L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 maggio 2014

la lista Tsipras è un falso ideologico. Il Pd al governo precarizza il lavoro e non lo crea.

alternative

La Renzeconomics alla prova dei fatti

di Alfonso Gianni

Renzi Berlusconi MoscaIn un libriccino assai denso di un paio di anni fa, dedicato a Edoarda Masi e Lucio Magri, scomparsi in quel periodo, (1) Riccardo Bellofiore tornava su uno dei suoi temi preferiti, la definizione di “social-liberismo” con queste parole su cui vale la pena di riflettere: “Il social-liberismo è, per certi aspetti, una impostazione ben più liberista del neoliberismo. Lo è, per esempio, nella sua mitologia della concorrenza come regolatore dei monopoli, per quel che riguarda i mercati dei beni e dei servizi. E si è mostrato ben più affezionato agli equilibri del bilancio pubblico – per ragioni certo discutibili, ma meno banali di quelle che gli sono state spesso attribuite dalla sinistra. Ha, d’altro canto, una sua anima sociale, il social-liberismo. Vorrebbe piegare la globalizzazione e la finanza regolate ad una qualche redistribuzione universalistica. Peccato che quella redistribuzione regolarmente svanisca all’orizzonte quando si arriva al governo, per l’ossessione di ripristinare gli equilibri del bilancio pubblico, che sono stati appunto mandati in rosso dai neoliberisti. Così, quando si va al governo la redistribuzione scompare dall’agenda, rimangono i tagli e le politiche di flessibilizzazione e ci si avvita in un ciclo economico e politico sempre più perverso, sino ad una soglia di non ritorno. Per questo, paradossalmente, l’anima sociale del social-liberismo finisce con l’essere più dannosa della sua anima liberista. Che vuole liberalizzare per riregolamentare”.

Non poteva mancare, poi, una critica aspra alla sinistra radicale, considerata semplicemente “una copia radicalizzata del social-liberismo”, ragione per cui “l’egemonia del social-liberismo non è mai stata davvero messa in questione”. Lasciando per ora da parte questo ultimo giudizio, su cui tornerò alla fine, si deve riconoscere all’autore una certa preveggenza. Infatti queste parole sono state scritte prima che le camere votassero definitivamente la messa in Costituzione dell’obbligo del pareggio di Bilancio, anche se ovviamente della cosa si discuteva da tempo, andando ben al di là di quelli che erano i diktat europei. Ma non a caso il referendum, che sarebbe stato praticamente obbligatorio se in seconda lettura non si fosse raggiunta la maggioranza dei due terzi, è stato evitato proprio grazie all’ostinazione degna di miglior causa del Partito democratico. Allo stesso tempo, fermo restando che ogni definizione è una limitazione, quella di social-liberismo ha una sua intrinseca fragilità, poiché spesso nella pratica esso è indistinguibile dal neoliberismo e molto dipende dalla collocazione governativa della forza che lo propugna.

