L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 17 dicembre 2013

non il popolo americano, non la nazione americana, ma soltanto la superpotenza geopolitica imperiale americana è il nemico principale


Finalmente! L’atteso ritorno del nemico principale.
Considerazioni politiche e filosofiche

di Costanzo Preve

1. Introduzione. Sul nemico principale. Commento di una recente formulazione di Alain de Benoist
2. Le mort saisit le vif (Marx). Il peso inerziale ormai insopportabile della storia
tricentenaria del profilo della filosofia politica moderna e della sua variante subalterna postmoderna
3. Il primato dello struzzo. Lo struzzo come animale totemico-tribale del passaggio dal realismo storico-politico al moralismo ostensivo testimoniale
4. L’imbecillità socialmente organizzata. Per una nuova teoria degli intellettuali e delle strutture ideologiche
5. Il nemico principale in economia: il capitalismo e la società di mercato
6. Il nemico principale in politica: il liberalismo
7. Il nemico principale in filosofia: l’individualismo
8. Il nemico principale nella società: la borghesia
9. Il nemico principale in geopolitica: gli Stati Uniti d’America
10. Conclusione. Verso un radicale riorientamento gestaltico nella visione complessiva del mondo storico e politico

9. Il nemico principale in geopolitica: gli Stati Uniti d’America
La dimensione geopolitica delle relazioni internazionali è generalmente fatta oggetto del comportamento dello struzzo, che finge che non esista, perché se dovesse ammetterne l’esistenza anche solo in via di ipotesi cadrebbe come un castello di carte il suo profilo moralistico da “anima bella”, che non vuole a nessun costo sporcarsi le mani con la dura realtà circostante. Ho già molto insistito sulla figura dello struzzo nei capitoli precedenti, e vorrei tornarci brevemente sopra, perché oggi lo Struzzo è animale totemico per eccellenza della filosofia capitalistica della scienza. Tutto il carnevale epistemologico contemporaneo dell’orchestra universitaria (Popper, Lakatos, Kuhn, Feyerabend, darwinisti fanatici e tarantolati, eccetera) è in proposito complementare al suo lato (solo apparentemente) polare, il carnevale relativistico-nichilistico, ed in questo modo lo Struzzo, che in generale è tenuto a ficcare il capo sotto la sabbia, è chiamato di tanto in tanto a tirarla fuori, ma non per guardarsi intorno in una savana percorsa da animali feroci, ma per guardare soltanto in un cannocchiale, in un telescopio o in un vetrino da laboratorio. E naturalmente non ne usciremo presto.

La figura struzzesca dell’”anima bella”, che non vuole sporcarsi le mani con l’imbarazzante realtà circostante, è una possibile derivazione della coscienza infelice, già a lungo evocata nel capitolo precedente. Ma mentre la direzione espansiva della coscienza infelice va nella direzione della conoscenza veritativa e dialettica della totalità espressiva, come ha ben chiarito Lukàcs, il più grande filosofo comunista novecentesco (un laureato in legge ed in filosofia figlio di un ricco ebreo ungherese), la direzione narcisistica patologica della coscienza infelice va invece verso l’anima bella, una figura favorita ovviamente dalle oligarchie al potere, perché trasforma l’impotenza in supremo valore morale. Finché infatti ci si limita a testimoniare dolorosamente la propria aporetica inquietudine, non si rompono le scatole alle oligarchie dominanti.

Per sua propria natura, la geopolitica è un “oggetto sporco”, che nessuna anima bella vorrà mai toccare neppure con la punta delle dita. Essa non si occupa infatti di cose gratificanti per le anime belle, come la pietà verso negretti disidratati, la commiserazione verso migranti imbarcati su carrette sfondate dal mare, la partecipazione emotiva ad assemblee operaie che protestano verso eventuali chiusure e delocalizzazioni, il senso di superiorità estetica del semicolto povero
verso le manifestazioni di lusso dei paperoni circondati da sicofanti ed attricette con le tette in posizione balistica di combattimento, eccetera. Tutto questo, ed altro ancora, gratifica il senso di superiorità morale dell’anima bella verso le schifezze oligarchiche che lo circondano, anche se non sempre è facile separare con un reagente chimico l’avversario morale e la semplice invidia subalterna del pidocchioso. Ma anche eliminata l’invidia, e lasciando soltanto il senso universalistico della moralità offesa e del senso estetico del buon gusto del semicolto, resta pur  sempre il fatto che l’anima bella, anche nel caso che sia una Vera ed Autentica Anima Bella senza secondi fini, continua a non poter avere uno sguardo efficace sul mondo.

