L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 maggio 2022

Trasformazioni inevitabili è questione di sopravvivenza

Preparativi di un nuovo mondo: circa la “trasformazione strutturale” dell’economia Russa
di Alessandro Visalli
15 maggio 2022


Giovanni Arrighi descrive la svolta degli anni ottanta che produsse il ridisciplinamento dei lavoratori occidentali (il cui reddito reale è da allora stagnante[1]) come ultimo effetto di una lunga catena di cause e conseguenze il cui punto focale è la decolonizzazione. La svolta i cui alfieri furono Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margareth Thatcher in Gran Bretagna è quindi letta nel contesto della lotta egemonica tra Est ed Ovest. La crisi dei profitti e della competitività delle merci occidentali, attivata dal cambiamento delle ragioni di scambio, in particolare di alcuni prodotti chiave (in primis energetici), determinò allora uno squilibrio fondamentale della bilancia dei pagamenti e fiscale. Squilibrio che fu aggravato dalle politiche di compensazione che si accumularono per tutti gli anni sessanta e settanta giungendo, alla fine, ad un punto di rottura. Politiche rivolte a salvare il grande capitale e cercare di conservare, allo stesso tempo, la pace sociale. Allora, con la svalutazione del dollaro (e della sterlina) del 1969-73 e con il distacco del 1971 dalla parità con l’oro derivarono un gioco di reciproco scaricabarile tra alleati. Un gioco a chi alla fine si sarebbe trovato a pagare la crisi. Toccò a noi.

Per evitare la distruzione di capitali, questi si rifugiarono nel loro “quartier generale”, ovvero nei mercati finanziari, cercando di moltiplicarsi senza passare per la produzione. Ma, come scrive Arrighi in “Adam Smith a Pechino”, in questo modo alla fine “gli Stati Uniti passarono dal ruolo di principale sorgente mondiale di liquidità e di investimenti diretti all’estero che avevano coperto durante gli anni Cinquanta e Sessanta, a quello di principale nazione debitrice e di pozzo di liquidità che non hanno più abbandonato dagli anni Ottanta”[2].

Ottennero così i risultati di fine millennio: la sconfitta dell’Urss e il disciplinamento del Sud del mondo. I margini della produzione furono ricreati distruggendo ed incorporando in modo subalterno l’industria del blocco sovietico, che competeva sui mercati del Sud; quindi attraverso la recessione e l’allargamento delle catene produttive ad occupare lo spazio che si era aperto; infine questi eventi liquidarono lo Stato Assistenziale e ricostituirono l’esercito di riserva industriale; le crisi finanziarie e di debito ripetute per tutti gli anni ottanta e novanta crearono lo spazio per imporre l’apertura dei mercati al capitale speculativo ed industriale[3]. Alcuni hanno chiamato tale modello, che scava costantemente sotto le proprie fondamenta, “Grande Moderazione”[4].

Quel che era accaduto in quel torno di anni, ed alla fine produsse il rivolgimento nel ventennio ’80-’90, rivoltò l’intera società. La direzione e qualità dei consumi passo da un assetto che aveva trazione da parte dei consumi di massa a uno guidato dai consumi “distintivi”. Si insediò l’egemonia della classe sociale “affluente”, che esibisce i propri consumi facendone elemento del prestigio, della legittimità a dirigere e della stessa propria qualità morale, la quale si impose sulla precedente semi-egemonia “popolare”. Il processo trovò i suoi cantori e trovò i suoi critici[5], ma fu praticamente irresistibile. Si trattava di una nuova Belle Époque fondata su un meccanismo che, in basso, era sostenuto da una continua anticipazione di futuro, ovvero da una costante espansione finanziaria e quindi delle strutture del debito, e che, secondo Arrighi, nel lungo periodo avrebbe potuto portare a un “nuovo crollo sistemico” (e in realtà molto più vicino, dato che “Adam Smith a Pechino” uscì nel 2007). Si affermò, insomma, un modello nel quale dominava la riduzione della concorrenza attraverso l’estensione delle relazioni clienti-fornitore “captive”, basate sull’associazione di monopoli e monopsoni, e l’interconnessione internazionale per sfuggire, o per arbitrare, ai regimi di regolazione[6]. E’ il modello Walmart degli anni Novanta, sulla base del quale, generalizzandolo, si imporrà nel nuovo millennio il modello della “gig economy”[7] e di “Amazon”[8]. E un rovesciamento completo del modo di regolazione della società.

Tutto questo si avvia alla fine e permane ormai come fantasma

Ma, naturalmente, di quel che accadrà nei prossimi mesi e soprattutto anni è solo possibile congetturare. Per sviluppare queste congetture partiamo da un’interpretazione: l’accumulazione del capitale, dal quale nel nostro sistema dipende assai strettamente la stabilità politica (sia in ‘alto’, come consenso dei ceti dominanti, sia ‘in basso’ come accesso alle risorse dei ceti subalterni via lavoro), è strettamente connessa con lo sfruttamento di dissimetrie che il sistema coltiva. Oppure, per dirlo in altro modo, il movimento del capitalismo genera sempre una dialettica spaziale che è internamente connessa con la lotta di classe. Il gioco è quello di cercare sempre nuovi sbocchi sfruttabili per le eccedenze di capitale e di lavoro che si generano continuamente, senza redistribuirle. Perché nei nuovi sbocchi si dia il processo completo di valorizzazione del capitale (investimento-produzione-realizzo) è necessario che sia presente una certa stabilità e, al contempo, un certo controllo da parte dell’investitore almeno fino al momento del completamento del ciclo produzione-realizzo. Quando il capitale investito rintraccia le occasioni di investimento fuori della propria area di controllo è necessario che prima la estenda, in qualche modo. E’ così che le forme di dipendenza, anche reciproca (anzi, sempre reciproca) si determinano.

Guardando la cosa dal lato dei cosiddetti processi di “sviluppo” (ovvero di crescita delle dotazioni materiali e immateriali, della loro capacità di funzionare insieme e di generare una maggiore efficienza totale dei fattori produttivi[9]) bisogna riconoscere che questi non sono autoequilibranti, né dipendono essenzialmente dal mero fatto degli investimenti, o dalla disponibilità di tecnologie[10]. Tutt’altro, quando gli investimenti sono squilibrati rispetto alle caratteristiche della situazione locale più spesso provocano fragilità e dipendenza, in particolare quando sono commisurati a mercati esteri o controllati da centrali di potere estero[11]. Le dinamiche di investimento provocano spesso concentrazione di risorse in poche località emergenti ed ‘effetti di riflusso’ (positivi, in termini di rendita, o negativi, in termini di svuotamento) da quelle di provenienza. Normalmente seguendo dinamiche causali di tipo circolare e cumulativo.

La potenziale instabilità che generano queste dinamiche complesse, determinate dalla fluidità del capitale (una sua caratteristica intrinseca e storicamente ostacolata dal potere statuale), viene tenuta sotto controllo da vari meccanismi di assorbimento ed impiego del surplus e, soprattutto, dall’organizzazione internazionale e dalla gerarchia delle nazioni. Ovvero da una complessa rete di rapporti di sfruttamento, creata anche grazie al controllo del capitale in eccesso e del suo impiego e remunerazione. La creazione e lo sfruttamento dei divari è quindi una ineliminabile caratteristica del capitalismo[12]. Divari che possono essere certamente letti come caratteristici della stratificazione interna funzionale nei singoli paesi, ma anche nello sfruttamento di un territorio sull’altro.

Ciò che si deve fare, per dominare l’instabilità intrinseca del capitalismo è quindi, dal lato delle potenze che intendono dominare il proprio destino, di proiettare il proprio capitale, tecnologia e standard, e forza lavoro a tutti i livelli (in particolare ai più alti, ovvero direzionali), in aree controllabili, nelle quali siano presenti divari e risorse da mettere “al lavoro” per creare forme di sviluppo dipendente. Forme di sviluppo, cioè, capaci di consolidare economie subalterne alle quali per via della dominazione politica sia preclusa la possibilità di attivare meccanismi causali cumulativi che possano un giorno tornare come concorrenti (quando non riesce, ad esempio agli Usa rispetto al dominio britannico, o alla Germania e Giappone rispetto al dominio americano, si ha una transizione egemonica o il suo rischio). Uno sviluppo nel quale i profitti, in altre parole, siano appropriati e trasferiti (anche grazie ad opportune ragioni di scambio[13], più o meno imposte) ed inibiti dal trasformarsi in capitale locale.

Questa è la geopolitica del capitalismo

Questa è quindi la posta in gioco del Grande Gioco triangolare che è in corso tra gli Stati Uniti (ma anche il suo fedele scudiero Europa), la Russia e la Cina. La terza è stata a lungo coltivata come area di investimento dei surplus produttivi e dei capitali in cerca di rendimenti Occidentali, americani in primo luogo. Ma anche la Russia, a partire dagli anni Novanta è stata terreno di caccia. Tuttavia le cose non sono andate come l’Occidente avrebbe preferito, perché il circuito di valorizzazione e controllo, ovvero il circolo della dipendenza, non si è mai chiuso completamente. Le economie russa e cinese non sono diventate subalterne, e i pochi agenti che trasmettevano il controllo per il tramite della loro stessa relazione con l’Occidente (‘imprenditori’ o ‘oligarchi’, come si dice usualmente) sono stati, negli ultimi anni, riportati sotto il controllo della logica statale, spesso con le cattive. In questo, a ben vedere riposa l’accusa di ‘totalitarismo’ avanzata da parte liberale (è sempre ‘totalitario’ un regime che non lascia liberi gli imprenditori, non lo è uno che schiavizza i cittadini ma nel quale il capitale si muove liberamente e fa quel che vuole, il “paradosso Arabia Saudita” trova qui il suo senso razionale). Come spesso accade una formula sembra irrazionale o contraddittoria solo perché lascia impliciti i propri presupposti, e quella liberale ha come indefettibile presupposto che ad essere “libero” è il capitale, e per esso il suo proprietario.

