L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 aprile 2020

31 marzo 2020 - MARIO DRAGHI? CAMBIANO TEATRO E COSTUMI, MA L'IMPRESARIO È SEMPRE QUELLO...

Gli Stati Uniti bastardi veri

La favoletta della ‘pace da coronavirus’: Alberto Negri

30 Marzo 2020 


Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, il 23 marzo si era rivolto ai paesi in guerra chiedendo un cessate il fuoco per impedire che in zone già devastate e indebolite dai conflitti il coronavirus potesse mietere ancora più vittime. ‘Nessuno se lo è filato’.
Alberto Negri chiaro e netto come sempre

«Il Pentagono ha ordinato ai comandanti militari di prepararsi a un aumento dei combattimenti in Iraq emanando una direttiva per preparare una campagna contro le milizie sciite: alcuni generali esitano ma Trump e Pompeo spingono per approfittare dell’indebolimento dell’Iran prostrato dall’epidemia».
Quadrante iracheno ribollente

Altro che Guterres. «Gli Usa si sono defilati da alcune basi per evitare attacchi dei miliziani mentre la Francia ha ritirato qualche centinaio di soldati: questo è il prezzo che Macron ha pagato per la liberazione di quattro ostaggi francesi dell‘organizzazione umanitaria Cristiani d’Oriente, prigionieri per oltre un mese non si sa se di qualche milizia o degli stessi servizi iracheni». A Baghdad nuovo capitolo della guerra tra forze che vogliono un ritiro degli americani e gli Usa che vogliono fare la guerra a Teheran e alla Mezzaluna sciita in casa altrui, leggiamo sul Manifesto.
Guerre economiche

Pietà l’è morta, se mai tra i potenti sia esistita. «Gli Stati Uniti continuano a strangolare Teheran con le sanzioni e hanno imposto persino una taglia sul presidente venezuelano Maduro. Da ogni parte si chiede la sospensione delle sanzioni all’Iran: quelle finanziarie e bancarie, lo scrive anche il New York Times, impediscono a Teheran qualunque operazione di pagamento internazionale, compreso l’import di medicinali». Non solo: «Washington, dopo avere offerto agli ayatollah la carità pelosa di aiuti umanitari, si prepara a bloccare la richiesta di Teheran di un prestito da 5 miliardi di dollari al Fondo monetario». Bastardi veri.

Ognuno strangola chi può

Non illudiamoci che noi europei siamo tanto meglio, ammonisce Negri. «Il Nord dell’Unione europea non ci vuole regalare soldi perché spera di raccogliere quel che resterà di buono tra le macerie delle economie meridionali come la nostra. La Germania non ha bisogno di eserciti: fa lavorare l’epidemia e l’economia». «L’America di Trump non rinuncia al suo obiettivo, cambiare i regimi che non gli piacciono perseguendo politiche contrarie alla carta delle Nazioni Unite. Del resto non ci si poteva aspettare altro visto che hanno cominciato l’anno il 3 gennaio assassinando il generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad».

Si combatte eccome

«Si combatte eccome, dalla Siria allo Yemen, dall’Afghanistan all’Iraq». Siria: «Nella provincia di Idlib siriani e turchi continuano a spararsi in mezzo ad azioni di guerriglia e attentati». Libia: «in corso violenti scontri a sud-est di Misurata». «Haftar sta tentando di impadronirsi di Zuara sulla direttrice di terminali di gas dell’Eni a Mellitah. Il governo di Tobruk garantisce che non intende interrompere il flusso del metano nella pipeline verso l’Italia ma quello che sta accadendo in Libia non è un buon viatico per la nuova missione europea Irene destinata a far rispettare l’embargo sulle armi».

Paura virus e diplomazia per altre guerre

Dove non si guerreggia, «Paura della diffusione del coronavirus non tra le popolazioni, completamente abbandonate al loro destino, ma tra eserciti e miliziani: quando la pandemia sarà passata serviranno truppe efficienti per regolare i conti». E diplomazia sui generis, per altre guerre. «Il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed bin Zayed e il presidente della Siria Assad si sono messi d’accordo». Cosa vuol dire? Damasco che entra nell’asse con la Russia e l’Egitto in appoggio al generale Haftar in Libia. Alberto Negri: «I siriani insieme a Mosca stanno reclutando schiere di miliziani da mandare a combattere per il generale libico e controbilanciare la presenza della Turchia a favore di Tripoli e di Sarraj».

Profughi? Senza tregua, sospesi tra la vita e la morte

«In Medio Oriente, dalla Siria, allo Yemen, dall’Afghanistan alla Libia, oltre 20-30 milioni di persone ammassate nei campi profughi, all’addiaccio, o in cammino tra deserti e montagne, vivono senza neppure la speranza di raggiungere l’Europa. Loro restano in una perenne “zona rossa”, sospesi tra la vita e la morte».

31 marzo 2020 - #Covid19: In balia dei più forti

martedì 31 marzo 2020

Lo stregone maledetto è coerente fino in fondo il suo dio è la difesa ad oltranza del sistema capitalistico-finanziario che ci ha regalato il precariato a vita, la disoccupazione, l'erosione dei debiti

La ricetta DRAGHI: sostegno illimitato al grande capitale finanziario

di Cristina Quintavalla
30 marzo 2020

Il verbo di Draghi impazza sui media mainstream: gli stati spendano senza limiti e vincoli per risollevare l’economia che rischia la depressione.

Mercati, banche, imprese, classe politica ringraziano.

Sembrerebbe un dietrofront rispetto a quanto l’uomo ha difeso durante il suo mandato in qualità di presidente della BCE, vale a dire la necessità di contenere il debito pubblico: i governi erano chiamati ad “assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche”, di mettere “sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento… e le spese delle autorità regionali e locali”, addirittura varando “anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio” (Lettera di Draghi e Trichet, agosto 2011).

E per rimanere strettamente aderenti ai dati di fatto, ecco la ricetta attraverso le parole stesse di Draghi: adottare “misure di correzione del bilancio…principalmente attraverso tagli di spesa”.

Quali? E a carico di chi? Eccoli: “intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità”, attuare “una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego….e, se necessario, riducendo gli stipendi, operare “tagli orizzontali sulle spese discrezionali”,[…] “riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva…, attuare forme di flessibilità dei contratti”.

Ma la chicca è questa: “È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali.

Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala”( ibidem, p.2).

Coloro che per effetto del coronavirus sono morti in ospedali che scarseggiano di personale medico e sanitario, di attrezzature, di finanziamenti alla ricerca e persino di reagenti per fare i tamponi, o nelle loro case, senza aver potuto ricevere un’assistenza adeguata, sono il portato di una riduzione della spesa sanitaria che in tutta Italia si è contratta ogni anno almeno di un miliardo. Il definanziamento e depotenziamento del SSN è servito a far pagare di più le prestazioni sanitarie ai cittadini e a favorire l’affermazione di forme di sanità integrativa privata, in mano a banche, assicurazioni, fondi di investimento, che puntano a lucrare su un pacchetto, quello sanitario, di oltre 150 miliardi di euro.

La preoccupazione principale di Draghi, espressamente dichiarata, era quella di sostenere la competitività delle imprese, in un contesto di aumento della concorrenza.

“Assecondare le esigenze delle imprese” (parole sue), non dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani senza occupazione certa e stabile, ai quali riservava il trattamento di cui sopra.

Tale obiettivo è quello stesso che viene riconfermato nel recente articolo di Draghi sul Financial Times.

“Le perdite del settore privato – e il debito per colmare il gap – devono essere assorbite, in toto o in parte, dai bilanci pubblici. I livelli più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata dalla cancellazione del debito privato”.