La geopolitica, invece, ci comunica che il corpo umano non è fatto solo di guance rosse e profumate, ma è fatto anche di intestini e (con rispetto parlando) di merda. In questo senso, occuparsene è qualcosa di assolutamente catartico. Si entra in un mondo di rapporti di forza, che sarebbe inutile censurare, in cui non è necessario aderire ideologicamente ed approvare i contenuti politico-ideologici di un paese o gruppo di paesi (Europa, USA, Brasile, mondo arabo, India, Cina, Iran, Giappone, eccetera), ma di cui è bene prendere atto preliminarmente.

Se si giunge a considerare gli USA il nemico geopolitico principale, è evidente che a questa conclusione non si può giungere soltanto per ragioni interne allo scacchiere geopolitico stesso, ma per ragioni esterne alla considerazione geopolitica pura. Ci vuole infatti prima un giudizio di valore filosofico sul mondo attuale, da cui consegue e deriva in seconda istanza, ma solo in seconda istanza, un giudizio di fatto sui rapporti geopolitici globali. Se infatti una persona fosse
in via di principio favorevole al capitalismo, alla società di mercato, all’individualismo, al liberalismo politico, eccetera, non si vede perché dovrebbe volere l’indebolimento strategico degli USA. Ne dovrebbe invece volere l’egemonia culturale e militare, il rafforzamento strategico, il dominio mondiale (
hard o soft che sia, con le buone o con le cattive, eccetera).

Si tratta di un’ovvietà. La geopolitica, quindi, non è mai primaria ed originaria, ma è sempre un convincimento geopolitico secondario che deriva da una preliminare valutazione filosofica sulla natura, buona o cattiva, del capitalismo, dell’individualismo, del liberalismo e della società di mercato. E qui veniamo agli USA propriamente detti.

Individuare gli USA come nemico geopolitico principale non significa affatto essere anti-americani (come l’essere contro il sionismo non comporta affatto essere anti-semiti), e nello stesso tempo non significa affatto “approvare”, e neppure identificarsi con realtà come la Russia post-sovietica degli oligarchi sfrontati o la Cina dei capitalisti-confuciani. Ma neppure per sogno! Questa sembrerebbe una ovvietà, ma nel piccolo mondo di malignità e fraintendimenti in
cui viviamo è bene chiarire tutto ciò che c’è da chiarire.

Gli USA si comportano da più di mezzo secolo come un impero mondiale, ma finché esisteva il benemerito e mai abbastanza rimpianto campo socialista guidato dall’URSS non riuscivano ad esserlo del tutto. Dopo il 1991, invece, si tratta di un programma praticabile, anche a causa della fine del benemerito gaullismo in Francia, della sparizione virtuale del benemerito nazionalismo arabo (variante Nasser, variante Saddam, eccetera), del tragicomico crollo del comunismo
sovietico, ed infine dell’adesione servile e bovina dei nuovi stati est-europei ex-comunisti (altro che socialismo dal volto umano, autogestione operaia, ed altre favolette per gonzi!). E tuttavia, anche se non esiste più un campo socialista (al di fuori dei due benemeriti stati-canaglia di Cuba e della Corea del Nord), ed un campo nazionalista (al di fuori dei benemeriti Iran, Sudan, Venezuela e Birmania, che Dio conservi a lungo!), esistono ancora conflitti di tipo non più ideologico-politico, ma soltanto economico-geopolitico. Questo, mi sembra, è un fatto, non è una opinione.

