L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 18 febbraio 2011

Riforme a costo zero, cosa fare per ripartire


I pareri di Tito Boeri, Alessandro Penati, Salvatore bragantini e Ugo Arrigo Nuove regole per il mercato del lavoro
(Tito Boeri docente di Economia alla Bocconi e animatore del sito lavoce.info)

“La prima cosa da fare sarebbe una riforma fiscale che, senza ridurre il gettito, sposti la tassazione dai fattori produttivi alle rendite, a partire da quelle finanziarie, e agli immobili. Alleggerendo il carico fiscale sul lavoro si creerebbe più occupaziuone e si farebbero arrivare più soldi a chi consuma di più. Poi bisognerebbe riformare l’ingresso nel mercato del lavoro, con l’introduzione di un Contratto unico, con tutele crescenti nel tempo per il lavoratore. E’ una riforma a costo zero che servirebbe a far entrare più giovani nel mercato del lavoro dalla porta principale facendo sì che le imprese investano nella loro formazione. E’ un capitale umano fondamentale per la crescita economica del Paese.
Una legge sulle rappresentanze accompagnata alla riforma della contrattazione sarebbe un modo per attirare investimenti esteri, non soltanto quelli della Fiat. Le imprese devono sapere che gli impegni presi dalle rappresentanze dei lavoratori sono vincolanti. La sequenza dovrebbe essere questa: i lavoratori scelgono rappresentanti, che poi vanno a trattare con le organizzazioni di categoria. Se poi i lavoratori non gradiscono l’accordo, alla successiva tornata elettorale sceglieranno altri rappresentanti. E anche questa è una riforma a costo zero. Poi c’è la riforma dell’Università: qui gli effetti si fanno sentire più a lunga scadenza, ma serve riportare qui persone brave fin da subito. La quota di bilancio per scuola e università deve tornare almeno ai livelli pre-crisi. I fondi recuperati per la scuola andrebbero dati nell immediato a un piano per l edilizia scolastica. Il primissimo passo dovrebbe essere la nomina dei vertici dell’Agenzia di valutazione della dell’Università, l’Anvur. La valutazione degli atenei servirà a ripartire i fondi aggiuntivi.
Servirebbe anche una riforma degli ammortizzatori: stiamo assistendo a una distorsione nell’uso della cassa integrazione. Le imprese che usano la cassa in deroga non pagano nulla. E’ un modo per abbassare i salari scaricando il costo sul contribuente.
Alla luce anche degli episodi di malcostume politico di questi giorni, sarebbe poi di grande utilità per il Paese ridurre il numero dei parlamentari, cosa che, oltre a permetterci di meglio selezionare la classe politica, farebbe anche risparmiare risorse”.

Via l’Irap abolendo le mille detrazioni
(Alessandro Penati, economista, docente alla Cattolica di Milano)

“Da quando siamo entrati nell’euro, si è avverato quello che sperava Carlo Azeglio Ciampi nel 1993: il costo del debito è sceso. Ma quello che abbiamo risparmiato lo abbiamo speso malissimo, con sprechi di spesa. Anche le altre due cose che io consideravo prioritarie, cioè l’apertura ai capitali esteri e il ricorso al credito non bancario, non hanno dato i risultati sperati.
Per questo credo che adesso la priorità su cui intervenire è il fisco. Mi sembra ovvio che si dovrebbe mettere un’imposta sugli immobili per finanziare gli enti locali. Poi si dovrebbero abbattere le aliquote delle imposte sulle imprese e anche sulle persone. In cambio bisognerebbe eliminare la lunga lista di deduzioni, detrazioni e sussidi per i privati. Per quanto riguarda le società, toglierei tutti i vantaggi fiscali, per esempio quelli sugli ammortamenti. Poi c’è la questione dell’Irap: anche questa imposta andrebbe tolta, trovando un altro modo per finanziare la sanità regionale senza gravare sul costo del lavoro. Il primo passaggio dovrebbe essere l’abolizione di trasferimenti a fondo perduto o altri interventi come in contributi in conto capitale. Così si dovrebbero reperire abbastanza risorse da cancellare l’Irap, cancellando fondi per il Sud, incentivi per pannelli solari e i mille altri piccoli contributi che sostengono le imprese. Ma mi rendo conto che sembrano proposte utili solo per un dibattito in un caffè letterario, perché c’è una marea di imprese che vive di questi contributi. Quando si fanno le riforme vere, che incidono profondamente sull’economia, è difficile prevedere l’impatto sulla finanza pubblica. Perché lo scopo è cambiare gli incentivi a disposizione degli attori economici così da cambiare i loro comportamenti.
Ma anche se ci fosse un aumento del deficit dovuto a una riforma fiscale che ha un impatto positivo sulla competitività del Paese, i mercati sono ben contenti di finanziare lo Stato che si impegna in un progetto di questo tipo. Se il deficit fosse chiaramente temporaneo, il caso di Ronald Reagan nel 1896 è un caso classico, ci sarebbe la corsa a comprare i titoli di Stato italiani”.