Quindi lo Stato deve:

– assorbire nei suoi bilanci le perdite del settore privato

– aumentare in modo permanente il debito pubblico

– cancellare i debiti privati

Allora uno Stato può fare debito senza incorrere nella mannaia delle regole europee sul debito, i cosiddetti parametri di Mastricht? Senza incorrere nelle misure correttive, quali l’obbligo di adottare misure “lacrime e sangue”, che includono i tagli alle spese e i servizi sociali, ai trasferimenti dallo Stato agli enti territoriali, le privatizzazioni di servizi – dalla sanità, all’istruzione, al territorio, ai beni comuni?

O può farlo solo quando deve farsi carico delle “perdite del sistema privato”?

Cosa significherebbe incrementare permanentemente il debito, stanti comunque gli attuali parametri sul rapporto debito/deficit-PIL, senza, vale a dire, cancellare definitivamente -non sospendere temporaneamente il Patto di stabilità- i trattati europei?

Una cosa è certa: fermi restando i vincoli dei trattati europei, l’aumento permanente del debito pubblico non potrebbe che risolversi in ulteriori colpi di scure ai diritti della maggior parte della popolazione, nella falcidie ulteriore delle risorse disponibili per la spesa pubblica e le politiche sociali, nell’ulteriore asservimento della forza lavoro, manuale e intellettuale, all’inverosimile, che verrà gettata nella precarietà più intollerabile, nella cosiddetta socializzazione delle perdite.

L’aumento del debito oggi in queste condizioni e a queste regole comporta che gli Stati, dunque anche quello italiano, dovranno ricorrere sempre più all’indebitamento con banche, con fondi di investimento, ai tassi e alle condizioni decise dai mercati stessi, come imposto dai dispositivi voluti dalle istituzioni europee, che hanno costretto i paesi dell’UE a rivolgersi al mercato finanziario esterno, come fossero privati, per finanziare il loro debito.

Lo disse lo stesso Draghi nel corso di un’audizione al Parlamento europeo nel gennaio 19: «un debito pubblico elevato riduce la sovranità nazionale di un paese perché l’ultima parola nel giudicare i conti pubblici è affidata ai mercati”. E’ questo allora che propone oggi Draghi!

La speculazione delle banche che comprano con prestiti della BCE, come voluto da Draghi, a interesse tra lo zero e l’1 % i titoli del debito pubblico degli stati, che devono corrispondere tassi di interesse sino a 10 volte superiori, non ha avvantaggiato certo gli stati, né le piccole e medie imprese, né i cittadini, che di quel flusso di denaro hanno beneficiato ben poco.

La nuova ricetta di Draghi in realtà è quella stessa che ha posto a carico della collettività il salvataggio delle banche, che hanno beneficiato nella sola Italia di circa 13-14 mld di danaro pubblico.

La ricetta proposta da Draghi è diabolica: i crescenti e permanenti indebitamenti degli Stati con le banche e la garanzia che gli stati dovranno fornire alle banche, che elargiranno finanziamenti alle grandi imprese private a costo zero, costituiscono una forma di sostegno senza precedenti al grande capitale finanziario.

Banche e imprese, ricordiamolo, erano già in crisi, ancor prima dello scoppio della pandemia, dalla Germania agli USA, passando per l’Italia: tendenza all’appiattimento della curva dei rendimenti, crediti deteriorati (587 mld di dollari), crescente indebitamento delle grandi società non finanziarie (nei soli USA + 41% in soli 10 anni), ricorso ai buyback, consistenti perdite del settore bancario (la DB nel II trimestre del 19 ha perso 3,5 mld , BNP Paribas 4,1 mld),decelerazione dell’economia mondiale (lo scorso anno GE-4,7%, FR -1,3, Spagna -1,5 su base mensile) con caduta della produzione industriale, PIL stagnanti.

Come ha sottolineato V.Giacchè “si può supporre che un’epoca sia giunta alla fine”.

Quale epoca? Quella in cui il capitale produttivo d’interesse sosteneva economia e profitti, favorendo una ipertrofia finanziaria come risposta ad un’insufficiente valorizzazione dei capitali, alla ricerca di tassi di rendita sempre più elevati.

In un mondo messo in ginocchio da una epidemia globale incontenibile e in cui sotto i nostri occhi sfilano i cadaveri disseminati lungo la strada – la fine delle politiche pubbliche, le privatizzazioni della sanità, dell’istruzione, dei trasporti, le devastazioni dell’eco-sistema, forme intollerabili di politiche estrattive e predatorie- si appalesa con crescente chiarezza il fallimento delle politiche neoliberiste.

La ricetta di Draghi per uscire dalla crisi è quella stessa che l’ha originata: conferire alla banche ulteriori stock di debito pubblico, trasferire il debito dai privati ai poteri pubblici (tra il 2008 e il 2018 è passato dal 62% all’86%), significa favorire l’espansione e l’estensione senza limiti e vincoli del capitale produttivo di interesse, quello che droga l’economia, alimenta bolle finanziarie e distrugge l’economia reale.

31 marzo 2020 - "ITALIA IN DIFFICOLTÀ? USI IL MES": LA GERMANIA SI RIVELA NOSTRO SPIETAT...

NoTav - la polmonite virale scardina il totem della repressione e il divieto di comunicare è ridicolo oltraggioso e va a ledere uno dei diritti inalienabili dell'uomo

Tav: Nicoletta Dosio lascia carcere per domiciliari

Pasionaria No Tav chiede beneficio e torna a casa in Val Susa


Redazione ANSATORINO30 marzo 202021:12NEWS

(ANSA) - TORINO, 30 MAR - "Nicoletta esce dal carcere per gli arresti domiciliari". A renderlo noto, sui social, il Movimento No Tav. La 'pasionaria' della lotta all'alta velocità Torino-Lione, era stata arrestata alla fine dello scorso anno.
"Nicoletta è uscita poco fa dal carcere delle Vallette - si legge in un post su Facebook - per andare a scontare l'ingiusta pena ai domiciliari per le misure introdotte con l'emergenza CoronaVirus. Le sono stati concessi i domiciliari con il massimo delle restrizioni possibili, compreso l'ingiusto divieto di comunicare".
A chiedere la concessione dei domiciliari, secondo quanto si apprende, è stata la stessa Dosio, che prima d'ora si era sempre rifiutata. A convincerla sono stati gli amici e i militanti del movimento No Tav, che più volte le hanno chiesto di presentare domanda.
La richiesta, datata 20 marzo, è stata accolta oggi, anche alla luce dell'attuale emergenza coronavirus. La 'pasionaria No Tav' sta bene, ma ha 74 anni e soffre di alcune patologie.
Sconterà in Valle di Susa, nella sua casa di Bussoleno,la condanna a un anno di reclusione per reati commessi durante una protesta, nel 2012, al casello di Avigliana sull'autostrada del Frejus. (ANSA).

Crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale e coronavirus sono strettamente collegati e che l’unica alternativa è quella di rovesciare di direzione e senso l’attuale produttivismo industrialista e capitalista, di cui il lavoro salariato costituisce l’indispensabile corollario

Sull’epidemia delle emergenze / fase 4: pandemia, crisi, clima e guerra

di Sandro Moiso, Jack Orlando e Maurice Chevalier
24 marzo 2020


“We can do it together” (Boris Johnson)

“Nous somme en guerre” (Emmanuel Macron)

“Ci sono guerre che possono essere vinte soltanto con la disciplina collettiva. La Francia deve accantonare il suo ribellismo” (Le Parisien, 17 marzo 2020)

“Salvare l’economia” (Les Echos, 18 marzo 2020)

“No society can safeguard public health for long at the cost of its economic health.”