Di fronte a questa inscusabile colpa muove l’intera macchina di distruzione dell’Occidente. La più tremenda che l’umanità abbia mai visto. Distruzione ideologica, morale, culturale e, ovviamente, materiale. L’obiettivo è semplice e necessario, si tratta di costringere l’economia dei paesi irragionevolmente ‘chiusi’ a lasciare che il controllo interno degli investimenti sia completamente abbandonato, che le ragioni di scambio siano scelte ‘dai mercati’ (ovvero che le materie prime siano vendute al prezzo scelto dall’acquirente e nella moneta da questo preferita). Tutto qui. Naturalmente anche che le migliori risorse intellettuali continuino ad andare nelle università occidentali, a lavorare per le imprese occidentali, e le più semplici ed abbondanti emigrino a servizio. Per questo è necessario anche spezzare lo spirito, mostrare che devono essere felici di apprendere dal faro dell’umanità come si sta al mondo. Felici e ammirati di apprendere la Democrazia, la Giustizia, il Bene e la Vera Vita dai maestri.

Ecco cosa sta oggi accadendo. Per questo, e più volte, arriva dal Cremlino l’avvertimento che un mondo senza Russia non varrà la pena esistere, e che se costretti lo distruggeranno. E’ sicuramente enfatico, ma quel che l’Occidente collettivo vuole è effettivamente la loro morte. Morte come nazione e come civiltà, e occupazione come area economica, servitù per i suoi abitanti. Non ci può essere sovranità senza indipendenza economica e, d’altro canto o di converso, non ci può essere stabile processo di accumulazione senza controllare gli spazi diseguali.

Quel che accade al margine della Russia è quindi l’assedio necessario, dal punto di vista Americano, per controllare il grande spazio russo: per minacciarlo e costringerlo ad aprirsi, imporgli la scelta dei clienti e delle destinazioni dei suoi prodotti (e quindi il prezzo); restringere e dominare la sua valuta ed i suoi imprenditori; alla fine farlo precipitare nella crisi economica, sociale e politica. Eliminarlo come Grande Potenza.

Lo stesso accadrà, sta già accadendo, alla Cina.

Come la Russia ha risposto militarmente a questa sfida esistenziale, in modo sicuramente cinico e forse imprudente, lo sappiamo. Come ha risposto sul piano della lotta monetaria (grande parte della sfida) lo abbiamo anche visto nell’estensione degli accordi “merci verso rubli”, per ora vincenti[14]. Nel lungo periodo questa controffensiva ha la potenzialità di mettere all’angolo il dollaro e con esso il dominio americano.

Ma nel medio periodo l’economia russa ha un problema di contrazione degli sbocchi commerciali esteri. Cosa che va a colpire un paese apparentemente sano, costantemente in surplus commerciale (con 45 miliardi di esportazioni storiche e 24 di importazioni), con investimenti all’estero positivi (per 12 miliardi) e scarsissimo debito estero (0,4 miliardi), un PIL di 1.400 miliardi, un tasso di occupazione del 71% e di disoccupazione del 4%. Ma anche un paese di enormi differenze geografiche, gigantesco e con zone poverissime, un reddito pro capite medio molto basso ed una popolazione di 145 milioni di persone, quindi sostanzialmente spopolato nella parte asiatica, nella quale vive solo il 23% della popolazione pur essendo l’area più grande.

Come abbiamo visto[15], la Banca Centrale Russa ha dichiarato che il paese dovrà attraversare una fase di grandi cambiamenti strutturali per ridurre ulteriormente la dipendenza dall’Occidente e consentire la disconnessione. In un recente articolo di Anastasia Bashkatova[16] la trasformazione strutturale a cui chiama la Banca Centrale è descritta come il passaggio da un modello trainato dalle esportazioni (quello, appunto, della “Grande Moderazione” degli ultimi trenta anni) ad uno in cui è la domanda interna a stabilizzare il paese. Si tratta ovviamente di un enorme compito per il quale saranno necessari anni. Si dovrà: ristrutturare il mercato del lavoro; modificare i settori trainanti; attuare quella che in Cina è stata chiamata una “doppia circolazione”. La Banca Centrale ha avvertito che questo dovrà comportare una netta ridistribuzione tra industrie e professioni, oltre che tra aree economiche geografiche. Molti impiegati di alto livello nelle multinazionali estere perderanno il lavoro e dovranno ricollocarsi, mentre presumibilmente ci sarà più lavoro ai livelli meno sofisticati. Malgrado ciò, perché sia possibile ristrutturare l’economia, il monte complessivo dei salari dovrà aumentare, per far crescere la domanda interna.

Il modello neoliberale funziona all’esatto opposto. Tiene compressa la domanda interna, per proteggere i profitti industriali, e ricerca la necessaria capacità di spesa per garantire il realizzo delle merci in capitale all’estero in una lotta spietata a somma zero. In questo consiste la sua “libertà”.

La scommessa russa è quindi di poter ritransitare nel modello opposto, ovviamente insieme alla Cina ed a numerosi partner. Un modello che stabilizza il proprio ciclo di valorizzazione e riproduzione del capitale facendo essenzialmente leva sul mercato interno, salari alti e stabili, una classe media in ascesa. Ovviamente ne fanno parte un certo controllo dei flussi di capitali e l’indisponibilità a farsi controllare dall’esterno. Qui soccorre la tradizione del paese, ovvero la capacità coltivata nell’epoca sovietica di garantire un “ampio filtraggio dei progetti, tenendo conto delle nuove circostanze”, in modo da garantire alla fine un aumento della produttività totale dei fattori, l’acquisizione di nuove conoscenze, tecnologie, e lo sviluppo del capitale umano.

Per il Direttore del Centro di Meccanica Sociale, Mikhail Churakov, bisogna quindi creare le infrastrutture di base, garantire partecipazione, chiudere il divario tra le metropoli e le aree rurali interne, garantire un efficace sistema di controllo e comando, sostenere l’innovazione scientifica.

Insomma, tornare alla programmazione economica, se non alla pianificazione.

