L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 23 gennaio 2014

con Renzi il Capitale accelera vuole velocizzare la stabilizzazione del potere

Il disegno schizoide della rottamazione*

di AOMAME

Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”. John Maynard Keynes
“Se quel che è successo dal 2011 doveva impedire l’arrivo di Renzi, ebbene Renzi è arrivato. Bisogna vedere se non si è capito nulla allora e se oggi ci si è dovuti arrendere”. Cesare Geronzi

Ci siamo. A due anni dai bombardamenti a colpi di spread che hanno fatto cadere Silvio Berlusconi e portato Mario Monti a Palazzo Chigi e a otto mesi dalla nascita di un secondo esecutivo non determinato dalle elezioni, ecco che con il 2014 entra nel vivo la lotta tra poteri del capitalismo italiano per superare la perdurante crisi, ricomporsi e salvarsi. Da una parte il premier Enrico Letta e il suo governo con Angelino Alfano: esecutivo con solide radici nell’esperienza dei predecessori tecnici, nato per la stabilità e vocato a quello scopo, come ripete fino all’ossessione il padre politico, Giorgio Napolitano. Dall’altra parte, Matteo Renzi, neo-segretario del Pd che arriva alla guida del partito nonché dell’opposizione politica (di fatto è così) al governo delle larghe intese carico di tutti gli agganci finanziari che è riuscito a raggranellare finora e delle promesse di chi arriverà alla sua corte: ce ne sono ogni giorno di più. E proprio per via della ‘novità Renzi’, in Italia, più che in altri paesi dell’Ue, è visibile – anche a occhio nudo – quella ‘guerra dei Roses’ attraverso la quale il sistema neoliberale tenta di riassestarsi, eliminando gli attori vecchi cui viene imputata la crisi e rimpiazzandoli con i nuovi. È la rottamazione tradotta in economia, ma i suoi meccanismi sono ben diversi da quella che in politica ha spedito al confino Massimo D’Alema. Perché in economia molto spesso si tratta di conquistare gli agganci finanziari altrui, piuttosto che rottamarli.
Da una parte Letta-Napolitano e la stabilità, sorretta anche dalle ricette della Bce di Mario Draghi che tanto fanno arrabbiare la Germania di Angela Merkel.
Dall’altra Renzi, i suoi finanziatori e la propulsione verso il cambiamento radicale e senza confini: di governo, con nuove elezioni; di impostazione economica nell’Unione Europea, con la formula ‘più mercato meno banche’. La verità in tasca non ce l’ha nessuna delle parti in causa, perché la crisi è profonda, foriera di trasformazione epocale del sistema, richiede coraggio di osare più che ricette preparate. E poi non è detto che Renzi non apprezzi misure che al momento risultano utili per la sua controparte (Letta), come la scelta di Draghi di tagliare ancora i tassi di interesse. Al contrario: è proprio al presidente della Bce che il rottamatore assegna il “merito fondamentale” di aver lavorato “per il calo dello spread nell’interesse dell’Europa” (che è un altro modo per silurare Letta). Ma lo scontro tra le due ‘fazioni’ di per sé segnala che siamo a un punto di svolta: a seconda di chi vince, si determineranno particolari assetti futuri. Fondamentale è però leggerci due facce della stessa medaglia neoliberista: eserciti distinti ma figli di una stessa madre e formati da soldati ‘mercenari’, che si spostano a seconda delle convenienze, dell’opportunità. Non è complottismo, ma il cuore della strategia politica di Renzi, il nuovo generale partito alla conquista di appoggi nel mondo della finanza: tra sostegni di tipo innovativo, come il broker Davide Serra e il suo fondo di investimenti Algebris, di stanza a Londra con appendici alle Cayman, vero e proprio outsider del capitalismo consociativo italiano; e sostegni di tipo più ‘tradizionale’, come per esempio Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del board della Bce, ora presidente di Snam-Rete Gas, uno dei primi finanziatori del sindaco-segretario, nominato non a caso presidente della Fondazione Strozzi. Innovazione e tradizione: perché in economia non tutto è rottamabile, anzi i pezzi vecchi sono preziosi se vengono sfilati alla controparte.
E così dalla parte di Renzi sono passati pezzi grossi della finanza tradizionale italiana come Fabrizio Palenzona di Unicredit e Alberto Nagel e Renato Pagliaro di Mediobanca. Figure che nel parterre renziano convivono non solo con Serra, ma con una pletora di altri attori imprenditoriali e finanziari, tra chi ha già un posto in prima fila nell’economia nazionale e chi scalpita per conquistarlo. Ci sono Oscar Farinetti di Eataly, Patrizio Bertelli (Prada), il fondatore dell’impero Magnolia Giorgio Gori, prima consigliere della comunicazione, poi allontanato, poi di nuovo accolto alla corte della Leopolda. E scorrendo la lista dei finanziatori – oltre a Serra che con la moglie Anna Barassi ha donato 100mila euro all’impresa politica Renzi – ci trovi anche Alfredo Romeo, l’imprenditore campano coinvolto anni fa nell’inchiesta sugli appalti della Global Service (ha donato 60mila euro alla Fondazione renziana Big Bang). E ancora Franzo Grande Stevens, presidente della Juve, consigliere dello Ior e presidente della Fondazione Intesa San Paolo, banca da sempre vicina al riformismo cattolico (25mila euro); l’ex presidente Fiat Paolo Fresco (25mila euro), Guido Ghisolfi e Ivana Tanzi (100mila euro) e tanti altri.
Ma il poker d’assi finanziario su cui punta Renzi è formato dal patron di Tod’s Diego Della Valle, l’amministratore delegato di Vodafone Vittorio Colao, l’ad di Generali Mario Greco e quello di Luxottica Andrea Guerra. Non è un caso se questi ultimi tre nomi siano finiti nella classifica stilata dal quotidiano economico francese Les Echos sugli italiani che incarnano “una nuova generazione di manager decisi a rompere col capitalismo delle connivenze”. E non è un caso che siano proprio questi i nomi che girano per le sostituzioni ai vertici delle società pubbliche italiane in era renziana: dall’Eni, dove potrebbe essere proprio Colao a sostituire Paolo Scaroni, all’Enel, dove Guerra prenderebbe il posto di Fulvio Conti, almeno secondo i rumors che girano dalle primarie in poi.