(The Wall Street Journal, 20 marzo 2020)

“La paura della gente si può trasformare in rabbia” (Maurizio Landini)

“E’ la guerra. Tutto è più immediato” (Perfidia – James Ellroy)

Per una volta iniziamo la nostra cronaca da oltre frontiera. Prendendoci, oltretutto, la libertà di modificare parzialmente i nomi dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.

Quello che salta subito agi occhi ovunque, dalla Francia agli Stati Uniti passando per l’Australia, è che per i governi e i media la preoccupazione più importante fino ad ora è stata quella di salvaguardare economia, produzione e profitti.

Come al solito gli americani sono i più pragmatici ed espliciti, motivo per cui il Wall Street Journal può tranquillamente ratificare, nell’editoriale redazionale del 20 marzo, che nessuna società può salvaguardare a lungo la salute pubblica al costo di minare quella economica. Chiaro abbastanza no? Ma se l’organo per eccellenza del capitalismo e della finanza americana lo afferma con chiarezza, anche qui da noi non sono mancate le spinte in tale direzione. L’abbiamo misurato con l’enorme ritardo con cui il governo degli ominicchi e degli abbracci è giunto a decretare una chiusura vaga e fumosa che lascia non pochi dubbi sulla sua reale entità, evitata a ogni costo fino all’ultimo momento e poi, una volta varata, posticipata per dare una nuova mano agli squali di Confindustria.

Uno degli aspetti più evidenti è dato dal fatto che la richiesta ufficiale per giungere a tali chiusure non è mai pervenuta dalle associazioni imprenditoriali o da almeno una delle forze di governo, ma principalmente dalle associazioni dei medici che operano sui territori maggiormente colpiti dal virus (qui e qui) e dai sindaci delle province di Bergamo e Brescia (qui), con il secondo che non ha esitato a puntare il dito sulle associazioni degli imprenditori e le loro responsabilità, a livello centrale e regionale, nel ritardare il più possibile la chiusura delle fabbriche.

«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo – rileva – si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, il 7 marzo avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo la filiera di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori nelle fabbriche è molto elevato. Fontana ha sempre tenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito». Così ha affermato, in un’intervista al Fatto quotidiano del 17 marzo, Emilio Del Bono, sindaco di Brescia1 di area Pd.

Pur muovendo molta aria, meno espliciti sono stati i governatori delle Regioni del Nord e la Lega che hanno invece sviluppato un discorso meno esplicito sulla necessità della chiusura, giocando d’anticipo sul governo emanando, in autonomia, nuove misure restrittive che comunque non toccavano minimamente gli interessi padronali. In un conflitto tra potere centrale e Regioni che ha assunto ancora una volta prima di tutto i caratteri del confronto elettoralistico e della salvaguardia dei rapporti con le associazioni di categoria degli industriali, dei banchieri e del commercio.

Ma il vero motore sotterraneo, per giungere alla proposta di serrata dei luoghi di lavoro e delle fabbriche è stato rappresentato dalle fermate spontanee dei lavoratori delle fabbriche, soprattutto di quelle grandi, e dei magazzini. Tutta una serie importante di blocchi, picchetti, astensioni dal lavoro e resistenze varie che l’opinione pubblica e i media hanno quasi ignorato, ma che non è passata inosservata ai tutori dell’ordine che già si preparavano alle varie misure di contenimento della conflittualità (qui).

Le parole di Maurizio Landini, poste in esergo, ben sintetizzano le paure che i sindacati confederali, sempre tardivi a ricevere ed accogliere le richieste dal basso, hanno sventolato davanti al naso di Conte e degli imprenditori. Imprenditori tetragoni insofferenti, fino all’ultimo momento, a qualsiasi ipotesi di chiusura degli stabilimenti, come ha denunciato fin dal 12 marzo un uomo non certo di sinistra come Carlo Nordio, in un editoriale del Messaggero:

“Poteva e doveva vincere la ragione. Quella dei previdenti, ingiustamente liquidati come Cassandre dagli sprovveduti. Invece è arrivato – per giunta con grande ritardo – il solito compromesso di palazzo. Conte chiude l’Italia a metà. Non c’è l’atteso e necessario blocco totale che serve al Paese per arrestare il contagio e garantire la salute pubblica. Ma solo la chiusura di negozi e commercio, salvando ovviamente alimentari e prima necessità. Restano fuori industrie e fabbriche. Una grave omissione che potremmo scontare tutti a causa delle falle che lascia aperte nella cruciale guerra al virus. […] vi è tuttavia una categoria intermedia, che tenta di conciliare il diavolo con l’acqua santa. Alludiamo alla richiesta inoltrata al Governo dalla Regione Lombardia, che da un lato chiedeva, giustamente, la chiusura delle attività commerciali, artigianali, ricettive e terziarie (escluse, com’è ovvio, quelle assolutamente essenziali), ma dall’altro comunicava che era stato raggiunto un accordo con Confindustria lombarda “che provvederà a regolamentare l’eventuale sospensione o riduzione delle attività lavorative per le imprese”. Insomma, par di capire, la chiusura o meno delle fabbriche sarà affidata – secondo il premier – alla iniziativa degli industriali.”2

Cosa che dopo la delusione dovuta alla mancata chiusura di tutte le imprese attesa dal Dpcm Conte, ha fatto sì che la lotta ripartisse, con dimensioni che non si vedevano da decenni, in numerosi stabilimenti del settentrione dove gli operai e le operaie sono tornati ad incrociare le braccia, quasi sempre con astensioni dal lavoro pari al 100% dei lavoratori. Dall’Avio di Rivalta e Borgaretto all’Alessi Tubi, alle Officine Vilai, all’Alcatar, alla Brugnasco di Avigliana in Piemonte fino a tante altre aziende lombarde (qui). Mentre la Fiom di Verona ha proclamato due giorni di sciopero a partire da oggi e, nelle zone più colpite dal virus, gli operatori sanitari scalpitano per la macanza di sufficienti protezioni individuali e per i turni massacranti dovuti al mancato turn over del personale ospedaliero.

L’abbiamo detto nella terza fase di questa serie di riflessioni: la crisi disvela l’anima di classe e la guerra civile che la normalità quotidiana e la società dello spettacolo solitamente nascondono.

Mentre, però, alcuni grandi stabilimenti hanno chiuso al primo accenno di ripresa dello scontro di classe, sono state quasi ovunque le piccole, piccolissime e medio-piccole aziende ad opporsi alla chiusura e a portare avanti la produzione, chiamando in causa la responsabilità degli operai nel mantenerle in vita. Un discorso/ricatto odioso che fa, finalmente, piazza pulita di quel pietismo per i piccoli imprenditori che è stato cavalcato dal populismo di ogni risma nel corso degli ultimi anni.

Per non fare troppo torto ai piccoli comunque vediamo cosa ha detto in un’intervista Giuseppe Pasini, il presidente degli industriali bresciani che è anche alla guida della Feralpi, uno dei principali produttori siderurgici in Europa, a proposito delle condizioni di salute in fabbrica:

“Abbiamo avuto anche qualche positività, non puoi non averne, ma le aziende hanno messo in atto tutti i controlli e le procedure di sanificazione previste dal governo. Hanno fatto quello che dovevano fare. E Non è detto che quelli che sono stati trovati positivi dentro l’azienda abbiano contratto il virus sul posto di lavoro. Magari sono rimasti contagiati nei giorni precedenti all’ordinanza di chiusura, fuori dalle aziende.“3

Già, affermazione che si accompagna bene con la colpevolizzazione individuale che viene fatta continuamente dagli organi di informazione e dai governanti con il proposito allontanare da sé ogni responsabilità in materia di contagio e mancati provvedimenti per prevenirlo e contrastarlo.

