L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 aprile 2011

... e non dite che non ve lo abbiamo detto...

Una devastante Fukushima finanziaria si addensa sulle nostre teste

(Enzo Coniglio) Devo ammettere che la recente lettura di “Freefall” - l’ultimo libro di Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, pubblicato da Einaudi con: “Bancarotta. L’economia globale in caduta libera” - mi ha tolto il sonno per due settimane e mi ha reso una persona intrattabile. E quello che è peggio, la lettura di giornali e riviste economiche dei giorni successivi, invece di alleggerire o smentire le pesanti previsioni di Joseph Stiglitz, addirittura le hanno rafforzate e in alcuni casi, peggiorate. Persino il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, possibile futuro presidente della BCE e attuale presidente del prestigioso Financial Stability Board, insieme ai suoi colleghi banchieri ha invitato, il 12 aprile scorso, le autorities nazionali a “prestare crescente attenzione [in quanto] in alcuni segmenti del mercato [finanziario] c’è un numero di sviluppi inquietanti”.

E l’inquietudine consiste nella fondata paura che si possa verificare una seconda bolla speculativa che assesti un colpo micidiale distruttivo alla economia globale, addirittura peggiore di quello del settembre 2008 che ha prodotto il fallimento della potentissima Lehman Brothers e il collasso del sistema finanziario globale con la conseguenza di decine di milioni di disoccupati, di senza tetto e di diseredati in tutto il mondo, colpevoli soltanto di aver creduto al “sogno del capitalismo finanziario americano” e alle “virtù subliminali del libero mercato che sono tali da rendere il mondo più giusto, più bello e più ricco”.

E le conseguenze le abbiamo viste, le continuiamo a vedere e a sperimentare sulla nostra pelle. Richard Posner, considerato a livello mondiale, come uno dei maggiori studiosi di diritto con oltre 40 pubblicazioni al suo attivo e uno dei giudici americani più apprezzati, ci avverte che la devastante crisi economica rischia di diventare una pericolosa crisi della stessa democrazia che consideriamo giustamente uno dei successi più significativi dell’ultimo secolo. Ma perché tanta apprensione in persone dalla pelle coriacea e dal cuore ispessito come sono raffigurati, nella immaginazione collettiva, i banchieri centrali?

Innanzitutto perché fino ad ora non sono state prese misure concrete, capaci di prevenire che simili situazioni si verifichino di nuovo. Hanno vinto le grandi lobby finanziarie che ostacolano con tutti i mezzi la regolamentazione dei derivati, dei credit default swap e di tutti quegli strumenti finanziari borderline che la crisi hanno provocato. Sotto lo shock della crisi, tutti si sono detti prontissimi a varare un rigoroso “Global Legal Standard”; oggi non se ne ha più traccia significativa.

Si sottolinea invece come nel 2009 il sistema bancario americano abbia prodotto profitti record e abbia pagato bonus ai dipendenti per ben 145 miliardi di dollari mentre cresceva in tutto il mondo la disoccupazione e la miseria per le sconsiderate operazioni di quel sistema. Lo stesso Barack Obama, che sembrava deciso ad introdurre le misure necessarie, si è arreso agli interessi schiaccianti del super potere finanziario, il più grande potere mondiale capace di distruggere non solo gli individui ridotti a fuscellini ma interi Stati di prima grandezza! Un potere capace di distruggere lo stesso presidente degli Stati Uniti. I regolamenti attuativi della riforma del sistema finanziario - nota come legge Dodd-Frank firmata dallo stesso Obama – non sono entrati in vigore; peggio ancora cinque agenzie federali devono ancora definirli.

Intanto stanno riemergendo i fattori che sono alla base del disastro che tutti conosciamo. Innanzitutto siamo di fronte ad una enorme liquidità mondiale in cerca di investimenti altamente remunerativi che non sono numerosi in condizioni ordinarie. In mancanza, le banche di investimento cercano di crearli artificialmente, rientrando in settori ad alto rischio, borderline diremmo, in parte simili come rischio a quelli che abbiamo già sperimentato.