Note
[2] - Giovanni Arrighi, “Adam Smith a Pechino”, Feltrinelli, 2007, p. 165.
[3] - Questa sintesi fa riferimento a quanto scritto in Alessandro Visalli, “Dipendenza”, Meltemi 2020, pp. 394 e seg. Un sintesi in questo post, “Dipendenza”, Tempofertile, 4 novembre 2020.
[4] - Si veda il post, “Compromessi sociali, la ‘Grande Moderazione’”, Tempofertile, 8 maggio 2015.
[5] - Uno dei più rilevanti fu Pier Paolo Pasolini, del quale si possono vedere gli “Scritti corsari”, Garzanti, Milano 1975, e le “Lettere luterane”, Garzanti, Milano 1976, ma anche C. Lasch, “La ribellione delle élite”, Feltrinelli, Milano 1995.
[6] - Per una lettura molto interessante che fa uso di questo concetto si veda O. Romano, “La libertà verticale. Come affrontare il declino di un modello sociale”, Meltemi, Milano 2019.
[7] - Si veda il post “Gig Economy o Sharing Economy? Della generalizzazione del Modello piattaforma”, Tempofertile, 16 febbraio 2016; “Benedetto Vecchi, ‘Il capitalismo delle piattaforme”, Tempofertile, 20 gennaio 2018
[8] - Si veda questo post, “Amazon e il suo monopolio”, Tempofertile, 22 ottobre 2017
[9] - Ovvero, parafrasando la sintetica definizione di Hirschman, al problema di come una cosa non conduce all’altra (es. un investimento in una centrale elettrica ed un porto non conduce ad uno sviluppo industriale e quindi ad un innalzamento del tenore di vita generale).
[10] - Per una ipotesi contraria si veda R. Solow, Technical Change and the Aggregate Production Function, in “Review of Economics and Statistics”, vol. 39, n. 3, 1957, pp. 312-320. Secondo la sua analisi iniziale nel lungo periodo la crescita non dipende dai macchinari, ma dalla tecnologia. Calcolando la crescita per lavoratore negli Stati Uniti, la stima di Solow era che ben sette ottavi dipendeva dalla tecnologia. La focalizzazione sulla produttività del lavoro, dalla quale deriva la dotazione di beni e servizi pro-capite che viene fatta coincidere con la crescita, conduce a rendere evidente che la mera crescita del numero di macchine per lavoratore va soggetta rapidamente ai rendimenti decrescenti (non posso mettere le mani su più di una macchina alla volta). Ne derivava, nei risultati proposti, che il reddito da impianti e macchine è parte minore del Pil (circa un terzo), dato che resiste grosso modo dagli anni Cinquanta a tutti gli ottanta. A causa del rendimento decrescente, il mero aumento dei macchinari non era la strada della crescita (è la “sorpresa di Solow”), e quindi il risparmio non sostiene la crescita. Ciò che lo fa è il progresso tecnico. Ciò perché, semplicemente, il cambiamento tecnologico permette di ottenere un livello di produzione superiore utilizzando la stessa quantità di lavoro. La ricerca di direzioni causali semplici e modellabili matematicamente, una delle specialità di Solow, lo portò, allora, anche nel suo influente libro successivo a concluderne che il progresso tecnico aveva luogo per ragioni non economiche, dato che dipendeva dall’avanzamento delle conoscenze scientifiche (cfr. R. Solow, Growth Theory: An Exposition, Oxford University Press, 1987).
[11] - Ad esempio, secondo il punto di vista di Myrdal, in parte fondato su una importante ricerca sul campo sulla discriminazione nel sud degli Stati Uniti (si veda G. Myrdal, Il valore nella teoria sociale, Einaudi, 1966 (ed. or. 1958), al contrario dei modelli ottimisti dell’economia (ad esempio alle conseguenze di quello di Solow), il gioco delle forze di mercato lasciato a sé stesso porta alla continua crescita delle ineguaglianze. Come scrive: “Se le cose fossero lasciate al libero gioco delle forze di mercato senza interventi di politica economica, la produzione industriale, il commercio, le banche, le assicurazioni, la navigazione, quasi tutte queste attività economiche che in un’economia in sviluppo tendono a dare una remunerazione superiore alla media – e inoltre la scienza, l’arte, la letteratura, l’istruzione, l’alta cultura in genere – verrebbero ad addensarsi in certe località e regioni, lasciando il resto del paese più o meno stagnante” (G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli 1959 (ed. or. 1957).
[12] - Si veda anche il post, “Immanuel Wallerstein, ‘Dopo il liberalismo’”, Tempofertile 11 maggio 2022
[13] - Si definiscono “ragioni di scambio” il rapporto tra l'indice dei prezzi all'esportazione di un paese e quello dei prezzi all'importazione. Dal punto di vista dell'intero paese, rappresenta l'ammontare di esportazioni richiesto per ottenere una unità di importazione. Dunque il prezzo tra due beni (o di un bene e di un altro rispetto ad una unità di misura comune, ad esempio il denaro internazionalmente accettato come il dollaro) è relativo ai rapporti di forza che si determinano sul “mercato”, e che dipendono da molteplici fattori non tutti economici. Ad esempio, se un paese ha un surplus di vino, essendosi specializzato solo in tale produzione di esportazione, poniamo di Porto, e l’unico grande mercato “libero”, nel quale può vendere il prodotto è la Gran Bretagna, dovrà accettare il prezzo determinato dai grossisti anglosassoni, detentori del monopolio di accesso al mercato, anche se è di poco superiore al suo prezzo di produzione, l’alternativa è riempire i magazzini e non avere la moneta per comprare, al prezzo anche qui determinato dai commercianti esteri, in quando detentori di un monopsonio (sostenuto da Trattati e, se del caso, cannoniere), e sul limite della loro capacità di spesa. L’effetto è che un paese a sovranità molto limitata (avendola perso sui campi di battaglia), progressivamente si impoverisce. Tutto questo scompare nelle formule semplificate, potenza della matematica, e nelle alate parole di David Ricardo. L’ipotesi, fondativa della disciplina economica internazionale, che il ‘libero scambio’ sia sempre a vantaggio reciproco, è, per usare le parole di Keen “una fallacia fondata su una fantasia”. Questa teoria ignora direttamente la realtà, nota a chiunque, che quando la concorrenza estera riduce la redditività di una data industria il capitale in essa impiegato non può essere “trasformato” magicamente in una pari quantità di capitale impiegato in un altro settore. Normalmente invece “va in ruggine”. Insomma, questo piccolo apologo morale di Ricardo è come la maggior parte della teoria economica convenzionale: “ordinata, plausibile e sbagliata”. E’, come scrive Keane “il prodotto del pensiero da poltrona di persone che non hanno mai messo piede nelle fabbriche che le loro teorie economiche hanno trasformato in mucchi di ruggine”.
[14] - Si veda “Chi ha ucciso il cervo? Della guerra tra moneta e merci”, Tempofertile 25 aprile 2022.
[16] - Anastasia Bashkatova, “La Russia avrà il suo percorso economico, ma con colpi di scena cinesi” (У России будет свой экономический путь, но с китайскими поворотами, Nezavisimaya Gazeta), 12 maggio 2022

Repetita iuvant - Gli Stati Uniti lottano per mantenere la supremazia del dollaro che gli da molteplici privilegi e lo faranno finché non saranno sconfitti definitivamente e accetteranno la sconfitta,, ci vorranno anni e anni, molti stop end go di guerra calda alternata a bassi livelli di scontro, l'altro polo saranno di volta in volta Cina e Federazione Russia con una vastità di stati che vogliono la fine dell'arroganza statunitense. Tutti gli attori devono stare attenti a non superare MAI il confine delineato dalle armi nucleari

Il congelamento di agosto
di Pierluigi Fagan
19 maggio 2022


Raccolgo qui una serie di informazioni, articoli, opinioni lette in questi giorni sulla stampa internazionale, per tentare la risposta alla domanda su quanto manchi alla fine del conflitto russo-ucraino. Sviluppiamo il ragionamento in forma ovviamente ipotetica, sebbene riteniamo di aver solide ragioni che limitano il campo delle ipotesi. E la risposta alla domanda è simile a quella data, se ben ricordo, poco tempo fa da un generale ucraino ed altri analisti che indicava agosto come termine dello scontro armato. Perché?

Chiariamo innanzitutto che con “termine del conflitto” intendiamo non la pace, ma la sospensione delle operazioni sul campo, quello che chiamano “congelamento del conflitto”, il conflitto rimane, diventa diplomatico o prende altre forme politiche ed economiche e perde quelle militari. Agosto è la stima del tempo che i russi potrebbero impiegare per prendere territorio dell’est fino ai confini amministrativi pieni dei due oblast del Donbass. Quasi raggiunto l’obiettivo per il Lugansk, manca ancora un bel po’ per il Donestsk. A quel punto, i russi potrebbero vantare appunto tutto il Donbass, la striscia sud fino all’antistante di terra della Crimea, il Mar d’Azov trasformato in un lago russo, la Crimea che già avevano annessa, il blocco navale completo nell’antistante Odessa, Kherson, la centrale di Zaporizhzhia (la più grande d’Europa) e altri annessi.

I russi avevano dato gli obiettivi dell’operazione militare speciale già il 7 marzo in una intervista Reuters a Peskov e da allora sono stati ribaditi ogni volta che ne hanno avuto occasione. Che fossero i veri obiettivi o gli obiettivi di minima qui non ci interessa, ci interessa fossero la versione ufficiale perché è rispetto a questa che il Cremlino chiederà alla propria opinione pubblica e quella internazionale, di esser giudicato.

Il pacchetto prevedeva 3+2 punti. 1) De-militarizzazione. Si potrà dire che le strutture militari ucraine sono state in buona parte degradate anche se il bilancio reale nessuno lo potrà fare anche perché l’obiettivo così espresso era sufficientemente vago. Vedremo se effettivamente ci saranno prove dei fatidici laboratori biologici o delle temute manipolazioni di materiale atomico per bombe sporche. In più, se le strutture logistiche e le dotazioni originarie sono state senz’altro colpite, i grandi trasferimenti d’arma dalla NATO ed in particolare UK ed USA, non erano previsti e non possono entrare nel bilancio; 2) de-nazificazione. Obiettivo semmai anche più vago del precedente. Senz’altro la fine dell’epica di Azovstal (non ancora del tutto conclusa), gli interrogatori, le foto, i processi, le condanne dei superstiti dell’Azov e tutto l’intorno, daranno dimostrazione che tale obiettivo è stato raggiunto o almeno così si potrà sostenere all’ingrosso; 3) dopodiché, che l’Ucraina non possa entrare dalla porta d’ingresso nella NATO rimarrà proprio nella misura in cui il conflitto non terminerà formalmente forse per anni, lo vieta un articolo del regolamento di accettazione nell’organizzazione, 4) che la Crimea non sarà riconosciuta legittimamente russa non è un problema tanto la richiesta aveva come fine farsi togliere le sanzioni relative e s’è capito che quelle sanzioni rimangono ben poca cosa dopo quelle comminate in questi tre mesi; 5) il punto chiave ovvero il riconoscimento delle due repubbliche popolari, verrà superato dal fatto che avranno ottenuto il doppio di territorio originario, più tutto ciò che va dal Donbass alla Crimea, con un bel po’ di materie prime ed industrie con le quali pagarsi le spese per il conflitto. Con prigionieri e prove di malefatte, da una parte e dell’altra, più il blocco navale, discussioni sui confini da provvisori a definitivi, c’è materia per almeno dieci anni di inconcludenti trattative. Ecco il perché della stima di agosto manca ancora il pieno controllo soprattutto dell’oblast di Donetsk. Infine, i russi potranno sempre dire che Zelensky si dovrà politicamente accollare tutti i morti e la distruzione materiale dell’Ucraina perché tanto alla fine ha perso anche più di quanto non avrebbe perso trattando il 7 marzo. Zelensky ed alleati potranno sempre dire “visto? se non ci battevamo avremmo preso ben di più”.

Si renderà anche chiara la logica del conflitto almeno sul piano militare e del perché è stata definita “operazione militare” e non guerra. Ripetiamo, non ci interessa quanto di tutto ciò fosse o sia vero o meno, va valutata la sostenibilità pubblica del discorso ed il discorso (che è stato così preparato strategicamente sin dall’inizio) così messo sta più che in piedi, piaccia o meno. Soprattutto a coloro che in questi mesi hanno scambiato i fatti con la fog-of-war propagandistica che ha lungamente vaneggiato di blitzkrieg, annessione di tutta l’Ucraina, cavalli russi che si abbeverano alle fontane del Vaticano ed eliminazione di Capitan Ucraina, tutta narrazione quale si conviene in casi del genere. Per altro speculare a quelle russe che hanno minacciato Armageddon un giorno sì e l’altro pure.

