L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 settembre 2010

a livello internazionale ci si sta orientando verso il contenuto della “lettera degli economisti” ma … basterà? Capitale e Lavoro sono i due termini

I NIPOTINI DI HOOVER (PRIMA PARTE) 
Politica e Istituzioni
di Silvano Andriani
24 settembre 2010
La recente riunione dei G20 a Francoforte, che ha avallato la scelta europea dell’austerità, ha suscitato il diffuso timore che la stretta dei bilanci pubblici in tutti i paesi avanzati possa mandare di nuovo in recessione l’economia mondiale. Timori condivisi da Obama, che, tuttavia, deve fare fronte in casa propria all’offensiva dei nipotini di Hoover, che evidentemente sono disseminati in tutto il mondo, e che ritengono che le crisi si curano con l’austerità.
Si sprecano, naturalmente, le assicurazioni che l’austerità deve essere coniugata con la crescita, ma nessuno ci dice come. Solo il Governatore della Bce, Trichet, che non si capisce chi abbia nominato speaker della politica economica comunitaria, ci assicura genericamente che “… politiche che ispirano fiducia favoriscono e non ostacolano la ripresa economica”. Altri hanno sostenuto più chiaramente che l’annuncio di politiche fiscali “responsabili” indurrebbe i privati ad aumentare consumi ed investimenti e con ciò a sostenere la ripresa. Si tratta di una stanca riesumazione della “teoria della aspettative razionali” che furoreggiò nei decenni liberisti.
Ora, a parte il fatto che quella teoria nei suoi quasi 40 anni di vita non è stata mai seriamente verificata, a parte il fatto che, se davvero le politiche economiche dei trascorsi decenni – promesse di riduzione della pressione fiscale, politiche monetarie e creditizie lassiste - hanno generato delle aspettative, queste, alla prova dei fatti, si sono rivelate decisamente irrazionali, immaginare che, mentre si bloccano o si tagliano retribuzioni e pensioni, si aumentano le imposte, cresce la paura dei licenziamenti, la gente abbia voglia di aumentare i consumi e gli imprenditori gli investimenti ci vuole una bella fantasia.
C’è poi la teoria dello spiazzamento: la crescita dei deficit pubblici, si sostiene, finisce con l’assorbire le risorse finanziarie esistenti e con ostacolare gli investimenti privati, che potrebbero invece ripartire se si riducono i deficit pubblici. Recenti dati Ocse ci informano che, in seguito all’incertezza generata dalla crisi ed alla conseguente caduta della domanda privata, il risparmio nei paesi avanzati è aumentato di tre trilioni di dollari e non sa dove collocarsi. C’è un eccesso di risparmio e dunque nessuno spiazzamento. Se le imprese non investono non è per mancanza di quattrini, ma perché le banche non fanno credito per i ben noti motivi e, soprattutto, in quanto la capacità produttiva inutilizzata è tanta e le prospettive di domanda deprimenti.
Più concreta è l’altra ipotesi, quella che l’Europa possa avvantaggiarsi per la svalutazione dell’euro. Ciò sta già avvenendo: l’indebolimento dell’euro è già in corso e lo stentato 1% di crescita previsto quest’anno per l’Europa deriva tutto dalla crescita delle esportazioni. Soprattutto stanno aumentando le esportazioni tedesche e con esse aumenta l’attivo strutturale della bilancia dei pagamenti germanica che si era dopo la crisi fortemente ridotto. E un modo per fregare i vicini: ed in effetti la ripresa Usa, che l’anno scorso è stata a sua volta trainata dalle esportazioni, con il rafforzamento del dollaro sta rapidamente rallentando ed il Fondo Monetario Internazionale ha già espresso il timore che ciò possa preludere al rallentamento dell’intera economia mondiale.
Il deficit della bilancia dei pagamenti Usa, da tempo ritenuto la principale distorsione dell’economia mondiale, che si era fortemente ridotto a causa della crisi, sta ora nuovamente aumentando. In risposta Obama ha costituito una commissione ad alto livello con l’obbiettivo di trovare il modo di raddoppiare le esportazioni statunitensi in cinque anni ed uno dei componenti la commissione ha già avvertito che ciò non potrà realizzarsi senza una svalutazione del dollaro. La sterlina si sta già svalutando. Il rischio che si diffondano i tentativi di operare sui cambi per aumentare la propria competitività e scaricare su altri il peso della recessione diventa così forte e ciò potrebbe rafforzare le tendenze protezioniste.
