche stata l’incertezza dovuta alla crisi sanitaria.

Al contempo – evidenziano da Excellence – è anche cresciuta la quota di ricchezza finanziaria detenuta sotto forma di prodotti di risparmio gestito (fondi comuni o prodotti assicurativi), che riporta un tasso di crescita annuo del 5,17% dal 2010 al 2020, cionondimeno la ricchezza finanziaria complessiva degli italiani, pari a 4.421 miliardi nel 2020, negli ultimi dieci anni è aumentata solamente del 1,84% all’anno.

In particolare, aggiunge l’esperto, è da segnalare come il problema dell’eccesso di liquidità sui conti dei clienti riguardi maggiormente le banche commerciali rispetto alle reti, che beneficiano, oltre al fatto di avere una clientela in media più ricca, anche di una maggiore focalizzazione del loro modello di business verso la consulenza sugli investimenti dei clienti.

Dalla ricerca di Excellence emergere che l’incremento ha riguardato tutti i player del mercato: dal 2010 al 2020 per le reti l’indicatore è salito dal 11% al 16%, mentre per le banche dal 32% a circa il 38%.

“Interessante anche il fatto che all’interno dell’aggregato delle reti la situazione sia disomogenea – prosegue Primanni –, con quelle advisor-centriche (Fideuram, Banca Generali, Allianz Bank e Azimut) che risentono del problema dell’eccesso di liquidità in forma molto minore rispetto alle più digitali (Fineco, Widiba e Che Banca)”.

Guardando al 2020, a ottenere le performance migliori in termini di quota di liquidità rispetto al totale del patrimonio dei clienti sono state: Azimut (4%), Deutsche Bank (8%), Allianz Bank (9%), Banca Generali (13%), Banca Euromobiliare (13%) e Fideuram (15%). Hanno un peso della liquidità più significativo: CheBanca (35%), Wibida (28%), Fineco (27%), Mediolanum (24%).