Il social-liberismo al tempo di Renzi
Tuttavia la citazione fin qui fatta non è ovviamente innocente. Ci è utile per giudicare più nel profondo il lato economico e sociale della politica del nuovo governo Renzi, a distinguerla rispetto a quelle classiche in senso neoliberista, a stabilire una maggiore somiglianza con la definizione di social-liberismo sopra riportata e infine a soppesare le contraddizioni pratiche in cui incappa il suo tentativo di implementazione.
Per farlo eviterò di prendere in considerazione il discorso con cui il nuovo Presidente del Consiglio ha ottenuto la fiducia delle Camere, sia per la sua sostanziale e persino irritante inconsistenza, sia perché in ogni caso è giusto giudicarlo sulla base degli atti di governo effettivamente prodotti. Che, finora, dal punto di vista legislativo, si riducono, in campo economico, solo a due, anche se di notevole peso e significato: il Documento di economia e finanza (Def) e il decreto 34/2014 presentato dal ministro del lavoro Poletti.
Guardando soprattutto al secondo, che cronologicamente è giunto prima, e malgrado la limitatezza tematica del provvedimento, si ha una buona visione del cambio di passo che contraddistingue il governo Renzi da quelli postberlusconiani che l’hanno preceduto. E si comprende anche la ragione per cui quel provvedimento è stato bene accolto dalle cancellerie dei maggiori paesi europei visitati da Matteo Renzi.
Le classi e le élite dominanti nella Ue, delle quali Renzi aspira, dal suo punto di vista con ragione, a fare parte, si sono infatti accorte da tempo che la finzione della “austerità espansiva” aveva fatto il suo tempo ed era diventata uno slogan molto logoro e niente affatto convincente. Ci hanno pensato le varie statistiche ufficiali a seppellirlo. Infatti l’Europa ha oggi 27 milioni di disoccupati. Nella sola zona euro questi sono 19 milioni, oltre 7 in più rispetto al 2008, con un aumento senza precedenti dal secondo dopoguerra. Né sono all’orizzonte, permanendo le attuali politiche, inversioni di tendenza in questo campo. Aumentano le disuguaglianze tra gli stati membri, con una differenza di quasi 23 punti percentuali nel tasso di disoccupazione tra il livello più basso (Austria) e quello più elevato (Spagna e Grecia). Il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è salito a 124,5 milioni nel 2012, il 24,8% della popolazione europea. L’Italia con il 29,9% è seconda solo alla Grecia nella zona euro. Mentre per quanto riguarda le previsioni di crescita per l’anno futuro l’Italia si colloca agli ultimissimi posti, non distante dal fanalino di coda Cipro. Tutti gli indicatori economici dimostrano quindi che la situazione è peggiore del periodo immediatamente successivo alla grande crisi del 1929, quando sette anni dopo era in atto persino nel nostro paese una ripresa, poi stroncata dallo scoppio della seconda guerra mondiale.
Se dunque l’austerità espansiva ha prodotto questi effetti così disastrosi, c’è la necessità di inventare qualche cosa d’altro, dal momento che di assumere linee di politica economica anticiclica nella Ue non se ne parla neppure.
Ecco dunque sbucare una nuova illusionistica parola d’ordine, quella della “precarietà espansiva”. Si tratta di dare un colpo definitivo a ciò che resta dei diritti e dei vincoli – a seconda del punto di vista dal quale li si guarda – esistenti e resistenti sul mercato del lavoro e questo darebbe per incanto forza a quei borbottii di fondo che alcuni economisti compiacenti scambiano per segnali di un’imminente ripresa. Gli “spiriti animali” del capitalismo imprenditoriale tornerebbero ad animarsi e una nuova “distruzione creatrice” sarebbe alle porte. Questa sarebbe la riforma strutturale che più o meno direttamente ci chiede l’Europa e su cui indubbiamente il governo Renzi ha mostrato di porsi con spavalderia alla avanguardia.

