L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 luglio 2014

........... Nichilismo, individuo, universalismo reale


Un percorso originale ed inedito di ricostruzione della filosofia marxista

di Costanzo Preve

28. Naturalmente, la radice del problema sta ne fatto che la Classe, la classe proletaria, la classe dei salariati della grande fabbrica moderna, più in generale la classe dei lavoratori sfruttati cui si estorce in vario modo plusvalore assoluto e relativo, non è una classe universalistica, ed i suoi comportamenti non sono universalizzabili. Persino il giovane Lukàcs di Storia e Coscienza di Classe (1923), quando propose di sostituire la coscienza di classe proletaria all’evoluzionismo materialistico di Kautsky e di Bucharin come nuovo fondamento filosofico del comunismo marxista, dovette lasciar perdere il proletariato empirico esistente ai suoi tempi per ricorrere ad un concetto ideal-tipico di proletariato tratto non certo da Marx ma da Max Weber. In generale, possiamo chiamare Sociologismo (il quarto lato del nichilismo, dopo l’umanesimo, lo storicismo e l’economicismo) l’idea che l’universalismo comunista sia l’espansione sociologica di una classe sociale. Si noti bene che il sociologismo non consiste soltanto nell’idea della espansione della classe dei salariati, ma in qualunque concezione che vuole dedurre l’universalismo non da una concezione logico-ontologica della realtà, ma dalla semplice espansione sociologica di un qualunque soggetto. D’altronde, la logica del sociologismo è quella di una continua fuga in avanti verso soggetti illusoriamente sempre più vasti e comprensivi. Si prenda ad esempio il recente Impero di Toni Negri. L’operaio-massa fordista non basta, l’operaio sociale disperso nel territorio non basta, il tecnico informatico non basta, ed allora si ricorre alla “moltitudine”, concetto vago, tautologico ed inesistente che copre semplicemente un insieme globalizzato di individui. Nel lessico di Hegel, è questa la “fuga del dileguare” di ogni sociologismo. 

29. Se la classe non è universalistica, tanto meno ovviamente lo è il Partito. In proposito, si dimentica spesso che Lenin, l’ispiratore del partito di tipo leninista, non era affatto partitocentrico. Il partito di Lenin si basava infatti su due presupposti. In primo luogo, il riferimento ortodosso alla classe operaia e proletaria, che Lenin non mise mai veramente in discussione, e che fu sempre per lui la “retrovia” di ogni attività di partito. In secondo luogo, la necessità di una tattica di alleanze di classe, resa necessaria dal fatto che Lenin partiva sempre dal concetto di formazione economico-sociale determinata, e mai dal generico concetto marxiano di modo di produzione. Incidentalmente (ma non è certo questo che mi interessa) le sette di tipo trotzkista e bordighista non sono leniniste, e questo non certo perché lo dico io, ma perché rifiutano lo stesso concetto di alleanze di classe. Il maoismo invece è più leninista, perché accetta formalmente questo concetto, ma poi nella pratica si risolve quasi sempre in un settarismo di tipo contadino.
Il nome di Lenin viene tuttora agitato come sinonimo di partitocentrismo. Ma di per sé il partitocentrismo è spesso una via verso l’autoreferenzialità, ed è dunque un pensiero di tipo analitico e non sintetico (uso qui i due termini nel significato di Kant). Il partito, per sua natura, è un’organizzazione separata, e le organizzazioni separate non sono mai strutturalmente universalizzabili, per ragioni che la dialettica di Hegel illustra in modo mirabile. Con questo non intendo ovviamente aderire alla teoria anarchica del movimento disorganizzato, che è semplicemente un’impossibilità logica e storica, e che dunque non vale neppure la pena di esaminare seriamente. L’anarchismo è infatti una sorta di sociologismo esasperato, che scommette sulla Classe al punto da non ritenere neppure necessario che essa sia politicamente organizzata (e si veda la scommessa di Negri sulla cosiddetta moltitudine, fase suprema sociologica della classe). Ma se il problema è l’arte dell’insurrezione, o la costituzione di alleanze di classe, allora è inutile deificare il partito cosiddetto leninista. Qualunque organizzazione e direzione intelligente vanno bene, volta per volta e caso per caso. 

30. Possiamo chiudere. Come si è visto, al centro sta la diagnosi di nichilismo, da cui deriva l’esigenza di fondare il comunismo su di una individualità non nichilistica, sola base anropologica di un universalismo reale. Il comunismo, infatti, o è universalismo reale, fondato su di una filosofia e non su di una religione (e quindi su Atene, non su Gerusalemme), o è un incubo da caserma o da convento. 

31. Il lettore che mi ha seguito pazientemente fino a questo punto, e che ha capito come quanto sono andato dicendo è assolutamente incompatibile con il 95% della tradizione marxista novecentesca consolidata, sia ortodossa che eretica, mi può ora chiedere quante e quali siano le possibilità che una vera riforma radicale del pensiero comunista venga avviata.
Voglio essere sincero con lui. Per ora, in questa congiuntura storica, praticamente quasi nessuna. Come ogni pensatore, anch’io desidero ovviamente che le mie proposte vengano lette, studiate e prese in considerazione. Una lunga esperienza mi ha abituato a due tipi complementari di reazioni. In primo luogo, una vera e propria aggressione paranoica di citatologi che vedono in quanto dico il nemico del popolo travestito da studioso, il diavolo piccolo-borghese che minaccia la purezza proletaria. In secondo luogo, complimenti educati ma assolutamente distratti, fatti da persone che sono sempre disposte ad esprimere una cavalleresca stima verso le “novità”, ma non sono poi disposte a prenderle sul serio, perché prenderle sul serio non implica solo la fatica del concetto e della lettura, ma anche la messa in discussione di identità e di militanze collaudate.
Ovviamente, non sono così presuntuoso da ritenere che quanto dico debba costituire la base filosofica di un rinnovamento del pensiero marxista e comunista. Altre formulazioni possono essere migliori e più adeguate, purché in qualche modo affrontino il problema del nichilismo (costituito dai quattro fattori dell’umanesimo, dello storicismo, dell’economicismo e del sociologismo), della libera individualità (che non è mai né semplice indipendenza personale borghese né semplice figura militante del compagno) ed infine dell’universalismo (la cui forma è quella della filosofia, e dunque di Atene, e non quella della religione, e dunque di Gerusalemme).
Tuttavia, non esprimo nessun ottimismo a breve termine (a medio ed a lungo termine comunque non ci saremo più) sulla possibilità di autoriforma da parte della comunità attuale dei marxisti e dei cosiddetti “comunisti”. Questa comunità è a mio avviso del tutto irriformabile. Se una comunità è irriformabile, ogni proposta filosofica innovativa è irricevibile.
E allora, sono forse pessimista? No, non è questo il problema. Io credo, razionalmente e pacatamente, che verrà gente nuova, giovani nuovi, gente per ora neppure prevedibile e completamente estranea ai riti del cosiddetto “popolo di sinistra”, gente che saprà riprendere i fili del problema alla radice. Non ho nessuna fiducia in soggetti sociologici divinizzati. Ho fiducia invece nella razionalità umana e nella spontanea “deviazione” degli atomi sociali verso una soluzione collettiva e cooperativa dei problemi dell’umanità, che il capitalismo non è sistematicamente capace di affrontare. Chi si aspetta qualcosa dal bacino culturale ed elettorale del “popolo di sinistra” o dagli apparati militanti dei gruppi e dei partiti presenti non avrà a mio avviso assolutamente nulla. Ma esiste un mondo al di là di questi, e da questo mondo può arrivare una soluzione.

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