L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 17 luglio 2014

i giornali piangono e Renzi paga il corrispettivo, con soldi pubblici, per il loro servilismo

PREPENSIONARE I GIORNALISTI? PAGA RENZI CON 52 MILIONI. L'EMENDAMENTO AD HOC PRESENTATO AL DECRETO P.A. FA FELICI I GRANDI EDITORI (DA RCS ALL'ESPRESSO AL SOLE) CHE HANNO GIÀ PREDISPOSTO NUOVI STATI DI CRISI.

di Marco Palombi/IL FATTO 15.7.2014 




Alla fine questo Matteo Renzi non è così cattivo come lo si dipinge. Coi grandi giornali, ad esempio, anche se a volte sembra che non li ami, è di una cortesia che sfiora l'affettazione (loro, d'altronde, lo ricambiano d'amore purissimo con titoli e testi da cicisbeo pariniano). Nel decreto Irpef, per dire, gli era scappato il taglio immediato della pubblicità legale sui giornali (appalti, avvisi pubblici, eccetera), che oggi è obbligatoria: "Ora c'è internet, quell'obbligo non ha senso: risparmieremo 100 milioni l'anno", disse nella famosa conferenza stampa con le slide. Poi, prudenzialmente, nel decreto scrisse che il risparmio era di "soli" 75 milioni, abbastanza comunque da allarmare gli editori. E infatti arrivò un provvidenziale emendamento del Pd, fatto proprio dal governo, che ha rinviato la faccenda al 2016.

UNA BELLA BOCCATA d'aria in un periodo di crisi nera, cui oggi si aggiunge il secondo, atteso, provvedimento. L'esecutivo, infatti, ha presentato una proposta di modifica al decreto Pubblica amministrazione che  stanzia  quasi 52 mln di euro da oggi al 2019 per pagare i prepensionamenti nel settore dell’editoria. I grandi gruppi editoriali  - che hanno assorbito gran parte di questi fondi negli anni scorsi, cioè fin da quando il governo Berlusconi fece una legge ad hoc per ristrutturare  le aziende editoriali a carico della collettività – erano parecchio preoccupati. In tutto (cioè compresi i 51,8 milioni del governo Renzi) a questo fine nel bilancio dello Stato sono stanziati 23 milioni quest'anno, 29 il prossimo, 33 milioni nel 2016 e nel 2017, 30,8 milioni nel 2018, 23 nel 2019 e 20 milioni a decorrere dal 2020. Una discreta quantità di denaro, attesa da tutti i big del settore: dal gruppo Espresso al Sole 24 Ore, dai Caltagirone (Il Messaggero, Il  Mattino, etc) alla Rcs del Corriere della Sera e dei periodici in crisi: tutti cominciavano a temere che il fondo non venisse rimpinguato per gestire la nuova tornata di prepensionamenti contrattata tra la fine del 2013 e oggi. Ora i soldi ci sono, ma il sottosegretario delegato Luca Lotti - va detto - non ha accolto del tutto le pressioni arrivategli in questi mesi dagli editori.

L'EMENDAMENTO, se non sarà modificato, contiene infatti due previsioni che i proprietari dei giornali hanno tentato in ogni modo di togliere dal testo: l'obbligo di assumere a tempo indeterminato un nuovo giornalista ogni tre pensionati con soldi pubblici e, soprattutto, il divieto per le aziende di concedere ai cronisti congedati un contratto di collaborazione (come invece si è regolarmente fatto negli ultimi anni). Repubblica, per dire, dovrà probabilmente rifare la sua lista di 83 pensionandi su base volontaria, visto che la possibilità di continuare a scrivere e guadagnare aveva spinto in molti ad accettare anche se non erano costretti. Sono problemi interni, certo, ma ristrutturare soprattutto i grandi  è una necessità chiaramente non rinviabile. Lo dicono i numeri. Dal 2006 al 2013 - come ha spiegato un recente studio Fieg su 51 aziende - i ricavi pubblicitari dei quotidiani sono diminuiti di 630 milioni, con una flessione del 60%, a fronte di una contrazione delle vendite del 36% (1,6 milioni di copie medie). Non è andata meglio all'occupazione: dal 2009 al dicembre scorso sono andati persi oltre 1.600 posti di lavoro giornalistici e peggio è andata a poligrafici e impiegati. A questo fine, però, quasi mai sono stati impiegati i ricavi fatti dagli editori negli anni buoni, il che comporta una certa dose d'incoerenza per fogli adusi al lamento sullo Stato clientelare e a suonare la cetra per illustrare i meriti del libero mercato. Fortuna che Renzi è così buono. 

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