La linea della precarietà espansiva e il decreto Poletti
Il decreto Poletti interviene sia sui contratti a termine sia su quelli di apprendistato. In entrambi i casi in modo devastante. Nella sostanza, nel primo caso vien fatta sparire ogni causale per l’assunzione a tempo determinato, anche se puramente di comodo, come indubbiamente erano “le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro” , clausole a maglie molto larghe stabilite dal Dlgs 368/2001. Si permette invece “l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe”, norma che viene estesa anche ai contratti interinali.
Ma i trentasei mesi qui previsti sono piuttosto il limite minimo anziché quello massimo, dal momento che tale limite è superabile per alcune categorie di lavoratori e per tutti qualora intervengano esplicite deroghe all’interno di “contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale”. La famosa contrattazione in peius. Ma non è finita. Il testo del decreto stabilisce che si possono assumere lavoratori con contratto a termine solo entro un tetto del 20% sul complesso dei lavoratori occupati in azienda. La norma in questo caso interviene peggiorando l’esito della contrattazione che già prevedeva un tetto ma in misura inferiore (in media il 10-15% dell’organico) e che peraltro non ha funzionato per la mancanza assoluta di trasparenza sui dati e quindi per l’assenza di controlli.
Non sono dunque bastati i 12 interventi normativi che hanno insistito sulla materia dal 2001 ad oggi. Non importa che la Corte Costituzionale avesse già respinto un quesito di un referendum indetto per liberalizzare il contratto a termine con una sentenza, la 41/2000, che merita di essere ricordata, proprio perché questa, nel ritenere inammissibile quel quesito, faceva riferimento al contrasto che si sarebbe creato con la direttiva 1999/70/CE del Consiglio dell’Unione europea la quale riteneva indispensabili ragioni oggettive che consigliassero l’accensione di contratti a termine, in luogo di contratti a tempo indeterminato, nonché la loro rinnovazione. Per la Corte la liberalizzazione totale dei contratti a termine avrebbe quindi comportato “non una mera modifica della tutela richiesta dalla direttiva, ma una radicale carenza di garanzie in frontale contrasto con la lettera e lo spirito della direttiva suddetta, che neppure nel suo contenuto minimo essenziale risulterebbe più rispettata”.
Il governo spera che privando completamente di protezione, di formazione e di diritti i giovani e gli oltre tre milioni di disoccupati come per incanto le imprese tornino ad assumere. Finge di non rendersi conto che in Italia da diversi anni la crescita del Pil è assai più bassa della media europea, mentre le ore lavorate per ogni singolo lavoratore sono altissime. Ad esempio in Germania sono 1400 all’anno, in Italia 1800. L’intensificazione dello sfruttamento di pochi e la disoccupazione e la precarizzazione di molti non fa ripartire l’economia. Il tasso di variazione del lavoro temporaneo in Italia, tra il 1990 e il 2012, è del 164%, contro una media europea del 34,5%. La stessa Irlanda, un altro dei paesi PIIGS, ha avuto un tasso di crescita del 19.7%. Si può e si deve osservare che in Italia nel 1990 la presenza di lavoro temporaneo era inferiore che in altri paesi – anche se eravamo nel momento del boom dei contratti di formazione-lavoro – e quindi il tasso di variazione è più alto perché parte da livelli inferiori, ma ciò non toglie che ha fatto balzi da gigante, mentre la nostra economia ha continuato a deperire, non malgrado, ma anche grazie, seppure non esclusivamente, alla liberalizzazione e alla precarizzazione nel mercato del lavoro.
Ebbene, malgrado tutto questo, il Ministro del Lavoro può scrivere con malcelato orgoglio, nella sua relazione di accompagnamento del disegno di legge di conversione del decreto legge, che dal 21 marzo 2014 in Italia non è più “richiesto il requisito della cosiddetta ‘causalità’, consentendo in tal modo al datore di lavoro di potere instaurare sempre rapporti di lavoro a tempo determinato senza causale”. Con quel “sempre” il governo Renzi ci dice che finalmente si pone fine a qualsivoglia finzione giuridica sul primato del contratto di lavoro a tempo indeterminato nel nostro paese. La missione precarizzazione totale e perpetua è compiuta. La stessa normativa europea è violata e perciò trova pieno fondamento la denuncia avanzata alla Commissione delle Comunità Europee dello Stato italiano nella persona del suo Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi da parte dell’Associazione dei Giuristi Democratici per violazione/inadempimento del diritto comunitario.
La stessa logica distruttiva di ogni garanzia pervade anche la parte del decreto dedicata all’apprendistato. Qui si toglie l’obbligo della forma scritta del piano formativo individuale, aprendo quindi il varco all’elusione totale della formazione. Viene abrogata la norma che prevedeva che l’assunzione di nuovi apprendisti potesse avvenire solo se nei tre anni precedenti almeno il 50% degli apprendisti in forza presso lo stesso datore di lavoro fossero stati assunti definitivamente. Infine il decreto stabilisce che “al lavoratore è riconosciuta una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate nonché delle ore di formazione nella misura del 35% del relativo monte ore complessivo”. In sostanza il contenuto specifico del rapporto di lavoro di apprendistato viene svuotato. Il datore di lavoro vede invece accresciute le sue convenienze, dal momento che può retribuire il lavoratore con solo il 65% dello stipendio dovuto e nello stesso tempo continua a scaricare quasi l’intero peso della contribuzione previdenziale ed assicurativa sulle spalle dello Stato. Anche questa nuova norma è del tutto al di fuori della normativa comunitaria, poiché non si presenta come finalizzata alla creazione netta di nuovi posti di lavoro, ma casomai allo scambio tra occupazione stabile e occupazione precaria.