Ad esempio l’Hedge Fund Research ha dichiarato appena dieci giorni fa, che il denaro amministrato dagli Hedge Fund ha superato addirittura di 72 miliardi il record raggiunto nel 2008: 2.000 miliardi di dollari USA. Chiaramente siamo di fronte ad un mondo fondato sull’oligopolio della carta – denaro completamente sganciata dal mercato dei beni reali che si autoalimenta e guadagna su prodotti in parte fittizi e ad alto rischio di bolla.

Attualmente, i prodotti “clou” sono gli ETF, l’exchage-traded funds che Mario Draghi ha definito: “prodotti opachi e complessi” che meritano la massima attenzione da parte delle autorità nazionali di controllo. Negli USA, gli ETF hanno raggiunto il valore di 1.000 miliardi di dollari e nel mondo 1.300 miliardi. Il boom è dovuto al fatto che si tratta di una sorta di fondi comuni di investimento indicizzati che non hanno costi di ingresso e di uscita e che hanno costi di gestione molto bassi.

Dove sta allora il rischio e su che cosa si fonda la preoccupazione dei banchieri centrali? Temono che alcuni gestori disonesti incassino i soldi degli investitori e non comprino le azioni o le commodities che ne sottendono il valore (commodities sottostanti). Claudio Gatti, in un suo recente articolo ben documentato su Sole 24 ore, ci ricorda le dichiarazioni di Michael Lewitt, presidente di Harch Capital Management e autore del libro ‘Morte del capitale’ : “A me pare impossibile che ci siano titoli sufficienti per tutti gli ETF che circolano”. Ricorda anche la dichiarazione di Bradley Kay, capo ricercatore degli ETF europei della Morningstars: “Gli ETF mi impensieriscono perchè faccio fatica a pensare che ci siano così tante commodities nel mercato”.

E se impensieriscono due grandi specialisti come Lewitt e Kay, figurarsi noi, privati cittadini in mano a potenziali “delinquenti” in un mondo senza regole adeguate, controllato da sistemi bancari senza troppi scrupoli. Destano ulteriore preoccupazione i cosiddetti light covenants, prestiti istituzionali concessi senza vincoli a protezione del mutuante che nei primi tre mesi del 2011 hanno raggiunto una percentuale cinque volte superiore a quella del 2010. Si tratta della stessa percentuale registrata nel 2008.

Per non parlare del dividend lending – prestiti per pagare i dividendi – che si avvicinano velocemente agli stessi livelli della crisi del 2008.

Purtroppo l’analisi economica e finanziaria fondata sui numeri certi e accertati di cui abbiamo voluto offrire un breve ‘assaggio’; la mancanza di regolamenti adeguati a impedire comportamenti criminali sempre in agguato; la comprensibile volontà di assicurare alti redditi a immensi capitali ‘disoccupati’ , la mancanza di adeguati valori etici e la certezza di farla franca come è successo durante l’ultima crisi – truffa, ci fanno temere il peggio e ci spingono a lanciare l’allarme dando fiato alle parole di Mario Draghi e dei suoi colleghi.

Forse la conclusione più logica risiede nella domanda che Joseph Stiglitz si pone alla fine del libro ricordato nella edizione americana: “Saremo in grado di cogliere l’opportunità di restaurare il nostro senso di equilibrio tra mercato e Stato; tra individualismo e comunità; tra uomo e natura; tra mezzi e fini?”. E ricorda come negli anni 30, la generazione del ‘New Deal’ di Roosvelt fu capace di cogliere la sfida. Non è altrettanto sicuro sulla capacità di Obama di fare altrettanto nella situazione attuale.

Fukushima incombe su di noi. E’ il tempo della prudenza, della vigilanza e della reazione dura, decisa e senza sconti contro chi minaccia di far vanificare i sacrifici indicibili di centinaia di milioni di persone nel mondo intero che rischiano di precipitare in una miseria ancora peggiore di quella attuale per un pugno di inqualificabili speculatori senza scrupoli.

La democrazia e il futuro dei nostri figli sono a serio rischio. Fukushima potrebbe essere vicina. Non dimentichiamolo soprattutto quando dobbiamo esprimere il nostro voto.
tratto da http://www.siciliainformazioni.com/giornale/economia/123033/devastante-fukushima-finanziaria-addensa-sulle-nostre-teste.htm

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