L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 16 maggio 2014

perchè il demagogo Pd ha candidato Genovese indagato dal 2011?

Genovese si candidi pure, tanto la lapideremo in piazza

#sesonrose

15 maggio 2014 - 20:42 | Di  | Categoria: EditorialiSe son rose
editoriale_logo_quimessina
L’hanno posta in molti la domanda, questo pomeriggio, ai tantissimi esponenti del Pd presenti nell’aula di Montecitorio: “Ma perché avete candidato Francantonio Genovese alle ultime politiche?”. L’azzurro Maurizio Bianconi, sebbene parli di processo, ricorda che l’inchiesta che lo riguarda è partita nel 2011. Daniele Farina, di Sel, afferma che questa situazione si sarebbe evitata se il partito avesse intravisto le ragioni per escluderlo già al momento della composizione delle liste elettorali. Per non parlare del Movimento 5 stelle. Francesco D’Uva parla di un intero Pd da cambiare. Giulia Grillo scomoda perfino il papà e lo zio democristiani dell’ex sindaco di Messina, Luigi Genovese e Nino Gullotti.
Questa domanda, in effetti, vorremmo farla tutti al Partito democratico. E, in realtà, è stata fatta. Ma le risposte non arrivano mai. Perché è impossibile che un partito tanto rinchiuso in se stesso possa mai ammettere anche un solo, unico errore. Da quando la famiglia Genovese, con tutto il suo seguito a carico, è finita nella voragine giudiziaria dell’inchiesta Corsi d’oro, sembra che l’intera nomenklatura, non solo messinese, si sia improvvisamente svegliata, prendendo le distanze. Ma le distanze da chi? Da se stessa, evidentemente.
Ma come si fa a mandare avanti colui che è pur sempre un uomo, con i suoi affetti, la sua dignità, candidarlo, candidare anche il cognato, Franco Rinaldi, alle regionali, per poi sottoporlo a una tanto umiliante gogna, come quella odierna? Fingendo che non c’entri nulla con il partito, quasi si fosse insinuato all’insaputa di tutti. Nemmeno se lo spirito di Claudio Scajola si fosse impossessato di ognuno.
Il Pd non è mai stato, al pari dei suoi antesignani, il partito onesto, democratico, pluralista che per due decenni ha tentato di fare credere. I tanti scandali che hanno colpito anche i suoi componente – Genovese non è il primo e non sarà l’ultimo – ne sono solo una piccola prova. Ma oggi è emersa un’altra verità: è certamente un partito crudele e spietato. Che manda avanti i suoi uomini migliori – Genovese è quello con più elettori in assoluto – per poi abbandonarli al proprio destino, arrivando addirittura a lapidarli prima e con più violenza di chiunque altro.
Una violenza inaudita, sconvolgente, come quella espressa dalle grida isteriche di Anna Rossomando. La deputata torinese, per replicare agli attacchi dei pentastellati messinesi D’Uva e Alessio Villarosa rivolti al suo partito e a buona parte del Parlamento, si è prima appropriata dell’eredità per nulla da poco di Pio La Torre e ha poi inveito contro coloro che “sono nati in Sicilia”, accusandoli di “negare l’esistenza della mafia”. Quando, semmai, l’avevano appena affermata. E tutto ciò sotto gli occhi addomesticati di un’intera Camera, con la sua presidente brava a richiamare Villarosa e pessima nel consentire quello scempio a Rossomando.
Già, la presidente della Camera. Laura Boldrini. Quella che si porta il compagno in Sudafrica, ai funerali di Nelson Mandela, a spese dei contribuenti. Quella che si meraviglia se nella sua terra, le Marche, gli imprenditori si suicidano per la disperazione. Quella che è diventata deputato nelle file di Sel, sacrificando sull’altare della propria ambizione Sofia Martino. Messinese anche lei come Genovese, D’Uva e Villarosa.
Messinese come tutti coloro che ancora una volta sono stati beffati da un sistema che non si crea problemi nell’usare le persone come cavie. Nel nome di una democrazia che esiste solo nelle parole e che salva solo chi è appiattito e allineato. Lo sanno bene i D’Uva, che da sempre fanno i conti con il degrado di una Sicilia che da due legislature, va ricordato, è governata proprio dal Pd. Lo sanno i Villarosa, costretti a scappare dalla Sicilia per poter studiare. Lo sanno le Martino, cui è stato interdetto il Parlamento per fare posto a una donna dell’apparato. E, da oggi, lo sanno i Genovese. Che probabilmente non verranno nemmeno condannati ma ai quali tanta crudeltà dovrà pur essere pesata in qualche momento.
Se son rose… avvizziranno.

@FabioBonasera

Nessun commento:

Posta un commento