A fronte di questi vecchi e nuovi acquisti, c’è la controparte, quella che sta con il potere stabilito e stabilizzatore. Due nomi: Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, e Giuseppe Guzzetti, presidente di Cariplo, colonne del vecchio patto di sindacato di Rcs Mediagroup. Ma hanno puntato su Renzi altre personalità importanti del sistema imprenditoriale italiano: Gianfelice Rocca, numero uno di Assolombarda, Giuliano Poletti, numero uno della Lega Coop, che si è avvicinato al nuovo leader Dem per il tramite dell’ex bersaniano Stefano Bonaccini, segretario regionale emiliano del Pd.
Tuttavia il quadro sarebbe assolutamente incompleto se non si citasse Marco Carrai, anche lui imprenditore, 38 anni, consigliere di amministrazione della Fondazione Carifirenze, del Gabinetto Vieusseux, consigliere delegato di Firenze Parcheggi, ma soprattutto legato a quella potenza che è Comunione e liberazione. Carrai era all’Hotel Regis di Londra quando Renzi ha incontrato Tony Blair, ma è anche l’amo per gli agganci che contano in terra italiana, soprattutto su Firenze, dallo stesso Bini Smaghi agli stilisti Ferruccio Ferragamo e Roberto Cavalli.
È come se Renzi fosse la scommessa elettorale dei poteri del capitalismo italiano messi alle strette dalla crisi, alla disperata ricerca di una via d’uscita, un modo per non collassare col sistema e risistemarsi in un nuovo equilibrio tutto da inventare. Se Monti e Letta sono espressione delle consolidate tolde di comando politico-economico a livello globale – dal gruppo Bilderberg alla Trilaterale fino all’Aspen Istitute – con Renzi arriverebbe il nuovo ordine, che a livello di impostazione finanziaria e scelte di sistema non prescinde dai legami con il vecchio, non può, ma parte da lì per cercare un modello sostenibile di capitalismo. Questo non vuol dire che la via renziana non contempli rotture degli schemi dati anche in economia. Il broker finanziario Serra, l’organizzatore della cena di finanziamento per Renzi a Milano alle primarie 2012 e ‘crocifisso’ dagli antirenziani come squalo con sede alle Cayman, è uno che propone la tassazione delle rendite finanziarie per diminuire le tasse sul lavoro. Allo stesso tempo, è convintissimo della necessità di tagliare la spesa pubblica per eliminare gli sprechi. Questo è Serra in una recente intervista al Sole24ore:
“Va fatta la diagnosi e poi va studiata una terapia. Non serve l’ideologia, è sufficiente l’aritmetica. Dobbiamo trovare 50 miliardi di euro l’anno per dieci anni, come dice il Fiscal compact che abbiamo firmato. Del resto quando un’azienda è sovraindebitata, non devi far altro che aggiustare la struttura del debito. Sono dolori, ma l’alternativa è saltare in aria. Abbiamo il terzo debito del mondo, l’ottavo Pil che va verso il decimo, la terza disoccupazione giovanile e siamo 49esimi in competitività. Ogni anno perdiamo giri: o si prendono le decisioni o si salta. Il primo problema è il debito sbilanciato: troppo debito pubblico, poco privato e poco delle aziende. Questo blocca la crescita. Il settore pubblico è la metà del nostro Pil, e non è il miglior operatore, anche a causa della corruzione congenita del nostro sistema. Prendiamo i numeri: abbiamo 2.000 miliardi di debito e un prodotto interno lordo di 1.600 miliardi, 850 dei quali sono spesa pubblica: pensioni, sanità, spesa corrente e interessi sul debito. Lo spread va abbattuto perché non incide soltanto sui 80 miliardi di interessi che paghiamo sul debito, ma anche sul costo del denaro che le banche prestano ai privati e alle aziende. C’è una sola soluzione: tagliare la spesa pubblica e riqualificarla togliendo sprechi e allocando correttamente le risorse, anche per migliorare i servizi. Questa la madre di tutte le battaglie, difficile da combattere perché ci si scontra con interessi e lobby fortissimi”.
Yoram Gutgeld, ex consigliere McKinsey, ora deputato e consigliere economico di Renzi, è un altro sostenitore della necessità di vendere gli asset di Stato: “Eni, Enel, Poste e Ferrovie da un lato; dall’altro la parte più vendibile del patrimonio immobiliare pubblico, ossia le case popolari, con prezzi di favore nei confronti degli inquilini”. Ricette che naturalmente non sono opposte né distanti da quelle di Letta, pure favorevole alle privatizzazioni. Ma questo non basta, perché la ricerca di un nuovo equilibrio in economia va a braccetto con una prospettiva di governo sì stabile, ma anche forte dal punto di vista del consenso sociale, altrimenti alla lunga non è sostenibile. Ed evidentemente molti attori del ‘mondo che conta’ si stanno convincendo o si sono convinti che questa prospettiva in futuro possa concretizzarsi con l’astro nascente Renzi, più che con l’attuale governo Letta, decisamente più impopolare, magari ‘digerito’ dai più solo per la paura della crisi e non per scelta.
Renzi comunicativamente sfonda e (anche per questo) mediaticamente è ben agganciato: è arcinoto che abbiano puntato su di lui il ‘gran capo’ del gruppo Espresso Carlo De Benedetti, nonché il Corriere della Sera e la Stampa. E poi schiere di giornalisti in posti di potere: Enrico Mentana è alfiere di queste manovre e non è rimasto solo. Del resto, i riposizionamenti nel mondo dei media sono essi stessi riposizionamenti di potere. Renzi quindi è una scommessa, la carta giudicata vincente per un avvicendamento finalmente democratico – con le elezioni – che garantisca ordine a un sistema in crisi, problema ancor più cogente dopo due stagioni di premier non eletti.


