L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 17 gennaio 2013

rabbia istintiva non è costruzione di un Progetto Alternativo

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15 ottobre e repressione. Una riflessione

Militant

Ritorniamo, con un ragionamento più strutturato, sulle sei condanne di qualche giorno fa per il 15 ottobre, allargando il discorso in generale alle forme repressive che hanno preso corpo per quella giornata. Queste sei condanne non sono le prime: già nove persone, infatti, sono state condannate – tutte con rito abbreviato – a pene che vanno dai 2 ai 5 anni per il reato di resistenza – aggravata o pluriaggravata – a pubblico ufficiale. Le ultime sei condanne – tutte a sei anni, senza distinguere le condotte dei singoli imputati –, invece, sono state per il reato di «devastazione e saccheggio»: e non faremo finta di sorprenderci che i compagni siano ancora condannati con reati previsti dal codice fascista o che non sia stato tenuto conto della gestione della piazza (una piazza autorizzata) messa in pratica delle forze dell’ordine.

La macchina repressiva dello Stato, dunque, continua a fare alacremente il suo lavoro, sostenuta da una parte dell’opinione pubblica che, all’indomani del 15 ottobre, partecipò alla campagna delatoria messa in piedi da «Repubblica» e da altri quotidiani e contribuì a rafforzare e a legittimare la retorica dei «buoni» contro i «cattivi», dei «black bloc» violenti infiltratisi per rovinare il corteo ai manifestanti pacifici.
In prima linea, questi ultimi, nella collaborazione con la polizia per identificare e consegnare quanti gli sembravano vestiti un po’ troppo di nero…

Si tratta, però, di una retorica poco aderente alla realtà. Il 15 ottobre la radicalità della piazza ha scavalcato le strutture che avevano contribuito a costruire quella giornata e le assemblee e i passaggi politici che l’avevano preparata. Abbiamo scritto, fin dalle ore immediatamente successive, che a piazza San Giovanni aveva preso parola – in modo indubbiamene rabbioso e, in alcuni aspetti, pre-politico – una parte del “nuovo proletariato” emerso dalle trasformazioni del mondo del lavoro degli ultimi trent’anni (vedi). Si trattava di una massa di persone in gran parte priva di riferimenti politici – teorici e organizzativi – precisi, che ha scavalcato gruppi, strutture, movimenti, sindacati e partiti: una parte consistente del nuovo proletariato metropolitano che si è resa disponibile alla lotta e al conflitto radicale e senza mediazioni. E il movimento, inadeguato nel canalizzare questa rabbia e questa determinazione, si è mostrato tanto più inadeguato nel gestire la repressione di quelle giornate, che ha colpito già alcune decine di persone.

Davanti a condanne enormi – e lo diciamo senza sorpresa: al di là di ogni provocazione ironica, infatti, sappiamo lo Stato non processa se stesso e, dunque, poco ci stupisce che le condanne per l’uccisione di Federico Aldrovandi siano inferiori a quelle per l’incendio di un blindato – possiamo dire quasi spropositate anche per un regime liberal-democratico, la presa di parola dei compagni e dei movimenti appare insufficiente.

Non lanciamo comodi anatemi: noi per primi facciamo autocritica e avvertiamo la nostra insufficienza e inconsistenza. Eccetto poche eccezioni – a cui rendiamo merito, se ha senso rendere merito per qualcosa che dovrebbe essere patrimonio condiviso per i compagni –, come ad esempio la Rete Evasioni, eccetto alcuni compagni che si sono impegnati con presidi, comunicati, raccolte di fondi per i denunciati del 15 ottobre, ci sembra che questi processi siano molto poco sentiti dalla maggior parte del movimento. Forse molti compagni non hanno ancora una lettura adeguata della repressione, abituati a pensare che le sue forme più dure riguardino solo alcune aree. Del resto, la repressione di quella giornata ha mirato finora a punire con condanne esemplari persone e compagni non strutturati o appartenenti a realtà piccole o periferiche: lo scopo era evidentemente quello di frazionare la solidarietà e, in parte, è stato raggiunto.

Il silenzio dei compagni sembra andare nella direzione che le istituzioni si pongono, quella di considerare la repressione come un «giusto monito» – come ha detto Alemanno a commento delle pene inflitte ai 5 compagni di Teramo – diretto a chi intende ribellarsi. Quanti compagni e quante compagne, infatti, continueranno ad assumersi la responsabilità di compiere azioni che potrebbero comportare gravi condanne se sapranno di non avere dietro un movimento solidale, complice e partecipe?

