L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 10 gennaio 2014

Il nemico principale è sempre quello che è insieme più nocivo e più potente

1. Introduzione. Sul nemico principale. Commento di una recente formulazione di Alain de Benoist

2. Le moert saisit le vif (Mark). Il peso inerziale ormai insopportabile della storia tricentenaria del profilo della filosofia moderna e della sua variante subalterna postmoderna

3. Il primato dello struzzo. Lo struzzo come animale totemico-tribale del passaggio dal realismo storico-politico al moralismo testimoniale

4. L'imbecillità socialmente organizzata. Per una nuova teoria degli intellettuali e delle strutture ideologiche

5. Il nemico principale in economia: il capitalismo e la società di mercato

6. Il nemico principale in politica: il liberalismo

7. Il nemico principale in filosofia: l'individualismo

8. Il nemico principale nella società: la borghesia

9. Il nemico principale in geopolitica: gli Stati Uniti d'America

10. Conclusione. Verso un radicale riorientamento gestaltico nella visione complessiva del mondo storico e politico


10. Introduzione. Sul nemico principale. Commento di una recente formulazione di Alain de Benoist


È certamente possibile dare molte definizioni diverse del concetto di “politico”. Una semplice elencazione dei significati è facile da raccogliere e da riassumere, ma in questa sede non c’è lo spazio, e neppure la necessità, di fare una lunga elencazione. Dico subito che per me il concetto di politico è inestricabilmente legato al concetto di conflitto di interessi e di visioni del mondo. Non credo alla pacificazione finale dell’umanità in una dimensione integralmente post-politica.
Si tratta di un incubo amministrativo a base positivistica, in cui la politica, diventando completamente “scienza”, muore come politica e rinasce come scienza. Un incubo. L’incubo della cosiddetta “amministrazione delle cose” (Saint-Simon, Fukuyama, Geilen, eccetera). Non c’è più storia, ma post-storia e fine della storia. Non c’è più politica, ma amministrazione scientifica della riproduzione sociale complessiva. Il peggiore degli incubi fantapolitici. Per
fortuna, un incubo fantapolitico improbabile, perché, in sede di filosofia della storia, personalmente non credo ad una transizione definitiva dall’individualismo alla comunità, oppure viceversa ad una transizione definitiva dalla comunità all’individualismo. 
 
Marx ha qui ovviamente le sue (piccole) colpe, in quanto ha fatto capire, pur non sviluppando il tema, di credere al comunismo come fine della storia, e come esito finale di una costruzione sociale definitiva basata sul binomio «a ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni», in assenza di famiglia, società civile e stato. Si tratta di un’utopia ultra-individualistica, ed è un peccato che solo pochissimi pensatori lo abbiano rilevato (Louis Dumont, eccetera). E dunque, di un’utopia due volte negativa (laddove vi sono invece utopie positive). Negativa perché pone un obiettivo politico del tutto impraticabile. E negativa perché, ammesso che sia praticabile (ma state tranquilli, non lo è!), del tutto non desiderabile, in quanto si tratterebbe di un incubo individualistico di individui sradicati da ogni appartenenza nazionale, linguistica, religiosa, eccetera, che si relazionano individualmente con una totalità astratta (ed
astratta in quanto priva di determinazioni familiari, professionali e statali), che prende in considerazione soltanto le loro capacità ed i loro bisogni. Qui la pestifera egemonia del paradigma economicistico appare ad occhio nudo, in quanto soltanto all’interno di una radicale riduzione economicista il profilo antropologico dell’uomo può essere ridotto alle sole due dimensioni delle capacità e dei bisogni. Il discorso sarebbe appena incominciato, ma lo interrompo qui. Volevo infatti soltanto sottolineare che esiste purtroppo una pestifera variante “marxista” della fine della politica e della sua integrale risoluzione in amministrazione “neutrale” delle cose, e che bisogna abbandonarla, proprio per poter in qualche modo “salvare” le componenti emancipative del pensiero di Marx.
 
