L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 febbraio 2014

I ricchi per difendere i soldi hanno e continueranno sempre ad uccidere

Finalmente! L'atteso ritorno del nemico principale.
Considerazione politiche e filosofiche
di Costanzo Preve

"Nella prima metà del novecento (ed in particolare nel periodo 1919-1945) la risposta su chi è il
nemico principale del pensatore pio e politicamente corretto non sarebbe più stata l’assolutismo
monarchico anti-costituzionale, ma sarebbe stata: il nemico principale è il Fascismo, e cioè il
Male Assoluto (anche se allora questo termine religioso non si usava ancora, essendo del tutto
posteriore al 1990, e cioè in un’epoca caratterizzata dall’Antifascismo rituale e cerimoniale in
completa e conclamata assenza di fascismo). Questo richiede, ovviamente, una discussione
teorica e politica a tutto campo.

In questa sede non c’è lo spazio, e neppure la necessità, di discutere ancora una volta sulla natura politica e sociale del fascismo europeo 1919-1945, e sulle differenze e concordanze fra il caso italiano (Mussolini), tedesco (Hitler), spagnolo (Franco), eccetera. Il solo aspetto del problema veramente rilevante e decisivo sta nel fatto che il fascismo è irreversibilmente finito nel 1945, e dopo non è mai più esistito. I cosiddetti fascismi storici sopravvissuti alla sconfitta militare del 1945 perché “tenutisi fuori” dalla seconda guerra mondiale (Spagna e Portogallo), a partire dal 1947 non hanno più nulla a che vedere con il fascismo propriamente detto, perché sono stati incorporati con un ruolo subalterno all’interno della alleanza occidentale “liberale”. In quanto al kemalismo turco, alla dittatura dei colonnelli greci 1967-1974 ed al cileno Pinochet (1973), tutti questi regimi, e decine di altri ancora, non hanno assolutamente nulla a che fare con il fascismo storico, e vengono “battezzati” così per ragioni del tutto ideologiche, e non certamente storiche.

E allora, perché dopo il 1945 è stato mantenuto, ed anzi sempre più accresciuto mano a mano che ci si allontanava dal 1945, un Antifascismo rituale, sacrale e cerimoniale in assenza palese,
completa e totale dal fascismo? Si tratta di uno dei problemi di filosofia politica più importanti in senso assoluto del novecento, e qui non potrò che accennarne rapidamente. Primo, il liberalismo capitalistico è una delle forme più amorali, immorali ed oscene della convivenza umana, dal momento che ha come unico parametro di riconoscimento sociale la ricchezza privata, ed allora ha bisogno di una serie di ideologie di legittimazione etica integrativa, la principale delle quali in Europa Occidentale è stata storicamente quella degli “immortali valori dell’antifascismo”. Lo stesso movimento comunista in Europa Occidentale li ha adottati come riferimento ideologico fondamentale, non accorgendosi che in questo modo segava lo stesso ramo in cui era seduto, perché sarebbero bastati solo due o tre “passaggi ideologici” per far passare il comunismo come un totalitarismo, e quindi come un fascismo rosso, indistinguibile dal fascismo nero. Ma qui si ha un ennesimo esempio di un fattore dimenticato dal materialismo storico, e cioè il ruolo decisivo dell’imbecillità umana nella storia. Secondo, il mantenimento destoricizzato di un antifascismo in assenza totale di fascismo (defunto nel 1945) permetteva appunto la creazione di un clima culturale di destoricizzazione integrale, adatto alla natura nichilistica ed astorica del dominio capitalistico realizzato. Ridotto il fascismo ad una sorta di maschera multiuso si poteva applicarla a chi si voleva. In Italia la maschera di “fascismo” fu volta a volta applicata a De Gasperi, Scelba, Andreotti, Fanfani, Craxi, Berlusconi, eccetera, ma il vero inizio di questa tecnica fu Nasser, chiamato “fascista” perché antisionista, cui seguirono poi personaggi a piacere (Milosevic, Saddam Hussein, i generali birmani e sudanesi, eccetera). Chi, pur coltivando onorevoli sentimenti politici antifascisti retroattivi (come è del resto il mio stesso caso) non ha ancora capito il ruolo ideologico di mistificazione e di oscuramento attuale del Fascismo come Male Assoluto (1) e come Nemico Principale (2) dovrebbe essere sconsigliato di occuparsi di storia e di politica, dal momento che ci sono argomenti interessantissimi nel meraviglioso mondo della natura.

Per coloro che non si fanno acchiappare dai nemici principali dell’assolutismo, del fascismo, del fondamentalismo religioso, eccetera, e che richiedono pietanze simbolicamente più sostanziose, il nemico principale è oggi il Violatore dei Diritti Umani, da portare possibilmente in giudizio, modello Norimberga. C’è però un piccolo particolare, e cioè che, in assenza di un’univoca sentenza divina  erga omnes, chi decide quali siano i diritti umani violati non sono giudici imparziali venuti da altri pianeti, ma sono le parti in causa più potentemente armate. E quindi gli USA nel 1999 (Kosovo) e nel 2003 (Iraq) non hanno violato i diritti umani, anche se è palese che hanno invaso ed assassinato in base a menzogne totali (un’inesistente genocidio nel 1999, un’inesistente presenza di armi di distruzione di massa nel 2003), mentre invece i capi di stati piccoli e militarmente deboli lo hanno fatto (Serbia, Iran, Birmania, Sudan, Corea del Nord, eccetera). Ora la cosa è talmente oscena e vergognosa che soltanto una condizione di
sottomissione morale e culturale può spiegarla, e questo verrà discusso più ampiamente nel nono capitolo.

Il liberalismo resta quindi il nemico principale. Questo non significa, ovviamente, che alcuni
suoi “valori” promossi nella prima fase della sua storia (libertà di opinione, di stampa, di
religione, eccetera) non siano tuttora buoni, e non meritino di essere conservati, sviluppati, difesi e tutelati. Ma quando si parla oggi di critica al liberalismo non si intende affermare l’irrilevanza di questi ”valori”, che peraltro si concretizzano sempre e soltanto in forme oligarchiche (pensiamo a Sky-Tv, Fox-Tv, eccetera). Si intende invece l’attuale involucro politico della forma attuale di dominio capitalistico della società di mercato integrale. È questo il nemico principale.
Tutti gli altri, ammesso che ci siano, sono del tutto secondari".


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