Tralasciando il grottesco flash- mob di solidarietà cui la Abb, azienda italo-svizzera che occupa nei suoi stabilimenti in Italia seimila dipendenti, ha chiamato suoi operai (qui):

“Quasi un terzo dei contagi si trova tra le distese di aziende d’ogni genere dei due polmoni economici d’Italia, Brescia e Bergamo. La prima in vetta alla classifica per densità produttiva, seguita da Milano e, appunto, Bergamo, che ha 4.305 contagi e 84 mila imprese attive nelle quali lavorano 385 mila dipendenti. Brescia ha 3.783 contagi, 107 mila ditte e 402 mila lavoratori. Stare a casa è più facile dirlo che farlo qui, dove per ammissione di Confindustria Lombardia il 73% di piccole, grandi e medie imprese sta andando avanti, come in tutta la regione. Come dire che nelle aree più epidemiche mezzo milione di lavoratori continua a fare avanti e indietro casa-lavoro, anche se poi in fabbrica si è cercato di rispettare i protocolli imposti per decreto. A Brescia nel settore industriale sono stati raggiunti 63 accordi per la sicurezza anti-Covid sul lavoro. A Bergamo soltanto 2, informa la Fiom. Che non possa bastare per contenere la crescita esponenziale dei contagi lo pensano i tecnici del comitato scientifico che affianca il governo e che suggerisce a Conte di «fermare tutto salvo le filiere che producono beni di consumo essenziali». Ci mette la faccia il Presidente dell’Ordine di Milano Roberto Carlo Rossi che tuona: «Mandare avanti la produzione è stato un gravissimo errore, dobbiamo chiudere tutto, lasciare aperto solo chi produce beni alimentari, prodotti per la salute e l’igiene. Vedo ancora capannoni e cantieri pieni di gente, è una follia». E che non siano tutte produzioni di beni essenziali lo si intuisce scorrendo l’elenco delle imprese nelle due province, dove a fianco a quelle zootecniche troviamo aziende che producono acciaio, chiusure industriali per capannoni, verniciature, calcestruzzi, strumenti elettronici. Ma anche auto di lusso come la Bugatti, o armi come Beretta e Perazzi.”4

Al di là del dramma implicito nei numeri, si può e deve affermare che mai come ora il movimento antagonista ha avuto tra le mani tali potentissimi strumenti critici per assalire l’ordine esistente, proprio nel cuore del cuore del capitalismo industriale e finanziario, italiano ed internazionale. Il problema è che gli imprenditori e i loro rappresentanti nei governi e negli Stati lo hanno immediatamente capito davanti ai tre giorni di fuoco nelle carceri e alle prime fermate operaie, affidandosi alle ordinanze prefettizie e agli apparati militari e polizieschi per il contenimento di eventuali proteste e insofferenze diffuse5, mentre ancora tardano a comprenderlo molti compagni, pur volenterosi, che si arrabattano ad inseguire dibattiti piuttosto fumosi sulla limitazione delle libertà individuali (come se il lavoro salariato e coatto non fosse già di per sé la più stringente e odiosa limitazione delle libertà individuali, nato guarda caso proprio all’epoca della fondazione del carcere moderno6) oppure sull’inaspettato pericolo (come se non fosse già presente da lungo tempo) di fascistizzazione di uno Stato che dal fantasma concreto del ventennio non si è poi mai liberato, piuttosto che approfondire l’analisi critica del presente e del divenire che ci attende per poterlo meglio affrontare e rovesciare.

Mentre nella società dello spettacolo attuale, senza necessità di adunate oceaniche, la mobilitazione solidale con lo Stato e il capitale nazionale può essere convocata via FB, Twitter, WA e tutti gli altri social per invitarci a sventolare il tricolore dai balconi e dalle finestre, ad accendere fiammelle e torce cantando inni nazional-popolari di ogni genere e risma e diffondere l’idea dello spionaggio collettivo per denunciare qualunque comportamento ritenuto anomalo, mentre le forze dell’ordine procedono con assoluta arbitrarietà a eseguire direttive confuse e mai chiare e a comminare multe e ammende a pioggia. Il pop incontra il nazionalismo con alcune tra le più note influencer che iniziano ad imbrattare le coscienze collettive fingendo un impegno che resta comunque tutto di parte.

La crisi da coronavirus ha aperto anche un’altra solida possibilità in cui si incrociano due grandi temi che, fino ad ora, erano stati unificati nelle idee (di alcuni) ma lontani tra di loro nella realtà materiale: la lotta operaia e la lotta per l’ambiente. In questi giorni infatti risulta sempre più chiaro che la lotta per la difesa della salute, in fabbrica e fuori, è strettamente intrecciata al discorso della crisi climatica e ambientale. Occorre sviscerare il tema e diffonderlo in una situazione che per un certo periodo sarà feconda e ricettiva. Un metro di Tav vale quanto centodieci giorni di terapia intensiva è solo l’inizio di una parola d’ordine destinata a coinvolgere molte più persone e molti più lavoratori rispetto a prima, in un contesto in cui:

“Chi segue anche da dilettante questi fenomeni sa che da anni una nube tossica sosta sul cielo della pianura padana.[…] la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi della fabbriche, alle emissioni dei motori diesel.

Mancano per la verità, in questo sintetico quadro, gli inquinanti atmosferici che non sono affatto scomparsi nelle città con la riduzione dello smog e che sono in aumento: l’ozono e il particolato M5 ed M10, le minute particelle che si depositano nei polmoni dei cittadini europei.[…] Oggi il Covd19 colpisce cittadini dai polmoni compromessi da decenni di smog.[…] Ebbene, questi dati non ci consolano e oggi servono a poco. Ma sono indispensabili per l’immediato futuro, per ripensare con radicale severità lo sviluppo capitalistico dominante.”7

“La correlazione tra inquinamento atmosferico ed infezioni delle basse vie respiratorie è ormai scientificamente dimostrata. E’ un fattore che aggrava la situazione infettiva senza alcuna ombra di dubbio”, dice Giovanni Ghirga, membro dell’Associazione medici per l’ambiente. Il 19 febbraio ha scritto una lettera pubblicata dal British Medical Journal, sottolineando l’esistenza di un comune denominatore tra l’esplosione in Cina, Sud Corea, Iran e Italia del nord: tutte aree dove l’indice di qualità dell’aria è molto basso.

Una ricerca della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) ha già trovato una risposta: esaminando i dati delle centraline che rilevano lo smog e in particolare il superamento dei limiti di legge, ha potuto trovare una correlazione con il numero dei casi di persone infettate dal Covid-19. Le curve dell’infezione hanno avuto delle accelerazioni, a distanza delle due settimane necessarie alla manifestazione, con i livelli più alti di polveri sottili.

Numerosi esperti dunque stanno ora identificando nel cambiamento climatico e nell’inquinamento le cause che hanno portato il Pianeta a essere vittima della pandemia.

«La correlazione tra attività antropiche e diffusione dei virus è sempre più evidente. E non è un caso se le aree di maggiore diffusione del Covid-19 sono le stesse dove si verificano più casi di patologie oncologiche. Bergamo, e soprattutto Brescia, hanno i numeri più alti di bambini malati di cancro. Inoltre, a causa della tolleranza indotta, vale a dire al fatto che mediamente le persone hanno già un certo grado di infiammazione polmonare, non è stato possibile accorgersi subito dell’espansione. I sintomi lievi non sono stati notati.»”8

Non si contano ormai le ricerche che dimostrano che crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale e coronavirus sono strettamente collegati e che l’unica alternativa è quella di rovesciare di direzione e senso l’attuale produttivismo industrialista e capitalista, di cui il lavoro salariato costituisce l’indispensabile corollario. Tenerne conto diventerà sempre più obbligatorio, anche di fronte alla minaccia contenuta in uno studio realizzato dall’Organizzazione del Lavoro (che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) che dimostra che la pandemia rischia di provocare la perdita di 25 milioni di posti di lavoro al termine del tunnel attuale9. Cui però, senza esitazione, occorrerà contrapporre i milioni di morti che la stessa pandemia, ultima di una lunga serie di morbi contemporanei, potrebbe causare proprio a causa del regime attuale. Ad esempio in Italia, dove negli ultimi vent’anni sono stati tagliati 70.000 posti letto, a beneficio di una sanità privata che anche negli attuali frangenti cercherà di gonfiare i propri guadagni con autentici profitti di guerra che lo Stato, esattamente come durante i due conflitti mondiali, non si è minimamente preoccupato di calmierare, contribuendo così a ridistribuirne i costi sulla pelle dei cittadini.