Tutto ciò, sarà la base su cui trattare, per anni. Un giorno gli ucraini apriranno al riconoscimento delle due repubbliche ma poi si ritrarranno, allora i russi diranno che stanno valutando l’annessione dell’intero Donbass nella Federazione rendendo il possesso del territorio irreversibile. Un giorno qualcuno farà qualche azione militare al confine per forzare la mano nelle trattative, poi la farà l’altro. Si tenga però conto che la piena perdita del Mar d’Azov ed il blocco navale di fatto nell’antistante Odessa, sono mani stringenti intorno al collo economico di ciò che resta dell’Ucraina. Aprire un po’ e poi richiudere il blocco sarà la tattica negoziale principale. Nei fatti, entrambi potrebbero aver interesse a non finire mai davvero la tenzone ufficialmente poiché il conflitto sottostante, rimane. Interesse della Russia tenere l’Ucraina per il collo, interesse degli ucraini andare a piangere dagli occidentali, interesse degli americani per sgridare gli europei sul fatto che non fanno abbastanza (svenandosi ancora di più ed a lungo, il che li renderà viepiù docili ed impegnati dal divide et impera di Washington), interesse di nuovo dei russi che vogliono vedere se e quando gli europei occidentali troveranno forza e coraggio di ribellarsi. Inoltre, né i russi, né gli ucraini sono politicamente in grado di giustificare internamente l’eventuale compromesso che ogni trattato di pace comporta.

Vediamo un po’ di saggiare la logica dell’ipotesi da entrambe le parti, partiamo dai russi. Che i russi volessero effettivamente più o meno questo e non altro, si deduce in chiarezza dalle poche truppe schierate in campo. Nell’est del fronte, sino ad oggi, si son visti più ceceni e repubblicani locali che russi veri e propri. Le dichiarazioni pubbliche di Putin da dopo il 9 maggio, si sono fatte meno urlate ed aggressive. Il supporto interno è ai massimi, quindi da qui in poi può solo scendere. Khodaryhonok, l’esperto militare russo che parla alla trasmissione di punta del primo canale russo, voce che ha l’aria di parlare con la voce più propria del Cremlino presentata però come opinione personale, giorni fa ha escluso la mobilitazione generale per chiari motivi di opportunità e sostenibilità che qualcuno invocava anche in Russia e l’altro giorno ha fatto una impietosa disamina della situazione motivazionale sul campo che vede senz’altro favoriti gli ucraini. Viepiù con l’arrivo dei nuovi sistemi d’arma americani. Più passa il tempo più le sanzioni faranno effetto. Si deve presumere, come poi verificheremo dall’altra parte, che tutta la comunità internazionale se non a favore, non contraria a Mosca, spinga alla cessazione delle operazioni, il disordine mondiale (soprattutto economico) è già oltre i livelli di sopportabilità. Così per la carestia alimentare e la turbolenza sul mercato delle materie prime. Ricordo che l’obiettivo reale dell’iniziativa russa travalica le questioni ucraine e se tale motivo era più che sufficiente per Putin, non lo è come possibile ed aperta condivisione sia interna, che esterna, più passa il tempo e si alzano i costi politici, economici, diplomatici. Quindi, fin qui va bene, ora basta.

Vediamo nell’altro campo. L’altro campo va diviso quantomeno in tre. C’è Zelensky e la sua banda che vuole un futuro per sé ed il proprio paese, l’asse anglosassone ed europei orientali, gli europei occidentali che hanno visioni diverse da quelli orientali.

Partiamo dagli ucraini. Gli ucraini hanno sin qui ottenuto grande visibilità e prestigio internazionale, molte promesse, armi, hanno contenuto i russi sul campo o almeno così si è percepito, si sono uniti come un solo uomo (non lo erano affatto). Ora debbono gestire la seconda fase. Ieri un ministro ucraino ha detto che lì c’è da sminare un territorio pari all’Italia, ogni giorno in più di guerra sono 30 giorni di sminamento ulteriore. Hanno fatto stime sulla necessità iniziale di un piano di ricostruzione di almeno 600 miliardi, più 5 di mero funzionamento amministrativo mensile, più le armi. Il Paese è nullo come attività economica, Pil, tassazione, insomma è a terra, completamente, manca pure la benzina. Hanno la questione del grano dove se non si sbrigano a svuotare i silos, non potranno riempirli col nuovo raccolto. Problemi con le altre esportazioni che sostenevano la magra economia ucraina. Hanno perso quasi 6 milioni di abitanti e la natalità già bassissima, si sarà ulteriormente bloccata. Si può immaginare che le precedenti élite economiche (oligarchi o meno), siano in fermento per non dire di peggio. Col tempo, gran parte della popolazione rimasta che è lontana dal fronte attivo, sentirà viepiù i morsi della crisi profonda e sempre meno lo spirito di patria compenserà la manca di pane e companatico, lavoro, requisiti minimi di normalità di esistenza.

Si apre così la partita con l’Europa occidentale. È l’Europa occidentale che dovrà contribuire più di ogni altro al futuro piano Marshall ed è la stessa che dovrà trovare il modo di inglobare l’Ucraina (paese che non era definito “democratico” prima delle guerra, corrotto a livelli stratosferici, privo di effettivo stato di diritto, con un Pil pro-capite a livello di repubblica centro-americana -133° posto-, senza politiche di genere e tratta delle donne giovani avviate alla prostituzione industriale della loro ampia malavita organizzata in affari con la ndrangheta, primo hub europeo per traffico d’armi e droga, con livelli di garanzia democratica e per i partiti e per la stampa inesistenti e da ultimo pure peggiorati) non certo pienamente nell’UE (impossibile per via dei parametri e del tempo richiesto per adeguarvisi, decenni su decenni, ma con l’opzione “Confederazione” che però è tutta da sviluppare). Ecco allora che il governo ucraino dipende dall’Europa occidentale per due ottimi motivi: a) il riconoscimento come candidato, obiettivo da vantare sul piano interno per le prossime elezioni in cui Zelensky rischia la testa (se non la rischia prima per altre ragioni); b) i soldi. È l’Europa occidentale che imporrà all’Ucraina di adeguarsi al congelamento del conflitto. Le armi debbono tacere, le luci si debbono spegnere, l’attenzione deve scemare per poter gestire il complesso dopoguerra. Crisi alimentare, commodities, milioni di esuli che già si lamentano, in attesa si comincino a lamentare le popolazioni che li ospitano una volta terminata la fase Eurovision, impossibile rinuncia sia al petrolio per non parlare del gas, inflazione ai massimi, migranti afro-arabi affamati, relazioni commerciali sovvertite, investimenti persi, catene logistiche da ristrutturare, mercato finanziario in contrazione mondiale, costo delle sanzioni, cisti del riarmo, un vero disastro.

Così dopo un certo allineamento delle intenzioni tra russi, europei occidentali che costringeranno gli ucraini ad adeguarsi, rimarrà l’asse anglosassone. Qui la situazione Biden in vista delle elezioni di mid-term (dall’inflazione agli effetti del terremoto economico-finanziario) è molto critica. Molte le altre cose da fare. Dal gestire il bottino NATO con i nuovi candidati scandinavi (al di là delle impuntature truche, ci vorrà ancora un anno prima di ottenere tutte le approvazioni e la strada potrebbe non esser così piana come ad alcuni sembra), alla ripresa dell’offensiva diplomatica soprattutto in Asia. In fondo, lo sfregio di reputazione russa si è ottenuto almeno per le platee occidentali, il declassamento d’immagine come superpotenza in parte, l’Europa che si riarma e stacca i legami con Mosca è forse il bottino più succoso, le sanzioni faranno il loro corso ed anzi ci sarà da tenere a bada gli europei che tenteranno qualche reversibilità e compromesso come stanno già facendo col fatidico pagamento in rubli a Gazprom.

Insomma, del Grande Conflitto per o contro l’Ordine Multipolare, che è la ragione propria di tutto questo macello, si potrà chiudere la prima fase, aprendo la seconda che si dovrà gestire a livello economico, finanziario, monetario, diplomatico e di alleanze, gestendo la complessa fase post-bellica, trasferendone il fulcro in Asia mentre si prepara la nuova puntata dell’Artico che è poi ciò che ha mosso al repentino assorbimento dei due scandinavi. Svezia e Finlandia hanno decenni di pacifica convivenza coi russi, nessun contenzioso, nessuna enclave russofona, nessuna ricchezza da disputarsi, la Svezia non ha neanche un confine di terra con la Russia. La Finlandia ce l’ha ma è esageratamente lungo, pianeggiante, disabitato e freddo, sostanzialmente indifendibile. Ma non si capisce cosa della Finlandia possa mai attrarre i russi. La loro frettolosa e sin troppo festeggiata adesione, non può che riferirsi a ben altro conflitto quale quello che si sta approntando per le risorse e la viabilità dell’Artico.

Il seguito di questo conflitto a scala planetaria non è facilmente ipotizzabile. Se lo è sul piano delle strategie generali, manca chiarezza sulla forza del suo soggetto ovvero l’attuale presidenza Biden. Quasi certa la perdita del Senato alle prossime mid-term, potrebbe perdere anche la Camera ed i due anni che, a quel punto, separeranno dalle presidenziali sarebbero una ghiotta occasione per i repubblicani per fargli perdere più punti di quanto ne potrebbe acquisire. Il tutto, in un contesto mondiale ormai disordinato irreversibilmente, con prospettive economiche plumbee. Di contro, potrebbe esser allora intenzione proprio dell'”anatra zoppa” drammatizzare il conflitto internazionale, specie se a quel punto diretto anche contro la Cina. Un richiamo a cui non potrebbero resistere neanche i repubblicani. L’enorme elargizione di dollari al complesso militare-industriale ha sempre affetti bipartisan.

Sin dall’inizio delle nostre cronache sul conflitto ucraino, ci siamo posti il problema tra l’estrema ambizione del piano americano e la sua forza relativa nel poterlo dispiegare nel tempo contro le avversità da esso stesso generate. Schematicamente, delle due l’una: o il piano è frutto di un entusiasmo poco avveduto strategicamente e realisticamente o si è prevista la necessità di alzare continuamente la posta per imporlo come unico schema di riferimento, forzando tutte le incertezze e contrarietà crescenti. Questo secondo caso sarebbe davvero preoccupante ed allora le continue uscite russe sull’opzione nucleare, passerebbero dal novero della semplice propaganda alla risposta a minacce strategiche che le opinioni pubbliche ancora non vedono con chiarezza.

