L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 luglio 2014

...... Nichilismo, individuo, universalismo reale


Un percorso originale ed inedito di ricostruzione della filosofia marxista


di Costanzo Preve

18. Nello stesso periodo storico in cui Marx giungeva alla proposta della libera individualità in opposizione alla semplice eguaglianza personale borghese Nietzsche effettuava una diagnosi del nichilismo nella cultura europea considerata da molti tuttora insuperata. Nietzsche critica contemporaneamente l’etica borghese del suo tempo, la religione cristiana ed il nascente socialismo, unificandoli tutti e tre sotto la comune categoria di “decadenza”, istituendo così una sorta di grande narrazione che parte da Socrate, passa da Paolo di Tarso ed attraverso Rousseau giunge fino alla nascente socialdemocrazia tedesca. Al di là del fatto che i nicciani di destra la interpretano come la profezia dell’avvento di un Superuomo dominatore delle plebi ed i nicciani di sinistra la interpretano come l’avvento di un Oltreuomo superatore delle credenze metafisiche di ogni tipo (ennesima prova della sostanziale intercambiabilità fra sinistra e destra, due categorie politiche filosoficamente del tutto mute ed improprie), la diagnosi nichilistica di Nietzsche non intende denunciare l’oblio della categoria di verità, ma intende anzi propiziare il suo definitivo abbandono. L’ontologia cessa di essere un riferimento veritativo, per diventare una produzione energetica di un soggetto desiderante. Il culmine del niccianesimo non sta nell’esteta D’Annunzio né nell’eurodeputato Vattimo, ma in quell’Antonio Negri che parla di produzione dell’Essere da parte di moltitudini desideranti in cui non è più possibile distinguere animali, uomini ed organismi cibernetici (cfr. Impero, Rizzoli, Milano 2001, p. 98 e p. 415). L’incubo del capitalismo metropolitano viene così trasfigurato in un progetto comunista di emancipazione di un nuovo proletariato. Nulla di più diverso dall’antropologia filosofica di Marx, figlia di Spinoza e di Hegel, e basata appunto sulla differenza ontologica di principio fra animali, uomini e macchine.
La ragione per cui Nietzsche piace tanto oggi sta proprio nel fatto che il profeta tedesco incarna al massimo grado la democrazia come eguagliamento dell’orizzonte capitalistico dell’eguaglianza personale. Abolita la verità come prospettiva di una visione filosofica logico-ontologica della realtà (secondo le prospettive classiche di Platone, Aristotele, Spinoza ed Hegel), e ridottane la natura a funzione energetica della volontà di potenza individuale, si ha così di fatto un’omologia perfetta con il mondo capitalistico delle merci, dei consumi e dell’impresa. L’uomo imprenditore si muove appunto in un integrale vuoto ontologico, ed il suo desiderio di consumi sempre più sofisticati (e tendenzialmente illimitati) è mosso esclusivamente dal differenziale energetico di volontà di potenza che egli riesce a mettere in atto. La volontà di potenza è appunto l’estrinsecazione della sua energia imprenditoriale, esaltata dalla flessibilità e dalla precarietà di ogni attività umana, flessibilità e precarietà che costituiscono appunto il moderno nichilismo attivo, quello positivo e creativo. Si tratta ovviamente di un Nietzsche addomesticato e civilizzato, reso compatibile con la società civile e con lo stato di diritto, un Nietzsche teorico massimo di un capitalismo integralmente post-borghese.
Ma se questo Nietzsche è per me privo di ogni vero interesse filosofico (ed è appunto per questo che invece piace tanto agli sciocchi ed ai superficiali di oggi), resta il Nietzsche geniale diagnostico della condizione antropologica derivata dalla caduta delle vecchie certezze metafisiche. È a mio avviso il solo Nietzsche interessante. Lo scenario del nichilismo, secondo questo Nietzsche, dà luogo alla doppia figura dell’Eremita, colui che vive talmente appartato da non essere neppure stato informato della morte degli dei, e dell’Ultimo Uomo, che è informato della morte degli dei, ed appunto per questo ne trae cinicamente la conclusione che tutto è ormai possibile. Mentre di superuomini-oltreuomini non se ne vedono, nessuno ne ha mai visti e non se ne vedranno mai, perché si tratta di semplici proiezioni velleitarie ed illusorie di soggettività nichilisticamente sbandate, di eremiti e di ultimi uomini sono piene le strade, i parlamenti, i governi, le sezioni dei partiti, gli studi pubblicitari, le case editrici, i giornali e le televisioni.