Gli 80 euro in busta paga
Rifacendosi alla definizione dalla quale siamo partiti, si può affermare che l’azione del governo Renzi rientri perfettamente in quella logica che spinge quella certa “anima sociale” del social-liberismo ad opacizzarsi non poco, se non del tutto, quando assume responsabilità di governo. Ma, mentre si calca la mano sulle controriforme strutturali, come questa sul lavoro, si cerca di recuperare consenso giocando la carta della redistribuzione. Ecco quindi comparire la mossa degli 80 euro in busta paga. Una “quattordicesima preelettorale” si è giustamente detto, dal momento che questa non è una misura strutturale, ma pur sempre una cifra che nemmeno un rinnovo contrattuale è riuscito a dare da tempo immemorabile. Quindi una mossa da non sottovalutare e che va vista da vicino nelle sue modalità di realizzazione.
Sarebbe del tutto sbagliato infatti limitare la critica al provvedimento renziano – peraltro ancora da materializzarsi al momento della chiusura di questo articolo – al fatto che esso lascia scoperti i precari, i disoccupati, gli anziani, gli incapienti. Tutte cose indubbiamente vere. Ma c’è dell’altro. Da dove vengono le risorse per garantire questi 80 euro in busta paga? Ed è qui che l’”anima sociale” del social-liberismo renziano torna ad essere più evanescente che reale.
La domanda sulle coperture finanziarie del provvedimento annunciato degli 80 euro in busta paga è tutt’altro che tecnica. E’ invece decisiva per valutare se tale misura ottiene effettivamente risultati redistributivi della ricchezza verso il basso, se quindi la realtà corrisponde alla propaganda, e se determina effetti espansivi per l’economia nel suo complesso.