“vengano tolte le sanzioni su export e pagamenti” e il grano potrà rifluire nel commercio mondiale MA gli anglostatunitensi non vogliono

la Turchia sta negoziando un corridoio di esportazione per il grano dall’Ucraina
Maurizio Blondet 26 Maggio 2022

Dunque: Mosca è dispostissima a aprire corridoi navali per fare esportare il grano ucraino che dovrebbe salvare dalla fame il mondo, chiedendo in cambio – per bocca del viceministro degli Esteri Rudenko che “vengano tolte le sanzioni su export e pagamenti”: specificamente quelle sanzioni anche finanziarie che vietano alla Russia di vendere il suo stesso grano, di cui è il primo produttore-esportatore. Domanda logica e razionale; a cui Bruxelles risponde con un insulto neoprimitivo e rabbia infantile: chiamando “ricatto”, “Mosca usa la questione alimentare come arma”; la ministra degli Esteri britannica, la nota Liz Truss , ha detto che è spaventoso come Putin abbia usato la fame e la mancanza di cibo come armi tra le persone più povere del mondo. “Semplicemente non possiamo permettere che succeda. Putin deve revocare il blocco del grano ucraino”. Truss ha respinto la proposta di scambio di Rudenko: “Quello che non possiamo avere è revocare le sanzioni, una pacificazione che renderà Putin più forte a lungo termine”, ha detto.

Londra e i baltici che istiga hanno proposto di mettere in mare una “operazione militare-umanitaria” (sic) , ossia dispiegare una flotta da guerra occidentale per accompagnare le navi granarie ucraine, garanzia sicura di aggravare il conflitto e rivelatrice della gran voglia anglo non di alleviare la fame mondiale, ma di provocare sempre più Mosca ad atti irreparabili.

Per fortuna apprendiamo che mentre la UE concepisce il negoziato come insulti, da Spiegel apprendiamo che

la Turchia sta negoziando un corridoio di esportazione per il grano dall’Ucraina

Ankara sta attualmente negoziando con Mosca e Kiev per stabilire un corridoio per le esportazioni di grano attraverso il territorio turco, ha riferito giovedì l’ agenzia di stampa Reuters , citando un alto funzionario turco.

” La Turchia sta negoziando sia con la Russia che con l’Ucraina per esportare grano dall’Ucraina”, ha affermato Reuters citando il funzionario anonimo. “C’è bisogno di questo grano per raggiungere i mercati target. Le trattative sono ancora in corso”,

Al confronto dei neo-primitivi europei che “trattano” in questo modo urlando e insultando, Erdogan fa la figura dell’unico adulto nella stanza, ed è tutto dire; essendo fra l’altro cui che tiene le chiavi del Mar Nero, potendo vietare l’entrata di navi da guerra dal Bosforo, ha una forza negoziale seria.

Anche in un altro modo l’euro-oligarchia si ingegna ad affamare non solo gli altri, ma i propri stessi popoli: con acuta intelligenza, anche le importazioni di fertilizzanti dalla Russia sono state vittime delle sanzioni dell’UE e quindi non sono più disponibili per la Germania. Il risultato: gli agricoltori si aspettano ulteriori aumenti dei prezzi dei prodotti agricoli e una situazione di offerta tesa, che probabilmente durerà almeno fino al raccolto del 2023, se non di più.

L’anno scorso, le importazioni dell’UE di fertilizzanti azotati e complessi dalla Russia sono ammontate a 4,6 milioni di tonnellate. Il consumo totale europeo è stato di circa 13 milioni di tonnellate. Inoltre, la Bielorussia era anche una delle principali fonti di fertilizzante di potassio, che ora si è prosciugato.

Inoltre, anche gli impianti di fertilizzanti nell’UE di proprietà di oligarchi russi, come “euroChem” con sede nella tranquilla città svizzera di Zugo, sono interessati dalle sanzioni.

E: con disappunto degli agricoltori e, in definitiva, anche dei consumatori finali, i già più elevati prezzi dei fertilizzanti dei produttori nell’UE hanno continuato a salire dall’inizio del conflitto in Ucraina.

Fondamentalmente, la produzione di fertilizzanti minerali azotati è ad alta intensità energetica e si basa sul gas naturale. La produzione è quindi concentrata in tutto il mondo in località con disponibilità di energia a basso costo, come la Russia. Se questi fertilizzanti vengono ora ritirati dal mercato, ciò comporterà una minore resa del grano. Nella sola Germania, gli esperti prevedono una riduzione del raccolto di tre milioni di tonnellate. Il settore agricolo europeo si aspettano ulteriori aumenti dei prezzi dei prodotti e una situazione di offerta insufficiente, che probabilmente durerà almeno fino al raccolto del 2023, se non di più.

L’anno scorso, le importazioni dell’UE di fertilizzanti azotati e complessi dalla Russia sono ammontate a 4,6 milioni di tonnellate. Il consumo totale europeo è stato di circa 13 milioni di tonnellate. Inoltre, la Bielorussia era anche una delle principali fonti di fertilizzante di potassio, che ora si è prosciugato.

Ma l’apice del demenza punitiva controproducente è esemplificato dal fatto che Bruxelles ha coinvolto nelle sanzioni anche gli impianti di fertilizzanti che si trovano nel territorio UE perché sono di proprietà di oligarchi russi, come “euroChem” con sede nella tranquilla città svizzera di Zugo; i coltivatori non possono più comprare i fertilizzanti di Zug

Fondamentalmente, la produzione di fertilizzanti minerali azotati è ad alta intensità energetica e si basa sul gas naturale. La produzione è quindi concentrata in tutto il mondo in località con disponibilità di energia a basso costo, come la Russia. Se questi fertilizzanti vengono ora ritirati dal mercato, ciò comporterà , in definitiva, una minore resa del grano. Nella sola Germania, gli esperti prevedono una riduzione del raccolto di tre milioni di tonnellate.

Le cattive notizie si moltiplicano sui media: secondo il Telegraph, il mondo ha scorte granarie per sole dieci settimane.

Per Bloomberg, “il balzo dei prezzi del 100% e la carenza di gasolio privano gli agricoltori del “sangue vitale“. Gli agricoltori dagli Stati Uniti all’Ucraina lottano con l’aumento dei prezzi del diesel e un’offerta instabile, costringendoli a spendere somme senza precedenti per il carburante in un mercato caotico. Tutto ciò mette in pericolo il raccolto autunnale. [ Bloomberg , 19 maggio 2022]

Per il Washington Post,

La rete globale per proteggerci dalla fame è più debole di quanto pensiamo.

Nonostante tutta la raffinatezza del commercio calorico mondiale, dipendiamo ancora da alcuni granai: il Midwest degli Stati Uniti, il Sud America, l’Europa occidentale, l’ex Unione Sovietica, la pianura dell’Indo-Ganga e la Cina orientale. Se il clima estremo colpisce due località contemporaneamente, saremo più dipendenti dagli altri e dalle azioni del passato. Basta aggiungere un fattore politico per ridurre il più possibile il margine di sicurezza. [ Washington Post , 17 maggio 2022]

Quale sarà l’effetto finale? Lo suggerisce un articolo di Byline:

LE BANCHE GLOBALI SI PREPARANO PRIVATAMENTE PEr
“Livelli pericolosi” di imminenti disordini civili nelle patrie occidentali


17 maggio 2022

e banche globali e le società di investimento si stanno preparando per un’impennata “senza precedenti” dei disordini civili negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa poiché i picchi dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari sono destinati a portare il costo della vita a livelli astronomici, può rivelare in esclusiva Byline Times .

Le informazioni provengono dal capo di un “gruppo di istituzioni finanziarie” – che fornisce competenze e servizi di consulenza ad altre banche, compagnie assicurative e altre istituzioni finanziarie – presso una delle più grandi società di investimento negli Stati Uniti.

Il dirigente senior degli investimenti, che ha parlato con Byline Times in condizione di anonimato perché le informazioni che ha rivelato sono considerate altamente sensibili, ha affermato che i pianificatori di emergenza delle principali istituzioni finanziarie ritengono che i “livelli pericolosi” di crollo sociale in Occidente siano ora quasi inevitabili e imminente. Si prevede che uno scoppio di disordini civili si verificherà in qualsiasi momento quest’anno, ma molto probabilmente nei prossimi mesi, poiché l’impatto della crisi del costo della vita inizierà a saturare la vita di “tutti”.

Le classi medie benestanti troveranno difficile permettersi cibi di base e pagare le bollette. Quindi prevediamo pericolosi livelli di disordini civili che potrebbero trasformarsi in una crisi sociale senza precedenti

Il dirigente lavora presso un’importante azienda di Wall Street, considerata un’istituzione finanziaria di importanza sistemica dal Financial Stability Board degli Stati Uniti. Si tratta di istituzioni il cui funzionamento è considerato critico per l’economia statunitense e il cui fallimento potrebbe innescare una crisi finanziaria.

Secondo l’esecutivo, le principali banche di tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Europa occidentale, stanno dando istruzioni ai loro top manager di iniziare a pianificare attivamente come risponderanno all’impatto della crisi finanziaria innescata da un prolungato episodio di disordini civili. Tuttavia, il funzionario bancario non ha approfondito cosa implicassero queste misure di pianificazione al di là di ogni riferimento alle prove di stress per determinare l’impatto sui portafogli di investimento.