Il nuovo proletariato metropolitano, composto in gran parte di giovanissimi, che ha preso parola il 15 ottobre, è un soggetto non destinato a sparire e che, anzi, sarà probabilmente sempre più presente sulla scena pubblica di tutto il mondo: le città – soprattutto quelle grandi – sono infatti destinate a diventare sempre più lo scenario privilegiato dei sommovimenti e degli scontri sociali. Si calcola, infatti, che entro il 2020 il 70% della popolazione mondiale vivrà in una città: la repressione, come messo in luce in un bell’articolo di Elisabetta Teghil di questi giorni, si rivolge e si rivolgerà sempre più spesso proprio al contesto urbano. E, in questo ambito, sempre più frequentemente si assisterà al protagonismo rabbioso di questa nuova massa di proletari metropolitani insoddisfatti e frustrati per la precarietà delle loro esistenze, acutizzata nei momenti di endemica crisi economica del sistema capitalista: reprimere queste prese di parola con condanne durissime significa spaventare anche quanti agiscono spinti più dalla rabbia che dall’analisi politica. Essi mettono in gioco loro stessi ma se, poi, tornano a casa non solo senza aver migliorato la loro condizione esistenziale – fatto del resto prevedibile – e con qualche livido in più ma anche con la consapevolezza che i fermati e gli identificati saranno condannati a pene durissime nel silenzio e nella solitudine pressoché totali, probabilmente non torneranno in piazza all’appuntamento successivo. Penseranno che non ne vale la pena.

Ed ecco che così la repressione raggiunge il suo scopo principale: non tanto quello di punire chi ha commesso azioni ritenute illegali, quanto quello di incutere timore, evitare che il fronte si estenda e la lotta si generalizzi, costruendo percorsi che possano davvero mettere in discussione questo sistema economico e sociale. “Normalizzazione” economica e repressione politica e sociale vanno a braccetto: in tempi di governo tecnico, nessuna forma di dissenso può essere tollerata e, quindi, ciascuna di esse viene perseguitata e pesantemente punita.

Il silenzio che circonda queste condanne, del resto, non è che l’ovvio riflesso delle difficoltà di gestione di quella giornata: il fatto che non sia stata assunta dal movimento nella sua interezza, infatti, ha fatto avvertire fin dalle prime ore che la repressione sarebbe stata facile e non avrebbe trovato alcuna risposta da parte dei compagni. I denunciati si sono trovati – eccetto le eccezioni di cui sopra – a dover gestire i processi quasi da soli, come se fossero questioni private e senza far emergere, quindi, che si tratta di processi politici, che riguardano tutti e tutte.  Del resto, quella della riduzione dei processi e delle pene alla sfera privata sembra essere una delle nuove tendenze delle politiche repressive, su cui probabilmente dovremmo riflettere: sia sufficiente pensare che negli ultimi mesi, in tutta Italia, sono state notificate a compagni e compagne numerose multe – anche del valore di diverse migliaia di euro – per blocchi stradali e manifestazioni non autorizzate. Si tratta di procedimenti amministrativi, accertati dalla Polizia stradale, che riguardano personalmente i compagni che le ricevano e che frazionano la solidarietà: far diventare una multa una questione politica diventa molto difficile.

Ovvio riflesso di questa solitudine, è stata anche la scelta di tutti i condannati finora di scegliere il rito abbreviato: una scelta che non critichiamo sotto il profilo personale, ma che avvertiamo come perdente non solo dal punto di vista politico ma anche da quello più strettamente processuale. Le pene sono state, finora, infatti pesantissime. Non ci dilunghiamo si questo: siamo infatti d’accordo con l’articolo uscito ieri su infoaut. Pensiamo, però, che una più adeguata assunzione di responsabilità collettiva e una più capillare campagna contro la repressione aiuterebbe a far diventare patrimonio condiviso tra i compagni che non ci si può fidare della giustizia e dei suoi sconti né si può pensare che la propria innocenza possa aiutare in un processo con un valore politico.