Il Documento di economia e finanza
Già a un primo esame del Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Consiglio dei ministri l’8 aprile, la propaganda renziana risulta assai vacillante. Si promette che il decreto relativo alla correzione dell’Irpef arriverà alla fine della seconda decade di aprile, in modo da garantire gli 80 euro nella busta paga di maggio. In questo modo Renzi spera in un ritorno elettorale non da poco nelle elezioni europee e amministrative del 25 maggio. Il costo dell’operazione è stimato in 6,6 miliardi. Se calcolati lungo un intero anno si tratta di 10 miliardi. Le coperture sono previste solo per la parte dell’anno che manca. Si conta di potere fare giungere dalla spending review del commissario Cottarelli 4,5 miliardi, e questi dovranno essere strutturali, poiché i tagli previsti sono presentati come definitivi; un altro miliardo dovrebbe giungere dall’incremento dell’aliquota al 26% sulle plusvalenze che le banche realizzeranno a seguito della rivalutazione delle loro quote gentilmente concessa in Bankitalia dal precedente governo Letta; il resto è legato ai maggiori introiti dell’Iva generati dal pagamento di circa 40 miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione.
Il punto dolente in questo questo quadro è ovviamente rappresentato dalla spending review. Come verrà fatta? Come e da dove verranno estratti i 4,5 miliardi previsti? Qui spesso Renzi è intervenuto per tacitare le imprudenti dichiarazioni di Cottarelli sul taglio di ben 85mila posti di lavoro nella Pubblica amministrazione nel giro di tre anni. “Decido io!” ha ripetuto Renzi, ma simile esternazione di decisionismo, pur coerente con il profilo del personaggio, non ha tranquillizzato proprio nessuno, neppure i troppo placidi sindacati. In ogni caso, per l’immediato, saranno il pubblico impiego e la sanità ad offrire il maggiore contributo. Il Servizio sanitario nazionale verrà taglieggiato per cifre che oscillano fra uno o due miliardi. Il pubblico impiego, oltre alla misura del tetto dei manager (che riproduce in modo più generoso quella già decisa dal secondo governo Prodi, con eccezione delle società quotate in Borsa, e che venne elusa dai governi successivi), subirà tagli negli stipendi per almeno un altro miliardo. Va ricordato che in questo settore i contratti non vengono rinnovati dal 2010 e che il numero dei dipendenti, come dice il Def, è già in sensibile diminuzione negli ultimi anni; altri 800 milioni deriveranno da tagli lineari di acquisti in tutte le amministrazioni; infine 600 milioni di risparmi dovrebbero giungere dalla Difesa, ma più in termini di riduzione di nuovi arruolamenti che non di acquisti di sistemi d’arma.
Conviene ora guardare anche alla questione Irap, punto nodale della strategia renziana di accontentare tutti, padroni e operai, in modo da fare sparire nei fatti ogni discriminante fra destra e sinistra. Il Presidente del Consiglio conferma un taglio del 10% dell’Irap, probabilmente finanziata con l’aumento dell’aliquota della tassazione delle rendite finanziarie, esclusi i titoli di Stato. Ma qui i conti davvero non tornano: la previsione governativa del costo del taglio della tassa si aggira sui 2,4 miliardi, ma la Ragioneria stima che il gettito della prevista copertura non supererà 1,4 miliardi. Un miliardo che balla dunque e che si aggiunge ad altri che muovono la stampa più informata a prevedere una nuova manovra correttiva del governo nei prossimi mesi attorno ai 4-5 miliardi.
Certo, il governo rilancia alla grande la politica delle privatizzazioni, quindi della vendita delle partecipazioni del Tesoro nelle società che contano, come Fincantieri o Eni, con la conseguenza prevedibile che ciò che si incassa oggi, lo si perde moltiplicato per molte volte poi, in termini di diversi milioni di euro all’anno di mancati o minori dividendi. La classica operazione a perdere della vendita dei gioielli di famiglia. Intanto nel Def viene scritto che queste frutteranno 12 miliardi di euro l’anno dal 2014 al 2018, previsione del tutto opinabile poiché non si fonda su alcuna base neppure probabilistica dotata di un minimo di attendibilità.
Il Def dipinge il futuro dell’Italia come destinato ad una progressiva e irresistibile ripresa. Ma questa sì è solo propaganda, che non poteva mancare in una elite di governo per la quale l’apparire conta più dell’essere, ma che non regge neppure nell’immediato. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha già fatto sapere che le previsioni ottimistiche sulla crescita italiana non sono credibili a causa della pesante disoccupazione che la affligge. Salvo poi approvare la precarizzazione totale come soluzione salvifica.
Del resto, per tornare sulla questione degli 80 euro, non bisogna dimenticare gli effetti prodotti dalle nuove forme di tassazione introdotte dal passato governo Letta. Queste probabilmente si mangeranno nei prossimi otto mesi oltre il 40 per cento del bonus degli 80 euro previsti dal governo Renzi. Se con una mano il contribuente beneficerà dell’aumento mensile con l’altra dovrà tirare fuori 35 euro in più al mese rispetto allo scorso anno, tra l’introduzione della Tasi e le addizionali Irpef regionali.
Circola uno studio della Uil – malgrado l’entusiasmo filogovernativo del suo segretario generale – che prende in esame il lavoratore medio dipendente, quello insomma che beneficerà del bonus, che guadagna 18 mila euro lordi l’anno e ha una casa di proprietà in una zona semiperiferica (2). Una condizione modesta e alquanto diffusa, che gli consente di entrare in pieno nel target del governo e di beneficiare del bonus, che con ogni probabilità verrà esposto alle voracità dei Comuni, molti dei quali stanno mettendo in atto aumenti della Tasi e addizionali e delle Regioni che sono costrette a ricorrere al rincaro delle aliquote. Calcolando la spesa sull’intero anno si scopre che il lavoratore dipendente medio si troverà in tasca 640 euro in più ai quali però dovrà sottrarre 278 euro (Tasi più addizionali comunali Irpef) per un totale di 362 euro. Ciò significa la riduzione al 56% dei benefici. Il guadagno in busta paga, dunque, in realtà si dimezzerebbe.
Da tutto quanto fin qui detto gli effetti redistributivi verso il basso del bonus degli 80 euro escono del tutto ridimensionati, sia perché la loro realizzazione comporta perdita di posti di lavoro, in particolare nel settore pubblico, e diminuzione della quantità e della qualità dei servizi – quindi un crollo del cosiddetto “salario indiretto” come si sarebbe detto una volta -, sia perché quasi la metà di quel bonus verrà subito rimangiata dalla presenza di nuove tassazioni.