Sebbene l’aumento dei disordini civili nei paesi in via di sviluppo sia stato apertamente discusso dalle principali istituzioni come le Nazioni Unite, la Banca mondiale, il FMI e altre istituzioni, questa è la prima volta negli ultimi anni che le aspettative di un’imminente epidemia di crollo sociale nelle società occidentali sono state attribuite alle principali società bancarie e di investimento.

“Tutte le principali banche sanno che la crisi del costo della vita è fuori controllo”, ha affermato il massimo consulente finanziario.

“La pandemia è stata già abbastanza grave e ha messo in evidenza come alcuni gruppi di persone sarebbero stati maggiormente colpiti, i poveri, le minoranze e così via. Ma la combinazione di shock energetici e alimentari è un punto di svolta che spingerà le società occidentali oltre il limite. Questo avrà un impatto su tutti. Le classi medie benestanti troveranno difficile permettersi cibi di base e pagare le bollette. Quindi prevediamo pericolosi livelli di disordini civili che potrebbero trasformarsi in una crisi sociale senza precedenti”.

L’avvertimento arriva quando il governatore della Banca d’Inghilterra Andrew Bailey ha descritto come l’aumento “apocalittico” dei prezzi di cibo ed energia e un tasso di inflazione alto da 30 anni porterebbe a uno “shock reddituale molto forte” che fa aumentare la disoccupazione e taglia la spesa delle famiglie.

Ma questo graffia a malapena la superficie. L’alto funzionario bancario statunitense ha avvertito il Byline Times che l’attuale crisi stava per far precipitare il pubblico in generale, comprese le classi medie, in una povertà sempre più profonda. Peggio ancora, la cassetta degli attrezzi economica convenzionale per affrontare la volatilità finanziaria era esaurita:

“Non è rimasto nulla nella cassetta degli attrezzi del sistema finanziario esistente. Abbiamo esaurito le opzioni. Posso solo vedere la situazione peggiorare”.

Il funzionario ha affermato di essere stato informato della pianificazione interna da parte di varie banche attraverso conversazioni con colleghi senior nelle ultime settimane.

Bisogfnava fare le processioni nei campi.. abbandonato Dioo, l Lui ci abbandona a noi stessi.

(/MB – personalmente, io non credo che la fame produca disordini. Chi ha fame non fa rivoluzioni, deve razzolare nei cassonetti. )

giovedì 26 maggio 2022

Siamo entrati nell'era dell'economia di guerra, saranno le armi a trainare gli Stati Uniti dall'ormai cronica incapacità di produrre manufatti, forse, Cina permettendo

Strategia USA
di Pierluigi Fagan
20 maggio 2022

Continuiamo la nostra ricerca intorno al problema più volte qui segnalato ovvero l’apparente sproporzione tra l’ambizione che traspare nei piani americani e la forza effettiva dell’amministrazione Biden.

Quanto all'ambizione, non v’è dubbio che l’attuale amministrazione si sia data compito strategico di ampia portata ovvero fare i conti col destino apparentemente inevitabile di un ordine multipolare che annullerebbe ogni vantaggio sistemico per gli Stati Uniti. Fin qui nulla di particolarmente nuovo, il nuovo potrebbe essere nel modo di perseguire l’obiettivo o forse un nuovo molto antico. Nell'ambito del pensiero strategico americano, si è a lungo ritenuto la Cina il competitor a cui gli USA dovevano guardare. Alcuni realisti hanno anche prospettato come utile una “strategia Kissinger” che riproponesse il vecchio “divide et impera” applicato al tempo di Nixon, quando uno dei più conservatori presidenti americani venne portato a Beijing a stringere la mano addirittura a Mao Zedong, pur di separare comunisti cinesi da quelli russi che ai tempi erano il nemico principale.

Secondo questa linea di pensiero, si sarebbe dovuto quindi cercare di staccare gli interessi russi da quelli cinesi. Ricordiamo che la Russia è una potenza armata non economica, la Cina il contrario, a grana grossa. Ha destato quindi un certo stupore verificare la foga e l’impegno materiale e politico straordinario con il quale Biden (qui come nome di una strategia collettiva di gruppi di potere di Washington) ha affrontato la, a lungo coltivata e poi scoppiata, guerra in Ucraina. Perché la Russia quando l'avversario strategico è la Cina?

Le strategie rispondono a problemi molteplici, quindi hanno ragioni molteplici ed applicazioni molteplici. La domanda semplice, quindi, non può non avere che una risposta complessa. Ma qui non abbiamo spazio e tempo per indagare questo campo di analisi. Diremo solo che ci sembra importante quanto dichiarato dal Segretario alla Difesa Lloyd Austin il 25 aprile scorso ovvero che il fine dell’impegno USA nel conflitto ucraino ha come obiettivo “vedere la Russia indebolita” strutturalmente, cioè a lungo. “A lungo” va oltre il conflitto ucraino, si riferisce al conflitto multipolare che durerà anni, non mesi. Tre gli assi dell’agognato indebolimento: 
1) quello strettamente militare ovvero distruzione prolungata dei materiali bellici russi che richiedono anni per il rimpiazzo; 
2) quello economico agito tramite sanzioni ed isolamento economico e finanziario, se non altro con il sistema occidentale, comunque, ancora ben al di sopra del 50% di ricchezza mondiale; 
3) quello diplomatico che s’accompagna al secondo obiettivo. Come disegnato dal nuovo strategist della Casa Bianca, quel T. J. Wright ex direttore del Brookings Institute nel suo “All Measures Short of War” (2017), gli USA non possono recedere dalla prioritaria difesa dell’ordine "liberale" globale, senza arretrare di un millimetro nonostante la crescita dei problemi, dei concorrenti, del disordine del mondo sempre più complesso.

Solo che Wright proponeva una strategia complessa che non usasse più di tanto a leva bellica mentre ciò a cui assistiamo ed in conseguenza di ciò che ha detto Austin, va in senso contrario. Non si può fare i conti col desiderio strategico di voler vedere la Russia indebolita senza fare i conti con le questioni belliche poiché la forza della Russia è bellica, non economica. La loro stessa forza diplomatica che vediamo penetrare lentamente in Africa agisce tramite armi non investimenti come fanno i cinesi. Va qui precisato che la strategia generale di un sistema come gli USA, non è mai pensata e decisa da un solo attore, è vano cercare l’Autore originario in quanto non c’è, ci sarà un gruppo con molti attori neanche noti o visibili, di cui il presidente o il suo più stretto entourage politico, fa sintesi. Tra l’altro ciò permette il fatto che la strategia generale resti ignota nel suo disegno complessivo, poiché pochissimi ne condividono l’intera architettura. Quindi Wright va benissimo quando si tratta di sanzioni e diplomazia, ma non è affatto detto che si prenda sul serio la sua “Short of War”.

Torniamo allora al 14 aprile quando Biden convoca alla Casa Bianca i vertici degli otto maggiori produttori d’arma americani per un briefing generale. Ufficialmente, l’incontro è stato messo in relazione con i continui sforzi americani di armare gli ucraini. Pochi giorni prima, un think tank militare di Washington (CSIS) aveva sfornato un report in cui si diceva che già allora, gli americani avevano consumato un terzo delle proprie riserve di Javelin e Stinger e che ci sarebbero voluti tre-quattro anni per ripristinare le scorte per i Javelin, cinque per gli Stinger. Ma una fonte anonima della Casa Bianca ripresa dalla stampa americana, aggiungeva che non era solo per quello che s’era indetta la riunione. In effetti, se fosse stato solo per quello ce la si cavava con un paio di telefonate a Raytheon e Lockheed-Martin. La fonte faceva capire che: 
a) la prospettiva di fornitura e consumo d’armi sarebbe stata molto prolungata nel tempo; 
b) la questione non riguardava solo gli Stati Uniti e l’Ucraina, ma anche gli alleati.

Non passa giorno, incluso ieri, che Stoltenberg non ribadisca che il conflitto sarà molto, molto lungo. Ma non è questa la piega che sta prendendo il conflitto sul campo, gli ucraini non sono in grado per uomini e sostenibilità economica e psicologica di reggere un conflitto per “anni ed anni”. Né lo vogliono gli europei che poi son quelli che debbono mettere i soldi per la ricostruzione di cui tra l’altro Zelensky parla sempre più spesso come di cosa ormai anche più importante delle armi stesse. Altresì, la recente conversione armaiola di Germania, Europa e presto Giappone oltre ad Australia, Canada oltre a Gran Bretagna che sull'argomento fa da sé e si è già organizzata per tempo a riguardo (dichiarazioni Johnson già da molto prima del 24 febbraio), chiama ad un impressionante incremento produttivo proprio americano poiché è l’unico competitivo sul mercato ad oggi e tale rimarrà almeno per i prossimi cinque-dieci anni o forse più visto il vantaggio tecnologico che ha su ogni altro tentativo di esplorare competitivamente questo particolare mercato.

Sono così andato a verificare cosa realmente producono non solo Raytheon e Lockheed-Martin, ma anche gli altri convocati alla famosa riunione, cioè: Boeing; Northrop Grumman; General Dynamics e L3Harris Technologies. Molti di questi non producono nulla che possa servire alla guerra in Ucraina, ad esempio forze aeree, spaziali, navali. Così, se a livello di radar, missili, droni e carri si poteva trattare la faccenda al telefono o a livello di singoli responsabili di approvvigionamento-produzione, per una grande stagione di riarmo generale, non solo americana ma occidentale in senso più ampio e tenuto conto se il riarmo occidentale trainerà il riarmo globale, la faccenda diventerà sistemica e quindi la riunione ci stava tutta.