D’altro canto, una ripresa europea trainata dalle esportazioni favorirebbe quei paesi che storicamente hanno puntato sulle esportazioni, Germania, Olanda, Finlandia e finirebbe con l’accentuare le divergenze con i paesi più deboli dell’area euro e le difficoltà a gestire la moneta unica. Aggraverebbe anche gli squilibri mondiali, visto che la Germania ha un attivo strutturale di bilancia dei pagamenti che non ha da invidiare quello cinese e che andrebbe ridotto per riequilibrare l’economia mondiale.
La scelta dell’austerità rischia dunque di innescare, se non proprio quella che Krugman ha chiamato “ la terza depressione”, terza dopo quelle successive alle crisi finanziarie del 1876 e del 1930, una stagnazione di tipo giapponese, che è già durata venti anni. In tal caso anche l’obbiettivo di ridurre i deficit fallirebbe per la inevitabile riduzione delle entrate: il debito pubblico in Giappone ha superato il 200% del Pil.
Al di là dello scarso realismo che ha la scelta dell’austerità un altro interrogativo si pone: se, riducendo i deficit pubblici, si punta su un rilancio dei consumi e dei conseguenti investimenti privati, che tipo di sviluppo si auspica per il futuro? Sembrerebbe uno sviluppo simile a quello passato, ora entrato in crisi. E poiché di quel modello di sviluppo trainato dalla crescita dei consumi privati il motore è stato l’indebitamento delle famiglie e delle banche che ha raggiunto livelli insostenibili come si dovrebbe finanziare la crescita dei consumi in futuro?
Il problema del modello di sviluppo esiste, tuttavia, anche per i sostenitori della necessità di continuare con gli stimoli fiscali e con politiche monetarie espansive. Lo sviluppo dei decenni passati ha accumulato grandi squilibri nell’economia mondiale, ne è conseguita la formazione di eccessi di capacità produttiva, soprattutto nel campo dei beni di consumo e delle abitazioni, e difetti di capacità in altri campi, come l’energia, l’alimentazione, la cura del territorio, la sanità, le infrastrutture. La rivoluzione tecnologica è stata orientata di conseguenza, mentre enormi potenzialità di ricerca e di innovazione in altri campi sono state inadeguatamente alimentate. Il semplice sostegno quantitativo della domanda non risolve il problema degli squilibri e può ulteriormente alimentarli. Del resto, dopo l’esplosione della bolla tecnologica, anche Bush ha utilizzato il deficit spending e una politica monetaria molto espansiva per contrastare la recessione, ma, inserite nel solito modello di sviluppo, tali politiche hanno generato un’altra bolla speculativa. Stimolo fiscale e politica monetaria espansiva vanno usati invece come leva per cambiare il modello di sviluppo.
Commentando su Financial Times del 9/7 la decisione di Obama, M. Spence, premio Nobel per l’economia nel 2001, dopo avere ricordato che “… una tendenza al sottoinvestimento in infrastrutture ha lasciato l’economia meno competitiva di come potrebbe essere. Il tema del prezzo dell’energia è stato ignorato causando sottoinvestimenti nelle infrastrutture urbane e nei trasporti”, conclude che “… la nuova commissione per le esportazioni, annunciata ieri, è un passo nella giusta direzione, ma una mossa più coraggiosa è necessaria: una larga partnership pubblico privato per investire in quelle parti dei beni in competizione dove esistono opportunità per i paesi avanzati di essere competitivi. L’obbiettivo deve essere di creare posti di lavoro ad alta intensità di capitale che abbiano un livello di produttività confacente a paesi avanzati ad alto reddito”. Qui si sta parlando di un nuovo modello di sviluppo e di politiche industriali ed è un approccio che riguarda tutti i paesi avanzati. Su questo, si tornerà nella prossima, seconda parte, del contributo.
http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1150&Itemid=156

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