Il punto è che Renzi è diventato una scommessa anche per una parte della sinistra, almeno di quella sindacale che fa capo a Maurizio Landini della Fiom. Un fatto curioso che mette per la prima volta dallo stesso lato della barricata pezzi di ‘potere che conta’ con una rappresentanza di lavoratori. Divisi, certo, ma inquadrati in una stessa aspettativa di cambiamento che guarda a Renzi. E’ anche questo un effetto della crisi di sistema, totalizzante e senza confini: dove chi ha di più tenta di mantenere la posizione o addirittura di procurarsi un avanzamento; chi ha di meno tenta di non morire. Però le determinazioni renziane di rottura, benché giocate nello stesso sistema neoliberale (Landini ne è ben consapevole), parlano anche a chi da sinistra ha cercato di rompere e non ci è riuscito, uscendone anzi travolto e sconfitto. È come se, in assenza di movimenti sociali di massa (a parte la parentesi italiana del 19 ottobre e altre mobilitazioni all’estero di carattere per lo più nazionale, non europeo e dunque insufficiente), ci si aggrappa alla semplice aspettativa di riuscire a smuovere le acque, fosse anche per il tramite di Renzi: rivoltare lo stagno della stabilità a tutti i costi e vedere che ne esce, magari ne esce una legge sulla rappresentanza sindacale, cara a Landini, tanto per iniziare. E poi la promessa renziana di farla finita con il consociativismo all’italiana è allettante, anche se per ora non se ne hanno le prove. Stessa cosa dicasi per la sua scelta di chiedere all’Europa di rivedere i trattati per permetterci di sforare la tagliola del 3 per cento del rapporto tra deficit e pil: anche qui, non se ne hanno le prove, processo lungo, può trattarsi solo di propaganda in funzione anti-Letta. Ma per ora va così, fino a quando non si formeranno anticorpi sociali vivi in grado di contrastare le manovre lì in alto. O fino a quando il bluff non sarà svelato.


Lo dicevamo inaugurando EuroNomade: ci sarebbe piaciuto moltiplicare i linguaggi, i piani di discorso, i punti di vista. Ora rompiamo un piccolo tabù: a partire dal caso italiano, cominciamo a pubblicare anche inchieste ispirate alla stretta contingenza politica. Non proprio cronaca, piuttosto un’anatomia ravvicinata della corruzione (quella strutturale, profonda, che ci interessa indagare, non il racconto dei “moralizzatori”). Seguiranno altre incursioni di questo tipo (oltre all’apertura di un dibattito più generale sulla crisi italiana, secondo il nostro “stile” consolidato, non preoccupatevi….).

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