Ho recentemente incontrato un vecchio amico di “sinistra”, cui ho fatto notare la pressoché totale sparizione nel mondo attuale del concetto di “nemico principale”, e del fatto che in politica è necessario saper individuare la differenza fra nemico ed avversario, fra nemico strategico ed avversario tattico, eccetera. Mi ha fatto subito virtuosamente notare che si trattava di una teoria di “destra”, proposta da quel presunto collaboratore di Hitler che era Carl Schmitt. Sono caduto dalle nuvole, di fronte simile virtuosa messa a punto. Naturalmente, ero a conoscenza della teoria di Schmitt (fra parentesi, tanto più realistica e rigorosa di quella coeva di Kelsen, del tutto indipendentemente dai giudizi politici rispettivi che se ne possono dare), ma in quel momento non pensavo affatto a Schmitt, ma pensavo invece a Marx (il nemico principale è la borghesia capitalistica), a Lenin (il nemico principale è la borghesia imperialistica del tuo stesso paese), e
soprattutto a Mao Tse Tung (teorico della distinzione fra contraddizioni principali e contraddizioni secondarie).
 
È vero che, per usare una corretta espressione di Slavoj Zizek, oggi Marx si prende soltanto “decaffeinato”, ridotto a semplice critico moralista degli eccessi liberistici e diseguali tari del capitalismo. Ma è anche vero che dovrebbero esserci limiti al pecorismo belante che ha tolto alla politica ogni contenuto di conflitto strategico. Capisco che questa operazione manipolatoria venga fatta capillarmente da politici corrotti, circo mediatico e clero universitario subalterno e sottomesso di filosofia e di scienze sociali, ma che questo indegno belare pecoresco venga
gratuitamente adottato da intellettuali marginali e poveracci è certo un segno degenerativo dei tempi in cui stiamo vivendo.
 
Per questo ho letto con estremo piacere una formulazione di Alain de Benoist contenuta nella prefazione ad una raccolta di saggi della rivista francese “Rébellion”. In questa formulazione viene messo a fuoco il problema politico principale di oggi, e per questo la riporto: «Il nemico principale è sempre quello che è insieme più nocivo e più potente. Oggi è il capitalismo e la società di mercato sul piano economico, il liberalismo sul piano politico, l’individualismo sul piano filosofico, la borghesia sul piano sociale, e gli Stati Uniti d’America sul piano geopolitico. Il nemico principale occupa il centro del dispositivo. Tutti coloro i quali, in periferia, combattono il potere del centro, dovrebbero essere solidali. Ma non lo sono. Certuni credono che la cosa più importante sia di accertare da dove si viene e da quale punto di vista si parla».
 
De Benoist paragona costoro a delle persone che, quando una casa brucia, pensano che la cosa più importante sia il chiedere i documenti ai pompieri che vengono per spegnere il fuoco. E connota costoro con il gentile e moderato appellativo di “imbecilli”, per i quali ogni tentativo di edificare un pensiero politico nuovo non può essere che “sospetto”, in quanto sospetto di contaminazione e di infiltrazione. E qui, appunto, mi permetto di sviluppare una mia interpretazione originale.
 
Nel decimo ed ultimo capitolo di questo saggio trarrò le mie personali conclusioni in proposito. Dal quinto al nono capitolo discuterò analiticamente nel merito le cinque connotazioni di De Benoist sul nemico principale, accettandole tutte nell’essenziale, ma con alcuni rilievi personali. Ma nel secondo, nel terzo e nel quarto capitolo mi permetterò di fornire una mia interpretazione originale sulla categoria di imbecillità. Ci sono infatti due tipi di imbecillità: l’imbecillità naturale ed individuale degli imbecilli, e c’è invece l’imbecillità socialmente organizzata da
gigantesche strutture ideologiche capillari. Anche l’imbecillità sociale, infatti, deve essere socialmente dedotta. Per poterlo fare, è necessario prima fare un sommario bilancio della tricentenaria filosofia politica moderna, mostrare come il cosiddetto postmoderno, anziché esserne un rinnovamento, non ne è che una provvisoria variante interna congiunturale e subalterna, ed infine mostrare che lo struzzo, l’animale caratterizzato dal mettere la testa sotto la sabbia in caso di pericolo, è l’animale totemico principale dell’attuale ceto intellettuale, uno dei
più corrotti ed inutili della millenaria storia comparata dell’umanità.

http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2009/04/Il-nemico-principale.pdf

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