L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 luglio 2014

Libia, l'occidente ha inventato una rivoluzione inesistente, reale solo sulle Tv, ha bombardato umanamente i bambini libici, ha eseguito l'omicidio di Gheddafi e ora vuole ancora intervenire umanamente perchè non riesce ad avere il petrolio gratis, le multinazionali lamentano profitti non realizzati

Cosa può fare l’Occidente per salvare la Libia


di Karim Mezran
Il fallimento delle elezioni e la persistenza della crisi a Tripoli suggeriscono un nuovo tipo di intervento esterno. Salwa Bugaighis, l'avvocato che difendeva i diritti umani, ultima vittima degli omicidi mirati.
Un gruppo armato e mascherato ha attaccato a Bengasi l’abitazione dell’avvocato e attivista politico Salwa Bugaighis, assassinandola e rapendo il marito: era la sera di mercoledì 25 giugno.

La brutalità, l’efferatezza, l’impunità con la quale è stato condotto il gesto rappresentano purtroppo l’ulteriore evidenza del tracollo nella capacità di assicurare l’ordine pubblico e la convivenza civile in Libia. Quello di Salwa Bugaighis è infatti solo l’ultimo di una lunga catena di omicidi mirati, effettuati contro membri delle forze di sicurezza, giornalisti e attivisti politici.

La situazione è andata peggiorando negli ultimi 9 mesi. All’aumento e alla recrudescenza degli attacchi terroristici ha fatto sponda il tracollo delle legittime e seppur fragili istituzioni libiche. L’unica reazione da parte delle forze politiche e della comunità internazionale è stata quella di indire nuove elezioni [legislative, tenutesi proprio il 25 giugno, ndr], ponendo ogni speranza di risolvere la crisi in un ipotetico successo della tornata elettorale.

Oggi è ancora più chiaro quanto futile sia questa speranza. Queste elezioni organizzate in grande fretta, condotte non su liste di partito ma puntando su candidati individuali, dopo una campagna elettorale pressoché inesistente, priva di contenuti e senza alcun progetto politico o programma, non può che dar luogo a un parlamento ancor meno incisivo del precedente. Lo confermano i dati sull’affluenza alle urne da parte della popolazione, bassissimi, con poco meno del 20% degli aventi diritto recatosi a votare, dimostrando senza margine d’errore la grande apatia e il disinteresse di una popolazione stremata dall’azione della criminalità, dalla violenza delle milizie e dai continui disservizi. Infatti non si contano più le interruzioni nella fornitura di elettricità, acqua, benzina e gasolio.

Queste elezioni non saranno in alcun modo risolutive, non risultando da un accordo su larga scala da parte di tutte le forze legittime libiche.

Sono semplicemente un tentativo di procrastinare scelte drastiche e forse impopolari. L’elezione di un nuovo parlamento non potrà cambiare la gravità della situazione sul terreno: il predominio delle logiche locali, degli interessi dei clan e dei singoli individui rimangono immutati.

Lo scontro in atto oggi in Libia non è - come spesso erroneamente riportato - quello tra islamisti e non-islamisti, federalisti contro nazionalisti, tribù contro tribù. La radice delle violenze e dell’instabilità deriva dalla divergente visione di chi lecitamente ambisce alla proclamazione di uno Stato di diritto (ivi inclusa una costituzione che porti a una pacifica coesistenza pluralista e democratica) e chi al contrario persegue ambizioni e interessi personali, che solo la violenza, il disordine e il crimine possono assicurare.

Non v’è oggi altra soluzione possibile se non quella di organizzare un tavolo negoziale in seno alle principali forze legittime del paese - quelle orientate al perseguimento di un obiettivo unitario e democratico per la Libia. Tramite questo potrà trovarsi l'accordo per la costituzione di un governo di unità nazionale. Una prima lista, seppur non esaustiva, degli esponenti sicuramente da includere vedrebbe, oltre ai moderati secolari uniti attorno all’Alleanza delle forze nazionali di Mahmoud Jibril, le forze islamiste moderate facenti capo alla Fratellanza musulmana e a tutti quei gruppi della galassia islamista che hanno dimostrato volontà politica e rigetto dell’uso della forza. Dovrebbero essere ugualmente inclusi i leader delle principali milizie affiliate allo Stato o dipendenti da forze regolari locali - in particolarequelli di Misrata e di Zintan.

Proprio su questo obiettivo lavorava l’avvocato Salwa Bugaighis, con la sua instancabile opera nella direzione della Commissione preparatoria per il dialogo nazionale, e con ogni probabilità proprio per questo è stata assassinata. La domanda che in molti adesso si pongono è quindi questa: possono i libici farcela da soli a uscire da questa crisi?

Non c’è dubbio che la soluzione va cercata e individuata dai libici.Ma anche oggi, come nel 2011, potrebbe essere risolutivo un aiuto dall'esterno. Allora, l’intervento della Nato per fermare le colonne corazzate del colonello Gheddafi che marciavano alla volta di Bengasi per schiacciare nel sangue la rivoluzione, fu decisivo e permise il successivo rovesciamento del regime.

L'Alleanza atlantica giustificò il suo intervento con l’adozione del principio in base al quale la comunità internazionale ha il diritto di intervenire per difendere la popolazione civile minacciata [right to protect, ndr]. Lo stesso principio potrebbe essere invocato anche oggi , sebbene in modi e termini differenti. 

Per intervenire bisogna però comprendere l’urgenza imposta dalla crisi e agire agitando i ben noti carota e bastone, per indurre tutte le forze libiche ad accettare concretamente l’opzione negoziale. La "carota" consiste nel sostegno economico, diplomatico e politico alla ricostruzione del paese, al suo sviluppo, alla qualità della vita e al benessere collettivo.

Più difficile è invece definire il "bastone", non essendoci alcun interesse degli attori occidentali a sostenere un intervento armato, da condurre contro le inafferrabili forze antagoniste e antitetiche alla democrazia. Una possibile misura - già adottata con relativo successo in altri casi - potrebbe consistere nell'individuare i singoli leader politici, comandanti di milizia e capibanda, colpendone gli interessi con un sistema mirato di sanzioni economiche, restrizioni al movimento e altre misure coercitive, cercando di favorirne in tal modo l’adesione al processo negoziale. O, in alternativa, provocarne la marginalizzazione e la riduzione nel ruolo e nella capacità d’azione.


Resta in ogni caso prioritaria l’esigenza di far comprendere agli attori internazionali come e quanto urgente sia la situazione sotto il profilo della sicurezza, così che intervengano prontamente a sostegno delle forze interessate alla stabilità, per impedire il tracollo della transizione e il precipitare del paese in uno stato di anarchia o, peggio, in una nuova dittatura.

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