19. Max Weber ha saputo diagnosticare ancora meglio di Nietzsche la situazione nichilistica dell’uomo contemporaneo. Weber ha in comune con Marx il fatto che entrambi rifiutano il rimando ad una struttura veritativa logico-ontologica della realtà, e nello stesso tempo sono entrambi inquieti per questo loro rifiuto. Weber ha il grande merito di non evocare illusoriamente superuomini-oltreuomini del tutto inesistenti, appunto perché non parte da una grande narrazione della decadenza, come Nietzsche, ma dall’analisi dialettica delle conseguenze dei processi della razionalizzazione moderna. La modernizzazione ha infatti prodotto progresso, ma anche disincanto del mondo, ed il disincanto del mondo non sarebbe neppure poi così male se non comportasse anche e soprattutto la consunzione delle risorse simboliche dell’umanità. L’aspirazione al profitto e la cura dei beni esteriori avrebbero dovuto essere un “sottile mantello da poter gettar via in ogni momento”. Ed invece, associate con passioni puramente agonistiche e spinte all’estremo, fini a se stesse, hanno finito per trasformarsi in una “gabbia d’acciaio”. È notevole la capacità dialettica di Weber, che capisce come si inizia con l’illusione di un sottile mantello, e si finisce con la consistenza inesorabile di una gabbia d’acciaio. Altro che le stupidaggini sull’avvento di moltitudini desideranti di superuomini-oltreuomini dotati di capacità teurgiche!!! Weber si chiede: quali esseri cresceranno sotto la ferrea calotta della razionalizzazione? Quali saranno le fattezze di questi ultimi uomini? Ed egli risponde con pessimismo e lungimiranza che saranno “specialisti senza spirito ed edonisti senza cuore”, ovvero un “nulla che si immagina di essere salito ad un grado mai prima raggiunto di umanità”.
20. La diagnosi di Weber è stata fatta fra il 1910 ed il 1920. Ma la generalizzazione di massa del tipo umano che incarna veramente il nulla antropologico convinto di essere il coronamento della storia dovrà aspettare in Europa il cosiddetto Sessantotto. Lo spirito del Sessantotto consiste nella distruzione dei residui valori borghesi e religiosi fatta con l’illusione e la falsa coscienza necessaria (utilizzo qui un concetto marxiano al 100%) di stare facendo una rivoluzione anticapitalistica. L’errore teorico, ovviamente, sta nell’identificazione fra borghesia e capitalismo, con l’illusione di star lottando contro la riproduzione capitalistica proprio perché si lotta contro i residui già indeboliti dell’etica borghese e religiosa. Ma questa identificazione è del tutto falsa. La logica di sviluppo del capitalismo è infatti impersonalmente “tecnica” (nel senso di Heidegger), e non è affatto soggettivizzabile. Il capitalismo ha passato una sua prima fase storica protoborghese e protoproletaria (borghesia liberale e classe operaia), ma la sua logica di sviluppo è del tutto post-borghese e post-proletaria, in direzione di nuove ed inedite configurazioni classiste. Così come Spinoza seppe opporsi alla concezione personalistica e teleologica della divinità, così oggi il solo modo di essere spinoziani consiste nell’opporci ad una concezione personalistica e teleologica dell’essere sociale e del legame sociale. E questo interpella direttamente le forme di soggettività e di individualità di chi pensa di opporsi al capitalismo.
21. Negli ultimi cento anni coloro che si sono organizzati per opporsi al capitalismo si sono generalmente chiamati “compagni”. Il compagno è certamente un in-dividuo come gli altri, ma un in-dividuo che cerca di superare la sua solitudine ed il suo isolamento attraverso un progetto comune di tipo solidale. Il filosofo Jean-Paul Sartre ha dato nel 1960 una formulazione filosofica sostanzialmente insuperata a questa natura progettuale dell’essere compagni, attraverso la sua teoria del cosiddetto gruppo-in-fusione che persegue una finalità-progetto, a sua volta sempre minacciata dalla serializzazione e dalla inevitabile burocratizzazione, denominate da Sartre il pratico-inerte. In questo modo, secondo Sartre, si è compagni soprattutto se si ha un progetto comune da compiere insieme. È il progetto che costituisce antropologicamente i compagni. Senza progetto, nessun compagno. 

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