La manovra di governo ha un valore espansivo o recessivo?
Per quanto riguarda gli affetti espansivi sull’economia dei provvedimenti economici assunti del governo, è quest’ultimo ad invitare alla prudenza. La stima di una crescita nel 2014 del Pil dello 0,8% – che non appare credibile, come abbiamo già detto, ad autorevoli organi internazionali da cui dipende il giudizio sullo stato del nostro paese sui mercati internazionali – che gradualmente raggiungerebbe l’1,9% nel 2018, anche qualora si realizzasse, non sarebbe davvero esaltante.
Come giustamente osserva Alberto Quadro Curzio sul Sole24Ore (3) un simile calcolo stabilisce una media annua dell’1,48%. Siamo molto lontani rispetto alle valutazioni in base alle quali saremmo in grado di sopportare i pesanti vincoli del fiscal compact, che entra in vigore nel 2016, se solo raggiungessimo e magari superassimo una crescita annua del 3%, come ci hanno rassicurato finora i teorici della austerità espansiva di casa nostra, Pd in testa. Non solo, ma se consideriamo il quinquennio 2009-2013, lungo il quale siamo calati in media dell’1,54% all’anno, arriveremo al 2018 nel modo descritto dal Def senza avere recuperato le perdite di Pil dovute alla attuale crisi economica, ma attestandoci al massimo ai livelli del quinquennio 1999-2003. Il confronto con il resto dell’Eurozona non ci conforta. La crescita media prevista per il biennio 2014-15 è infatti dell’1,5%, mentre la nostra si attesterebbe all’1%. Naturalmente il Def non prevede alcun miglioramento dell’occupazione, confermando per l’ennesima volta che, se ripresina ci sarà, si tratterà comunque di una mini jobless recovery.
Insomma effetti espansivi non se ne vedono dalla manovra del governo. Anzi. Non c’è da stupirsi poiché la buona teoria economica ci insegna che le riduzioni della pressione fiscale finanziate da tagli di pari importo della spesa pubblica hanno di norma effetti recessivi. Del resto vi è uno studio del Fmi risalente al luglio 2012 che dice, facendo riferimento esplicito al caso italiano, che un taglio ipotetico della spesa pubblica per 10 miliardi di euro determinerebbe una contrazione del Pil di ben 15 miliardi, mentre una riduzione della pressione fiscale di 10 miliardi non porterebbe ad un aumento del Pil superiore ai 2 miliardi (4). In altre parole gli effetti espansivi dell’aumento della spesa pubblica, ovviamente fatta con criteri mirati ed innovativi, sono comunque sensibilmente superiori dal punto di vista degli stimoli all’economia di quanto non lo siano le riduzioni della pressione fiscale, che non si traduce mai interamente in nuovi consumi, e viceversa.
Quindi il governo avrebbe dovuto finanziare la misura degli 80 euro in deficit, se avesse voluto compiere una vera manovra anticiclica e dare un autentico sollievo sociale ai redditi più bassi. Ma così non avviene, visti l’erosione a causa di nuove tasse di quella cifra, le modalità della copertura che fa sì che mentre da una parte si dà, dall’altra si toglie, e il fatto che Renzi non ha nessuna intenzione di battere i minacciati pugni sul tavolo, cioè di accrescere il deficit dal 2,6 al 3%. Per tutte queste ragioni il social-liberismo renziano appare sbiadito fin dall’inizio del suo esercizio e la manovra ha giusto il fiato di scavallare l’appuntamento elettorale confidando anche sul buon momento di consensi che il nuovo leader ha fin qui capitalizzato.

