L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 maggio 2014

NoTav è il Sistema delle Mafie che ha inquinato lotte decennali di difesa dell'identità e territorio

No Tav: la Cassazione smentisce la Procura. Di Livio Pepino


Giustizia. Le norme che prevedono l’attentato per finalità di terrorismo sono state erroneamente interpretate e mal applicate. Ora il processo in Assise potrà essere più sereno 
La Cas­sa­zione si è, dun­que, pro­nun­ciata sulla misura cau­te­lare emessa il 5 dicem­bre 2013 nei con­fronti di quat­tro atti­vi­sti No Tav per i delitti di «atten­tato per fina­lità di ter­ro­ri­smo» e «atti di ter­ro­ri­smo» ai sensi degli arti­coli 280 e 280 bis codice penale. E ha annul­lato l’ordinanza, smen­tendo in modo uni­voco l’impostazione della pro­cura della Repub­blica di Torino e dei giu­dici della cautela.
Per una valu­ta­zione più com­piuta è neces­sa­rio atten­dere il depo­sito della moti­va­zione, che dovrà inter­ve­nire entro trenta giorni. Ma una cosa è chiara da subito. Secondo la Cas­sa­zione la strut­tura e/o la moti­va­zione della misura cau­te­lare erano ina­de­guate, cioè tec­ni­ca­mente “ingiu­ste”. C’è, nelle prime dichia­ra­zioni degli ambienti giu­di­ziari e nei com­menti dei media main­stream (da sem­pre uffici stampa degli inqui­renti), il ten­ta­tivo di mini­miz­zare, adom­brando che l’annullamento sia con­se­guenza di sem­plici errori for­mali. Non è così. La natura del prov­ve­di­mento impu­gnato e i motivi del ricorso non lasciano dubbi sulle ragioni dell’annullamento.
Due su tutte, con­cor­renti o sin­go­lar­mente con­si­de­rate: «l’inosservanza o l’erronea appli­ca­zione della legge penale» e/o «la man­canza, la con­trad­dit­to­rietà o la mani­fe­sta illo­gi­cità della moti­va­zione», per usare i ter­mini dell’articolo 606 del codice di pro­ce­dura penale. In altri ter­mini: o le norme che pre­ve­dono l’attentato per fina­lità di ter­ro­ri­smo e gli atti di ter­ro­ri­smo sono state erro­nea­mente inter­pre­tate e mal appli­cate o i pub­blici mini­steri e i giu­dici hanno moti­vato in modo con­trad­dit­to­rio e/o illo­gico la ricon­du­ci­bi­lità a tali norme delle con­dotte degli impu­tati. Non ingan­nino la man­cata scar­ce­ra­zione degli impu­tati e il rin­vio degli atti al Tri­bu­nale del Rie­same per un nuovo esame, trat­tan­dosi di con­se­guenza obbli­gata in pre­senza – tra l’altro – di ulte­riori con­te­sta­zioni (deten­zione e porto di bot­ti­glie molo­tov e bombe carta e vio­lenza a pub­blico ufficiale).
Dun­que, l’evocazione del ter­ro­ri­smo e la sua con­fi­gu­ra­bi­lità con rife­ri­mento all’assalto al can­tiere della Mad­da­lena del 14 mag­gio 2013 (ad opera di una ven­tina di per­sone, con incen­dio di un com­pres­sore e lan­cio di sassi e di «arti­fici esplo­sivi e incen­diari», senza danni a ope­rai e agenti di poli­zia) escono pro­fon­da­mente intac­cate dal vaglio della Cassazione.
È un buon via­tico per­ché il pro­cesso che si aprirà davanti alla Corte di assise di Torino il pros­simo 22 mag­gio sia un giu­di­zio sereno e rispet­toso delle garan­zie di tutti e non uno scon­tro di tipo mili­tare tra i “pala­dini della demo­cra­zia” e i suoi “nemici”, come si è ten­tato di accre­di­tare in que­sti mesi. A ciò potrà con­cor­rere un’attenzione cri­tica dell’opinione pub­blica e dei giu­ri­sti che pure, in que­sti mesi, hanno bril­lato, salvo pochis­sime ecce­zioni, per un fra­go­roso silen­zio. Nella spe­ranza che la deci­sione della Cas­sa­zione con­tri­bui­sca a risve­gliare in loro la con­sa­pe­vo­lezza del pro­prio ruolo, se non anche una qual­che pas­sione civile.
Per una sin­go­lare coin­ci­denza, nello stesso giorno della deci­sione della Cas­sa­zione, è emerso un altro fatto che ha a che vedere con il movi­mento No Tav e la sua impro­pria “cri­mi­na­liz­za­zione”. È su tutti i gior­nali – sep­pur tra le righe delle pagine interne – la noti­zia che la pro­cura della Repub­blica di Torino ha aperto un pro­ce­di­mento per simu­la­zione di reato nei con­fronti dell’autista di uno dei pub­blici mini­steri anti Tav, che l’11 aprile scorso aveva denun­ciato di aver subìto una aggres­sione da parte di per­sone tra­vi­sate che lo ave­vano apo­stro­fato con l’espressione «servo dei servi, pre­sto farete tutti la stessa fine». Allora poli­tici, gior­na­li­sti e magi­strati ave­vano imme­dia­ta­mente attri­buito la respon­sa­bi­lità dell’aggressione al movi­mento No Tav e c’era stato chi, per segna­larne il salto di qua­lità, si era spinto a dire che «c’è sem­pre un’ora zero, un momento in cui accade qual­cosa di diverso che cam­bia il corso della storia».
Oggi, invece, è una corsa a cer­care giu­sti­fi­ca­zioni per la falsa denun­cia, attri­buita dai più all’immancabile stress. Nes­sun cenno, natu­ral­mente, a una rifles­sione su quanto suc­cesso in que­sti anni e mesi in Val Susa e din­torni. Pro­viamo allora a ricor­dare una rifles­sione svolta pro­prio su que­ste pagine nel set­tem­bre scorso: a futura memo­ria, sapendo che resterà senza esito. «In forza di quali ele­menti gli atten­tati ven­gono attri­buiti, con gra­ni­tica cer­tezza, ai No Tav? I prin­ci­pali siti del Movi­mento (i quali pure hanno sem­pre riven­di­cato le azioni dimo­stra­tive al can­tiere e gli scon­tri che le hanno accom­pa­gnate) hanno respinto con fer­mezza tale attri­bu­zione. Le pre­senze e gli avver­ti­menti mafiosi sono in valle – soprat­tutto nell’edilizia – una realtà risa­lente e con­cla­mata. […]La sto­ria del Paese ci ha abi­tuati a una mol­ti­tu­dine di atten­tati simu­lati o far­loc­chi (ricor­date gli spari al diret­tore di Libero Bel­pie­tro?) […]. Non sarebbe, dun­que, pru­dente e razio­nale denun­ciare la gra­vità dei fatti ma sospen­dere il giu­di­zio sulla pater­nità degli stessi in attesa (quan­to­meno) dei primi accertamenti?».

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