Abbiamo qui già presentato la prossima puntata conflittuale dell’Artico che è poi quella che ha mosso la altrimenti inspiegabile entrata nella NATO dei due scandinavi (in pacifica convivenza coi russi da sempre, privi di contenziosi, di allettanti risorse, di russofoni maltrattati o di rilevanza strategica generale che la Scandinavia non ha mai avuto in nessun modo e quanto alla Svezia, addirittura di confini comuni coi russi). Riprendendo le analisi di un numero dedicato a suo tempo da Limes, Fabbri stesso l’altro giorno ricordava la base russa di Murmansk, l’unica libera dai ghiacci tutto l’anno, ad un tiro di schioppo dal confine finlandese, ma volendo anche svedese. Ma nell'incontro tra il turco Cavasoglu e Blinken, si è parlato anche di Caucaso (dove è in subbuglio l’Armenia, storico alleato di Mosca) e del centro-Asia i cui presidenti facenti parte della piccola NATO russa (CSTO) si sono di recente incontrati a Mosca, preoccupata dello scarso entusiasmo che gli alleati hanno sin qui mostrato per l’avventura russa in Ucraina. Pare in aumento anche il contingente americano in Siria, in Somalia, e si può sempre prevedere qualche ripresa delle dispute russo-giapponesi su Sakhalin (nientemeno che oro, argento, titanio, ferro, carbone e tra i più grossi giacimenti del mondo di gas e petrolio ancora non estratti) o la famosa disputa della Isole Curili in cui i russi hanno strategiche basi di navi e sottomarini.

Letti gli azionisti dei top-eight produttori d’arma ovvero il gotha finanziario dei grandi fondi di Wall Street che da mesi sta uscendo dalle posizioni sul hi-tech, si può riconsiderare il famoso sistema centrale del potere americano indicato da Eisenhower nel 1961 come oggi diventato: complesso militare-industriale-congressuale-finanziario. Il Congresso a cui Biden aveva chiesto da ultimo 30 mld per l’Ucraina, ha deciso invece di dargliene 40, sua sponte bipartisan poiché il sistema beneficia tutti e due i partiti. Il Congresso immette la liquidità, i militari chiedono all’industria di produrre per poi usare in proprio o vendere agli alleati ora avidi di armi che non sanno produrre in proprio. La finanza banchetta e così sono tutti felici. Industria e finanza, poi tornano parte del bottino in finanziamento dei partiti e dei singoli rappresentanti, anche col sistema delle porte girevoli, posti di lavoro per le corti di amici/amiche ed assistenti, think tank et varia. Le armi verranno regolarmente usate nella collana di perle di ferro dei mille conflitti che oscureranno la collana di perle di seta cinese. La Russia sarà sfiancata in attriti multipli, sotto sanzioni, punita diplomaticamente. Gli alleati non avranno scelta che seguire il capo branco anche perché non hanno forza, strategia ed intenzione alternative comparabili.

La forza del sistema denunciato più di settanta anni fa da un presidente che però era anche un generale ed anche repubblicano sebbene il suo famoso discorso d’addio vene scritto da un sociologo democratico (democratico ideologicamente, alla Dewey), può forse garantire la strategia anche dopo l’aspettata sconfitta alle prossime mid-term. Rimane una strategia ambiziosa, ma è calcolata. Bene o male lo vedremo. Chissà che alle prossime presidenziali americane non si sospenda il voto se gli USA, nel frattempo, saranno entrati in guerra in prima persona.

In questi giorni le frastornate opinioni pubbliche scoprono il problema alimentare globale noto già dai primi giorni di guerra ma inadatto ad esser allora posto vista l’urgenza della pressione comportamentista alla Watson-Skinner a base di “aggressore-aggredito”. Per questo, come per quello ecologico-climatico, come per quello geopolitico-economico-valutario-finanziario, gli USA hanno la soluzione, non è nuova ma funziona da cinquemila anni ed è obiettivamente forse l’ultimo loro esclusivo vantaggio comparato. Sempre che non sfugga di mano e non trascenda nell’atomico. Rischioso? Ce lo disse Ulrich Beck già nel 1986, la nostra è l'Età del rischio.

Gli Stati Uniti non si possono permettere di fermarsi e faranno di tutto affinché l'Operazione militare Speciale divampi e diventi un fuoco indomabile, l'unico fermo sono le atomiche in possesso della Federazione Russa

L’escalation è una polveriera
di Fabio Mini
18 maggio 2022

Il discorso di Putin del 9 maggio aveva gelato i guerrafondai nostrani e riacceso le speranze dei pacifisti in una sospensione del conflitto. La missione del nostro presidente del Consiglio a Washington ha riacceso le speranze dei primi e gelato i secondi. Il colloquio tra Biden e Draghi ha escluso qualsiasi ripensamento sulla condotta della guerra per procura che gli Stati Uniti stanno conducendo contro la Russia. Non c’erano dubbi, ma ha ulteriormente chiarito che questo genere di missioni “diplomatiche” non può avere lo scopo di una sommessa perorazione della pace mentre la guerra è in atto e si garantiscono ulteriori sanzioni, nuovi invii di armi all'Ucraina e soldati ai confini. Il Parlamento americano ha espresso ancor più chiaramente la volontà americana di proseguire la guerra fino all'ultimo ucraino e Biden si è occupato di procedere alla liquidazione garbata o rude dei leader alleati fino all'ultimo Draghi.

La macchina è avviata La battaglia è pronta a continuare fino all'ultimo ucraino e Biden liquiderà i leader alleati fino all'ultimo Draghi.

LA CAMERA statunitense ha disposto aiuti in armi e assistenza per 40 miliardi di dollari. Sette in più di quanti ne aveva chiesti Biden. Aggiunti ai 14 già assegnati, la cifra di 54 miliardi in un anno è la più alta finora raggiunta per aiuti finanziari e militari a un solo Paese. Inoltre, l’aumento non richiesto significa che entrambi i partiti vogliono la guerra anche se rimane il dubbio su cosa veramente ne pensino gli americani. Tuttavia, fintanto che la popolazione viene rassicurata che la guerra in Ucraina non comporta l’escalation nucleare o il coinvolgimento diretto degli Usa, il consenso popolare non può mancare. Che poi questo consenso bipartisan sia capitalizzabile anche nelle elezioni di novembre è un problema che riguarderà Biden.

NEL FRATTEMPO il Nyt, dopo la bacchettata sulle fughe dell’intelligence da parte della casa Bianca, cerca di mantenere un’apparenza di equilibrio scrivendo che “A più di due mesi dall'inizio della guerra in Ucraina, la Russia sta ottenendo alcuni significativi guadagni territoriali, anche se la sua invasione è stata inficiata da una cattiva pianificazione, da un’intelligence imperfetta, da un morale basso e da una violenza brutale e indiscriminata contro i civili”. Figurarsi se le operazioni fossero state ben pianificate e condotte. “Le forze russe sono avanzate fino al confine tra Donetsk e Lugansk, province in cui i separatisti sostenuti da Mosca combattono l’esercito e i nazisti ucraini da otto anni. Se confermata, la notizia rende più probabile che la Russia possa controllare interamente la regione, nota come Donbass, rispetto ad appena un terzo di essa prima dell’invasione”. I “se la Russia riuscisse a mantenere o espandere il territorio che occupa a sud e a est e a mantenere il suo dominio sul Mar Nero, potrebbe minare ulteriormente la già martoriata economia ucraina, migliorare l’influenza di Mosca in qualsiasi futura soluzione negoziale e potenzialmente espandere la sua capacità di organizzare attacchi più ampi”.

Sintesi perfetta che giustifica la fretta di Nancy Pelosi la quale, perorando l’approvazione del pacchetto di aiuti all'Ucraina ha dichiarato: “Il tempo è essenziale e non possiamo permetterci di aspettare”. C’è da chiedersi cosa temano gli Usa per spingere così forte sull'acceleratore. Evidentemente, nonostante le assicurazioni di non escalation del conflitto (o forse proprio per queste) nessuno ci crede. Ma mentre per noi poveri europei credere o non credere è una questione di pura fede, per russi e americani e i loro poderosi apparati d’intelligence, deve esserci qualcosa di più concreto che induca al “timore”. Si sa che i russi temono l’invasione e l’attacco, vero o non vero, questo è ciò che credono e ne hanno le “prove” nello schieramento di armi Nato e Usa ai propri confini. Gli americani, la Nato e l’Ucraina dicono di temere che la Russia sconfini in uno dei Paesi alleati e intanto si stanno attrezzando per il conflitto. Sembrano due posizioni speculari i cui sviluppi porterebbero benefici a uno e danni all'altro. Ma non è così: entrambe portano all'escalation ai danni dell’Europa, dell’Ucraina e della Russia. Chi ha fretta di menar le mani non vuole evitare un conflitto più ampio, ma lo vuole provocare. E se la miccia non viene accesa dalla Russia, c’è già chi si è offerto di farlo a Odessa, in Transnistria, a Londra, Bruxelles, in Estonia, Lituania, Polonia, Mar Baltico e Mar Nero. Diversi sono i luoghi dell’incidente come pretesto per l’escalation, ma chi ha la miccia in mano è seduto sul barile di esplosivo.

Gli aumenti dei tassi d'interessi è obbligato per cercare di fermare quella montagna di miliardi creati con un clic che circolano per il mondo, questo porta dritto dritto ad aumentare la RECESSIONE che è già in atto, quindi siamo in piena STAGFLAZIONE e i giochi della Fed sono limitati. Togliere moneta, debito, è la strada maestra, ma il Casinò di Wall Street salterebbe e con lui tutta l'economia soprattutto Occidentale

Grosso guaio a Wall Street
di Claudio Conti
19 maggio 2022

Crollano le borse, a cominciare da quella statunitense, e fioccano le interpretazioni.e spiegazioni di breve periodo sono quasi scontate.

