L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 aprile 2014

la Germania piena di contraddizioni sarà la protagonista x l'implosione dell'euro

12/04/2014

Perché il modello tedesco è dannoso per l’Europa

Nociva la crescita basata su bassi salari e super export. Dibattito intorno al libro della Szarvas

«Qual è la colpa dei tedeschi? Aver generato una riforma che ha tolto dal centro del mercato del lavoro 7 milioni di persone, destinate a lavori a bassissimo salario. Ma è questa la ragione della concorrenzialità tedesca?».
 
Nei tempi in cui si discute di Jobs Act, contratto unico, flessibilità, e mentre riecheggia sempre più spesso l’idea «Riforme Schroder uguale modello per il sistema Italia in crisi» (e non solo), l'economista Marcello De Cecco, professore di Applied Economics alla Luiss, si fa domande e si dà risposte, e in poche battute mette a fuoco la questione: «Non è la creazione di posti di lavoro da fame a far crescere un Paese, perché questo abbassa solo i consumi interni. No, la concorrenza della Germania è quella fatta spostando la produzione nelle aziende di Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, 30 km di distanza e manodopera qualificata per cinque soldi. Ed è quella fatta con ampi investimenti nella ricerca e in strutture, come i Fraunhofer Instituten, che conducono ricerca applicata e fanno da ponte tra ricerca di base e aziende», aumentati ancora di più negli ultimi 15 anni».
«Che poi - continua De Cecco - non ha nessun senso dire “portiamo in Italia la riforma Schroder” perché già ci sta, e pure peggio. Prenda lo stipendio di un operaio qualificato Fiat e lo confronti con uno della Volkswagen: non c’è paragone, i nostri operai al confronto fanno la fame. La prima fascia dei nostri lavoratori guadagna la metà rispetto ai tedeschi. E i prezzi delle merci sono gli stessi nei due Paesi. Il mercato secondario, quello a basso reddito, è già uguale alla Germania, se si considera anche il lavoro nero».
Cosa è diventata la Germania a circa 10 anni dall’introduzione dall’Agenda 2010 di Schroder, lo abbiamo raccontato pochi giorni fa con questo articolo e le sue infografiche. Lì, abbiamo mostrato come dietro ai dati positivi di disoccupazione (la più bassa d’Europa) e crescita del Pil (sopra la media Ue27), esistono anche i dati della disuguaglianza (aumentata) e della povertà (il 22,8 % dei lavoratori tedeschi è a basso reddito, il 16,1% della popolazione è a rischio povertà). Numeri raccolti dalla giornalista Patricia Szarvas nel suo ultimo libro Ricca Germania poveri tedeschi che alla solidità platealmente proclamata del mercato del lavoro tedesco, ha contrapposto una fascia, ampia, di fragilità. 
Una fragilità non priva di rischi.
Proprio mentre mettevamo in pagina quei dati, il Governo Merkel ha annunciato in grande stile l’introduzione di un salario minimo a 8,50 euro/ora, tema forte della campagna elettorale dei socialisti ora al governo con Merkel. Il Ddl ha avuto grande eco sui giornali internazionali, che lo hanno salutato come il miglioramento delle sorti di quel 22,8% di lavoratori a basso salario- circa 7 milioni di tedeschi - esclusi dalla ricchezza e dai numeri mirabolanti creati dal Paese in questi anni, pur essendone gli artefici
Ma è davvero così? Può un salario minimo di 8,50 euro/ora migliorare le condizioni dei lavoratori nel Paese in cui la soglia che definisce il basso reddito è di 9,14 euro/ora? Può la Germania correggere in questo modo la fragilità che si porta in seno? E' un tema molto interessante che riguarda in fondo tutta l'Europa.
Marcello De Cecco la butta sul ridere: «È successo che i socialisti (la Spd, ndr) sono andati da Merkel e le hanno detto: “Noi abbiamo dichiarato che i meridionali d’Europa sono brutta gente, ora voi dateci questi 8,50 euro di salario minimo e facciamoci la coalizione di governo”. Ma 8,50 non sono sufficienti, è una mossa elettorale dei socialisti. È come quei genitori che ti dicono: “Eccoti 1000 lire, e non te le spendere tutte, metti dei soldi da parte”».  
La giornalista Patricia Szarvas è d’accordo nel considerarla una misura insufficiente, ma ci vede anche un primo passo avanti, utile almeno per migliorare la condizione di quei lavoratori che oggi prendono 7 euro, 5 euro, addirittura 2 euro all’ora (i circa 7 milioni di persone che citava De Cecco) e vivono in aree in cui il costo della vita magari è un po’ più basso di Berlino o Francoforte». 
Così anche Giulio Sapelli, storico ed economista italiano, che vede nelle riforme Hartz e Schroder di 10 anni fa «un colossale errore», «l’inizio della decadenza tedesca». Per due motivi precisi: «l’aumento della produttività non si ottiene con l’abbassamento del costo del lavoro. Il plusvalore non si crea così, ma con le eccellenze tedesche: «apprendistato ottimo, istruzione formidabile, merci che “non si vendono ma si acquistano”». Tutti elementi, questi, che per Sapelli sono ora ad alto rischio. E in secondo luogo, il modello tedesco del lavoro introdotto a inizio Duemila «sta distruggendo la domanda interna dei consumi, creando uno sbilanciamento tra mercato interno minimo e surplus commerciale enorme».
Proprio per questo, afferma Sapelli, «Credo che l’introduzione di un salario minimo in Germania sia un buon passo, nonostante vada contro la mia ostilità di fondo a un eccessivo coinvolgimento dello Stato nella regolazione del mercato del lavoro» (Sapelli si dice a favore della contrattazione diretta tra singola impresa e sindacato, «senza paura di dialogare», pur garantendo una base comune di regole). Anzi, aggiunge «Farebbe bene anche all’Italia, perché è assurda l’idea che la liberalizzazione crea occupazione. E invece alle pmi italiane, quelle dove il sindacato non c’è, il salario minimo farebbe proprio bene, e non è escluso che possa trovare anche il consenso del mondo artigiano»
Il punto chiave, insomma, è per tutti lo stesso: un Paese che tiene in pancia così tanti milioni di poveri e atipici si espone ad ampi rischi e apre molte questioni
Uno. Mentre molti economisti, sulla scia di uno studio pubblicato da Deutsche Bank lo scorso novembre, ritengono che fissare un salario minimo porterà alla perdita di molti posti di lavoro (la Deutsche parla di 1 milione), Patricia Szarvas vede nel salario minimo la strada per fare «un po’ di pulizia» tra quelle aziende che finora sono sopravvissute solo grazie ai sussidi statali, sussidi utili infatti a integrare gli stipendi dei lavoratori assunti a bassa retribuzione (questa l’idea di fondo delle riforme Schroder). «È il modo per creare una economia più genuina, solida, di lungo termine permettendo solo alle imprese capaci di dare stipendi solidi di rimanere vive». 

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