Insomma o la vita o il salario e il suo vampiro, il profitto.

Termini decisivi e incompatibili tra chi lotta per salvaguardare la specie e chi lotta e opprime per salvaguardare il presente modo di produzione. Inconciliabili tra di loro e, oltre tutto, irriformabile il secondo. Se ne faranno una ragione le anime pie che lo credono capace di modificarsi per mezzo del green capitalism.

Non a caso quello che molti governi, e molti titoli anticipati in apertura, mettono in risalto è l’autentico clima di guerra che si va via via allargando sul pianeta. Guerra psicologica e di classe, poca guerra al virus e tanta preparazione per i giochi militari e geopolitici, tutt’altro che pacifici, che seguiranno la crisi economica mondiale, ineludibile alla fine della pandemia e già durante il suo decorso.

Con buona pace di tutti coloro che hanno sempre pensato alla guerra allargata come ad un’ipotesi risibile e catastrofista, proprio nel pieno di questa crisi, ogni potenza sta già giocando le sua carte e mettendo in campo le sue strategie economiche e geopolitiche. La fine dell’Europa Unita si profila come scenario credibile ormai, con la politica dell’ognuno per sé, in cui la Germania ha già iniziato a schierare tutte le sue pedine in vista di un terzo tentativo di riprendersi un lebensraum ormai di dimensioni continentali, con buona pace per portavoce del governo che hanno sventolato con troppa bramosia i “soldi facili” provenienti dal Mes (qui).

La Cina si presenta come la vincitrice, per ora, politica del confronto basato sulla crisi indotta dal Covid-19 e i suoi medici, medicinali e aiuti fanno parte di un moderno Piano Marshall sanitario indirizzato a raccogliere consensi e alleati all’interno del pianeta NATO. Idem per la Russia che con il suo invio di aerei, medici e virologi oltre che ospedali da campo in Italia gioca sullo stesso campo, pestando un po’ i piedi sia alla prima che agli Stati Uniti. Non sono pochi gli indizi del sorgere di un rinnovato bipolarismo in cui l’Europa torna frontiera e terreno di contesa e l’Italia un nuovo tassello cruciale da conquistarsi al proprio campo.

Gli Usa nel chiamare, come vuole Trump, lo stesso virus con il nome di virus cinese già affilano le armi comunicative che saranno ben presto affiancate da nuove armi di distruzione di cui il missile ipersonico (capace di volare ad una velocità superiore di cinque volte a quella del suono, qui) appena testato è solo l’anteprima. Mentre nemmeno la gara per la scoperta, produzione e distribuzione del vaccino sfugge ad una logica di confronto che soltanto nella guerra aperta per il controllo del mercato mondiale troverà, presto o tardi, la sua soluzione.

Ospedali da campo di varia nazionalità, truppe per le strade da New York a Milano, discorsi sempre più marcati da termini come nemico comune, guerra, solidarietà nazionale preparano, o almeno dovrebbero preparare, le popolazioni al clima di guerra reale che seguirà a questo periodo di clausura; quando non solo gli interessi geopolitici, ma la fame, le economie disastrate e parassitate e le rivolte per una vita degna dilagheranno in scontro aperto nei tessuti metropolitani. Riuscirà il nostro nemico collettivo e dichiarato, che per ogni nazione avrà prima di tutto il volto del proprio governo e dei propri spietati imprenditori, a ottenere l’effetto desiderato (qui)? Forse, soprattutto se noi, dopo aver seppellito in silenzio i nostri morti ed aver accettato per forza di cose quarantena ed isolamento, non sapremo opporci, sia nelle lotte che nell’immaginario politico che le produrrà e di cui sarà il prodotto, con altrettanta forza e determinazione al suo percorso catastrofico, che in questo ultimo periodo ha ulteriormente sfoggiato il suo volto più autentico, cinico e spietato.

In tutti i frangenti e con ogni mezzo necessario.

“Noi abbiamo il compito quasi impossibile di promulgare un amore che sia ancora più spietato, e con uno spirito di sacrificio che non avremmo mai conosciuto, se non fossimo stati chiamati dalla Storia. In questo momento, le nostre opzioni sono soltanto due: fare tutto, oppure non fare nulla.” (Perfidia – James Ellroy)

Note
  1. https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/coronavirus-del-bono-le-fabbriche-andavano-chiuse-prima-1.3467623
  2. C. Nordio, I ritardi del governo. Compromesso al ribasso che lascia esposto il Paese, Giovedì 12 Marzo 2020 il Messaggero
  3. G. Colombo, “Il motore bresciano si sta fermando”. Intervista a Giuseppe Pasini, Huffington Post 20 marzo 2020
  4. I. Lombardo, P. Russo, Governatori e scienziati a Conte: “Fermi le fabbriche in Lombardia”, La Stampa 20 marzo
  5. Si veda come esempio https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/03/22/news/il_questore_torino_e_ubbidiente_ma_in_periferia_primi_segnali_di_insofferenza_-251968980/?ref=RHPPTP-BH-I251947184-C12-P5-S11.3-T1
  6. M. Ignatieff, Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese (1750-1850), Mondadori 1978 e D.Melossi, M.Pavarini, Carcere efabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, il Mulino 1977
  7. P. Bevilacqua, Ambiente e pandemia: il drammatico connubio della pianura padana, il Manifesto 20 marzo
  8. M.Bussolati, Sembra che il Covid-19 colpisca più duro nelle aree più inquinate, Business Insider 18 marzo 2020
  9. P. Del Re, Coronavirus: la pandemia provocherà 25 milioni di disoccupati, la Repubblica 20 marzo

30 marzo 2020 - RIPRENDIAMOCI LA SOVRANITÀ MONETARIA - Alberto Bradanini #Byoblu24

Niente illusioni, lo stregone maledetto è favorevole ad Euroimbecilandia e al suo Progetto Criminale dell'Euro che ha il compito precipuo di togliere spazio e potere ai popoli

Crisi, MES e l’incredibile verità sull’entrata in scena di Draghi: spiegato facile.


POSTED BY: LIDIA UNDIEMI 29 MARZO 2020

Il MES è morto, e l’assassino è Mario Draghi.

Quando ho iniziato nel 2012 la battaglia contro il MES, ho sin da subito creduto che il nemico numero uno fosse l’allora presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi.

Dopo tanti anni e con un po’ di studi alle spalle, devo dirvi che probabilmente non solo non è così, ma che Draghi è stato il principale oppositore del MES, e a quanto pare la sua strategia – che adesso vi spiego qual è – è andata a buon fine.

Tutto è iniziato nel 2012, quando l’ex presidente della BCE pronunciò la celebre frase «whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough» (farò di tutto per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza). Tale frase ha avuto un ruolo cruciale nel rientro della crisi dello spread, e quindi nel salvataggio dell’Eurozona dal tracollo dei mercati.

Questa storia la conosciamo tutti. Ma queste parole rivelano molto altro.