La necessaria e difficile ricostruzione della sinistra
Ma questo non dovrebbe rassicurare affatto la sinistra di opposizione. Quella che oggi si raccoglie, in occasione al prossimo appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, attorno alla lista L’altra Europa con Tsipras e che, in caso di superamento del quorum, potrebbe diventare finalmente un punto di ricostruzione di una sinistra degna di questo nome nel nostro paese, oltre che portare il suo contributo in Europa. La condizione è che comprenda fino in fondo che la partita non si gioca solo sul terreno della redistribuzione della ricchezza prodotta per via fiscale, sul quale, malgrado tutti i limiti fin qui evidenziati, il governo Renzi comanda il gioco e distribuisce le carte, quanto su quello della ripartizione fra capitale e lavoro, ovvero di quanto va al profitto e quanto al salario, ovvero, come si sarebbe detto tempo addietro, sul piano dei rapporti di classe e di potere là dove questi si formano, prendono le mosse e informano di sé tutta la società
E’ evidente che un simile compito non può essere assunto solo sul terreno di azione proprio di una forza politica, anche se fosse consistente, estesa e ramificata, il che non è in ogni caso e non sarà per notevole tempo ancora, anche qualora gli esiti del 25 maggio ponessero fine alla lunga serie di sconfitte della sinistra radicale. Ci vuole un sindacato che riacquisti autorità e potere sulla questione salariale, su quelle della prestazione lavorativa, sulle normative in termini di assunzioni e di mercato del lavoro. L’investimento di speranza fatto sulla Fiom è esattamente questo. Infatti il ruolo politico del sindacato – di cui si è tanto parlato negli anni settanta e che è stato tanta parte del “caso italiano” – privato di questa forza contrattuale si rovescia nel suo contrario. Da elemento di contestazione delle politiche economiche dominanti a elemento subordinato nel governo allargato dell’economia. Paradossalmente il decisionismo renziano che scavalca da destra ogni pratica concertativa, potrebbe essere l’occasione affinché il sindacato ricostruisca le sue ragioni d’essere, la sua mission, e rilanci una propria capacità di conflittualità, sul terreno europeo e non solo nazionale.

Note
1) Riccardo Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra, Asterios editore, Trieste, gennaio 2012
2) Lo studio citato è a cura della Uil Servizio Politiche Territoriali reperibile sul sito della Uil
3) Editoriale de IL Sole24Ore del 10 aprile 2014
4) In N.Batini, G. Callegari e G. Melina, Successful Austerity in United States, Europe and Japan, IMF Working Paper, July 2012

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