Colpire i patti di sindacato
(Salvatore Bragantini, esperto nel settore finanziario, ex-commissario della Consob)

“Gli strumenti preferiti dai gruppi di controllo nelle aziende per appropriarsi, alle spalle degli azionisti ‘semplici’, dei cosiddetti benefici privati del controllo, sono le operazioni con le ‘parti correlate’.
Operazioni nelle quali chi ha il potere di influenzare la società detiene un interesse proprio, che può essere ben in contrasto con quello della società, alla quale partecipa il ‘parco buoi’ dei risparmiatori.
Il nuovo regolamento della Consob, la Commissione che vigila sulle società quotate, in materia di parti correlate stabilisce nuove regole molto serie.
Ma – a mio avviso – lo si dovrebbe migliorare, con una riforma che sarebbe a costo zero e che il mercato apprezzerebbe molto. Perchè porrebbe fine alle ruberie suddette.
Ad oggi invece tra le ‘parti correlate’ la Consob non considera, ipso facto, i partecipanti ai patti di sindacato tra azionisti. Essi sono considerati ‘parti correlate’, e quindi in conflitto di interessi, soltanto in alcuni e ben delimitati casi (per semplificare, quando sono determinanti per la decisione del patto).
Basterebbe quindi stabilire che tutti i partecipanti ai patti di sindacato vengono considerati ‘parti correlate’ e quindi sottoposti alla nuova disciplina della Consob. Sulle loro operazioni con la società, quindi, sarebbe determinante il parere degli amministratori indipendenti.
In caso di parere contrario di questi, la parola passerebbe all’assemblea dei soci, nella quale però possono votare solamente gli azionisti che non sono ‘parte correlata’”.

Liberalizzare e privatizzare subito
(Ugo Arrigo, docente di Scienza delle finanze all’Università Bicocca di Milano)

“Una svolta drastica è necessaria per far ripartire la crescita: bisognerebbe vietare agli imprenditori di andare a farsi ricevere dai politici. E spiegare loro che i profitti bisogna cercarli sul mercato invece che nei Palazzi del potere romano. Perché oggi in Italia “concorrenza” significa essenzialmente questo: “Competizione tra imprenditori per ottenere profitti dal governo”. Questo discorso vale per tutti, Fiat inclusa. Per questo servirebbero liberalizzazioni vere, dalle Ferrovie alle Poste. Per cominciare a dare un segnale bisogna intervenire sulle professioni: non è possibile che il governo tuteli i redditi dei professionisti autorizzando tariffe minime. Nella legge che istituiva l’Authority dell’Energia, nel 1995, si definivano le tariffe come il prezzo massimo applicabile. Non certo come un minimo che mette al riparo dalla concorrenza.
L’altro strumento necessario per rompere il legame tra imprenditori e politica sono le privatizzazioni. Da dieci anni che non facciamo più nulla da questo punto di vista. Le uniche cose che Tremonti vende, le passa alla Cassa depositi e prestiti, in una partita di giro. Prendiamo Poste e Ferrovie: lo Stato si tenga le reti e venda il resto, mettendo in competizione chi offre i servizi. Svedesi e olandesi hanno liberalizzato poste e trasporti da molti anni e nessuno si lamenta. Poi ci sono le aziende municipalizzate: che bisogno c’è che i sindaci rischino i soldi dei contribuenti facendo impresa? Ma questi erano discorsi che quindici anni fa si potevano fare e venivano capiti. Ora non è più così, il governo riconsegna il Mediocredito Centrale alle Poste in una nuova nazionalizzazione, mentre le Ferrovie dello Stato vanno a comprare i concorrenti in Germania. Purtroppo la sinistra non ha capito l’uso corretto del mercato. La destra sa a cosa serve e infatti non lo usa”.

Da Il Fatto Quotidiano del 17 dicembre 2010
tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/17/nuove-regole-per-il-mercato-del-lavoro/82408/

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