Il 2012 va infatti ricordato anche per un altro importante evento: la comparsa del MES nello scenario europeo. Il MES (prima definito Troika) è stato sin da subito chiamato «fondo salva stati», nel tentativo di invocare qualcosa di positivo per i cittadini. In verità si è trattato di tutt’altro, perché il MES è un’organizzazione intergovernativa finanziaria che prevede che gli stati in difficoltà che richiedono un prestito debbano sottostare ad una serie di condizioni che altro non sono che stringenti politiche di austerità, tra cui principalmente tagli al settore pubblico come sanità, scuola, assistenza ai più deboli, ecc. Non solo, il MES si spinge sino al punto da pretendere riforme del lavoro in senso peggiorativo e contratta con lo stato in difficoltà finanche il cosiddetto prelievo forzoso sui conti correnti, come accaduto a Cipro.

Nel mio sito trovate tanti approfondimenti sull'argomento.

Il governo Conte ha più volte tentato di chiedere a nome dell’Italia un prestito a MES, cosa che avrebbe sottoposto il paese al commissariamento. Travolto da una valanga di polemiche, ha lanciato l’ipotesi di un ricorso al MES senza condizionalità (tecnicamente le riforme imposte prendono questo nome). Come ho già detto in un’intervista, e come poi confermato dalla stessa Germania, il MES senza condizionalità è impossibile.

Nel frattempo l’emergenza coronavirus spinge il paese verso una prospettiva di crisi economica devastante. Anche volendo far finta che il MES sia una cosa buona, le risorse non sarebbero comunque sufficienti per l’Eurozona.

Subentra un’altra crisi dello spread, e la nuova presidente della BCE Lagarde fa dichiarazioni clamorose (poi vi spiego bene perché clamorose): «Non siamo qui per chiudere gli spread. Questa non è la funzione o la missione della BCE. Ci sono altri strumenti e altri attori per gestire queste questioni». In pratica, fa esattamente l’opposto di Draghi, che aveva invece appunto sostenuto che non solo la BCE poteva e doveva intervenire, ma che ciò sarebbe stato sufficiente. Lagarde invoca altri soggetti, ed il riferimento è ovviamente anche al MES.

Travolta anch'essa da una valanga di critiche, Lagarde fa un passo indietro, e la BCE interviene con il Quantitative Easing.

L’emergenza intanto si aggrava, e nell'incertezza generale appare chiaro che le risorse messe in campo dal governo italiano non sono sufficienti.

Ad un certo, irrompe nella scena nuovamente Mario Draghi, che con una lettera pubblicata sul Financial Times dice cose dirompenti rispetto alla linea prevalente in Europa e tra i liberisti e i fan del rigore. Draghi sostiene che in una situazione di emergenza come quella attuale non bisogna avere esitazioni nel mettere da parte i vincoli di bilancio, lo stato deve intervenire per sostenere famiglie, imprese e lavoratori con strumenti forti e incisivi, liquidità, sussidi e taglio delle tasse (quindi non solo un rinvio).

A questo punto – anche perché in Parlamento ha trovato una certa ostilità da parte del M5S, della LEGA e di LeU – Conte capisce che se continua a far da solo nel proporre il MES rischia non solo una crisi istituzionale, ma anche un crollo di popolarità in favore di Draghi, per cui oggi si discute di una sua possibile candidatura a premier.

La questione MES però è solo rimandata, tra quindici giorni l’Eurogruppo di riunirà per tentare di trovare una posizione condivisa, ma vi sono forti dubbi perché la Germania e l’Olanda non sembrano avere alcuna intenzione di ricorrere ai coronabond o al MES senza condizionalità in favore di Italia, Francia e Spagna.

Questo è il punto della situazione.

In verità, queste notizie nascondo fatti ben più dirompenti, celano una guerra sotterranea iniziata nel 2012 tra Mario Draghi e la Germania, che spiega il motivo per cui Draghi è intervento in un momento specifico: il rischio che la BCE non facesse il suo mestiere e che questo avrebbe lasciato campo libero all’attivazione del MES con condizionalità.

I più attenti avranno di certo notato che in questo racconto manca un fatto importante che lo rende incoerente: quando Mario Draghi lanciò nel 2012 il programma OMT per salvare l’Eurozona disse che i paesi ne avrebbero beneficiato soltanto in cambio della richiesta di attivazione di un prestito al MES.

Vista in questo modo, non si può far altro che dire che Draghi era favorevole al MES.

Ma andiamo più in fondo.

Nello stesso anno, accade un fatto incredibile che è stato sottovalutato dall’opinione pubblica: un gruppo di tedeschi accusa la BCE di Mario Draghi di violare i trattati fondamentali con il lancio dell’OMT, sostanzialmente perché viola il divieto di finanziamento dei bilanci degli stati (artt. 123 e 125 TFUE) e perché viola i limiti del proprio mandato (artt. 119 e 127 TFUE).

L’accusa finisce dinanzi alla Corte Costituzionale tedesca che rinvia, con un atteggiamento non certo euro amichevole, alla Corte di Giustizia Europea (CGE).

Qui occorre una parentesi.

Il timore dei tedeschi è quello che con il sostegno della BCE, gli stati in difficoltà non mantengano il rigore di bilancio e non attuino le riforme di austerità necessarie a tal fine, cosicché la Germania si ritrovi a correre il rischio di doversi accollare il debito degli altri (questo ovviamente è tutto da dimostrare).

Dobbiamo però chiederci a questo punto: perché la Germania teme una tale situazione dato che l’OMT della BCE era subordinato all’adesione al MES, che vincola gli stati proprio al rispetto di quei presupposti?

Semplice: è stato sufficiente l’annuncio del programma OMT (mai attuato!), ossia la garanzia dell’impegno della BCE, a tranquillizzare i mercati. Tenuto conto che poi la BCE è successivamente intervenuta con altri strumenti a sua disposizione. Draghi ovviamente sapeva quello che faceva.

L’Italia, il paese forte per eccellenza colpito nel 2012 dalla crisi dello spread ha beneficiato della sua dichiarazione e non ha fatto ricorso al MES, sebbene abbia con il governo Monti attuato politiche di austerità. Ma una cosa è avere un governo che per un periodo di tempo limitato, in modo più o meno autonomo, ricorre all’austerità. Altra cosa è sottoporsi formalmente al MES per un tempo indefinito: i protocolli d’intesa possono durare anche decenni.

Il timore dei tedeschi è dunque fondato: se interviene la BCE, i governi potrebbero anche fare a meno del MES.

Chiusa la parentesi, ritorniamo alla disputa giurisprudenziale, perché è ovvio che non possiamo trarre la conclusione che Draghi sia contro il MES per la sola circostanza che ha abilmente composto una frase che ha neutralizzato il MES, quanto meno in Italia (altri paesi hanno dovuto farvi ricorso, ne parliamo in un altro momento).

La Corte di Giustizia Europea emette la sentenza Gauweiler in cui sostiene che non è vero che la BCE ha violato il suo mandato, e nel farlo fornisce una serie di interessanti paletti (molti già fissati nella sentenza precedente sul MES, nota come caso Pringle) basati sulla difesa di Draghi, e che avranno un preciso risvolto politico: rafforzare la capacità di intervento della BCE con il ridimensionamento del MES.

Attenzione, la Corte non dice mica esplicitamente questo, ma lo lascia intendere, principalmente quando afferma che anzitutto la politica monetaria è di esclusiva competenza della BCE, e che la crisi dello spread rientra tra le sue cause di intervento. Mentre ribadisce che il MES svolge funzioni di politica economica, quindi il concetto di stabilità finanziaria del MES attiene a delle ipotesi di non meglio precisate crisi finanziarie possibilmente identificabili nell'incapacità degli stati di reperire risorse finanziarie nel mercato.