Ed è anche per questo che, invece, pensiamo che sia necessaria un’assunzione di responsabilità collettiva e compatta da parte dei compagni per giornate come il 15 ottobre: un fronte unito contro la repressione che significhi non solo solidarietà attiva verso i compagni denunciati ma anche continuazione delle lotte e dello scontro sociale.


rabbia istintiva non è costruzione di un Progetto Alternativo 

Sono uno di quelli che non ha capito niente di quello che è successo il 15 ottobre 2011.
Sono uno di quelli che ha detto ma chi sono questi ragazzi, quanta rabbia c'è in questi gesti, come è possibile che persone politicizzate fanno ciò con tale ingenuità da rasentare la follia?
Avevo scambiato gli scontri come una grossa provocazione messa in piedi dalle istituzioni per mettere all'angolo l'espressività e la forza di un movimento al suo nascere.
Ma in quei giorni via via che il tempo è passato diverse scorie sono andate vie ed è rimasto l'essenziale la spontaneità e la ribellione di quei ragazzi è stata naturale.

Ebbene ho annotato la condanna e come giustamente metti in rilievo faccio parte della massa che ha assistito inerte il 15 ottobre e inerte alla condanna.

Istintivamente non mi sento di solidarizzare con loro, li sento estranei lontani dal mio modo di pormi, lontano dal mio modo di far politica. Soltanto fermando il pensiero e razionalizzando non si può che solidarizzare con loro, non per i tipi di comportamenti fatti in quel contesto, ma perché derivano appunto da una rabbia che esprime la non possibilità per fare altro, dove non vi sono vie d'uscite credibili, dove la vita è bruciata prima di essere vissuta.

La consapevolezza di una insufficienza ed inadeguatezza la avverto ed è sul ritardo di una proposta, di proposte da offrire per uscire fuori dall'isolamento individuale in cui siamo spinti inesorabilmente. Proposte, proposta che ci fa uscire fuori dal ghetto, utilizzando strumenti che ci sono ma che siamo incapaci ad adoperare, perché li riteniamo inutili, superflui non all'altezza delle analisi e delle prospettive che facciamo.

La lotta rivoluzionaria contro il capitalismo bisogna unirla alla strategia rivoluzionaria e alla tattica rivoluzionaria per tutte le rivendicazioni democratiche.

Il 24 febbraio 2013 ci sono le elezioni, in cui forse meno della metà dei cittadini vorranno esprimere la loro opinione attraverso il voto. Questa è un'occasione in cui non ci si può tirare indietro.
C'è da fare una battaglia democratica.

Il Parlamento è espressione della classe dominante. Che comunque ha bisogno assoluto di coinvolgere i cittadini nella sua proposta di rappresentanza, facendo credere che con il voto le regole democratiche sono rispettate, nel frattempo quello che succede tra una votazione e l'altra non fa parte del repertorio democratico ma diviene un prassi del quotidiano che non tocca i fondamentali del sistema democratico. La corruzione, le clientele, gli abusi e soprusi sono parte integrante del sistema e ci sono gli organi preposti per limitare, eliminare questo andazzo.

Coinvolgimento dei cittadini perché nessun sistema democratico si può permettere che un parlamento è la rappresentanza della minoranza in quanto la maggioranza non si è fatto coinvolgere nel gioco della votazione è una contraddizione stridente, come si può dire che si governa per la nazione se la maggioranza ha evitato la trappola delle votazioni? Tutte le azioni di governo sono inficiate nel nascere e non  hanno nessuna credibilità. Che poi si possa andare avanti lo stesso, mascherando l'arcano, questa è un'altra storia.

Tutti i partiti sono sulla stessa lunghezza d'onda, tutti vogliono applicare l'agenda Monti che tradotta vuol dire la continuazione delle politiche di austerità per le classi subalterne, per i dominati. Tutti vogliono continuare a stare nell'Euro. E ci sono stati degli imbecilli al Parlamento che hanno messo il Fiscal Compact all'interno della Costituzione legando ancora di più le mani agli italiani. Reperire 50 miliardi di euro ogni anno per 20 anni dal 2015 + 90 miliardi di euro annui da pagare per gli interessi sui 2000 miliardi di debito.

Fanno eccezione il M5S e Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia.

La crisi del 2007/08, nata negli Stati Uniti, in cui ancora siamo immersi ha portato in luce le contraddizioni della costruzione dell'Euro che Albero Bagnai nel “Il tramonto dell'euro” e Sergio Cesaratto e altri in “Oltre l'austerità” hanno ben evidenziato. O si esce dall'Euro o si muore per almeno i prossimi 20 anni. Uscire dall'Euro riacquistare la Sovranità Nazionale e Monetaria, chiudere, come giustamente sottolinea Emiliano Brancaccio, la circolazione di capitali e di merci e allora possiamo giocare la partita.

