L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 luglio 2013

Non si tratta di “rovesciare” il capitalismo. Ma di costruire logiche di una società che va al di là di esso. Questo include nuove forme di democrazia

  Giovedì 04 Luglio 2013 22:54 

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Disordini in paradiso

di Slavoj Žižek

estratto
... quando il capitalista globale è costretto a violare le sue proprie regole, lì vi è l’opportunità di insistere perché invece obbedisca a quelle regole. Esigere coerenza su punti strategicamente selezionati nei quali il sistema non può permettersi di pagare per essere coerente vuol dire mettere sotto pressione l’intero sistema. L’arte della politica sta nell’imporre richieste specifiche che, mentre esse sono perfettamente realistiche, colpiscono il cuore dell’ideologia egemonica ed implicano cambiamenti molto più radicali. Queste richieste, anche se sono valide e legittime, sono, di fatto, impossibile. Caso esemplare è la proposta di Obama di fornire assistenza sanitaria pubblica universale. Per questo le reazioni sono state così violente.

Un movimento politico inizia con un’idea, qualcosa per cui lottare, ma nel tempo,l’idea subisce profonde trasformazioni – non semplicemente un accomodamento tattico, ma una ridefinizione essenziale – perché l’idea stessa diventa parte del processo: essa diventa sovradeterminata*. Diciamo che una rivolta inizia con una domanda di giustizia, magari sotto forma di rifiuto di una determinata legge. Dopo che il popolo si è profondamente impegnato nella rivolta, si rende conto che ci vorrà molto di più della domanda iniziale, perché ci sia una vera giustizia. Il problema allora è quello di definire, precisamente, in che consiste questo “molto di più”.

 ... Proteste e rivolte di oggi sono sostenute dalla combinazione di richieste sovrapposte, e lì sta la loro forza: lottano per la democrazia (“normale”, parlamentare) contro regimi autoritari; contro il razzismo e il sessismo, soprattutto quando sono diretti contro gli immigrati e i rifugiati; contro la corruzione nella politica e negli affari (inquinamento industriale dell’ambiente, ecc.); per lo stato sociale contro il neoliberismo; e per nuove forme di democrazia che vadano oltre i rituali multipartitici. Mettono in discussione anche il sistema capitalista globale in quanto tale, e cercano di tenere viva l’idea di una società che vada oltre il capitalismo.

Due trappole vi sono, lì, da evitare: il falso radicalismo (“ciò che conta davvero è abolire il capitalismo liberale-parlamentare, tutti le altre lotte sono secondarie”), ma anche il falso gradualismo (“in questo momento abbiamo dobbiamo lottare contro la dittatura militare e per una democrazia minima, tutti i sogni di socialismo ora devono essere messi da parte”).

Qui, nessuno dovrebbe vergognarsi di mettere in pratica la distinzione maoista tra antagonismo principale e antagonismi secondari, tra quelli che contano in prospettiva, e quelli che dominano oggi. Ci sono situazioni in cui insistere sull’antagonismo principale significa perdere l’opportunità di dare un colpo significativo, nel corso della lotta.

Solo una politica che tenga pienamente conto della complessità della sovradeterminazione merita il nome di strategia. Quando si intraprende una lotta specifica, la domanda chiave è: come il nostro impegno o disimpegno in questa lotta colpisce altre lotte?

La regola generale è che quando una rivolta contro un regime di semi-democratico inizia – come in Medio Oriente nel 2011 – è facile mobilitare grandi folle con degli slogan (per la democrazia, contro la corruzione, ecc.). Ma ben presto ci troviamo ad affrontare scelte molto più difficili. Quando la rivolta ha successo e raggiunge l’obiettivo iniziale, ci rendiamo conto che ciò che veramente ci turbava (la mancanza di libertà, l’umiliazione quotidiana, la corruzione, scarso o nessun futuro) persiste sotto una nuova veste. In quel momento siamo costretti a vedere che qualcosa mancava nello stesso obiettivo iniziale. Può implicare che si arrivi a vedere che la democrazia può essere una forma di de-libertà, o che si può esigere molto più di una mera democrazia politica: che anche la vita sociale ed economica deve essere democratizzata.

In sostanza, ciò che a prima vista prendiamo come un fallimento, l’aver raggiunto solo un principio nobile (la libertà democratica), è in ultima analisi percepito come un fallimento insito nel principio stesso. Questa scoperta – che il principio per il quale lottiamo può essere intrinsecamente viziato – è un grande passo in qualunque educazione politica.

I rappresentanti della ideologia dominante mobilitano tutto il loro arsenale per evitare che giungiamo a questa conclusione radicale. Ci dicono che la libertà democratica comporta le sue proprie responsabilità, che ha un prezzo, che è un segno di immaturità aspettarsi troppo dalla democrazia. In una società libera, dicono, dobbiamo agire come capitalisti e investire nella nostra vita: se falliamo, se non riusciamo a fare i sacrifici necessari, o se in qualche modo non siamo all’altezza, è colpa nostra.

 ... il “villaggio globale” di oggi: si applicano al Qatar o a Dubai, playgrounds per i ricchi, che dipendono dal mantenimento dei lavoratori immigrati in uno stato di semi-schiavitù, o di schiavitù. Un esame più attento rivela somiglianze tra la Turchia e la Grecia: privatizzazioni, la chiusura dello spazio pubblico, lo smantellamento dei servizi sociali, l’ascesa di politici autoritari. Su un piano elementare, quelli che protestano in Grecia e quelli che protestano in Turchia sono impegnati nella stessa lotta. La cosa migliore può essere quella di coordinare le due lotte, respingere le tentazioni “patriottiche”, lasciarsi alle spalle la storica inimicizia tra i due paesi e cercare spazi di solidarietà. Il futuro delle proteste può dipendere da questo.
* Nella sua prefazione a Per la critica dell’economia politica, Marx scriveva (nel suo peggiore modo evoluzionista) che l’umanità si propone solo i problemi che sia in grado di risolvere. E se invertissiamo questa frase e dichiariassimo che, come regola generale, l’umanità si propone solo i problemi che non possono essere risolti, e quindi mette in moto un processo il cui sviluppo è imprevedibile, e nel corso del quale lo stesso obiettivo viene ridefinito?
Pubblicato dalla London Review of Books e tradotto in portoghese dal sito brasiliano outraspalavras.net. La traduzione dal portoghese è di DKm0.
http://www.sinistrainrete.info/societa/2897-slavoj-iek-disordini-in-paradiso.html 
 

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