Ma il passaggio cruciale è il seguente: vero è che la CGE ricorda che l’OMT prevedeva il ricorso al MES e alle condizionalità, ma è anche vero che ribadisce più volte il principio di indipendenza della BCE, tale per cui il richiamo al MES è per la BCE una facoltà e non un obbligo, considerato anche che l’OMT è uno dei tanti strumenti attivabili dalla BCE. Altrimenti, significherebbe ammettere che la politica monetaria della BCE è sottomessa alla politica economica, tra l’altro non di una istituzione europea ma di una organizzazione intergovernativa come il MES. Impensabile.

La partita poteva sembrare essere stata chiusa con un giudizio finale di compromesso da parte della Corte Costituzionale tedesca, che ha ridato il suo parere dopo la sentenza della CGE.

Francamente non ci voleva molto a dubitare di questa pace, perché anche in ragione di vuoti normativi importanti nell’ordinamento europeo, difficilmente i tedeschi erano disposti ad ingoiare il rospo.

La BCE finirà non a caso nuovamente sotto accusa appena qualche anno dopo. Sul mirino finiscono le attività di acquisto del settore pubblico sui mercati secondari (PSPP, meglio note come QE) realizzare tra il 2014 e il 2016, nonché la decisione della BCE sull’ammissibilità degli strumenti di debito negoziabili emessi o pienamente garantiti dalla Repubblica ellenica.

Ancora una volta, la CGE emette una sentenza (caso Weiss) in cui non soltanto ribadisce la legittimità delle manovre poste in essere dalla BCE, ma ne rafforza il potere, nel momento in cui specifica ancor meglio che l’accusa che la BCE possa interferire sulla politica economica degli stati membri è infondata, poiché è inevitabile che ciò accada, e che ad ogni modo i trattati non hanno inteso fissare una distinzione netta tra politica monetaria e politica economica, e che inoltre sia inevitabile che ciò abbia effetti sulla crescita economica. La cosa importante è che gli interventi della BCE abbiano come fine un obiettivo di politica monetaria, ossia la stabilità dei prezzi.

Anche questa volta i toni del rinvio della Corte Costituzionale tedesca non sono stati euro amichevoli, e la stessa si è riservata di decidere definitivamente il 5 maggio 2020, cosa che potrebbe effettivamente avere pesanti ripercussioni sul futuro dell’Europa.

Sin qui, il quadro delineato è abbastanza chiaro: la BCE può intervenire eccome in caso di crisi, e non è vincolata a nessun altra decisione di organismi esterni, a meno che non decida di farvi essa stessa riferimento.

In pratica, mediante una raffinata strategia difensiva, la BCE di Mario Draghi ha lasciato ai posteri una Banca Centrale assolutamente legittimata ad intervenire senza MES, anche con strumenti non convenzionali.

Non a caso, dopo la sbandata iniziale, Lagarde ha rilanciato il Quantitative Easing senza alcun riferimento al MES.

A questo punto, è il caso di rileggere con attenzione e per intero la famosa frase pronunciata da Draghi nel 2012: farò di tutto per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza.

Effettivamente è così, l’intervento della sola BCE è sufficiente per garantire gli stati e la sopravvivenza dell’Eurozona. Argomento, questo, che oggi si afferma sempre di più.

Alla luce di ciò, c’era da aspettarselo che proprio quando si stava decidendo l’intervento del MES su larga scala, Draghi abbia deciso di dire nuovamente la propria, e che abbia esplicitamente voluto (e anche potuto in ragione dell’evolversi degli eventi) dichiarare la necessità di non porre attenzione ai vincoli di bilancio e di attuare immediatamente politiche espansive, i presupposti esattamente opposti al ricorso al MES, che in tal caso verrebbe sostanzialmente nuovamente neutralizzato.

Questo è quello che emerge da una valutazione complessiva dei fatti, in cui non mi avventuro di certo a dire che Draghi era assolutamente un buono, ma di certo è stato l’unico che ha posto un argine concreto al MES in favore degli interventi della BCE, e dunque in favore degli stati in difficoltà. Il resto lo vedremo con l’evolversi degli eventi.

Nel 2012 il clima non era evidentemente così favorevole, il diniego dei tedeschi avrebbe potuto far crollare l’Eurozona già allora, e forse per tale motivo in circostanze di crisi come quella cipriota la BCE ha effettivamente spinto per il ricorso al MES.

Infine, è importante sottolineare, come probabilmente la riforma del MES sia stata dettata dalla necessità di conferire a tale organizzazione quella legittimazione politica persa con le sentenze della CGE.

31 marzo 2020 - SCONTRO IN DIRETTA TRA FUSARO, TOZZI E DURANTI SU SCIENZA E CENSURA ► "N...

dare i soldi alla gente

IL MAGISTRATO

Gratteri: dare i soldi alla gente per impedire l'usura mafiosa

di Arcangelo Badolati — 30 Marzo 2020

Nicola Gratteri

I soldi. In una fase critica di liquidità, nella quale imprenditori piccoli e grandi affogano nelle sabbie mobili d'una crisi economica spaventosa, i boss della mafia più potente di Europa potrebbero essere in grado di proporsi come occulti finanziatori con lo scopo di riciclare denaro e accumulare la proprietà indiretta di beni e aziende. L'arma ideale per infiltrare e contaminare il mercato non solo italiano ma europeo sarebbero i prestiti privati. Trattati direttamente con manager e capitani d'industria, con proprietari di società e aziende impegnate nei più variegati settori.

Lo scenario non è assolutamente di fantasia ma rischia di rappresentarsi diabolicamente e sottterraneamente nei mesi a venire. A sottolinearlo è il procuratore distrettuale di Catanzaro, Nicola Gratteri, che conferma anche al nostro giornale le possibili implicazioni economico-criminali che il Covid-19 potrebbe determinare. Il magistrato antimafia aveva lanciato l'allarme descrivendo il quadro all'agenzia AdnKronos.

«Credo», spiega «che questo tipo di rischio possa concretizzarsi, prima di tutto attraverso l'esercizio dell'usura. Ciò perché gli imprenditori avranno difficoltà. E siccome hanno bisogno di liquidità, cioè di soldi veri in mano, chiederanno prestiti a chi è in grado di fornirglieli. Certo, molto dipenderà anche dalla durata di questo blocco. Non è solo una questione di pagare o non pagare le tasse per gli imprenditori ma piuttosto di disporre di liquidità, di denaro contante».

30 marzo 2020 - #Covid19 Emergenza sociale

Togati malati - le istituzioni sono le prime ad essere malate

La polemica
Caso Palamara, Csm e Anm fanno sparire l’indagine

Giovanni Altoprati — 7 Gennaio 2020


E tre. Sparita dai radar l’indagine della Procura di Perugia, perse le tracce del procedimento disciplinare del Csm, anche la decisione dei probiviri dell’Anm sulle toghe coinvolte nel caso “Palamara” è finita nel cassetto. Dal Palazzaccio di piazza Cavour, sede dell’Anm, non si hanno da mesi più notizie sullo stato del fascicolo per violazione del codice etico aperto a carico dei magistrati coinvolti nelle cene dello scorso maggio con i deputati del Pd Cosimo Ferri, ora Italia viva, e Luca Lotti, dove si discuteva delle nomine di alcune Procure, iniziando da quella di Roma. Gli incontri romani fra toghe e politici furono registrati tramite il Trojan installato nel cellulare dell’ex presidente dell’Anm e membro del Csm, Luca Palamara, sotto indagine a Perugia dal 2018 per corruzione. Secondo l’accusa, Palamara avrebbe ricevuto denaro e benefit in cambio della nomina, non avvenuta, di Giancarlo Longo a procuratore di Gela.