Questi partiti sono talmente presi nella loro parte che parlare di uscire dall'Euro sono presi da paralisi, i servi sciocchi dell'informazione non aprono neanche un minimo di dibattito per questa unica possibilità di uscire dalla crisi e si assiste imperterriti giorno dopo giorno a guitti e funanboli su promesse miracolanti ma dopo le elezioni, prima non si può.

La tattica rivoluzionaria è cogliere le contraddizioni nel sistema e metterle in evidenza, divaricarle. La tattica rivoluzionaria è la rivendicazione di tutte le istanze democratiche.

Già in altra parte ho analizzato sommariamente le varie anime che ci sono in Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, non perdo tempo. Il percorso politico di questo magistrato nasce dalla lotta a Cosa Nostra, un ottima palestra per tutti i rivoluzionari.
Nasce dallo scontro con la politica saldata con le istituzioni dell'Italia fino alla più alta carica del paese, la Presidenza della Repubblica. L'oggetto dello scontro è la verità sulla trattativa tra questo stato e Cosa Nostra.

La politica ha fermato la verità e solo la politica può rimuovere gli ostacoli verso lei, dal momento che questi partiti a tutto pensano meno che a ricercare la verità sulla trattativa, il passaggio alla politica è stato un fatto obbligato da parte di Ingroia.

La grande novità è stata il fatto che è diventato un importantissimo catalizzatore di vari partiti, i quali per motivi diversi erano tutti in mezzo al guado, ma la cosa più importante ha portato in politica in primissimo piano tutto quel ricco patrimonio, quell'arcipelago infinito, che si è formato dalla morte di Falcone e Borsellino rosicchiando e contestando al Sistema delle mafie terreno e prepotenze violente.

Carico di questo patrimonio vivo come non mai è riuscito ad imporre ai partiti passi “incontro”, passi indietro, precisi e rigorosi, significa che sta facendo tutto bene? Significa che non farà errori? Significa che ha una ideologia marxista? No significa che lotta per la legalità è una istanza fondamentale della democrazia, e la tattica rivoluzionaria  prevede che tutte le istanze democratiche sono il nostro terreno, la nostra palestra per abituarci alle battaglie alle lotte rivoluzionarie contro il capitalismo coniugando ad una strategia rivoluzionaria.

Non possiamo delegare ai proletari pieni di rabbia del 15 ottobre 2012 le istanze rivoluzionarie, e poi affermare che dobbiamo fare autocritica, affermare che avvertiamo la nostra inconsistenza e insufficienza. Non basta, come non basta sviluppare un senso di solidarietà prima, durante e dopo la condanna. Bisogna scendere nell'arena e combattere, ognuno con i propri strumenti, dobbiamo saper coniugare la teoria con la pratica metodo, non mi stancherò mai di dirlo  attualissimo.

Rivoluzione civile, insieme al M5S, è l'unico che vuole lottare per una politica antiliberista e antimontiana, sta a noi fornire legna da ardere nella fucina del cantiere aperto, che probabilmente rimarrà cantiere anche dopo le elezioni.

Legna da ardere significa far presente che Hollande ha ottenuto la sua guerra privata e che da qualche giorno ha iniziato i bombardamenti umanitari, dopo che da almeno un anno i servi dell'informazione hanno preparato il terreno usando argomenti già usati per la guerra in Afganistan.
Significa far presente che in Turchia sono schierati i missili Patriot della Nato e che li vogliono usare prima o dopo per continuare la destabilizzazione della Siria.
Significa che le morti di tre donne del Kurdistan, rappresenta una minaccia alla Turchia se non si impegnasse nella sua guerra con la Siria.
Significa far presente che i soldi pubblici per gli armamenti ci sono sempre mentre la disoccupazione dilaga, i salari si impoveriscono.
Significa che dare 4 miliardi al Monte dei Paschi vuol dire: nazionalizzazione.
Significa che l'Ilva ha la necessità di essere nazionalizzata perché i Riva non hanno né soldi, 4 miliardi, né l'intenzione di bonificare i processi della produzione dell'acciaio.
Significa seguire con attenzione la Sardegna dove il livello di guardia per rivolte sociali è stato superato ed è diventata una polveriera dove queste istituzioni, questi partiti, l'unica risposta che danno è la repressione.

Come si vede la legna da ardere è molta e molta altra si potrebbe raccogliere ma occorrono braccia forti, menti acute ora adesso subito e tutti insieme.


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