Ma qui si apre appunto la questione. L’anima bella, e cioè l’esito terminale moralistico di “sinistra” della dialettica dissolutiva della originaria coscienza infelice borghese, se ne ritrae inorridita. Ma come, se non sono più in ballo “valori”, ed anzi ormai sono tutti uguali (inoltre, l’Iran opprime le donne, la Birmania opprime gli Shan ed i Karen, il Sudan opprime il Darfur, la
Russia opprime la Cecenia, la Cina opprime il Tibet, eccetera), allora non resta che “tirarsi fuori”, condannare tutti, conservare pura, illibata ed intatta la propria anima bella, ed al massimo belare in modo pecoresco e testimoniale “pace” in tutte le lingue del mondo, in modo che Dio, oppure l’Evoluzione della Specie (sono infatti due le varianti, per credenti e per atei), sappiano che noi restiamo con le mani pulite, e non ce le sporchiamo sostenendo dittatori di ogni tipo.

Bene, questa evoluzione narcisistico-pecoresca è il provvisorio esito terminale di una deriva regressiva della coscienza infelice borghese. Ma non dimentichiamo che ce ne è stata anche un’altra, quella che ha portato all’universalismo comunista di Marx, con tutti i difetti che in separata sede potremmo imputargli (scientismo, progressismo, economicismo, storicismo, utopismo, e via “ismeggiando”). Bene, se teniamo fermo l’universalismo comunista come
reazione legittima alle insanabili contraddizioni dell’identità borghese (e lo scrivente vorrebbe che si sapesse che lo “ha tenuto ben fermo”), allora il fallimento dell’esperimento di ingegneria sociale dispotico-egualitaria sotto cupola geodesica protetta chiamato comunismo storico novecentesco (da non confondere con il comunismo utopico-scientifico di Marx – l’ossimoro è
chiaramente intenzionale) non, ripeto non , e sottolineo non, comporta affatto la fine capitalistica della storia, ma solo una sorta di dolorosa interruzione di un progetto storico che resta legittimo, quello di una società comunitaria senza classi e senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Per questa ragione è interesse universale, in questo momento storico, che un’unica superpotenza non riesca a conseguire un dominio strategico mondiale,
hard o soft che sia. E siccome questa superpotenza, oggi, è anche il supremo garante strategico-militare del capitalismo (1), della società di mercato (2), del liberalismo politico (3), della teologia interventistica dei diritti umani
(4), della nuova religione olocaustica del complesso di colpa interminabile dell’umanità (5), della sottomissione dell’Europa costretta alla cosiddetta “posizione del missionario” (6), della proliferazione di basi militari atomiche in tutto il mondo (7), del modello culturale televisivo del rimbecillimento antropologico universale (8), della secolarizzazione del presunto mandato
messianico assegnato da Dio ad una nazione protestante eletta (9), più altre determinazioni che qui non riporto per brevità, ne consegue che non il popolo americano, non la nazione americana, ma soltanto la superpotenza geopolitica imperiale americana è il nemico principale.

La potenza strategica degli USA, oggi, garantisce la sintesi di tutte le determinazioni prima discusse. Non si tratta certamente di “demonizzarla”, come si usa dire oggi ipocritamente. Chi ha una visione del mondo razionalistico-dialettica, ovviamente, non demonizza nessuno. In quanto la demonizzazione è appunto il portato di una visione religioso-messianica. Ecco perché è bene
auspicare un suo indebolimento, anche se i fattori geopolitici che ne possono causare un indebolimento (Russia, Cina, mondo arabo, Iran, Asia Centrale, nazionalismo latino-americano, eccetera), presi uno per uno, e considerati “moralisticamente”, possono farci storcere il naso.

Personalmente, non storco il naso. Considero la geopolitica un male necessario, e considero le geremiadi delle anime belle nei termini del dilemma di una lettera di Napoleone Bonaparte ad un fratello debole e scemo re di Spagna: «Stupidità o tradimento?».

Il dilemma è peraltro di facile soluzione. L’anima bella, essendo stupida per giudizio analitico (l’anima bella è stupida come il corpo è esteso), può anche essere sempre in piena purezza e buona fede, ma si presta all’intrusione del consapevole tradimento.

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