Era il 5 giugno quando il Comitato direttivo centrale dell’Anm decise all’unanimità di deferire al collegio dei probiviri i magistrati investiti dalla bufera scaturita dall’indagine della Procura del capoluogo umbro. Venne anche diramato un comunicato: il Comitato, «deferisce al collegio dei probiviri, cui spetterà di verificare la sussistenza di violazioni del codice etico, i colleghi Luca Palamara, Cosimo Ferri, Luigi Spina, Antonio Lepre, Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli e Gianluigi Morlini, riservandosi di deferire altri colleghi che risultassero coinvolti nella medesima vicenda o in altre simili». Trascorsi sei mesi da allora, il nulla. I cinque ex consiglieri, costretti alle dimissioni, sono da tempo tornati in servizio nei rispettivi uffici. Spina, indagato per rivelazione del segreto e favoreggiamento nei confronti di Palamara, è addirittura procuratore facente funzioni a Castrovillari, una delle Procure più impegnate sul fronte del contrasto all’ndrangheta.

L’inerzia dell’Anm non ha molte giustificazioni. Il procedimento disciplinare per violazione del codice etico è di prassi molto rapido. La particolare natura del giudizio disciplinare associativo riguarda, infatti, esclusivamente violazioni delle regole associative, senza alcuna censura di carattere morale, ma con un giudizio solamente giuridico. È un procedimento celere, in ragione dei diritti associativi in gioco, e non necessita della conclusione di altri procedimenti, ad esempio penali, aperti nei riguardi degli interessati. La decisione dei probiviri è poi sottoposta al voto del Comitato direttivo centrale, che può anche decidere, nei casi estremamente gravi, di espellere il magistrato dall’Anm. Considerati i tempi, sarà molto però difficile che si arrivi ad una qualsiasi decisione. L’attuale Comitato direttivo centrale terminerà il mandato fra poche settimane. Le elezioni per il suo rinnovo sono state già fissate per il prossimo 22 marzo. A febbraio scadrà il termine per la presentazione delle candidature fra i rappresentanti delle varie correnti.

Di questa vicenda, quindi, l’unico che al momento ha avuto “contraccolpi” è stato Palamara, dallo scorso autunno in “ferie forzate”. Sospeso dal servizio e con lo stipendio ridotto, l’ex presidente dell’Anm attende la decisione delle Sezioni unite della Cassazione sul provvedimento cautelare disposto dalla sezione disciplinare del Csm. La tesi di molti commentatori secondo cui l’indagine di Perugia non sarebbe stato altro che un pretesto per il ribaltone degli equilibri all’interno magistratura associata prende sempre più corpo. Travolta Magistratura indipendente, la corrente di destra della magistratura e di cui facevano parte tre dei cinque consiglieri dimissionari, destinata alla scomparsa Unicost, la corrente di Palamara, l’asse vincente per i prossimi anni sarà quindi quello Davigo-Magistratura democratica. Con la massima soddisfazione del ministro Alfonso Bonafede, il primo supporter dell’ex pm di Mani pulite.

30 marzo 2020 - 1,000 dead: NY Governor urges 'come help us, please'

Euroimbecilandia avanti in ordine sparso e gli euroimbecilli italiani di tutte le razze ancora lì a farci la lezione

Anche sui dividendi bancari la Germania fa per conto suo

Nonostante la Bce venerdì abbia invitato gli istituti europei a congelare la cedola fino a ottobre, Landesbanken e Sparkassen si fanno scudo con la Bundesbank per ripagare gli azionisti. E Ubs segue la stessa strada in Svizzera. Mentre HypoVereinsbank pagherà a Unicredit un dividendo di 3,29 mld di euro

di Elena Dal Maso 30/03/2020 11:05

Anche sui dividendi bancari la Germania fa per conto suo


Piazza Affari e i listini europei oggi sono molto volatili anche sotto il peso dei mancati dividendi da parte delle banche. L'Italia ha risposto subito all'appello di venerdì della Bce che ha chiesto di congelare le cedole fino a ottobre e così anche il riacquisto di azioni proprie. Intesa Sanpaolo ha accolto la proposta, che discuterà domani in cda, mentre il board di Unicredit, così come Banca Generali e Banca Mediolanum, hanno proposto il congelamento pro tempore. In particolare il gruppo guidato dal ceo Jean Pierre Mustier ha sospeso per ora anche il buyback e l'annullamento di azioni, con un beneficio sul Cet 1 di 37 punti base.

Ma in Europa non tutti gli istituti di credito si stanno comportando allo stesso modo. Oggi Ubs ha comunicato che intende staccare la cedola, anche se una settimana fa l'autorità svizzera dei mercati finanziari, Finma, ha invitato a cautela nei confronti dei dividendi a causa degli effetti depressivi sull'economia mondiale del coronavirus. Il ceo di Finma, Mark Branson, ha parlato di proposta e non di obbligo.

E anche la Germania sta facendo resistenza all'invito della Bce, dopo essersi espressa nei giorni scorsi in maniera molto scettica sui coronabond, le obbligazioni europee a sostegno delle economie colpite dal virus. Infatti oggi il dibattito si concentra su due temi: il primo è che i tedeschi leggono l'invito di Francoforte come un non si dovrebbe staccare cedola nei confronti degli investitori esterni, invece è legittimo staccare cedola a livello infragruppo. Il secondo riguarda l'azionista di controllo pubblico (per esempio il Land) che ha diritto a ricevere la cedola dalla partecipazione in una Landesbank e anche in una Sparkasse. Quanto ai due maggiori istituti privati, Deutsche Bank e Commerzbank, già la situazione precedente allo sviluppo della pandemia era di difficile ristrutturazione, quindi non è un tema che li dovrebbe riguardare.

Joachim Wuermeling, membro del consiglio della Bundesbank, ha spiegato ad Handelsblatt che "con questa raccomandazione vogliamo evitare che nell'attuale situazione incerta, capitale tanto necessario per le banche possa successivamente fuoriuscire dal sistema". Tuttavia, ha poi aggiunto il membro del board della Buba, "questo non è il caso dei pagamenti tra società controllanti e controllate all'interno di gruppi bancari. Ed è il motivo per cui la raccomandazione non si estende a tali transazioni". Secondo i tedeschi, di conseguenza, HypoVereinsbank con sede a Monaco di Baviera può quindi pagare alla holding Unicredit con sede a Milano un dividendo di 3,29 miliardi di euro, come previsto. Un fatto emerso di recente e riportato nelle scorse ore da diversi giornali in Germania.
 

Questo ragionamento vale anche per il sistema delle banche locali, perché il pagamento del dividendo rimane "all'interno del gruppo finanziario delle casse di risparmio o delle cooperative" e quindi nel sistema finanziario. "Questo è il motivo per cui non ritengo che le cedole saranno eliminate all'interno dei gruppi", ha aggiunto Wuermeling. DZ Bank, il distributore dei fondi Deka, controllata da Volksbank e da Raiffeisenbank, oltre alle singole Landesbanken, saranno quindi probabilmente in grado di pagare dividendi ai loro rispettivi azionisti, dopo una valutazione caso per caso. Lo stesso vale per le casse di risparmio, cui Deka appartiene.

Le casse di risparmio detengono il 25% di BayernLB e oltre l'80 percento di Helaba (si trova nella Germania centrale). Quest'ultima prevede di distribuire 90 milioni di euro ai suoi azionisti per l'esercizio 2019. "Ciò corrisponde a un payout inferiore al 20 percento", ha spiegato la scorsa settimana l'amministratore delegato Herbert Hans Grüntker. "Abbiamo un approccio cauto nei confronti delle nostre risorse di capitale". DZ Bank prevede di pagare dividendi per un totale di 322 milioni di euro, ovvero con un payout del 17% circa.