Innanzitutto l’inflazione, che continua a martellare su economie stressate da due anni di pandemia e dallo scoppio di una guerra che rischia di diventare mondiale (anche se lo è già, seppur sottotraccia).

Ieri il dato di aprile relativo alla Gran Bretagna – +9% – ha accompagnato quello per l’intera Unione Europea (-7,4%, come a marzo). Il che suona a conferma di un lungo periodo di prezzi in crescita, cui inevitabilmente – prima o poi – dovrebbero associarsi tensioni sociali per quantomeno adeguare salari e pensioni al costo della vita.

Un effetto implicito del peso dell’inflazione è già evidente: le relazioni trimestrali sui profitti delle catene di distribuzione Usa registrano un tracollo dei profitti come conseguenza delle vendite in calo. Ovvio: se i prezzi aumentano e i salari no, i consumatori stringono la cinghia. Target e Walmart, due delle maggiori catene commerciali, in soli tre giorni hanno perso a Wall Street rispettivamente a -29% e -17%.

A questa gelata si aggiunge la certezza che le banche centrali, a cominciare proprio dalla Federal Reserve, aumenteranno rapidamente i tassi di interesse. Jerome Powell, presidente della Fed Usa, dopo aver già aumentato i tassi base dello 0,50%, proprio ieri ha garantito che andrà avanti su questa strada con altri rialzi: “Dobbiamo vedere l’inflazione scendere in modo convincente. Finché non vedremo prove concrete in questo senso, andremo avanti“.

Tassi di interesse più alti significano prestiti più cari per imprese e famiglie, quindi riduzione degli investimenti e dei consumi (mutui, acquisti a rate, ecc). Insomma, una contrazione economica piuttosto brusca nella speranza che come altre volte ciò blocchi le spirali inflazionistiche (per esempio: un aumento drastico della disoccupazione potrebbe ridurre le “pretese salariali” dei lavoratori dipendenti, permettendo così di scaricare su di loro i costi maggiori della recessione).

Ma un’economia “raffreddata” implica anche un tracollo dei valori azionari, e dunque delle borse, in una spirale che non lascia nessuna “isola felice”.

C’è però qualcosa che sfugge a questa consueta “ricetta” monetarista di fronte all'inflazione: questa ondata di alti prezzi non dipende da un’economia “surriscaldata” (troppi consumi, alti salari, ecc), ma è una inflazione da offerta. Insomma, anche riducendo la quantità di attività produttiva i prezzi energetici (e di altre materie prime) non scenderebbero granché. Ergo, alzare i tassi in questo caso non serve a molto…

Un quadro che sarebbe già abbastanza fosco se non vi fosse la guerra in Ucraina a peggiorare le prospettive. Le sanzioni, infatti, possono essere dannose fino ad un certo punto per la Russia (abbiamo spiegato qui il perché), ma in ogni caso vanno a definire nuovi e rigidi “confini” che rendono più complicate sia le relazioni commerciali che le forniture indispensabili alla produzione

Le difficoltà europee sul gas sono solo uno dei tanti esempi possibili, ma è scontato che il perdurare del conflitto provocherà (o provocherebbe) anche un incremento delle tensioni sui mercati internazionali, sia per quanto riguarda la produzione fisiche che le transazioni finanziarie (con l’allargamento delle piattaforme di pagamento alternative al sistema Swift, controllato dagli Usa).

Già oggi pesano, e molto, i prolungati problemi nella catena di approvvigionamento, che riguardano non solo il gas o i microprocessori (le industrie che li producono avevano rallentato notevolmente i volumi durante i due anni di pandemia), ma tutta una serie di commodities che ora vengono a mancare. Il grano – Ucraina e Russia coprono più di un quarto della produzione mondiale – è l’esempio più clamoroso, visti gli effetti che sta già avendo su paesi importatori in cui il pane è spesso il principale alimento della popolazione.

Non è finita. I lockdown continui in Cina, per isolare i focolai di Covid e impedirne la diffusione, hanno fatto rallentare anche la “fabbrica del mondo”, che ormai pesa quasi gli Stati Uniti (anche di più, a parità di potere d’acquisto). Ma proprio la Cina era stata, negli ultimi 30 anni, il principale motore della crescita del Pil mondiale…

Davanti a un quadro così, comunque, non mancano gli ottimisti, che si aggrappano però a due variabili che al momento sono solo delle ipotesi. La prima riguarda gli Usa, dove la politica monetaria potrebbe essere “aggressiva” ora per poi cambiare segno improvvisamente alla vigilia delle elezioni di mid-term – a novembre – in modo da assicurare un minimo di vantaggio in più allo schieramento “democratico” oggi in grandissima difficoltà.

La guerra in Ucraina è infatti quasi indifferente al sentiment popolare statunitense, visto che non ci sono soldati Usa sul campo, ma ci sono spese (i 40 miliardi di aiuti militari supplementari promessi da Biden) che vanno a pesare sul debito pubblico americano. Semmai, se la congiuntura economica peggiora, potrebbe esser vista come un problema di cui liberarsi.

La seconda speranza è riposta in un possibile “stimolo” all’economia deciso dalla banca centrale cinese, cui sarebbe costretta proprio dal rallentamento causa lock down. Bisogna ricordare che Pechino non aveva seguito la scelta occidentale del quantitative easing, che ha tenuto artificialmente in alta quota i mercati finanziari, preferendo invece concentrarsi sul potenziamento della produzione e la crescita salariale interna (che si trasformava in maggiori consumi, secondo un “circolo virtuoso” che l’Occidente neoliberista ha preferito rompere consegnandosi alla crisi perpetua).

Ma non è l’unico “suicidio sistemico” messo in pratica per favorire il massimo profitto a pochissimi “raccoglitori”. A ben guardare, anche il tentativo di uscire dalla crisi che si trascina da oltre un decennio scatenando la guerra economica per affossare la Russia sembra produrre il proprio opposto. Mentre Mosca “regge” abbastanza bene l’onda d’urto, Wall Street si ritrova con un “grosso guaio” tra i piedi.

Come si vede, speranza vaghe a parte, il mare dell’economia è attraversato da onde sempre più alte. E i capitani alla guida delle navi non sembrano un granché…

La Fed aumenterà i tassi per poi riabbassarli in vista delle lezioni statunitensi. Il gioco del tre carte

La Fed ha appena segnalato quando i rialzi dei tassi finiranno?

Tyler Durden's Photo
DI TYLER DURDEN
GIOVEDÌ 26 MAGGIO 2022 - 09:09

Una delle caratteristiche degne di nota della dichiarazione del FOMC di maggio è che, a differenza di marzo, è arrivata senza materiali di proiezione. Ma ciò non significa che lo staff della Fed non abbia discusso - e rivisto - le loro previsioni economiche e di inflazione.

Infatti, come rivela la sezione "Staff Economic Outlook" nei verbali di oggi, "la proiezione dello staff per l'inflazione dei prezzi PCE è stata rivista leggermente al rialzo nella seconda metà del 2022 e nel 2023 in risposta alla lenta risoluzione dei vincoli di offerta osservata nella prima parte del 2022, un percorso previsto più elevato per i prezzi all'importazione e un giudizio secondo cui gli aumenti salariali avrebbero esercitato una pressione al rialzo sui prezzi dei servizi più di quanto precedentemente ipotizzato". Tutto sommato, concludono i verbali, "l'inflazione totale dei prezzi PCE dovrebbe essere del 4,3% nel 2022. L'inflazione dei prezzi PCE dovrebbe quindi scendere al 2,5% nel 2023 e al 2,1% nel 2024, poiché gli squilibri tra domanda e offerta nell'economia sono stati ridotti rallentando la domanda aggregata e un previsto allentamento dei vincoli di offerta.

Questo conta molto, perché come calcola Vincent Cignarella di Bloomberg, mentre la maggior parte dei funzionari della Fed ha convenuto che la banca centrale continuerà a stringere in incrementi di 50 pb nelle prossime due riunioni, continuando una serie aggressiva di mosse che lascerebbero ai responsabili politici la flessibilità di cambiare marcia in seguito, se necessario, potrebbe non durare a lungo.

E, come conclude Cignarella riferendosi alle previsioni PCE aggiornate della Fed (che termina il 2022 al 4,3% ma poi scende al 2,5% nel 2023 e al 2,1% nel 2024), "se la loro previsione è accurata, implicherebbe che i prossimi tre rialzi dei tassi di mezzo punto previsti sarebbero la fine dell'attuale ciclo di restringimento e preparerebbero il terreno per un importante rally del rischio nella seconda metà del 2022."

Per inciso, questo si allinea con le stime di JPMorgan quando la Fed probabilmente si fermerà e / o farà perno: come ha scritto Andrew Tyler di JPM durante la notte, mentre "le condizioni finanziarie sono già al livello in cui abbiamo visto il pivot della Fed nel 2018/19; Penso che sia improbabile che vediamo il pivot della Fed in questa fase del ciclo di restringimento". Dopotutto, Powell ha detto che lui e la Fed hanno bisogno di vedere prove materiali del rallentamento dell'inflazione. Quindi, con "la riunione della Fed di settembre in cui potremmo vedere un pivot, che essenzialmente lascia altre 3 stampe CPI per dimostrare il caso (la data di rilascio per l'IPC di agosto è il 13 settembre che rientra nel periodo di blackout della Fed)". Questo potrebbe spiegare perché all'inizio di questa settimana Bostic ha anche lasciato intendere che la Fed potrebbe fermarsi a settembre.

Traduzione: altri tre rialzi di 50 pb e poi la Fed si ferma... a tempo indeterminato, la sua prossima mossa è un taglio mentre la recessione economica emerge dal nascondiglio.

https://www.zerohedge.com/markets/did-fed-just-signal-when-rate-hikes-will-end?utm_source=&utm_medium=email&utm_campaign=688